Prima del clamore suscitato nel 2006 dall’omicidio di Anna Politovskaja, la maggioranza dell’opinione pubblica
italiana conosceva ben poco delle intimidazioni subite dai giornalisti nella Federazione Russa e nei Paesi satelliti di Mosca. Eppure già due anni prima, nella spesso dimenticata Bielorussia, un’altra giornalista aveva pagato con la vita i suoi sforzi per la ricerca di verità scomode al potere. Il suo nome era Veronika Cherkasova, quarantacinque anni, capelli neri e lineamenti tipici di molte donne dell’Europa orientale.
La storia pressoché sconosciuta del suo atroce assassinio ha inizio a Minsk, la capitale dello Stato, la mattina del 20 ottobre del 2004. Una bella mattinata di sole autunnale. Tuttavia, nonostante quella danza di luce e colori riflessi sullo scorrere monotono del fiume Svislac, il clima politico del Paese non era mai stato così cupo come in quei giorni. Nell’aria ristagnava ancora l’eco sinistra dell’ultimo discorso televisivo pronunciato da presidente Aleksandr Lukashenko il 7 settembre, in cui si annunciava un referendum per eliminare i limiti dei termini presidenziali, spianando di fatto la strada a quella che ancora oggi è definita l’ultima dittatura d’Europa. Il 17 ottobre la Costituzione era stata così modificata con l’80% di voti favorevoli, nonostante la denuncia da parte dell’OCSE di numerose violazioni del libero diritto al voto e lo sdegno di Washington: “la campagna per il referendum e le relative votazioni si sono svolte in un clima di violenza e paura”.
Alle 9.15 di quella mattina, Veronika aveva ricevuto una telefonata da suo figlio Anton, quindici anni, che trovandosi nei pressi di parco Sievastopalski le chiedeva indicazioni su alcuni prodotti informatici da acquistare prima del suo ingresso a scuola, alle 10.05.
Un’ora e cinque minuti più tardi, Veronika Cherkasova, cronista del giornale di opposizione Salidarnasc, veniva trovata senza vita nel suo bilocale di Niekrasau Street, uccisa con quarantatré coltellate, la maggior parte delle quali sferrate alla gola con un coltello preso dalla cucina dell’appartamento. Le indagini, veloci e superficiali condotte della polizia bielorussa, individuavano in Anton il presunto colpevole dell’atroce delitto. Ma che nella dinamica di quell’omicidio ci fosse qualcosa di anomalo, non era difficile da intuire per chiunque conoscesse i metodi repressivi del regime bielorusso nei confronti dell’informazione di opposizione. Il giornalista infatti è un mestiere pericoloso in un paese dove il servizio segreto del regime si chiama ancora KGB. Una sorte infelice era già toccata al cronista Anatol Maisenya, morto nel 1996 in un sospetto incidente stradale, e a Dzmitry Zavadki, ex cameramen personale del presidente, imprigionato per le sue rivelazioni e poi misteriosamente scomparso nel nulla nel 2000.
Nel delitto di Veronika Cherkasova la prima stranezza balzata immediatamente agli occhi di tutti era stata proprio la stessa identità della vittima: una giornalista investigativa brava e testarda che si era messa in luce firmando alcuni articoli fortemente critici nei confronti di Lukashenko, definito come un “presidente Dandy”. In particolare si era occupata del commercio illegale di armi tra la Bielorussia e l’Iraq di Saddam Hussein, che lei stessa aveva visitato nel 2002. Il fatto che nell’appartamento della vittima non mancassero né soldi né gioielli, ma soltanto le fotografie e alcuni documenti relativi a quel viaggio, aveva indirizzato le indagini della stampa indipendente verso l’ipotesi di un omicidio politico. In un articolo di Sergei Satsuk, giornalista del Belorusskaya Delovaya Gazeta, furono ad esempio messe in luce alcune importanti prove che i pubblici ministeri scelsero per molto tempo di ignorare. In primo luogo, l’arma del delitto indicata dagli investigatori, risultava sbagliata. Non un coltello da cucina, ma una lama portata dall’assassino aveva sferrato il colpo mortale alla giornalista. Solo dopo la morte della Cherkasova, il carnefice aveva infierito sul suo corpo con il coltello trovato in cucina per depistare le indagini. Probabilmente tutta opera di un killer professionista.
