[ Questo racconto è stato ispirato ad una lettera che ho scritto al cantautore romano Sergio Caputo qualche tempo fa ]
“Fuori si fa sera /
che cosa c’è di strano?”
Forse non c’era davvero niente di strano. Però la sera del 1989 in cui Sergio Caputo salì sul palco del Festival di Sanremo me la ricordo benissimo. Sarà perché i momenti in cui arrivi a capire qualcosa di importante di te stesso ti rimangono quasi sempre impressi. Stampati nella mente, come un vecchio giornale da mettere in un cassetto e da rileggere all’occorrenza, tanto per dire: “ecco, così è cominciato tutto…”.
Caputo, in quel turbolento finire di anni ottanta tra muri che cadevano e prodezze di Maradona, era un ragazzo di poco più di vent’anni. Un artista particolare e non troppo conosciuto. In gara tra i “big” del festival grazie al successo ottenuto qualche anno prima con “Sabato italiano”. Successo, per altro, mai più ripetuto. Aveva una una chitarra verde metallizzata e cantava una canzone un po’ strana, dove le fiammate improvvise di sax si fondevano simpaticamente con delle rime grottesche. Si intitolava, “Rifarsi una vita”.
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Febbraio 25, 2008 alle 12:50 pm |
Carissimo Massim, leggo ora questo tuo post su Sergio Caputo. Ebbene, io che sono amante per lo più di musica straniera, ho sempre avuto tra i miei pochi artisti italiani (De Gregori, Pino Daniele – non quello di oggi – Fabrizio De Andrè – Rino Gaetano e pochi altri) preferiti Sergio Caputo, grande amico di Rino Gaetano, con il quale ha condiviso diverse serate in giro per i locali notturni, come racconta lui stesso nella sua canzone “io e Rino”. Mi vanto di esserlo andato a vedere ed ascoltare qui a Roma, insieme a mio fratello, ormai saranno 15/16 anni fa o forse di più. Ricordo che pochi giorni prima era stato fermato per possesso di marijuana, e quando, durante il concerto un fan tra il pubblico in prima fila gli porse una canna, lui rispose ridendo: ” Non posso…tu mi fai passare un guaio”! Quel suo swing innato, quel suo affrontare le situazioni della vita alla Fred Buscaglione, con autoironia, con classe, con una drammaticità divertente è di un’originalità incredibile. I fiati che riempivano i suoi pezzi mi facevano impazzire, e quando lo ascoltavo mi sentivo allegro, anche in momenti non proprio facili. Pensa che avevo tutti i suoi dischi in “musicassette”!!!
Febbraio 25, 2008 alle 7:22 pm |
Un grande Danny, un grande
E in America vende un sacco di dischi!