Era il 21 novembre del 2004, in diretta da Kiev le immagini di una piazza Maidan strapiena di sciarpe e nastri
arancioni mostrarono al mondo che in epoca moderna i metodi per realizzare una rivoluzione erano cambiati. Non più guerriglia alla Che Guevara, archiviati anche i carri armati nelle strade dei Colonnelli greci, in Ucraina la rivoluzione partiva grazie ad un semplice colore: l’arancione. Così le migliaia di persone, richiamate nel centro della capitale ucraina dallo sfidante filo-europeista alla presidenza Viktor Juscenko, dimostrando pacificamente il proprio dissenso, chiesero ed ottennero la ripetizione delle elezioni presidenziali a causa dei palesi brogli elettorali a favore di Viktor Janukovic, candidato molto gradito alla vecchia e gelosissima Madre Russia. La Rivoluzione Arancione si concretizzò poi il 23 gennaio 2005 con la netta vittoria elettorale di Juscenko.
L’innovativo metodo, che tutti gli aspiranti rivoluzionari del nuovo millennio avrebbero dovuto seguire per rovesciare un governo ritenuto corrotto, funzionava più o meno così: in un Paese X, un presidente-marionetta gradito a Mosca veniva spodestato senza spargimento di sangue grazie all’appoggio, palese e nascosto, degli Stati Uniti d’America. Ciò diventava possibile grazie ad una specie di “kit” spedito direttamente da Washington, con tutte le istruzioni necessarie per innescare una pacifica rivolta fai-da-te. Ci volevano degli studenti universitari con idee vicine a quelle occidentali, migliaia di volantini, regalie ad esponenti del governo manovrabili e alle forze dell’ordine per evitare repressioni troppo dure ai contestatori. Infine serviva un simbolo di dissenso riconoscibile, cioè un colore o un fiore.
Questa sorta di strategia di marketing delle rivoluzioni dava i suoi frutti al momento delle elezioni, sempre truccate, che servivano a dare il via all’occupazione in massa delle piazze. Prima che in Ucraina, le cosiddette Rivoluzioni Colorate erano già state utilizzate con successo nella Serbia di Milosevic nel 2000 e in Georgia nel 2003 per la destituzione di Shavarnaze.
All’inizio sembrò quasi tutto uno scherzo ma poi si scoprì che i 65 milioni di dollari stanziati dal governo statunitense per pianificare la rivoluzione a Kiev erano stati reali e facevano parte di un preciso piano geopolitico, volto a liberare i paesi dell’ex blocco sovietico dalla pericolosa influenza della nuova Russia di Putin.
Tuttavia in Ucraina, il bricolage rivoluzionario mostrò tutti i suoi limiti non appena la coalizione arancione iniziò a governare. Forse perché, come ama ricordare spesso Igor Smirnov, dittatore della nostalgica repubblica comunista di Transnistria, nei paesi dell’Est “non bisogna esagerare con la democrazia”. Così il modello occidentale generò immediatamente dei violenti dissidi interni alla coalizione rivoluzionaria che portarono nel settembre del 2005 alle dimissioni del Primo Ministro, Julija Tymoshenko. La bionda ex donna d’affari, divenuta pasionaria della rivoluzione e che Forbes classificò essere in quel periodo la terza donna più potente al mondo, si vide scalzata da un rivoltante inciucio messo in atto dagli ex nemici Juscenko e Janukovyc, che si mostrarono incredibilmente disposti ad una coabitazione nelle stanze più alte del governo.
Contemporaneamente, l’adesione di Kiev all’UE, uno dei grandi sogni degli Arancioni, si arenò stranamente dopo l’allargamento dell’Unione ad Est del primo maggio 2004. Le fortissime pressioni della Russia, poco propensa all’emancipazione della storica nazione amica che avrebbe sconvolto i suoi equilibri di influenza, contribuirono come spesso accade a far pigiare il pedale del freno a Bruxelles. L’Unione Europea, infatti, che avrebbe potuto accogliere l’Ucraina tra i suoi paesi già nel 2007 con un provvedimento d’urgenza, si accontentò dell’adesione di Romania e Bulgaria, rinunciando a mettere le mani sulle ingenti riserve naturali ucraine.
Lo scorso 7 febbraio, anche l’ultimo tentativo di riportare in auge le speranze di quel sogno arancione che tanto aveva scaldato i cuori della gente ucraina è stato definitivamente archiviato. Il ballottaggio delle nuove elezioni presidenziali tra la “Giovanna D’Arco della Rivoluzione” Tymoshenko, attuale Primo Ministro, e l’inossidabile leader filo-russo Janukovyc si è concluso con la vittoria al fulmicotone del secondo (solo 3,48 punti percentuali di scarto).
Il mancato riconoscimento della sconfitta da parte della Tymoschenko è sembrato fin da subito un remake poco riuscito della rivoluzione fai-da-te. “Troppi brogli, siamo sicuri che i cittadini ucraini non accetteranno criminalità e banditismo al potere”, ha annunciato all’indomani delle elezioni il portavoce di Julija Tymoshenko, mentre nella calma di Kiev circolavano voci di violenze e intimidazioni non confermate. Parole questa volta troppo vaghe e tiepide per innescare nuovamente il processo rivoluzionario arancione e troppo teoriche per gelare la felicità di Mosca per la vittoria dell’amico Janukovyc, a cui è prontamente arrivata la telefonata di congratulazioni del presidente della Federazione Russa Medvedev.
Da Washington nessuna iniziale reazione, poi dopo che gli osservatori neutrali dell’OCSE hanno confermato la regolarità delle operazioni di voto anche gli Stati Uniti hanno accettato a malincuore il verdetto elettorale, tanto che ieri è arrivata a Janukovyc anche la telefonata del presidente Obama.
Abbandonata da tutti e incalzata dal parlamento (“non possiamo lasciare l’Ucraina in una sala d’attesa permanente!”), dopo tre giorni di silenzio la bionda Julija non ha ancora deciso se accettare il verdetto elettorale. Si è rifiutata di dimettersi da Primo Ministro e ha annunciato ricorsi legali, tenendo così alta la tensione nelle istituzioni ucraine.
In queste ore su Kiev nevica, in piazza Maidan i poliziotti sorvegliano il viavai degli ombrelli multicolore che confonde il ricordo della speranzosa marea arancione. “C’è da vergognarsi”, ha detto il presidente uscente Juscenko osservando il tramonto della sua rivoluzione, e forse ripensando a quella frase del vecchio dittatore transnistriano ha concluso amaramente: “ma è la democrazia”.
– Il Giornale del Friuli, 13/02/2010