Parallelamente, la tesi della polizia bielorussa cercò in tutti i modi di far confessare al quindicenne Anton un omicidio mai commesso. Satsuk trovò le prove anche di questo: un’antenna GSM vicina a parco Sievastopalski aveva registrato la telefonata intercorsa tra Anton e sua madre proprio alle 9.15, trentacinque minuti prima della sua presunta morte. Tenuto conto della provata presenza del ragazzo a scuola all’inizio della lezione delle 10.05, è risultato impossibile sostenere che egli si trovasse a casa di sua madre all’ora del delitto. Oltre a ciò, nonostante l’appartamento di Veronika fosse completamente imbrattato di sangue, il vestiario del figlio risultava essere perfettamente pulito, cosa del tutto improbabile se fosse stato lui stesso a sferrare quel gran numero di fendenti.
Ma allora chi e perché aveva avuto interesse ad uccidere la giornalista del Salidarnasc? E soprattutto perché mai gli inquirenti avevano cercato in tutti i modi di pilotare l’indagine verso un improbabile omicidio familiare?
Una spiegazione plausibile potrebbe venire dal fatto che pochi mesi prima della sua morte, la Cherkasova aveva riallacciato i contatti con un dirigente di una importante banca bielorussa conosciuto in Iraq, una persona informata sulla presunta vendita illegale di armi a Saddam Hussein. La giornalista sarebbe stata così eliminata per evitare che le informazioni in suo possesso potessero danneggiare degli importanti gruppi imprenditoriali vicini al regime di Lukashenko.
Nonostante la mole di prove tralasciate dall’accusa, l’11 aprile 2006 l’indagine sull’omicidio di Veronika Cherkasova veniva definitivamente archiviata come caso irrisolto. In quella data il mondo conosceva già la triste vicenda della più nota Anna Politovskaja, ignorando per lo più le somiglianze con l’assassinio di Minsk, come un ripetersi di un copione già visto: giornalisti schierati apertamente contro un regime vengono uccisi brutalmente e le indagini per scoprire mandanti ed esecutori finiscono nel nulla. Ma come più volte ricordato dalla persone a lei vicine, ciò che distingue il caso Veronika Cherkasova è l’ostinata persecuzione senza precedenti ai membri della sua famiglia. Un messaggio di terrore inviato indirettamente a tutti i giornalisti che in Bielorussia continuano a battersi per una informazione libera e che da allora hanno dovuto temere non solo per la loro vita ma anche per la sicurezza dei propri cari.
Archiviazioni mensili: gennaio 2010
Transnistria: la vicina Tortuga ignorata da Bruxelles
La Transnistria non c’è.
Si può provare a cercare il nome di questo piccolo paese sui più dettagliati atlanti e sulle mapppe della regione del Mar Nero, ma niente, non c’è.
Eppure A., un tizio losco con un passato da contrabbandiere, sostiene che sul fianco destro della Repubblica di Moldavia, dalle rive del fiume Dnestr fino ai confini con l’Ucraina, esiste fin dagli inizi degli anni’90 una sottile striscia di terra, che si considera a tutti gli effetti una nazione sovrana: settecentomila persone vivono in uno Stato non riconosciuto da nessuna nazione del mondo, ma che ha un proprio governo, una propria moneta, un proprio esercito, un proprio modo di vedere il mondo. Una visione miope, che non ha mai superato il crollo dell’Unione Sovietica, che lì in Transnistria sembra non essersi mai disciolta.
“Coma mai ti interessa sapere di quel postaccio?” mi domanda A., non nascondendo un po’ di stupore prima di mostrarmi, così come si farebbe con un ottimo curriculum, gli articoli di giornale in cui il suo nome compare citato in alcune operazioni di polizia contro dei traffici internazionali illeciti. In pochi parlano con piacere di questo staterello ribelle, ecco perché ho deciso di parlare con lui che a Tiraspol, la capitale fantoccio della Transnistria, dice di essere stato di casa.
Con una breve cronistoria, A. mi racconta di come la Repubblica che non c’è abbia conquistato l’indipendenza dalla Moldavia nel 1992. “Conquistata” tiene a precisare “perché c’è stata una guerra lungo le rive del Dnestr”.
