RUSSIA: Condannato Poteyev, la spia che tradì il Cremlino

L’hanno braccato inutilmente per un anno, finendo col processarlo in contumacia. Ora sulla testa di Alexandr Poteyev, ex colonnello dei servizi segreti russi (SVR), pesa anche una condanna a 25 anni di carcere per alto tradimento e diserzione.
È lui l’agente doppiogiochista che nell’estate del 2010, subito dopo la visita a Washington del presidente Medvedev, rivelò ai servizi segreti americani i meccanismi di finanziamento degli agenti russi e i loro metodi di comunicazione durante i viaggi all’estero e gli incontri a Mosca, facendo scoppiare quello che in molti ritengono il peggiore scandalo spionistico dalla fine della Guerra Fredda.
Fu un duro colpo per gli 007 addestrati all’ombra del Cremlino. Dieci cittadini russi vennero arrestati a New York con l’accusa di essere delle spie attive sul territorio degli Stati Uniti, si dichiararono colpevoli e furono rimpatriati in Russia con un romanzesco scambio di prigionieri. L’undicesima spia, un uomo sotto il falso nome di Christopher Robert Metsos, riuscì invece a fuggire da Cipro prima dell’arrivo degli agenti dell’FBI. Di lui non si sono avute più notizie. Proprio in quelle ore Alexandr Poteyev scrisse il suo messaggio di addio alla moglie e salì su un treno della linea Mosca-Mink. Più tardi, grazie ad un passaporto falso ottenuto dai servizi di intelligence USA, si recò in Germania e poi negli Stati Uniti, dove è attualmente nascosto.
Il titolare del passaporto che ha permesso al traditore di scomparire nel nulla è stato interrogato dai giudici russi accertando che il documento, seppure mai smarrito, era stato presentato in precedenza all’ambasciata americana di Mosca al fine di ottenere un visto turistico. Chiamata in causa dalle autorità russe, Washington ha rifiutato di fornire ulteriori dettagli sulla nuova vita dell’ex colonnello dell’SVR.

Chi è Alexander Poteyev
Secondo quanto riportato dal quotidiano bielorusso Telegraf, Poteyev, 59 anni, sarebbe il figlio di un eroe sovietico di origine bielorussa insignito delle più alte decorazioni durante la Seconda Guerra Mondiale. Veterano della guerra in Afghanistan, l’ex colonnello aveva fatto parte della squadra speciale “Zentih” sotto il diretto comando del Kgb. L’unica foto diffusa dai media russi lo ritrae nel 1979 proprio a Kabul, insieme ad altri soldati sovietici. Il tribunale di Mosca ha riferito che la CIA potrebbe aver reclutato Poteyev già nel 1990, particolare che ha reso questa vicenda ancora più imbarazzante.

Traditi e traditori
Sul caso Poteyev disse la sua anche il primo ministro Vladimir Putin, lasciandosi andare in quell’occasione a una velata minaccia di vendetta: «Ciò che è successo è il risultato di un tradimento, e i traditori fanno sempre una brutta fine…».
Oggi la Russia ha ufficialmente abbandonato la pratica sovietica di perseguitare i traditori all’estero. In epoca sovietica sono state invece eseguite sentenze di condanne a morte anche al di fuori dei confini nazionali. Ma nell’oscura storia del Kgb è accaduto anche che sia stato lo stesso traditore ad ammettere la propria colpa e a tornare indietro, ha fatto notare Nikolay Leonov, esperto delle vicende legate all’intelligence russa: «Ricordo solo un esempio di questo. Si tratta di un agente che fuggì negli Stati Uniti, vi rimase per 3 mesi e poi tornò a Mosca. Sembra incredibile ma le autorità sovietiche, da sempre credute implacabili, perdonarono quell’uomo che vive ancora da qualche parte in Russia».
Nonostante il marasma provocato in patria dalle rivelazioni di Alexandr Poteyev, lo scandalo non sembra comunque aver influito sull’andamento positivo dei rapporti tra Washington e Mosca. Curiosamente, i giornalisti di tutto il mondo hanno ritenuto più interessante parlare delle curve perfette di una delle spie arrestate, Anna Chapman, subito soprannominata “agente 90-60-90”.

Dopo il suo ritorno in patria la Chapman è diventata una vera star, partecipando ad eventi mondani e figurando come ospite fissa di alcune trasmissioni televisive russe. Oltre a ciò, la bella 007 ha dichiarato pubblicamente la sua intenzione di presentarsi come candidata alle prossime elezioni della Duma.
Un commento fortemente negativo su quanto accaduto nell’ultimo anno è stato espresso da Oleg Kalugin, ex generale del Kgb e responsabile delle operazioni di spionaggio contro gli Usa durante l’era sovietica: «A mio parere questa operazione in territorio americano è stata uno spreco di risorse umane e di denaro, oltre ad aver messo la Russia in una situazione davvero ridicola».

null - EaST Journal, 25/01/2012

Barca, la Terra dei Fuochi (Pagina)

