Io, Sè, Venaria

La notte è un pazzo con le mechès /
che strapazza dei pezzi di jazz /

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E’ un po’ quello che Sergio Caputo ha fatto ieri sera, nel concerto di Venaria Reale: ha strapazzato, e non poco,  i suoi vecchi successi.
Al Teatro Concordia c’era una platea non troppo numerosa, divisa tra gli irriducibili appassionati (come il sottoscritto) e ascoltatori del tutto casuali.
Alle 21.45 il cantautore romano è entrato in scena sulle note di Io e Rino: chitarra a tracolla, pantaloni rossi ed un cappellino nero che ha voluto tenersi in testa per tutta la serata. Sei invecchiato Sè, ma che importa?
- Ciao Torino! -
Applausi.
Ottimo il contributo della band anche se personalmente i nuovi arrangiamenti dei vecchi pezzi mi hanno lasciato un po’ interdetto. Le parole erano le stesse, quelle da pregevole poeta contemporaneo, ma erano o troppo lente o troppo veloci. Oppure… saltavano decisamente. Insomma, non è semplice per un estimatore ventennale, e quindi un po’ integralista, accettare al primo ascolto certe variazioni di ritmo in canzoni conosciute ed apprezzate sempre nella loro versione originale.
Nel suo tour che lo ha riportato in giro per l’Italia, l’interprete di Sabato italiano è forse caduto nella tantazione di imporre un restyling troppo forzato al un repertorio, datato certo, ma ancora straordinariamente geniale. Un’impresa ardua.
Alla fine mi sono ritrovato, con una piccola parte del pubblico del Concordia, a tentare di riconoscere una improbabile versione di Spicchio di luna, a perdermi nelle strofe di Bimba se sapessi, a gettarmi all’inseguimento disperato delle note della bellissima Mercy bocù.
Sono stato troppo cattivo?
Eddai Sè,  tanto lo sai com’è con certi fans brontoloni: 
Alla fine quasi tutti sanno tutto /
sempre così… /
conviene alzare i tacchi via di qui… /

Ma il prossimo anno torno a sentiti dal vivo. Come dicevi? – Per logico che sia, ci rivediamo a Venaria! – Me lo sono ripromesso ieri notte in macchina, mentre tornando a casa ripensavo al concerto. Pensavo che comunque è stata una bella serata, che la prima volta che ho comprato un tuo disco avevo 9 anni e adesso che ne ho 30 sei ancora tra i miei mp3 più preziosi. Quindi ora sai che faccio? Metto su Rifarsi una vita, rigorosamente in versione Sanremo 1989.
L’amore musicale è cieco. Ma non scherzi neppure tu che ieri sera non riuscivi a leggere la scaletta senza occhiali, eh! :-D

[ alcune strabilianti (mie) foto dell'evento, qui! ]

INDIETRO Piemonte!

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Piove.
Da oggi il Piemonte è una regione governata dalla Lega Nord. Il centro-sinistra ha perso e Roberto Cota è il nuovo presidente per poco più di 9000 voti. Un decimo di quelli che sono serviti ai fans di Beppe Grillo per portare a casa il 4% che ha condannato alla sconfitta Mercedes Bresso.
La Val Susa ha votato in massa per il Pdl ma con punte del 30% ai “grillini” a Venaus. Una disfatta da inserire a pieno titolo tra le più dolorose della sinistra moderna.  Una storia di traditi e di traditori. Solo che non è chiaro chi sia l’uno e chi l’altro. La Bresso ha tradito i No-Tav o i No-Tav hanno tradito la Bresso? O forse entrambe le parti si sono tradite in momenti diversi? 
Rimane la sconfitta. Il sospetto, in Val Susa e non solo, di essere caduti dalla padella nella brace.
Altri dati: il PdL è primo partito piemontese (26%), la Lega sfonda la quota stratorferica, in queste latitudini, del 16%. Il candidato leghista ha vinto in tutte le province meno che in quella di Torino. Per ora, il villaggio di Asterix resiste. Tra due anni chissà.
Molto interessante è anche capire quanto vale, in termine di denaro, un posto nel consiglio regionale piemontese. Vale oro: 16 mila euro al mese per una decina di mezze giornate al mese passate tra commissioni e voto in aula. Lo dicono qui
E intanto continua a piovere. 
Da quando c’è Cota questa regione è diventata invivibile!