Un conflitto breve ma cruento. Centoquarantuno giorni di combattimenti, cominciati a marzo del ’92, all’indomani della rivendicazione di sovranità della Moldavia dall’Urss. Da una parte i soldati moldavi, dall’altra i separatisti transnistriani appoggiati dai duemila uomini della XIV Armata Rossa, che per motivi strategici non aveva alcuna intenzione di mollare la presa su Tiraspol. L’esercito moldavo era rimasto così facilmente schiacciato, respinto ad ovest del Dnestr, lasciando sul campo oltre settecento morti.
Poco importava che la comunità internazionale ignorasse questa spinosa questione: era nata la Repubblica Moldava di Transnistria. Uno stato comunista con le statue dei padri sovietici e le bandiere con la falce e il martello. “Comunista per modo di dire, si capisce”. La retorica sovietica serve a tenere buone le masse e legittimare il potere di una dittatura repressiva.
A. mi mostra la foto di un tizio con capelli e barba bianchi, che assomiglia vagamente a Sean Connery. È Igor Smirnov, il presidente-dittatore, ex gerarca alla nomenclatura di Mosca: “è lui che comanda in Transnistria”. Dal 1992 ha accolto e riciclato come ministri e alti funzionari del suo regno alcuni criminali internazionali e molti ex membri del KGB. È il caso del generale Vladimir Antyufeyev, attuale ministro della Sicurezza, accusato di un drammatico tentativo di colpo di stato nel 1991 in Lettonia, finito in un bagno di sangue.
Insieme a loro e con l’appoggio della Russia, Smirnov ha creato una sorta di zona franca, un discount del contrabbando internazionale non distante dai confini dell’Unione Europea. Mentre la maggior parte dei suoi abitanti vive di stenti, con pensioni minime che non arrivano a 50 euro, pochissime aziende controllano tutti i settori economici del Paese. Tra queste solo una, la Sheriff, è autorizzata ad utilizzare una moneta diversa dal Rublo della Transnistria. Petrolio, supermercati, telefonia, televisione e perfino la più forte squadra di calcio del paese sono controllati dalla Sheriff. Per non parlare della presunta vendita di armamenti e droga che secondo l’Interpol vengono mischiate alle merci.
Domando ad A. se Smirnov c’entra qualcosa con la Sheriff. Lui si limita ad un mezzo sorriso, “la Transnistria è come la Tortuga, una terra di pirati, un paradiso dei trafficanti di armi”.
Le armi in fondo, a Tiraspol e dintorni non sono mai mancate. Qui era custodito il più importante arsenale dell’Unione Sovietica che comprendeva, tra l’altro, ventiquattro micidiali razzi Alazan con testate ad isotopi radioattivi. Razzi di imprecisione, molto pericolosi. Dopo che nel 2005 un reporter del Times ne aveva scoperto l’esistenza durante un’inchiesta, i missili sono stati costantemente monitorati dai satelliti. Ad ottobre del 2009 si è scoperto che ce n’erano dieci in meno. Sono stati sparati o più probabilmente venduti a qualche gruppo terrorista, trattato in Transnistria come un ottimo cliente.
Qualche foto scattata in segreto da A. per le strade di Tiraspol mi mostra un paese congelato. Non tanto dal freddo, sempre implacabile a quelle latitudini, ma congelato nel tempo. C’è ancora Lenin, in posa davanti al palazzo del Soviet Supremo ed il carro armato che ricorda la grande vittoria sulla Moldavia. Ci sono tanti palazzoni popolari tutti uguali, tirati su in tutto il blocco dell’Est all’epoca di Kruscev, sui quali svettano le insegne dell’immancabile e misteriosa Sheriff. Così come sono rimasti di guardia i soldati della XIV Armata che la Russia ha ereditato dall’Urss e che ha promesso più volte di ritirare da quel territorio.
Oggi, a diciotto anni dalla sua nascita, questo ultimo scampolo delle quindici Repubbliche Sovietiche, è ancora lì. Elezioni farsa hanno sempre riconfermato Smirnov alla guida del governo con percentuali grottesche, il culto della personalità di stampo stalinista diventa determinante nella propaganda del regime. Lo stesso che nei comunicati ufficiali si prende beffa dei rapporti di Freedom House che da anni denuncia la mancanza dei più elementari diritti di libertà. “Smirnov ripete spesso che non è colpa del governo se l’opposizione non è mai stata capace di radunarsi nelle piazze come in occidente”, ma secondo A., la difficoltà di una reale protesta sta nel fatto che l’opposizione al regime non esiste. Basta il minimo cenno di dissenso per essere accusati di spionaggio e fare una brutta fine. Così la gente affoga la disperazione per gli anni di immobilismo internazionale nelle immancabili bottiglie di vodka nazionale Kvint.