Il fumo nero, l’odore acre di gomma bruciata e l’aria che diventa irrespirabile. I roghi accesi tra le roulotte del campo rom di Lungo Stura Lazio sono un fenomeno quotidiano che ha cominciato a preoccupare i residenti della zona Barca. Gli abitanti dell’accampamento bruciano immondizia e pneumatici e soprattutto cavi di rame, sprigionando fumi tossici che a seconda del vento possono arrivare fino alla Falchera e alla Barriera di Milano.
Tutta colpa della febbre da “oro rosso” che negli ultimi anni ha contagiato anche la nostra città, alimentando un enorme mercato clandestino.
Il rame, largamente utilizzato nell’edilizia, nei trasporti, nell’elettrotecnica e nell’industria, è resistente alla corrosione, robusto, flessibile e può essere riciclato al 100% senza perdere le sue capacità. Da qui il moltiplicarsi dei roghi, spinti dalla quotazione a rialzo di questo metallo che è ormai arrivata a circa 10 euro al chilo.
Secondo i dati della Polizia, a rubare il rame sono soprattutto bande di nomadi e in particolare cittadini di nazionalità rumena che cercano un guadagno facile rivendendolo ai grossisti. Bastano uno zainetto, delle tronchesine e un quarto d’ora per guadagnarsi la giornata rubando una vasta schiera di oggetti che va dai tombini, alle grondaie, agli ornamenti funebri dei loculi. Ma sono soprattutto i cavi delle linee ferroviarie a finire sotto tiro dei predoni di oro rosso. L’ultima operazione della Polfer per questo genere di reato ha portato venerdì scorso all’arresto di un romeno di 33 anni, sorpreso a tagliare una trentina di metri di cavi alla stazione Dora. Il rame che non viene intercettato dalla polizia finisce spesso in Lungo Stura Lazio e in altri accampamenti cittadini dove per essere ripulito dalle guaine di gomma viene bruciato, provocando bruciore agli occhi e difficoltà respiratorie.
Lo scenario descritto da alcuni operai dell’Iveco e dalle molte persone di zona Barca che negli ultimi mesi hanno scritto lettere di protesta alla Stampa è quello di una piccola Terra dei Fuochi torinese dove si convive con la presenza dei fumi nocivi. Per ora l’amministrazione comunale non è ancora riuscita a fornire adeguate risposte ai cittadini del quartiere, e anzi il fenomeno dei roghi va a sommarsi con la già difficile convivenza con una baraccopoli che sembra essere ormai fuori controllo.
Poco prima di Natale i continui danneggiamenti dei nomadi avevano portato il presidente del canile ENPA di via Germagnano a riconsegnare le chiavi della struttura al sindaco Piero Fassino. In compenso nella via sono nate recentemente nuove baracche e di sera si accendono altri fuochi.
 

Campo nomadi nell’ex scalo Vanchiglia (Pagina)

I binari non ci sono più e nemmeno il frenetico affaccendarsi degli scaricatori sui vagoni che rifornivano le industrie della zona Nord di Torino. In compenso l’ex scalo Vanchiglia, dismesso ormai da oltre vent’anni in seguito all’ampliamento dello snodo di smistamento di Orbassano, è diventato un campo nomadi abusivo. Si tratta di un’area molto estesa situata tra i corsi Novara e Regio Parco, dove circa trenta persone abitano da tempo in roulotte e catapecchie sistemate tra gli arbusti e le piante infestanti. Vanchiglia è uno dei due micro-accampamenti in cui gli ultimi degli ultimi sopravvivono in condizioni da terzo mondo, tra illegalità e insicurezza. Alcuni di loro provengono dall’ex Fimit di via Rossetti, altri dal campo rom di Lungo Stura Lazio da dove si sono allontanati a causa di dissidi con i capi. Sono dei fuoriusciti, che invece di cercare ospitalità negli altri quattro campi regolari di Torino, hanno preferito cercare rifugio nella vecchia stazione merci; hanno divelto i cancelli creando dei varchi da dove il viavai comincia a farsi notare già dalle prime ore del mattino. Ci sono donne che escono in cerca di elemosina e tanti bambini che giocano a palla e a nascondino tra i fili di panni stesi tra un albero e l’altro. Sono scene di vita quotidiana di una zona sospesa tra la riqualificazione urbanistica, prevista dalla Variante 200, e un presente fatto di abbandono.

Nel 2008 l’assessore Viano scriveva che la dismissione dello scalo Vanchiglia «ha rappresentato un’opportunità e un problema». Almeno per ora è ancora quest’ultimo fattore a prevalere, anche se lo stazionamento dei rom dovrebbe trattarsi di una situazione transitoria la cui risoluzione è già stata sollecitata dalla presidente della circoscrizione 6, Nadia Conticelli. Si prevede uno sgombero, uno dei tanti che hanno visto come teatro la vecchia stazione. Nel 1999 un primo blitz della polizia ferroviaria era servito per sgomberare le palazzine abbandonate a ridosso di corso Regio Parco scoprendo quindici clandestini. In una precedente operazione i carabinieri avevano fatto sfollare decine di cittadini extracomunitari che avevano trasformato gli ultimi vagoni ferroviari nella loro casa. E presto la storia potrebbe ripetersi.

null - Pagina.to.it, 16/01/2012

Mi chiamo Giovanni Tizian, e faccio il giornalista

Non conosco personalmente Giovanni Tizian, anche se ci siamo “incrociati”, giornalisticamente parlando, nel numero di ottobre di Narcomafie.
Giovanni è costretto da quasi un mese a vivere sotto scorta per i suoi articoli sulla mafia in Emilia Romagna. In sostanza per aver fatto il suo lavoro. Quel lavoro precario e sottopagato che ci porta spesso a dover rispondere a una domanda scomoda: “ma chi te lo fa fare?”.
Vi riporto un pezzo di Manuela Mareso, direttrice di Narcomafie, che racconta la storia di Giovanni:

E’ sempre triste apprendere che un giornalista è costretto, per il suo lavoro, a vivere con la scorta. Lo è ancora di più se il nome è quello di un caro collega e collaboratore della tua testata.
Alla lista dei cronisti costretti a vivere sotto tutela nel nostro paese aggiungiamo oggi il nome di Giovanni Tizian, giornalista freelance, dal 2010 firma di punta di Narcomafie.
Conoscemmo Giovanni nell’autunno del 2009, quando contattò la redazione a seguito della lettura di un approfondito dossier su Modena da noi pubblicato nel giugno di quell’anno. “Finalmente qualcuno che porta la questione mafia in Emilia-Romagna su pagine nazionali. Io avrei molto da scrivere”, mi disse. Giovanni in effetti si occupava delle infiltrazioni della criminalità organizzata nella regione già dal 2006, quando iniziò a collaborare con la Gazzetta di Modena e a seguire meticolosamente tutte le operazioni che portavano alla scoperta di interessi della ‘ndrangheta, della camorra e di Cosa nostra nel territorio.
Un interesse per la materia dovuto non solo a un innato senso di giustizia e di senso civico, ma a una dolorosissima vicenda personale
E’ una storia letteraria, quella di Giovanni, che non nasce giornalista per amore del mestiere in sé e per sé, ma per ricucire una ferita che lo ha segnato per la vita.
Aveva appena sette anni (pochi, ma abbastanza per capire tutto) quando la ‘ndrangheta gli strappò via il padre Giuseppe, “funzionario integerrimo” di banca, come lo hanno definito gli inquirenti che hanno investigato sul suo assassinio. Giuseppe Tizian venne ucciso a Locri, a colpi di lupara, la sera del 23 ottobre del 1989, proprio mentre stava tornando dal suo bambino. Le indagini non hanno prodotto un verdetto finale, ma l’ipotesi è che si fosse opposto a manovre bancarie non ortodosse che un clan ‘ndranghetista pretendeva. Aveva 36 anni Giuseppe Tizian, e semplicemente faceva bene il suo lavoro. La sua storia si può leggere in “Dimenticati” (Castelvecchi 2010), un bellissimo libro di Danilo Chirico e Alessio Magro, giornalisti con la schiena dritta e animatori dell’associazione DaSud, di cui lo stesso Tizian fa parte e che in suo sostegno ha lanciato oggi la campagna “Io mi chiamo Giovanni Tizian”.
Anche Giovanni, come suo padre, fa bene il suo mestiere. In questi anni per Narcomafie ha firmato inchieste dettagliatissime, ed è stato capace di  quel passo in più che solo i veri giornalisti investigativi sanno fare. Non appiattirsi sulle ordinanze delle forze dell’Ordine, ma studiarle in ogni riga e memorizzarle, riuscendo poi a incrociare nomi e fatti anche lontani nel tempo. Come il padre, anche lui oggi è costretto a pagare il conto per quello che in un paese normale dovrebbe invece essere l’ordinarietà.
Non ci siamo fatti intimidire dalle querele che ci hanno coinvolti per quei suoi lavori, e siamo andati avanti a documentare fenomeni criminali sempre più pervasivi (nell’edilizia, nel mercato dei trasporti, nella filiera agroalimentare).
Nel suo libro appena uscito, “Gotica.’ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea” (Round Robin 2011), Giovanni ringrazia Narcomafie per tutta la libertà concessagli. Uno spazio che con piena fiducia gli abbiamo affidato e che continueremo a dargli.

Nuova Zelanda: La Rena si è spezzata (Ecoinchiesta)

La Rena, la portacontainer liberiana incagliata il 5 ottobre scorso a largo della Nuova Zelanda, si è spezzata in due. La nave, che dopo l’incidente aveva riversato in mare centinaia di tonnellate di petrolio, era sotto stretta osservazione delle squadre di soccorso che da mesi tentavano di rimuovere i container e il carburante ancora presente a bordo. Nonostante le difficoltà legate al tempo infatti, gran parte delle 1100 tonnellate di greggio stipate nei serbatoi erano state recuperate negli scorsi mesi. Operazioni lente e, secondo alcune fonti, non competate del tutto dal momento che sarebbero rimaste stoccate a bordo ancora 300 tonnellate di idrocarburi.
La scorsa settimana lo scafo, già gravemente danneggiato su ambo i lati, è stato ulteriormente indebolito dal maltempo che ha sferzato il tratto di mare della barriera corallina dell’Astrolabio, fino all’inatteso collasso avvenuto nella notte tra sabato e domenica.
Circa 300 container sono caduti in mare, la maggior parte dei quali sono già affondati in mare. Le autorità che questa mattina hanno sorvolato quel che rimane della Rena contano di riuscire a recuperarne non più del 20% . Per ora sembra invece essere scongiurata una nuova  fuoriuscita di greggio e gasolio dai serbatori:  ”Qualsiasi perdita possibile nei prossimi giorni dovrebbe essere molto minore rispetto a quella di ottobre”, ha affermato il comandante della Marina neozelandese Alex Van Wijngaarden. Parole che non rassicurano del tutto gli abitanti della Baia di Plenty che negli scorsi mesi hanno visto contaminare le loro spiagge e morire centinaia di uccelli marini. Per questo è stato istituito un numero di emergenza per segnalare prontamente eventuali chiazze scure o detriti che secondo la stampa cominceranno ad arrivare a riva stasera o domani.  I media nazionali hanno anche invitato natanti, surfisti e navigatori a evitare nelle prossime ore di andare in acqua a causa del rischio di container in galleggiamento.
Intanto le condizioni meteo in Nuova Zelanda continuano ad essere un ostacolo per l’attività dei soccorritori. Il maltempo persisterà sulla zona per i prossimi 3/4 giorni. “Vi forniremo ulteriori informazioni una volta che abbiamo valutato la situazione”,  ha detto Van Wijngaarden, non accennando però al destino dei container (forse 11) che risultano essere piani di materiale “pericoloso”.
Ad ottobre il Ministro dell’Ambiente neozelandese Nick Smith aveva già definito il naufragio della Rena “la peggiore catastrofe ecologica marittima della storia del paese”.

