Nero N.9

nullRiemergo dai miei impegni, dopo una settimana a dir poco claustrofobica, perché voglio segnalarvi un libro fresco fresco di stampa.
Si chiama Nero N.9 ed è una raccolta di racconti noir edita dalla Sogno Edizioni di Genova. L’autore è Massimo Jr. D’Auria, un giovane scrittore napoletano con cui ho avuto il piacere di scambiare recentemente delle piacevolissime email.
Gentilissimo e bravo, Massimo a vent’anni è già al suo secondo libro. Questa volta si è cimentato nello scrivere 9 racconti, 9 storie in puro stile noir, un genere che io amo (e temo).
Qui potete trovare un estratto del libro e qui un’intervista in cui l’autore ci parla (anche) di Nero N.9.
Complimenti ed in bocca al lupo, Massimo!

Adesso silenzio in sala e gustiamoci il booktrailer ;-)

Festivalrevolution

nullVerso le 23.30 Antonella Clerici, in visibile imbarazzo, cerca in ogni modo di riportare la calma tra le proteste dell’Ariston: “esistono le regole, c’è il televoto del popolo sovrano”.
Che strano, basta togliere il “tele” davanti a “voto” per scoprire che anche Maurizio Gasparri dice più o meno le stesse cose da circa due anni.
Ieri sera il mistero del popolo sovrano si è ripetuto anche a Sanremo: nel dissenso generale, una maggioranza invisibile ha deciso i nomi dei tre finalisti del 60° Festival.
Eliminata la favoritissima Malika Ayane (probabilmente perché troppo brava), eliminati Povia e Cristicchi (probabilmente per eccesso di contenuti nel testo), fuori anche tutti gli altri compresa Arisa con il suo terzetto in stile Cetra.
E’ decisamente troppo. In sala si scatena un pandemonio (video). L’orchestra, che dall’alto della sua esperienza avrebbe dovuto indirizzare le preferenze del pubblico, si ritrova schiacciata dalla malvagia macchina da tele-guerra di Maria De Filippi. Congegno infernale che funziona sempre, anche su RaiUno.
I maestri capiscono così di non aver contanto un fico secco e si ribellano: gettano gli spartiti all’aria, girano i pollici verso il basso. La Rivolta dei Tromboni raggiunge l’apice quando dall’alto, le agguerritissime guarinigioni arroccate in platea urlano il loro “vergogna, vergogna!”. Di più: “venduti, venduti!”
Il provvidenziale ingresso di Maurizio Costanzo, con l’aiuto di Mike Bongiorno in diretta dall’aldià, evita che un violinista o un flautista qualsiasi sia tentato di togliersi una scarpa sbattendola sul palco per protesta, come come Kruscev all’Onu.
Alla fine, un Marco Megnoni sanguinante (ma forse era un gioco di luci) arraffa un terzo posto alle spalle degli impresentabili Pupo, Emanuele Filiberto e dello sconosciuto tenore martirizzato dal testo stucchevole della canzone scritta del principe.
Il popolo è sovrano, ma spesso non capisce una mazza.
Nella notte sanremese vince quindi “Per tutte le volte che” di Valerio Scanu (via Amici), con una canzone sdolcinata e forse orecchiabile solo nel ritornello. Evidentemente apprezzatissime dall’Anonima Votanti Sovrani, le rime  forzate degne del miglior Checco Zalone: come si fa a ” far l’amore in tutti i laghi”? Cos’è, un tour erotico tra il lago Trasimeno e il lago Maggiore del quale non sono al corrente? Dettagli
Stamattina, nell’istant poll de La Stampa, ritorna di nuovo a stravincere Malika Ayane.
Il popolo è sovrano. E spesso tardivo.