Inutili sono stati finora i tentativi della Moldavia di rivendicarne la sovranità su questi, inutili le decennali trattative dei mediatori dell’OCSE. “Così fa ancora comodo a Putin e Medvedev”. La Transnistria, che c’è ma non c’è, in fin dei conti è un’invenzione loro. Un’anomalia che a prima vista sembra senza senso, ma che in realtà rappresenta per la Russia un asso nella manica da giocare sullo scacchiere internazionale, una carta da calare sul tavolo, qualora l’Ucraina decidesse di avvicinarsi troppo al blocco occidentale. Per Bruxelles, che finora continua ad ignorare l’esistenza del problema, appagata dai contratti di fornitura di gas russo, questa piccola Tortuga rischia di diventare ben presto una bella gatta da pelare. Come si potrebbe giustificare la presenza di soldati stranieri in territorio europeo nel caso di ingresso nell’Unione della Moldavia?
Ultimamente Mosca ha anche stanziato 120 milioni di dollari destinati alla Transnistria. Ufficialmente si tratta di aiuti umanitari offerti da un Paese amico, che però si guarda bene dal riconoscere ufficialmente l’esistenza della piccola repubblica fantasma. Gli basta mantenere il suo esercito nella regione e poter mostrare i muscoli agli occidentali.
Il Mar Nero non è distante e da lì forse la Transnistria sembra proprio la Tortuga.
Tracollo Juve, Ferrara ancora K.O.

Nel pugilato, uno sport molto diverso dal calcio, dove l’orgoglio è spesso espresso a livelli smisurati, ci sono delle regole rigide che tutelano i combattenti. Anche da loro stessi. Ad esempio, se uno dei pugili è gravemente ferito o non è in grado di continuare il match, l’arbitro sospende l’incontro indipendentemente dalla sua volontà. Questo avviene perché, molti boxeur, si farebbero ammazzare prima di gettare la spugna da soli.
Nel calcio, che non è il pugilato, il compito di sospendere un “massacro” è solitamente delegato ai dirigenti delle società. Sono loro ad avere il dovere di intervenire per evitare che un allenatore o un giocatore porti l’intera squadra verso il suo personale baratro.
Nella Juventus questo naturale ingranaggio sembra essersi inceppato. Già prima dell’inizio della partita con la Roma, Roberto Bettega metteva le mani avanti sul futuro di Ciro Ferrara, qualunque fosse stato il risultato della gara. Il neo vice-Direttore Generale ci ha messo la faccia, ma le sembienze vere di questa ostinata, disperata e cieca testardaggine hanno nella realtà un nome ed un cognome: quello Jean Claude Blanc. E’ sua la responsabilità se ieri sera siamo andati allo stadio, o ci siamo messi a guardare in tv Juventus-Roma, sicuri che nulla di positivo avrebbe potuto sorprenderci. Di questa Juventus d’altra parte, abbiamo già visto tutto, così una sensazione di déjà vù ci ha ccompagnarci per tutto il soporifero primo tempo della gara. Quarantacinque minuti con poche azioni mal organizzate, una noia mortale.
Nella ripresa qualcosa era sembrato sbloccarsi con il gol in diagonale dell’inesauribile Alessandro Del Piero. Un lampo di magia che riscaldava i cuori gelidi degli juventini presenti all’Olimpico a -6 sotto zero, il solito colpo del fuoriclasse che tiene in piedi la baracca per un po’. Poi, ecco arrivare quello che già alla vigilia sembrava l’ineluttabile destino di questa annata disgraziata: il finale da incubo.
Totti segnava il calcio di rigore concesso in seguito all’atterramento di Taddei da parte di un Fabio Grosso da incriminazione. Noi tifosi abbiamo così dovuto sorbirci uno degli ”zitti” der Pupone prima di zittirci da soli pochi minuti più tardi, quando Buffon si immolava per una causa persa falciando alla disperata quel rosso malpelo di Riise, diretto in porta. Espulsione. Dentro Manninger senza nemmeno il tempo di scaldarsi un po’, fuori Del Piero. Ecco arrivare così l’ennesima scelta incomprensibile di Ciro Ferrara, forse quella della resa finale: tenere in campo un Amauri senza nulla da dire, per poi tornare sui suoi passi dieci minuti più tardi sostituendolo con Paolucci.