null - Ecoinchiesta, 08/01/2012

 

marea nera in Nuova Zelanda Dossier: Marea nera in Nuova Zelanda

Un bravo manager, lo licenziamo (Pagina)

Sono passati più o meno duecento giorni da quando su Pagina annunciavamo la nomina di un manager torinese alla guida dell’Asia, l’azienda che si occupa della raccolta dei rifiuti a Napoli. Duecento giorni difficilissimi per Raphael Rossi, enfant prodige di scuola Amiat, chiamato dal sindaco Luigi De Magistris per gestire l’emergenza della monnezza nel capoluogo partenopeo.
«Sono come un medico che viene chiamato di fronte a un caso grave, complicato», aveva dichiarato Rossi appena arrivato da Torino e nei mesi successivi i risultati della sua cura si sono visti. L’incremento della raccolta differenziata e soprattutto la scomparsa delle cataste di rifiuti dalle strade di Napoli sono traguardi non di poco conto in una città che un anno fa si presentava letteralmente sommersa dall’immondizia, con i camion dell’Asia costretti a raccogliere i rifiuti scortati da uomini armati. Ecco perché ha destato stupore l’improvvisa decisione di De Magistris di sollevare dal suo ruolo il dirigente torinese, una notizia che il 2 gennaio, come un botto di capodanno scoppiato in ritardo, ha sorpreso un po’ tutti.
Cosa ha spinto il sindaco di Napoli a sostituire un ragazzo di comprovata competenza e onestà (nel 2007 Rossi denunciò un tentativo di corruzione ai suoi danni) dopo pochi mesi di mandato? Nonostante un’ora di turbolenta conferenza stampa, De Magistris non è ancora riuscito a spiegarne chiaramente il motivo. «Raphael Rossi fa parte e farà parte della nostra squadra», ha detto l’ex pm, sottolineando anche che le voci di dissidi tra lui e il manager di Torino sono da ritenersi del tutto infondate. Ma allora perché è stato silurato? Le versioni dei fatti apparse in questi giorni sulla stampa partenopea sono discordanti. Ad esempio Il Mattino, che in un primo momento aveva indicato il rifiuto di Rossi ad assumere 23 ex lavoratori ultracinquantenni del bacino Napoli-5 come probabile causa dell’avvicendamento nell’azienda di raccolta rifiuti, ha successivamente aggiustato il tiro puntando il dito proprio sulla condotta del manager. Il quotidiano napoletano cita un report commissionato ai dirigenti di Asia dal vice sindaco con delega all’Ambiente, Tommaso Sodano, nel quale sarebbero state messe sotto la lente di ingrandimento tutte le attività svolte sotto la presidenza Rossi. Nel documento vengono tirate in ballo cinque consulenze, forse non gradite, richieste a collaboratori fidati per un ammontare di 150.000 euro circa, quattro delle quali realizzate da esperti chiamati direttamente da Torino: Robiati, Di Polito, Varisotti e Vecchiotti. Nessuna irregolarità, sia ben chiaro, ma solo dei banali mugugni per le scelte di Rossi a discapito degli esperti locali, magari i soliti esperti, quelli che in anni e anni non sono riusciti a evitare il collasso del sistema rifiuti napoletano.
L’esistenza di una specie di congiura di palazzo contro il manager venuto da Torino, seppure non confermata, potrebbe non essere del tutto inverosimile, visto che la battaglia intrapresa con decisione da Raphael Rossi sotto il Vesuvio poteva definirsi a tutti gli effetti epocale. «Noi stiamo dalla parte di chi lavora per uscire dall’emergenza e delineare un nuovo piano» aveva dichiarato nei suoi primi giorni da presidente dell’Asia, «altri sono aggrappati al vecchio sistema di interessi e privilegi che in questi anni è cresciuto proprio grazie all’emergenza». È quindi ovvio che una simile rivoluzione abbia indispettito qualcuno, creando malumori a vari livelli.
Altro punto discutibile del dossier anti-Rossi è la presenza dell’ammontare delle spese sostenute dal Comune di Napoli nel suo breve periodo di presidenza: circa 2500 euro di stipendio, 2400 euro di rimborso spese non forfettario, il costo dell’affitto di una casa a Napoli e i viaggi di andata e ritorno a Torino. Tutte cifre che a ben vedere non fanno altro che confermare l’ottima scelta fatta da De Magistris a suo tempo. Quanti alti dirigenti di una società con 2400 dipendenti guadagnano di meno?
Insomma, il caso Rossi continua a rimanere alquanto incomprensibile anche per un napoletano simbolo della lotta all’illegalità come Roberto Saviano. «Mi sarei aspettato più chiarezza sulla sua sostituzione», ha scritto su Twitter l’autore di Gomorra. La frecciata all’amico De Magistris è chiara: «Sulla questione rifiuti a Napoli non ci si può permettere zone d’ombra».
 