(foto: La Stampa)

Avanti Piemonte?

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Che carino, Pierluigi Bersani. C’è da concludere la campagna elettorale del Partito Democratico e lui che fa? Viene a Torino e organizza un comizio nella piazzetta di un quartiere periferico come Madonna di Campagna.
Ma allora non si era dimenticato di noi! “Che ti dicevo io?” Vecchia volpe emiliana! Ha aspettato che Berlusconi se ne andasse dalla aristocratica sala del Lingotto ed è arrivato in un rione operaio. Dove c’è la parte migliore del popolo del centro-sinistra! “La base!”. La base.
Io arrivo in perfetto orario per sorbirmi i discorsi di una mezza dozzina di gregari locali che invitano a confermare Mercedes Bresso come presidente della regione Piemonte.
Mi guardo attorno: età media senttant’anni. Qualcuno srotola una bandiera del PD e poco dopo passano a regalarci spillette, borse di tela ed altri gadget comprati con i circa 700.000 euro che il partito ha speso per non perdere anche il governo del Piemonte.
Comincio ad osservare con ammirazione le rughe dei vecchi compagni d’un tempo, i Migliori. Gente di periferia e d’officina. Non gente di qui, ma gente che ha deciso di trasferisi qui e solo per questo due volte piemontesi. 
“Ma Bersani è arrivato?” Il cameraman risponde che ancora non c’è.
Intanto scorsciano gli applausi mentre sale sul palco la zarina Bresso. Inizia il discorso e… surpresa: è pure simpatica! Parla del pericolo che la Lega vinca in Piemonte, che proprio adesso che ricorrono i 150 anni dall’unità d’Italia noi piemontesi non possiamo avere un presidente leghista, che questi leghisti sono razzisti, che infondo buona parte di noi è di origine meridionale etc, etc.
La piazza intanto si è riempita. Ma è una piccola piazza, praticamente un’isoletta di asfalto ricavata tra quattro vie di quartiere. Quanti saremo? Duecento, trecento persone. Qualcuno urla scherzosamente: “siamo un milione!”  Tutti pensano alla sparata del PdL sulla presenza dei suoi militanti in piazza San Giovanni. 
Finalmente arriva Bersani. Fotografi e cameraman si scatenano, le bandiere del Pd sventolano e per un po’ non vedo quasi nulla. Davanti a me si sfiora la rissa tra quelli di Sky e una troupe locale mente alle spalle ho tre cronisti con le penne e i taccuini pronti.
Per prima cosa il sergretario del PD esordisce con un nostalgico: “cari amici e compagni”, sottolineando il “compagni”. Ruffiano…
Poi dice ”bella questa piaSSa”. I vecchi comunisti non ci cascano e gli fanno notare che siamo troppo pochi. “No, no, non siete mica tanto pochi, dai!”.
Forse ripensando ai comizi oceanici di Togliatti in piazza San Carlo, il signore accanto a me scuote la testa.  Altri partiti. Altri leader. Altri tempi…

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Imbrattata la lapide di Pinelli

nullSe la sono presa anche con il povero Pinelli. 
Hanno imbratto con della vernice rossa una delle lapidi che a Milano ricorda il ferroviere anarchico morto nel 1969.
Chi? I soliti italidioti sempre a zonzo per le vie di questo paese che spesso si scorda anche di se stesso. 
L’ho saputo dal blog di Alberto.  
Sui reali motivi del gesto non si sa nulla, l’unica cosa sicura è che si è trattato di un atto molto equivoco, oltre che stupido. Equivoco perché i vandali hanno colpito uno solo dei due marmi intitolato a Pinelli in piazza Fontana.
La prima lapide, quella risparmiata, recita: “A Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico ucciso innocente nei locali della Questura di Milano”.
La seconda, quella imbrattata, era stata voluta dalla giunta del sindaco forzista Albertini, e dice più o meno le stesse cose: “A Giuseppe Pinelli, innocente morto tragicamente nei locali della questura di Milano”.  
Una sfumatura. Puntigliosa e un tantino irritante se vogliamo, per ricordare un povero Cristo volato giù dalla finestra durante un interrogarorio della polizia.
Pinelli era sospettato di aver messo la bomba che provocò la strage di piazza Fontana. Accusa infondata.
“Dice che  stata una disattenzione della maestra” cantava Vasco Rossi in Asilo Republic riferendosi alla vicenda della morte di Pinelli, “e subito uno si è buttato giù dalla finestra”.
Quella maestra, presente all’interrogatorio, era il commissario Luigi Calabresi.
Il resto è storia. Da non dimenticare.