Il calcio non è la boxe, ma che la Juve a questo punto fosse alle corde non era difficile da capire. Lo percepiva anche il pubblico dell’Olimpico, ancora diviso tra la speranza che i bianconeri riuscissero a portare in salvo il loro punticino e quella solita, odiosa sensazione di déjà vù. Il cattivo pensiero che metteva i brividi anche a pochi minuti dalla fine e che si materializzava fatalmente nel corso del recupero.
Questa volta Grosso scompariva lettralmente dalla fascia, permettendo alla Roma il cross decisivo, quello che finiva proprio sulla testa di Riise. Il norvegese saltava indisturbato e insaccava il pallone alle spalle di Manninger, ancora da sbrinare…
La partita finiva così, nell’esultanza dei giocatori della Roma. Nell’esultanza i cronisti norvegesi dell‘Aftenposten e del Norway Post: “Rise affonda la Juve!”. Soprattutto, nell’esultanza di Ranieri, che lasciava il suo ex stadio come uno spietato vendicatore.
Sulle gradinate ghiacciate rimanevano invece i pochi tifosi juventini che fino alla fine hanno preteso di farsi del male, magari domandandosi, con l’ultimo Borghetti in mano, se anche quell’ennesimo scempio rientrasse nei piani del misterioso Progetto del signor Blanc.
M. F. - Juventus Blogger’s Corner
Juve: la Nuova Triade divisa tra immobilismo e pragmatismo
La scelta della Nuova Triade è stata chiara: Ferrara resta.
Inutili le speranze dei poveri illusi che, dopo la sconfitta di Verona, confidavano ancora una volta in Roberto Bettega per liberarsi di un allenatore ormai vicino alla soglia dell’incapacità di intendere e volere.
Con ancora negli occhi le immagini di una delle peggiori Juventus di tutti i tempi Bobby-Gol, l’uomo di poche parole, è stato l’unico a parlare. Ha confermato la fiducia al tecnico napolenano, rispondendogli a distanza che no, il problema della Juve non è lui.
Qual’è allora? Per ora rimane il mistero.
Quando va bene la Società sembra prigioniera del suo immobilismo assassino. Quando va male si rende ancora più palese, come nel caso dell’arrivo di Paolucci, la netta inferiorità economica che separa le vere pretendenti al titolo dalla Vecchia Signora post-Calciopoli.
Emerge così, dalle malelingue che certo non mancano in questi giorni attorno a corso Galileo Ferraris, il calcolo spietato tra costi/benefici che per ora ha fatto incagliare la trattativa con Guss Hiddink: troppi quei dieici milioni di euro per una stagione ormai in buona parte compromessa.
Quanto questo pragmatico ragionamento abbia potuto influenzare la decisione del cuore-bianconero Bettega di continuare a puntare sul “dilettante” Ferrara, non è facile da scoprire. Quanto invece tutto ciò possa essere stato ispirato da altri membri della Triade, si può intuire.
Ma la rivoluzione è ormai nell’aria. Voci più sussurrate che gridate parlano di Andrea Agnelli in arrivo ai vertici societari, mentre in caso di ulteriori sfaceli con la Roma in casa, Blanc e compari sembrano pronti a ripiegare sulle note soluzioni a buon mercato: Zoff o Gentile.
L’unica buona notizia di queste ore riguarda l’eliminazione del Mali dalla Coppa D’Africa. Evento senza dubbio secondario se non fosse che ciò comporta il rietro a Torino di Sissoko.
Un po’ di respiro per i centrocampo bianconero si troverebbe anche con l’arrivo di Antonio Candreva, in prestito al Livorno dall’Udinese. Il Direttore Generale dei friulani Gasparin ha confermato poco fa la trattativa in corso, aggiungendo però che “nulla è concluso”.
Dopo l’incredibile retromarcia nella manovra per riportare in bianconero Lanzafame, per gli juventini non è facile dormire sogni tranquilli in questi ultimi sprazzi di mercato invernale.
M.F. – Juventus Blogger’s Corner