La minaccia atomica della nave fantasma

nullМурманск è il toponimo di Murmansk, città situata nella penisola di Kola, all’estrema parte nord occidentale della Russia. Quattrocentomila anime congelate nel bel mezzo del Circolo polare Artico, tra la tundra ed il grande porto affacciato sul mare di Barents, già base dei rompighiaccio nucleari della potente flotta navale sovietica.
Ivan Lepse era invece un semplice sindacalista lettone, santificato dalla Rivoluzione d’Ottobre ma  praticamente sconosciuto in occidente, tanto da non meritare nemmeno una citazione sulla ultra-saccente Wikipedia.  Nel 1934, cinque anni dopo la morte del compagno Lepse, nei cantieri navali di Nikolaev, in Ucraina, s’iniziò la costruzione di una nave in suo onore: la Lepse appunto, motonave da manutenzione, metà bianca e metà nera, lunga 87 metri con 5600 tonnellate di stazza.
Affondata in Ucraina durante la seconda guerra mondiale in un bombardamento del fiume Hoper, la Lepse venne recuperata e riparata, rientrando in attività nel 1961 come nave d’appoggio per il rifornimento dei rompighiaccio nucleari al largo della glaciale Murmansk.
Nei successivi ventisette anni, la nave rimase in servizio, raggiungendo così il primato della più lunga vita operativa nella flotta atomica sovietica: dal 1966 al 1981,  dopo un grave incidente al rompighiaccio a propulsione Lenin, la stiva delle Lepse venne riconvertita a deposito galleggiante per le centinaia di contenitori di combustibile nucleare della flotta sovietica ed in particolare delle unità navali Artika e Smir. Altre volte la nave navigò da Murmansk verso nord, seguendo la rotta artica che porta all’arcipelago di Novaya Zemlya, per scaricare le sue pericolosissime scorie nell’oceano. Nel 1988 venne definitivamente dimessa dal servizio, ma paradossalmente questa data segnò l’inizio di un’altra travagliata fase nella storia del vecchio cargo russo: ormeggiato per l’ultima volta ad una banchina del porto di Murmansk è rimasto abbandonato lì per oltre vent’anni. Una nave fantasma che non navigherà mai più, isolata dal mondo da un semplice quanto inquietante cartello giallo:“pericolo nucleare”.
Difficilmente Ivan Lepse avrebbe mai immaginato che il nome di quella nave varata in suo onore avrebbe sovrastato di molto il suo ricordo, concentrando su di sé i timori di chi ancora oggi, settantasei anni dopo la sua costruzione, la considera l’oggetto più pericoloso del pianeta. Tutta colpa del micidiale carico ancora contenuto nella sua stiva: 639 botti di combustibile esausto con 680.000 curie di radioattività totale stimata, cioè una contaminazione ambientale potenziale  pari a quella che si potrebbe avere in seguito ad un grave incidente ad un complesso nucleare.
Nel 1988 gli ingegneri sovietici avevano stimato che la Lepse  potesse continuare a fungere da magazzino atomico per altri trent’anni. Una previsione decisamente troppo ottimistica viste le critiche condizioni dello scafo, sempre più corroso dall’acqua di mare. Già nel settembre 1989 infatti la necessità di bonificare la Lepse venne evidenziata da un decreto del Comitato Centrale del Partito Comunista, ma la fine dell’URSS ha prima congelato e poi sperperato i finanziamenti stanziati. Nel 1995 anche Unione Europea si è interessata del problema, ma la mancanza di accordi bilaterali con la Federazione Russa hanno bloccato i progressi nelle trattative fino al 2003.
Il passare degli anni ha così ulteriormente peggiorato le condizioni del natante al punto di rendere difficoltoso addirittura il recupero del materiale ospitato nel suo ventre di metallo. Un’operazione altamente pericolosa e complessa, visto l’alto rischio di radiazioni: molti cassoni zeppi di sostanze nucleari hanno evidenziato un’elevata corrosione, deformazione o danneggiamento con la conseguente fuoriuscita di materiale. Il costo per il disarmo della Lepse è stato così stimato nel 2004 in circa 30 milioni di dollari. Una cifra mostruosa per le devastate casse statali della Russia, che ha così preferito lasciarla ormeggiata al suo molo, pericolosamente vicina all’ingente traffico navale del porto di Murmansk, con il rischio concreto, in caso di un urto accidentale, di un disastro ambientale senza precedenti.
Così sono passati altri anni fatti di inutili tentativi di portare l’attenzione su una bega ormai diventata di importanza mondiale. Poco più di 40 chilometri separano ad esempio l’attracco della vecchia nave dal territorio norvegese, un altro stato non più disposto a tollerare l’incuria di Mosca.
Un ulteriore ritardo nell’odissea senza fine del vecchio natante ha poi rimandato il suo definitivo smantellamento approvato dall’Ispettorato della Marina russa, causando tra l’altro la scadenza della documentazione necessaria al delicatissimo intervento.
La Lepse è diventata in questo modo il simbolo del grave interrogativo sul disarmo e la bonifica della flotta nucleare ancora  in possesso della Federazione Russa: cinque navi, duecentocinquanta sommergibili a propulsione, una portacontainer e sette rompighiaccio costruiti dal 1955 al 2000, senza contare le novanta navi d’appoggio per il trasporto e lo stoccaggio del combustibile.
Finalmente nel giugno del 2008 la  Banca Europea  per la Ricostruzione e lo Sviluppo ha annunciato il suo impegno per aiutare la Russia nella gestione di questa sua difficile eredità, stanziando ben settanta milioni di euro, la maggior parte dei quali verranno impiegati per la disgraziata  Lepse. I lavori per il suo smantellamento dovrebbero terminare nel 2013, periodo in cui i rifiuti nucleari verranno rimossi dalla stiva e trasferiti in un impianto chimico degli Urali. Solo a questo punto la nave fantasma verrà demolita, sezionandola in blocchi di metallo.
Intanto il vento gelido del nord passa ancora tra gli oblò rotti, fischiando sul ponte di comando ridotto ad un ammasso di ferraglia mentre la ruggine che divora lo scafo nero pare una malattia mortale senza scampo. Qualcuno ha segnalato la sua sagoma sulle mappe satellitari di Google Earth, forse per non farla dimenticare di nuovo.
Sfiorata dalle enormi navi mercantili dirette al largo del mare di Barents, la Lepse rimane ancora caparbiamente a galla. E con lei un po’ tutta la penisola di Kola.