Georgia: tv annuncia la guerra che non c’è

null“Attenzione! Il paese è stato invaso, il presidente è morto”. La notizia annunciata dalla rete privata georgiana Imedi Tv, nella seguitissima edizione delle 20 del telegiornale di sabato 15 marzo, ha gettato la popolazione nel panico. Ma s’è trattato solo di un falso, uno scherzo che ha ricordato a tutti quello con cui nel 1938 Orson Welles annunciò alla radio statunitense l’arrivo sulla Terra degli extraterrestri.
In un’altra nazione una simile notizia, decisamente poco credibile, avrebbe provocato forse più ilarità che stupore, ma in Georgia, realmente invasa dall’esercito russo non più di 18 mesi fa come rappresaglia all’intervento militare ai danni dell’Ossezia del Sud (regione separatista amica di Mosca), tutto è apparso incredibilmente reale. Mentre davanti ai teleschermi stavano scorrendo le immagini, in realtà di repertorio, dei carri armati russi “entrati a Tbilisi”, la clamorosa news è stata ripresa senza alcuna verifica anche dalle altre emittenti nazionali. Il risultato è stato un micidiale effetto domino sulla psiche dei quattro milioni di abitanti del paese: infarti, svenimenti, malori di vario genere, gente nelle strade in preda all’agitazione e caos diffuso. In moltissimi hanno preso in mano il telefono per sincerarsi che i propri cari fossero ancora vivi, intasando e facendo saltare i collegamenti telefonici. Intanto nello studio di Imedi Tv, il volto serio del giornalista non ha tradito la benché minima emozione, nemmeno annunciando l’uccisione del Presidente Mikheil Saakashvili e la fuga dei soldati georgiani dall’artiglieria russa. Supportando le parole con le immagini delle false dichiarazioni di guerra di Putin e Medvedev si è anche riferito che due importanti leader dell’opposizione parlamentare, schierati con i russi, hanno chiesto ai militari georgiani di arrendesi. In questo modo, per sua stessa ammissione, la tv privata, molto vicina a Saakashvili, ha voluto immaginare l’alto tradimento dell’opposizione in caso di uccisione del presidente.
Quando la colossale beffa è stata alla fine svelata ai telespettatori, la sede della tv è stata subissata da feroci critiche e dall’indignazione generale. Molti notiziari internazionali hanno parlato della sfacciata montatura e le immagini della “fake war” creata dalla rete georgiana hanno iniziato a spopolare anche su Youtube.
“È scandaloso, la gente è rimasta traumatizzata”, si è lamentato Nino Bourdjanadze, uno degli ipotetici traditori della patria citati nel servizio di Imedi Tv: “li citerò in giudizio per calunnia”. Le critiche non risparmiano nemmeno il premier Saakashvili, per l’opposizione il vero regista della farsa: “siamo certi che ogni secondo del programma ha ricevuto l’approvazione del presidente. Questo è il modo con cui questo governo prende in giro la popolazione.”
Il gran bailamme ha fatto sì che anche dallo staff della tv privata arrivassero le scuse formali, ammettendo “un errore di calcolo”, ma sottolineando come, prima del Tg, sia stato mandato in onda un breve messaggio che annunciava una possibile simulazione. Un dettaglio evidentemente notato da pochi, al punto che le scuse sono state ribadite anche dal direttore di Imedi Tv, Giorgi Areladze, dichiarando però che lo scopo del servizio “non era spaventare la gente, ma mettere in guardia i georgiani dalle minacce alla sicurezza che il paese si trova ancora a fronteggiare a causa dei piani di Mosca”. A molti è sembrato di sentire il presidente Saakashvili, da sempre ossessionato dall’idea che la Russia sia un tremendo pericolo per la stabilità della Georgia. Ufficialmente, invece, il “redivivo” presidente ha deplorato l’accaduto, definendo “sgradevole” il comportamento dell’emittente televisiva; “tuttavia”, ha aggiunto, “è ancora più sgradevole pensare che ciò è estremamente vicino a quanto potrebbe ricapitare ben presto”.