Ciao 2011

Ultimo dell’anno. Questo 2011 e’ stato pessimo per la maggior parte del mondo ma, devo ammettere, non per me. E’ stato invece un anno che mi e’ sembrato molto lungo, nel quale ho fatto e scritto tante cose.
Giornalisticamente parlando tutto era iniziato il 3 gennaio alla rotonda di via Panoramica di Terzigno, per poi finire il 20 dicembre all’Auditorium Agnelli del Lingotto di Torino. Nel mezzo, grandi e piccoli viaggi, circa 100 articoli e innumerevoli emozioni. Ecco perche’ se dovessi provare a definire il 2011, direi che per me averlo vissuto da giornalista e’ stato un privilegio. Non ricordo dove ho letto che “se sei stato giornalista una volta lo sei per sempre”. Credo sia vero e credo che per me sarà proprio così, anche se un giorno questo privilegio dovesse finire.
Una parola in questo fine anno la meritano gli amici. Quelli persi (purtroppo), quelli persi (per fortuna), quelli di sempre e quelli trovati. E in ultimo, ma non ultimo, la famiglia. Ne abbiamo passate tante ma siamo ancora tutti qui, anzi siamo aumentati di numero con l’arrivo della piccola Sabina. Stasera quindi ci sarà proprio motivo di festeggiare. Domani si vedrà.
Buon anno a tutti voi.

Principio di incendio nell’impianto nucleare di Bosco Marengo (Ecoinchiesta)

Un principio di incendio, forse causato dal cattivo funzionamento di un macchinario,  ha interessato questa mattina l’impianto nucleare di Bosco Marengo, in provincia di Alessandria.
I tecnici dell’Arpa Piemonte stanno monitorando la situazione tramite analisi radiometriche che proseguiranno anche nelle prossime ore. I primi risultati saranno resi noti nel tardo pomeriggio di oggi.
L’impianto di Bosco Marengo è stato inaugurato nel 1973 per produrre gli elementi di combustibile per le centrali nucleari italiane ed estere. Nel 1987, con la chiusura del programma nucleare italiano, l’impianto è stato utilizzato soprattutto nei settori ceramici avanzati.
Da ormai sedici anni tutte le attività nucleari sono state fermate e dal 2005 il sito risulta in attesa di bonifica. Si calcola che nel 1995 fossero stoccate a Bosco Marengo circa 112 tonnellate di combustibile nucleare. Da allora si è provveduto a trasferire all’estero tutto il materiale potenzialmente pericoloso. L’ultimo trasporto è avvenuto nel novembre 2006, mentre nel 2008 è stato approvato dal Ministero dello Sviluppo Economico il decreto per lo smantellamento definitivo dell’impianto che in futuro ospiterà dei laboratori di analisi ambientale e radiologica.
Oltre a Bosco Marengo sono ancora nove i depositi di scorie radioattive sul territorio italiano (Saluggia, Roma, Trino, Ispra, Pavia, Caorso, Pisa, Latina, Garigliano, Trisaia e Palermo), nonostante la legge 386/2003 del governo Berlusconi prevedesse la realizzazione entro il 2008 di un deposito nazionale per lo stoccaggio dei rifiuti nucleari.  Un progetto finora mai realizzato.
Il Piemonte è la regione italiana che ospita la maggior quantità di rifiuti radioattivi,  4.606.126  GBq (unità di misura della radioattività), seguita da Campania (425.040), Basilicata (362.326), Lombardia ( 53.243), Toscana (14.503), Emilia romagna (1.773), Lazio (50.540), Puglia (238), Molise (46) e Sicilia (0,4).

null - Ecoinchiesta, 22/12/2011

“Lost the ship” e il mistero della Rigel

Ringrazio per questo articolo gli amici del quotidiano online Pagina.