null , 17/02/2010

articolo concesso al Giornale del Friuli e pubblicato il 20/02/2010

Festivalcrack

nullImmancabile, l’annuale messa laica festivaliera si è celebrata ieri sera per la sessantesima volta.
Non una crisi economica, non una calamità naturale che riesca a portarsi via questo stucchevole colosal, a pieno titolo nell’albo delle più pietose tradizioni italiane.
Quest’anno, tanto per dare una ventata di freschezza e modernità, la conduzione di Antonella Clerici ha concesso agli artisti la possibilità di esibirsi in canzoni dialettali. Ne ha approfittato subito Nino D’Angelo con la sua Jammo Jà, struggente canto alle sofferenze del Meridione. Rime commuoventi d’aria fritta (“e guagliune d”e viche ‘e Napule nun sarranno mai Re/ Dint’ ‘o Zen ‘e Palermo se bevene ‘o tiempo P’ ‘a sete ‘e sapè”) e pregevoli acuti di Maria Nazionale a parte, sono certo che i giurati nati sopra a Caserta avrebbero gradito i sottotitoli.
A seguire, nel regale e stonato canto di Re Soldino, Emanuele Filiberto, non poteva mancare una bella dose del terzetto di rachitici valori tanto cari alla bella Italia monarchica d’un tempo: Dio-Patria-Famiglia.
“Io credo nel futuro…”,  ”io credo nella giustizia…”,  ”io credo nelle tradizioni…”.
Questa Italia amore mio è riuscita a farmi rimpiangere la buon anima di Mino Reitano. Evidentemente irrinunciabile, la strofa della stoccata anti-repubblicana viene lasciata cantare a Pupo-Ghinazzi: “tu non potevi ritornare / pur non avendo fatto niente”.
A questo punto addirittura i duecentomila euro pagati dalla Rai ad Antonio Cassano, per non riuscire a mettere insieme nemmeno una frase di senso compiuto, mi sono sembrati per certi versi ben spesi. Soprattutto quando la Clerici, di rosso vestita e larga quanto il divano di Parla con me,  si è messa a recitare a mò di poesia i versi della canzone dell’escluso Morgan. A mio avviso, polverizzando in mezzo minuto gli immani sforzi del poverino per uscire dalla depressione e disintossicarsi dal crack.