null -  Il Giornale del Friuli, 20/03/2010

Senigallia Connection: l’Italia nella spy story di Aleksandr Litvinenko

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Kamikaze-Juve: contro il Siena da 3-0 a 3-3

Quest’anno all’Olimpico di Torino succedono cose turche. Compri un biglietto per vedere una partita di calcio e ne vedi due. La prima è esaltante, spettacolare, strepitosa. Si vince per 3-0 con doppietta di Del Piero e gran gol di Candreva da fuori area. Saltelli in tribuna e cori per i 300 gol in carriera raggiunti e superati dal Capitano. Entusiasmo alle stelle: “ora riprendiamo l’Inter!”.
Unico problema: questa partita dura solo 10 minuti.
La seconda partita invece di minuti ne dura 83 e putroppo è tutto un’altro film. Il Siena, sotto di 3 reti non si rassegna, spinge, ci crede. Al 16′ segna Maccarone infando senza problemi la riserva… del portirere di scorta: Antonio Chimenti. Non è solo un episodio, e si capisce qualche minuto dopo: al 22′ Felipe Melo salva sulla linea l’inzuccata di Pratali. Qualche tifoso, davanti alla tv cme sugli spalti, intuisce che sia l’inizio dell’ennesimo incubo stagionale e infatti nella ripresa le cose per i bianconeri di Torino peggiorano. Chimenti barcolla e alla fine molla: diagonale velonoso di Maccanone, palo, ribattuta vincente di Ghezzal. La Juventus è allo sbando. C’è da fare uno sforzo di ragionamento inaudito per realizzare che non stiamo prendendole dal Machester Utd ma dal Siena, fanalino di cosa della serie A. Un avversario comunque da rispettare già prima di scendere in campo, un rispetto che si tramuta in paura quando i toscani cominciano letteralmente a prenderci a pallate: Tsiolis lascia partire un siluro dal limite, Chimenti è battuto come al solito, ma per fortuna il pallone si infrange tra palo e traversa.
Malesani in panchina grida come un indemoniato. Zaccheroni invece ha gli occhi fuori dalle orbite, assumendo vagamente nel finale le sembianze di a Peo Pericoli: “Caroooogne!”
Al 73′ minuto capita l’ineluttabile: fallo ingenuo di Grygera su Maccarone, rigore, gol di Ghezzal. Che dire? Complimenti sinceri al Siena, una squadra che ci ha creduto fino alla fine. Per quanto riguarda invece la Juve a corrente alternata di quest’anno, forse è già stato detto tutto da ben più esperti cronisti sportivi. Verrebbe da aggiungere unicamente le solite considerazioni emozionali del tifoso qualunque sulla quella gloriosa maglia portata indegnamente da alcuni giocatori, oppure sulla dirigenza di Blanc e compari, che a questo punto rischia seriamente di essere ricordatata per l’annata peggiore di tutti i tempi. Ma dopo partite del genere tutto è assurdo. Ci si sente solo un po’ idioti per aver sprecato due ore a fissare un rettangolo verde, in questo bel pomeriggio di sole.