C’è una nave, la Rigel, scomparsa nel nulla ventiquattro anni fa, e c’è un giornalista torinese che continua a seguirne le tracce sulla carta stampata e nel web. La Rigel non era una nave qualunque, ma una delle oltre ottanta imbarcazione affondate nel Mediterraneo in circostanze sospette tra il 1979 e il 2001. Le chiamano “navi dei veleni” e sono carrette del mare fatte inabissare dalla criminalità organizzata con la complicità di faccendieri senza scrupoli, governi e servizi segreti allo scopo di liberarsi di rifiuti tossici, chimici e radioattivi. Al caso della Rigel, un mercantile maltese affondato nel mar Ionio, è dedicato “Lost the ship” (http://losttheship.wordpress.com), sito fresco di browser, a metà tra un archivio storico e un’indagine giornalistica. Realizzato da Massimiliano Ferraro, collaboratore del mensile Narcomafie, “Lost the ship” nasce dall’idea di continuare sul web un’inchiesta pubblicata dalla nota rivista del Gruppo Abele, mettendo online ritagli di giornale, documenti, dossier, resoconti stenografici e video. La motonave Rigel partì dal porto di Marina di Carrara per non arrivare mai da nessuna parte. Scomparve il 21 settembre 1987 senza nemmeno lanciare un mayday, in una mattina di sole con il mare calmissimo. Nessuno si accorse del naufragio fino a quando una nave merci jugoslava non comunicò di aver recuperato diciotto naufraghi a circa venti miglia a est di Capo Spartivento, nel comune reggino di Brancaleone: l’equipaggio della Rigel. “Poche, sintetiche frasi per un nuovo giallo nelle acque del Mediterraneo”, scrisse tre giorni dopo La Stampa. Solo un articolo relegato in decima pagina per l’inizio di un mistero tuttora irrisolto. Nel 1995 una denuncia di Legambiente segnò l’inizio di un’indagine della magistratura di Reggio Calabria che portò ad un processo terminato con la condanna di alcune persone per affondamento doloso e truffa ai danni dell’assicurazione. Tuttavia, la verità giudiziaria non dissipò mai del tutto i dubbi sulla merce realmente trasportata dalla nave. Nel corso del dibattimento emerse infatti la presenza a bordo di un carico diverso da quello registrato: blocchi di cemento e polvere di marmo. Una zavorra per mandare a picco un’imbarcazione, ma anche un ottimo materiale per schermare le radiazioni. Per una strana coincidenza, un ingegnere impegnato nello studio di discutibili metodi di smaltimento dei rifiuti pericolosi nei fondali marini, segnalò l’affondamento della Rigel nella sua agenda personale, con un appunto richiamato dal nome del sito: “Lost the ship”, la nave è persa. Come se non bastasse, a rendere ancora più inquietante la vicenda della Rigel c’è la strana morte del capitano De Grazia, coraggioso e valido investigatore che stava occupandosi del caso. Il progetto “Lost the ship” è in continua evoluzione e cerca il contributo degli utenti del web per provare a far luce sulle molteplici sfaccettature di questo dimenticato enigma italiano, senza tralasciare l’intero fenomeno delle navi dei veleni.

Fonte: Pagina.to.it, 20/12/2011

Marchionne, senza crisi niente sfide (Pagina)

Sergio Marchionne
«Cosa mi aspetto stasera?». Il direttore Fiat che mi accompagna al Lingotto per l’incontro di fine anno di Sergio Marchionne e John Elkann con i dirigenti del Gruppo non ha dubbi: «Mi aspetto che Marchionne ci dica che abbiamo ottenuto dal sindacato tutto quello che potevamo ottenere e adesso ci mettiamo finalmente a fare nuove auto e non più solo restyling». Mentre attraversiamo Torino mi parla degli stabilimenti Fiat in Brasile, in Argentina e in India, dove «la situazione con i lavoratori è sempre tranquilla, mica come qui in Italia». Dalla borsa ventiquattrore esce un volantino della Fiom, «toh, leggi», e punta il dito sulla riga in cui il sindacato di Landini lamenta l’abolizione dei permessi per donare il sangue in seguito all’accordo di Pomigliano. «Ma non è vero, semplicemente vai a donare il sangue quando in azienda ci sono le disponibilità e non sempre il venerdì e il lunedì».
Al Centro Congressi del Lingotto una folla di dirigenti chiacchiera a gruppi. Ogni tanto passa qualcuno che tutti conoscono e tutti guardano. Uno dei top manager del gruppo che mi vengono presentati di volta in volta come «quello che dirige» questa o quella azienda. Il mondo dei dirigenti Fiat è costellato di “star” per lo più semi-sconosciute, anche se di fatto sono tutti riuniti per sentire Marchionne e solo Marchionne. Elkann, l’erede dell’Avvocato, è relegato al ruolo di comparsa. Ci vorrà tempo per far dissolvere nella mente di questi signori con i capelli grigi il ricordo della vecchia Fiat, quella del terzetto Agnelli-Romiti-Cantarella. Altri momenti, altre star. «L’emozione che ti dava sentir parlare loro, questi qui non te la danno», ammette il direttore con una punta di rammarico.
 È la prima volta che l’incontro di fine anno è allargato anche i dirigenti della Chrysler che sono collegati via streaming da Detroit. La famiglia industriale di cui fanno parte i dipendenti del Lingotto si è allargata ma non è chiaro se più verso il ramo italiano o verso quello americano, chi si ispira a chi, chi ha comprato chi. Il discorso di Sergio Marchionne è sembrato appunto voler rispondere a questi dubbi, fornendo un’immagine meno confusa della nuova Fiat-Chrysler come entità unica. Un Marchionne orgoglioso che parlando alla platea dell’Auditorium Giovanni Agnelli, ha voluto ricordare di aver rifondato un gruppo che nel 2004 era sull’orlo del fallimento. «Abbiamo portato la Fiat nel mondo», dice tra gli applausi. Lo scenario d’insieme è curioso ma ormai non molto inusuale: tremila persone in giacca e cravatta ascoltano un signore con un maglione blu che parla un po’ in italiano e un po’ in inglese con la stessa disinvoltura con cui sciorina citazioni di Eraclito, Martin Luter King e Hemingway.
Si trova in casa della Fiat ma nel discorso dell’amministratore delegato gli elogi vanno soprattutto alla Chrysler, «che non ha accettato il verdetto di condanna degli analisti finanziari ed è andata e tornata dall’inferno raggiungendo il traguardo dei 2 miliardi di dollari di utile operativo». Le difficoltà superate sono viste quindi come l’elemento di unione di due aziende lontane 7000 chilometri, «ma che non potrebbero essere più vicine per quello che hanno passato». Un’unione tuttavia ancora acerba che darà i suoi frutti migliori sul piano industriale nei prossimi anni, obiettivo che Marchionne spiega scomodando addirittura la figura di Winston Churchill. «Dopo la battaglia di El-Alamein, disse: “questa non è la fine, non è nemmeno l’inizio della fine, ma è forse la fine dell’inizio”».
John Elkann
Ma oltre le frasi d’effetto c’è l’allarmante presente della crisi economica mondiale da cui non si può sfuggire. Lo spettro di una nuova recessione negli Stati Uniti e la minaccia dei debiti sovrani in Europa sono le due grandi paure che si alimentano a vicenda tra le sponde dell’Atlantico. Ma mentre Chrysler macina utili e i mercati sudamericani tirano il fatturato del Gruppo al rialzo, la situazione europea presenta maggiori preoccupazioni. È quindi sulla crisi che Marchionne, il motivatore, sfodera il suo repertorio migliore: «La vera crisi è l’incompetenza», «senza crisi non ci sono sfide», «l’unica crisi è la tragedia di non voler lottare per superarla», e «come disse Einstein…».
Dalla sofferenza economica interna a Fiat si arriva a esaminare quella globale dove, dice l’A.D., «il divario tra ricchi e poveri è diventato un abisso». Per un attimo sembra di assistere ad uno sketch del Marchionne di Maurizio Crozza, mentre ricorda quando Valletta guadagnava solo venti volte più di un operaio mentre ora il divario è arrivato a quattrocento volte. «Non voglio che mi si ringrazi per questo», direbbe Crozza.
Sul maxi-schermo dell’Agnelli vengono trasmessi due filmati significativi. Il primo è la pubblicità usata negli Usa per il lancio della nuova Jeep Gran Cherokee nella quale si vanta l’orgoglio americano, il secondo è l’anteprima dello spot della nuova Panda in cui si vanta l’orgoglio italiano. L’uno sembra la parodia dell’altro, ma quando si riaccendono le luci in platea scrosciano gli applausi.
 