Supertelegattone

Negli ultimi giorni si sono visti in tv: vari telegiornali giocare di replay sulle immagini dello slittinista georgiano mentre va ad ammazzarsi contro un pilone; alcuni concorrenti del Grande Fratello prendersi a frustate in una replica della passione di Cristo; un conduttore della «Prova del cuoco» rievocare con compiacimento certe ricette a base di gatto che si cucinavano durante la guerra. L’unico a perdere il posto in tronco è stato il magnagatti. Se ne possono trarre riflessioni interessanti sullo stato di catalessi collettiva che ci opprime e sulle pochissime cose che ancora riescono a incrinarlo. Gli animali domestici, appunto. L’elogio della cocaina antidepressiva. Le tangenti, ma solo se consistono in prestazioni sessuali: quando sono in denaro strappano tutt’al più uno sbadiglio di rassegnazione. La violenza nemmeno quello, come se la tecnologia avesse trasformato la morte di un uomo in un videogioco. Quanto alla volgarità, ormai è una manifestazione di simpatia.

I televisionari avranno preso nota. Coca, gatti, trans, ecco le residue autodifese da abbattere. Prossimamente sui nostri schermi aspettiamo di vedere gatti cocainomani che graffiano trans, trans che mangiano gatti in compagnia di fisioterapiste di mezza età, politici cocainomani intercettati a un festino di gatti trans. Allora nulla avrà più il potere di stupirci e si sarà raggiunto l’obiettivo: il rincoglionimento completo dell’umanità. Quel giorno, mi auguro, i gatti prenderanno il potere e incominceranno a mangiare noi.

[ Massimo Gramellini, La Stampa ]

Articoli del genere, secondo me, valgono da soli il prezzo del giornale.

Vi ricordate di Black Russian?

nullOggi è un giorno importante. Ho firmato il contratto di edizione  del mio libro: Black Russian. Sarà il mio primo libro…
Sono sicuro che i più affezionati lettori di questo blog si ricorderanno bene di quando vi ho anunciato la partenza delle  prime copie del manoscritto.
Era il febbraio del 2008, esattamente due anni fa. E’ passato già tanto tempo, anche se mi sembra ieri. In questi due anni posso dire di aver conosciuto abbastanza bene il mondo dell’editoria e anche di aver commesso qualche errore di inesperienza.
Fortunatamente però, ho evitato di commettere lo sbaglio più grande per un aspirante scrittore: accettare di pagare uno dei tanti editori disonesti che affollano il mercato per farsi stampare pacchi di copie destinata a marcire nello sgabuzzino.
No, non era questo che volevo. Cercavo un editore onesto, un imprenditore che credesse nel mio lavoro al punto di investirci del denaro.
Beh, l’ho trovato.

Stay tuned… ;-)

