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a Juve infatti è la città di Torino, è la famiglia Agnelli, è il genio italiano che impediva al capitalismo più ricco e potente di diventare arrogante e meschino, è il campione fuori dagli schemi, è la valorizzazione di tutto ciò che non è scontato, è la distrazione colta e di talento, è l’unità d’Italia, sono gli emigranti meridionali che solo il pallone rendeva aggraziati e ben fatti, goffi nella vita ma bellissimi in campo, uomini generosi che per conquistarsi il diritto di esserci carezzavano la palla e usavano i piedi come due mani di pianista. »
Stasera torna a giocarsi il derby di Torino. Era qualche anno che non si disputava più ed un pò devo dire che mi è mancato.
Il derby…. La prima volta che ho capito davvero cos’era avevo circa 7 anni. Non è successo allo stadio nè in tv ma ai giardinetti pubblici, una sera di maggio del 1988. Quella sera c’era un derby, un derby europeo per il passaggio del turno in coppa Uefa e a Torino non si parlava d’altro.
Alle 18 mentre i giocatori delle due squadre facevano il loro ingresso in pullman allo stadio Comunale (non ancora Olimpico) di via Filadelfia, a pochi chilometri da lì su un prato polveroso si affrontavano due squadrette che portavano le stesse maglie:
Da un lato la formazione di Antonio, bulletto biondiccio con la casacca granata dell’austriaco Polster e la scritta ”Sweda”, dall’altro la mia: bambino ricciolino con i capelli lunghetti e la maglietta bianconera con sulle spalle il numero 10. Un numero che per me era rimasto solo quello della maglia di Michel Platini, anche se non giocava più.
La prima cosa che ho pensato vedendo ad Anotnio quella maglia bordeaux è stata: “Mamma mia quanto è brutta!”. Giuro, è stato il mio primo pensiero. D’altra parte a casa mia non c’era mai stato molto da discutere, tutti juventini tranne mio zio Turi ed io fin da tenera età avevo sempre denotato una forma allergica a tutte le tonalità di bordeaux.
-Campo o palla?-
Noi juventini scegliemmo il campo. Scelta tattica. Dopo una breve consultazione il piccolo Alessandro che era in porta ci fece notare che così facendo avremmo avuto a favore una lieve pendenza.
Il pallone cominciò a rotolare da una parte all’altra: 1-0 per loro, 1 pari, 1-2 per noi, 2 pari…..3-3….4-4…5-5…6-6… e così via secondo il rituale delle partitelle di pallone in cui si ottenevano sempre punteggi tennistici.
Ma bastò poco per farci capire che quella non era una partitella come le altre. Non tanto per il piccolo pubblico che aspettando con trepidazione la partita della sera si consolava con quella brutta copia, nè per il sangue che grondava dalle nostre ginocchia una volta arrivati all’8-8. C’era qualcosa di diverso nel vedere Antonio e gli altri con quei colori avversi, qualcosa che ci sponava a dare il meglio di noi. Non ricordo esattamente quando, ma questo “meglio” si tradusse accidentalmente in una mega rissa: sul campetto volavano botte da orbi! La palla? E chi la cercava più, ormai si giocava sulle gambe dell’avversaio ben attenti a non finire falciati noi stessi.
Alla fine dovettero intervenire le nostre madri, sospendendo una partita che altrimenti sisarebbe continuata con tutta probabilità fino alle Molinette…
Uscendo dal giardino ci scambiammo occhiate furenti.
- Stavolta vi è andata bene ma stasera….-
Alla sera eravamo tutti davanti alla tv che trasmetteva il derby. I mie ricordi sbiaditi rammentano una gara combattutissima finita 0-0 e proseguita ai tempi supplementari fino alla lotteria dei calci di rigore.
Trattenedo il fiato osservavo Stefano Tacconi concentrarsi. Poi successe qualcosa di insolto: il rigorista granata era pronto a tirare quando il nostro portiere richiamò l’attenzione dell’arbitro, non ricordo perchè. Nei secondi successivi Tacconi camminò lentamente dal un palo all’altro fermandosi a sbattere i tacchetti sul ognuno dei due legni. La cosa evidentemente deconcentrò il granata che infatti sbagliò il rigore.
Un grande boato di gioia accolse quell’errore.
Ultimo rigore: un gol della Juve avrebbe voluto dire il passaggio del turno. Tira Ian Rush, il gallese pippone che avrebbe dovuto sostituire Platini… In quella stagione non ne aveva azzeccata una e la paura che buttasse la palla fuori era enorme.
Le telecamere inquadrarono il volto inespressivo del gallese mentre guardava sotto i suoi baffi neri il portiere granata prepararsi. Il tiro partì. Non fu un rigore irresistibile ma la palla entrò ugualmente in rete. Avevamo vinto.
Ecco perchè quando perso al derby della Mole mi viene in mente quella sera e la mia maglietta bianconera con sulle spalle il 10 di Platini.
E’ ancora piegata in una cassetto. La conservo come una reliquia.
Tag: torino, juventus, derby della mole, ian rush, platini
Settembre 30, 2007 alle 4:06 pm |
Wow…speriamo vada bene pure stasera!!
Settembre 30, 2007 alle 6:52 pm |
Buona fortuna per stasera!
Settembre 30, 2007 alle 6:59 pm |
Da viola convinto non solidarizzo mai con te quando parli della Juventus… Ci vediamo domenica prossima