M.F.  – Juventus Blogger’s Corner, 14/03/2010

Una Juve “too strong” batte 3-1 il Fulham

Peccato. Mancava  solo il colpo del K.O. definitivo. 
Anzi, sul più bello l’avversario ha trovato un fortunoso goal che ha un po’ innervosito la Juventus, tuttavia la prova di quanto sia stata positiva la gara di ieri sera arriva dalla stampa inglese:
“ la Juventus si conferma un avversario difficile da battere” scrivono i cronisti britannici da Torino.
3-1 finale, ampie speranze di passare tranquillamente il turno a Londra.
Alcuni di loro sembrano sinceramente ammirati, al punto che verrebbe da chiedermi quante partite di serie A abbiano seguito quest’anno…
La chicca è senza dubbio il titolo dell’Indipendent, che addirittura incorona Jonathan Zebina come eroe della gara: “troppo forti”, lui e la Juventus, per il Fulham di Hogson.
In effetti lo Zebina di ieri sera è stato una rarità. Non solo per il bellissimo sigillo, una serpentina tra i difensori avversari conclusa con una poderosa staffilata in diagonale, ma perché per l’intera partita non ha sofferto e ha continuato a spingere. Sembrava proprio un giocatore di calcio. Di più, un difensore della Juventus e non solo un gallerista milanese di passaggio per l’Olimpico come al solito.
Bene anche Nicola Legrottaglie, l’attaccante aggiunto che ha sbloccato il risultato ad otto minuti dall’inizio. Tutti si aspettavano le ire funeste dello stangone del Fulham, 1.95, e invece di testa ci ha pensato subito lui, Nicola da Gioia del Colle.
L’unica nota dolente di una squadra ampiamente sopra la sufficienza è arrivata da Diego. Nessun disastro, per carità, ma tanto fumo e niente arrosto. Pazienza (per ora!).
Pacca sulla spalla invece a Vincenzo Iaquinta. Lui è “appena tornato” per davvero e la voglia di riprendere a far bene mi è sembrato non gli mancasse.
Che vogliamo dire invece del solito Trezeguet? Decima stagione in forza alla Juventus, un vecchietto che continua a segnare di rapina a piede armato. Come d’altronde ha sempre fatto.
Infine mi sembra doverosa la nota di merito per Mr. Zaccheroni che nonostante l’annata storta, in cui non si dovrebbe buttare via niente, a fine gara è arrivato davanti ai microfoni dei cronisti quasi rabbuiato per non aver chiuso il discorso qualificazione già ieri sera.
Forse, lo spirito Juventus non si è dissolto del tutto.

M.F.Juventus Blogger’s Corner, 12/03/2010

Tempo scaduto

Egregio Signor Massim. F.,
mi scuso per il ritardo di questa mia, ma solo ora sono riuscito a terminare di leggere “Black Russian”, il romanzo che mi ha inviato qualche mese fa.
Devo dire che l’ho trovato avvincente, ben scritto e ben articolato. Lo stile è pulito, essenziale e senza sbavature e i personaggi delineati con tratto sapiente.
La storia secondo me funziona molto.
Credo che il romanzo possa trovare una felice collocazione nella Collana di narrativa della nostra casa editrice. Pertanto le invio Proposta di Contratto di Edizione.
Cordiali saluti,

Editore X

Gentile Signor X,
sono spiacente, ma di recente ho già firmato un contratto di edizione con un’altra casa editrice.
La ringrazio comunque per la Sua attenzione nel valutare il mio manoscritto.

Cordialmente,
Massim. F.