Ucraina: Timoshenko sconfitta, si infrange il sogno della Rivoluzione Arancione

Era il 21 novembre del 2004, in diretta da Kiev le immagini di una piazza Maidan strapiena di sciarpe e nastrinull arancioni mostrarono al mondo che in epoca moderna i metodi per realizzare una rivoluzione erano cambiati. Non più guerriglia alla Che Guevara, archiviati anche i carri armati nelle strade dei Colonnelli greci, in Ucraina la rivoluzione partiva grazie ad un semplice colore: l’arancione. Così le migliaia di persone, richiamate nel centro della capitale ucraina dallo sfidante filo-europeista alla presidenza Viktor Juscenko, dimostrando pacificamente il proprio dissenso, chiesero ed ottennero la ripetizione delle elezioni presidenziali a causa dei palesi brogli elettorali a favore di Viktor Janukovic, candidato molto gradito alla vecchia e gelosissima Madre Russia. La Rivoluzione Arancione si concretizzò poi il 23 gennaio 2005 con la netta vittoria elettorale di Juscenko.
L’innovativo metodo, che tutti gli aspiranti rivoluzionari del nuovo millennio avrebbero dovuto seguire per rovesciare un governo ritenuto corrotto, funzionava più o meno così: in un Paese X, un presidente-marionetta gradito a Mosca veniva spodestato senza spargimento di sangue grazie all’appoggio, palese e nascosto, degli Stati Uniti d’America. Ciò diventava possibile grazie ad una specie di “kit” spedito direttamente da Washington, con tutte le istruzioni necessarie per innescare una pacifica rivolta fai-da-te. Ci volevano degli studenti universitari con idee vicine a quelle occidentali, migliaia di volantini, regalie ad esponenti del governo manovrabili e alle forze dell’ordine per evitare repressioni troppo dure ai contestatori. Infine serviva un simbolo di dissenso riconoscibile, cioè un colore o un fiore.
Questa sorta di strategia di marketing delle rivoluzioni dava i suoi frutti al momento delle elezioni, sempre truccate, che servivano a dare il via all’occupazione in massa delle piazze. Prima che in Ucraina, le cosiddette Rivoluzioni Colorate erano già state utilizzate con successo nella Serbia di Milosevic nel 2000 e in Georgia nel 2003 per la destituzione di Shavarnaze.
All’inizio sembrò quasi tutto uno scherzo ma poi si scoprì che i 65 milioni di dollari stanziati dal governo statunitense per pianificare la rivoluzione a Kiev erano stati reali e facevano parte di un preciso piano geopolitico, volto a liberare i paesi dell’ex blocco sovietico dalla pericolosa influenza della nuova Russia di Putin.
Tuttavia in Ucraina, il bricolage rivoluzionario mostrò tutti i suoi limiti non appena la coalizione arancione iniziò a governare. Forse perché, come ama ricordare spesso Igor Smirnov, dittatore della nostalgica repubblica comunista di Transnistria, nei paesi dell’Est “non bisogna esagerare con la democrazia”. Così il modello occidentale generò immediatamente dei violenti dissidi interni alla coalizione rivoluzionaria che portarono nel settembre del 2005 alle dimissioni del Primo Ministro, Julija Tymoshenko. La bionda ex donna d’affari, divenuta pasionaria della rivoluzione e che Forbes classificò essere in quel periodo la terza donna più potente al mondo, si vide scalzata da un rivoltante inciucio messo in atto dagli ex nemici Juscenko e Janukovyc, che si mostrarono incredibilmente disposti ad una coabitazione nelle stanze più alte del governo.
Contemporaneamente, l’adesione di Kiev all’UE, uno dei grandi sogni degli Arancioni, si arenò stranamente dopo l’allargamento dell’Unione ad Est del primo maggio 2004. Le fortissime pressioni della Russia, poco propensa all’emancipazione della storica nazione amica che avrebbe sconvolto i suoi equilibri di influenza, contribuirono come spesso accade a far pigiare il pedale del freno a Bruxelles. L’Unione Europea, infatti, che avrebbe potuto accogliere l’Ucraina tra i suoi paesi già nel 2007 con un provvedimento d’urgenza, si accontentò dell’adesione di Romania e Bulgaria, rinunciando a mettere le mani sulle ingenti riserve naturali ucraine.
Lo scorso 7 febbraio, anche l’ultimo tentativo di riportare in auge le speranze di quel sogno arancione che tanto aveva scaldato i cuori della gente ucraina è stato definitivamente archiviato. Il ballottaggio delle nuove elezioni presidenziali tra la “Giovanna D’Arco della Rivoluzione” Tymoshenko, attuale Primo Ministro, e l’inossidabile leader filo-russo Janukovyc si è concluso con la vittoria al fulmicotone del secondo (solo 3,48 punti percentuali di scarto).
Il mancato riconoscimento della sconfitta da parte della Tymoschenko è sembrato fin da subito un remake poco riuscito della rivoluzione fai-da-te. “Troppi brogli, siamo sicuri che i cittadini ucraini non accetteranno criminalità e banditismo al potere”, ha annunciato all’indomani delle elezioni il portavoce di Julija Tymoshenko, mentre nella calma di Kiev circolavano voci di violenze e intimidazioni non confermate. Parole questa volta troppo vaghe e tiepide per innescare nuovamente il processo rivoluzionario arancione e troppo teoriche per gelare la felicità di Mosca per la vittoria dell’amico Janukovyc, a cui è prontamente arrivata la telefonata di congratulazioni del presidente della Federazione Russa Medvedev.
Da Washington nessuna iniziale reazione, poi dopo che gli osservatori neutrali dell’OCSE hanno confermato la regolarità delle operazioni di voto anche gli Stati Uniti hanno accettato a malincuore il verdetto elettorale, tanto che ieri è arrivata a Janukovyc anche la telefonata del presidente Obama.
Abbandonata da tutti e incalzata dal parlamento (“non possiamo lasciare l’Ucraina in una sala d’attesa permanente!”), dopo tre giorni di silenzio la bionda Julija non ha ancora deciso se accettare il verdetto elettorale. Si è rifiutata di dimettersi da Primo Ministro e ha annunciato ricorsi legali, tenendo così alta la tensione nelle istituzioni ucraine.
In queste ore su Kiev nevica, in piazza Maidan i poliziotti sorvegliano il viavai degli ombrelli multicolore che confonde il ricordo della speranzosa marea arancione. “C’è da vergognarsi”, ha detto il presidente uscente Juscenko osservando il tramonto della sua rivoluzione, e forse ripensando a quella frase del vecchio dittatore transnistriano ha concluso amaramente: “ma è la democrazia”.