Marchionneland

Mancano poche ore all’incontro con Marchionne e Elkann al Lingotto.  Confesso di aver studiato poco ma spero di rimediare conversando con E., il dirigente che mi accompagnerà all’incontro. Abbiamo appuntamente alle 16 ma l’inizio della conferenza è alle 18.30, quindi avremo tutto il tempo di scambiare due chiacchiere su Pomigliano, sui conti della Fiat e sulla sua permanenza in Italia. E perché no, anche sulla nota simpatia di Marchionne… nel programma di Crozza! :-)

Incidente nave maltese in Bretagna, fuoriuscita di carburante in mare

Una nave da carico di 109 metri  battente bandiera maltese, la Tk Brema,  si è arenata nei pressi della costa bretone, non lontano dall’estuario del fiume Etel. Portati in salvo con l’eleicottero i 19 memebri dell’equipaggio.
Il cargo trasportava del combustibile quando, a causa della tempesta Joachim, si è verificata una fuga di combustibile. La nave si è fermata a circa 100 metri dalla spiaggia di Kerminihy e ha già rilasciato in acqua una chiazza di nafta lunga un chilomentro e larga  5 metri. I soccorritori sono all’opera per contenere la fuoriuscita che minaccia le spiagge vicine.


A quanto si apprende, la prefettura bretone ha dato ordine di vietare la  raccolta e il consumo di frutti di mare nelle aree direttamente esposte alle perdite della nave. I serbatori della Tk Brema contengono in tutto circa 220 tonnellate di carburante.
Marc Gander, portavoce della prefettura marittima della Atlantico, ha affermato che viste le condizioni dell’imbarcazione (lo scafo sembra essere danneggiato) si sta pensando a una demolizione sul posto.  ”Una volta svuotati i serbatoi, devono essere ripetute le osservazioni per vedere se la nave deve essere decostruita o trainata” ha aggiunto. In caso di una demolizione l’operazione potrebbe richiedere diverse settimane o mesi.

Ecoinchiesta, 17/12/2011 - redazione/mf

Ecuador: oro nero e povertà

Esmeraldas. Un nome che sembra evocare un paradiso bagnato dai Mari del Sud. Eppure questa città dell’Ecuador, situata sulle sponde dell’Oceano Pacifico, è tutt’altro che un luogo di vitia ideale.
A Esmeraldas il 77% della popolazione vive in stato di povertà. Un bambino su 3 è denutrito e il 38% dei minori al di sopra dei 5 anni è costretto a lavorare. Il sistema educativo risulta essere insufficiente, tanto che solo il 18% della popolazione accede all’istruzione superiore e l’assistenza sanitaria pubblica non è affidabile. Povertà dilagante e la criminalità sono fattori costanti insieme ai problemi ambientali. 