null  –  Il Giornale del Friuli, 13/02/2010

Gli Others

nullGli Others sarebbero quelli del piano di sopra. Quelli che non so bene che faccia abbiano e quanti siano in casa.
Questo è il guaio di ‘sti condomini del nord, non ci si conosce!
L’unico momento di socializzazione che ho avuto con i miei vicini nei sei mesi che abito qui è stato quando c’è stato l’incendio e alle 5 del mattino ci siamo ritrovati tutti in cortile a guardare l’ottavio piano in fiamme.
Ora, il problema è che questi Others non si sentono per tutto il giorno, poi alle 11 di sera cominciano i guai. Di solito con un’oretta o due di casino, tipo frenetiche camminate con i tacchi, spostamenti di mobili (?), canti stonati (!), la cosa si risolve e si può dormire.
Invece nelle serate tipo ieri, ma ciò può succedere benissimo anche nel bel mezzo della settimana, gli Others organizzano dei festini che vanno avanti anche fino alle 3 e mezza di notte!
D’ accordo, sicuramente anche in questa situazione ci sarà un lato positivo che ora, con due occhi così, mi sfugge.

Di questo blog…

… che ne vogliamo fare?
Uhm…
Sono indeciso. Sto rimandando da tempo una decisione. Vi sembra il caso di tenerlo aperto giusto per postare qualche riga a settimana per comunicarvi l’uscita sul giornale del mio solito articoletto?
Mah…
Il problema è che uno inizia a postare un paio d’anni fa ed era una persona, mentre oggi è un’altra persona. Più o meno.
Forse dovrei…
Forse dovrei proprio…
Però…
Non so…
Metti che poi mi mancate? Lasciamo da parte quelli che mi leggono perché vogliono sapere cosa penso e cosa dico, lasciamo da parte anche quelli che mi leggono perché chissà che mi vorrebbero fare e per ora si accontentano di spiarmi in silenzio… Però poi ci sono pure alcuni di voi che sono personaggi davvero di spessore! Mi vengono in mente così, su due piedi, almeno 5 o 6 nomi e altrittanti link.
Va bè, ne parliamo un’altra volta? E ora ci ascoltiamo una canzone tamarra? Una di quelle che se fosse uscita negli anni ’90 avremmo schifato perché, mon dieu!, noi solo Clash a colazione, Guns n’ Roses a pranzo e Nirvana a cena?
Ma a trent’anni suonati ci può prendere qualche libertà musicale, n’è vero? :-D

Aggiornamendo del 16/02/2010:
D’accordo, il blog proseguirà. Ma ho deciso di creare
un nuovo inizio.
E’ tutta colpa vostra! Siete diabolici…