La città è situata infatti nei pressi di impianti off-shore, motivo per cui le spiagge sono spesso inquinate da scarichi di greggio; vi si trova inoltre una grande raffineria di petrolio, che certo non contribuisce a dare al posto un’immagine accogliente.
Settantamila barili di greggio vengono estratti, raffinati e poi venduti dalla compagnia petrolifera Petroecuador. L’oro nero sfiora la vita degli esmeraldeñi, ma senza modificarla: solo il 30% di chi lavora nella raffineria abita in città, molto spesso ricoprendo le mansioni più basse.
Ciò che invece rimane è l’inquinamento delle acque e dell’aria provocato dalla raffineria.


Come se tutto questo non bastasse, appena fuori dal centro abitato di Esmeraldas, che veniva considerata la “provincia verde” dell’Ecuador, si è consentito alla società nipponica EucoPacifico la piantagione di duemila ettari di eucalipto, albero totalmente estraneo all’ecosistema locale e destinato a prosciugare il terreno in pochissimi anni.

null- Ecoinchiesta, 16/12/2011

Ma Le Vallette non sono il Bronx (Pagina)

Forse sarebbe potuto succedere ovunque, perché l’idiozia e il pregiudizio non abitano stabilmente in nessun posto. Ma purtroppo, il vergognoso incendio appiccato sabato sera in un campo rom, è accaduto proprio alle Vallette, estrema periferia di Torino. Un posto che sembra un po’ Varsavia e un po’ Londra nord. Un quartiere che dopo decenni di degrado fatica ancora a scrollarsi di dosso la fama di piccolo “Bronx” torinese. Una fama immeritata, superata, ma che è pronta ad appiccicarsi nuovamente addosso ai residenti delle Vallette non appena capitano episodi come quello di sabato.
A scatenare l’odio contro il “diverso” è bastato il racconto sconclusionato di una quindicenne, che la scorsa settimana aveva accusato due stranieri di averla violentata: «Sono stati due zingari». Così una fiaccolata pacifica per chiedere più sicurezza nel quartiere si è trasformata in una terribile rappresaglia, quando circa trenta persone si sono staccate dal corteo raggiungendo l’accampamento dei rom, nei pressi della cascina Continassa, e hanno dato fuoco a tutto.
Forse sarebbe potuto succedere ovunque, ma solo alle Vallette coesistono un carcere, un campo nomadi e un parcheggio per giostrai. Una convivenza forzata resa ancora più difficile dal malessere diffuso di questi tempi, e che in casi come questo l’ignoranza e la brutalità di pochi possono facilmente manipolare. Basta uno sgarro a un abitante italiano per trasformare le occhiatacce scambiate di sfuggita nei bar in vili atti di barbarie. Un rischio tanto ignorato dall’amministrazione cittadina, quanto palese per chi alle Vallette ci vive.
Ad alcuni abitanti è bastato leggere il volantino con un invito sinistro a «ripulire la Continassa» messo nelle buche delle lettere poche ore prima della fiaccolata, per andare ad avvertire i rom di ciò che sarebbe accaduto. Un’accortezza che ha evitato a Torino, la città che in questi anni si è distinta per tolleranza e capacità di integrazione, di portare per sempre il peso di una orribile tragedia e che conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che Le Vallette non è il Bronx. Non è il posto pericoloso descritto da quei giornalisti che chiamando il quartiere «La Valletta» dimostrano che dalle parti di corso Molise e Magnolie non ci sono mai stati. È un peccato, perché al posto dei bassifondi newyorkesi, vedrebbero un rione con palazzi decorosi e bassi caseggiati di mattoni rossi circondati da gradevoli giardini. Non il paradiso, si intende, ma nemmeno l’inferno periferico che si cerca ostinatamente di rievocare.
Ciò che invece oggi alle Vallette non si vede è la vergogna di tanti cittadini per bene nell’essere identificati con un piccolo branco di vili criminali. Quelli che hanno dato fuoco al campo rom proprio mentre si diffondeva la notizia che non c’era mai stata nessuna violenza, che la ragazzina si era inventata tutto per vergogna che i genitori venissero a scoprire la sua relazione con un ragazzo più grande.
Per l’incendio della Continassa sono già finite in carcere due persone, mentre sull’identità di tutti gli altri è in corso un’indagine. Le modalità del raid punitivo fanno pensare agli inquirenti che si tratti di soggetti abituati alle risse e agli scontri, come alcuni ultras della Juventus che vivono nel quartiere. Per ora sono solo ipotesi, ma non sarebbe la prima volta che le bandiere con le croci celtiche che si vedono ogni domenica nelle curve degli stadi italiani vengano sventolate da individui dediti a episodi di razzismo.
Comunque sia, il “colpo di scena” della violenza inventata ha rivelato drammaticamente quanto poco ci voglia per incrinare quella parvenza di normalità, quell’equilibrio faticosamente raggiunto in questa parte un po’ sfortunata di città.
Quest’anno il quartiere Vallette festeggia i suoi primi cinquant’anni. È una zona ancora “giovane”, che proprio come il più turbolento degli scolari è condannata a dover dimostrare di essere non solo uguale al resto della città, ma addirittura migliore. Altrimenti c’è il rischio che la poco desiderabile fama di borgata problematica ritorni. Perché forse è vero che un gesto vile e deprecabile come quello di sabato sarebbe potuto succedere ovunque, ma nell’immaginario di tanti, “ovunque” non è Le Vallette.