Riunione straordinaria

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8 marzo, ore 21. 
E’ il momento del regolamento di conti nel Condominio Italia: riunione straordinaria.
Appello di routine e primi mugugni sulle deleghe: “così il voto non è valido!”. Come vedete nel Condominio Italia siamo perfettamente in linea con l’attuale clima elettorale.
Finalmente si comincia:
“Pairolero?”
“Presente!”
“Cafasso?”
“Ci sono”.
“Ferrero?”
Rispondono in venti. (Ferrero a Torino è come Esposito a Napoli…)
A seguire due famiglie romene con i cognomi che finiscono per “escu” e “esu”. C’era anche Aresu che però è semplicemente sardo, e la sinorita sudamericana, mui infervorada por al furto ne las cantina.
Come al solito i cinesi erano assenti.
“Xu?”
(silenzio)
“Hu?”
“And me!”. Risate in tutte le lingue del mondo. Era la solita battuta di Mario, un ragazzo siciliano che abita al piano terra.
I quattro punti all’ordine del giorno, tutti ovviemanete di  vitale importanza, sono il pretesto per sfogare frustrazioni e antipatie maturate negli anni.
Punto 1 –  risistemazione del cortile condominiale (2 ore di discussioni e litigate): nessun accordo raggiunto.
Punto 2 – piantumazione e/o recinzione aree esterne (1 ora di discussione): nessun accordo raggiunto.
Punto 3 – definizione orari di gioco in giardino, onde evitare schiamazzi notturni (1 ora e mezza) : la maggioranza che aveva proposto come termine le ore 21 veniva disturbata dal solito condomino paranoico che chiedeva il conto dei millesimi. Per evitare ulteriori perdite di tempo si decideva di fissare l’orario alle 21.30. Per inciso, ciò non vuol dire che l’orario verrà rispettato, comunque…  ”mettiamo a verbale!”
Punto 4 – abbellimenti, varie ed eventuali (mezz’ora): i condomini decidevano all’unanimità di comprare una pianta per l’ingresso (budget stimanto circa 50 centesimi ciascuno). “Io mi appongo! Scriva che io sono contrario!”. Qualcuno rideva e il condomino rompiballe si infervorava a tal punto che, come ormai simpatica consuetudine condominiale, si sfiorava lo scontro fisico. La parola unanimità veniva così cancellata.  
Al “rompete le righe” dell’Amministratore ci rendevamo conto di aver fatto notte fonda, e contestualmente, di aver buttato via una serata per niente.

Birmania: la guerra impossibile dei bambini magici

nullEnzo Baldoni, che prima di trovare tragicamente la morte sotto il cielo ingrato dell’antica Mesopotamia, fu uno straordinario cronista giramondo, non mancò di rivolgere la sua attenzione al violento regime al potere in Birmania (Myanmar), da sempre oppositore feroce delle minoranze etniche presenti sul suo territorio. Una dittatura xenofoba che ha costantemente cercato di annientare quei piccoli gruppi che non hanno voluto piegarsi alla “birmanizzazione” imposta dalla tirannia, condannandoli all’isolamento e spesso alle più atroci violenze.
In un suo articolo pubblicato da Specchio negli anni ’90, Baldoni raccontò una delle tante storie che testimoniano la resistenza infinita al potere delle giunte militari succedutesi a Rangoon. In quel caso però, a spronare alla rivolta non furono i monaci buddisti che abbiamo imparato a conoscere in tv, né tanto meno l’ostinato sorriso di Aung San Suu Kyi, ma dei semplici bambini. Come nell’incredibile sceneggiatura di un film d’avventura, un piccolo esercito di ragazzini, guidati da due gemelli eredi dell’antichissimo popolo Karen, in lotta da cinquant’anni contro la tirannia, decise di impugnare le armi e combattere per la propria sopravvivenza. Era l’Esercito di Dio, inverosimile gruppo guerrigliero formato da soldati-bambini, armati di fucili mitragliatori e bombe, al comando di Johnny e Luther Htoo, dodici anni, fumatori incalliti.
La loro storia ha inizio nel 1997, quando anche la Karen National Union, l’organizzazione politica che rappresenta il popolo Karen, decise di abbandonare al suo destino il villaggio in cui vivevano i due gemelli. Quando fu chiaro che l’obiettivo del governo era di spianare le casupole dei Karen per far passare un gasdotto, sette bambini decisero invece di non cedere alla prepotenza e di combattere fino alla morte contro l’assedio dei militari. Tra di loro c’erano i figli di un contadino Karen, Johnny e Luther, mai scolarizzati e cresciuti in uno strana comunità piena di magia e mistero.
Le fotografie seguite alla loro popolarità mondiale ce li mostrarono vestiti in tuta mimetica mentre imbracciavano degli M-16 più alti di loro, diventando in questo modo il simbolo di quei 250.000 bambini-soldato che, secondo le Nazioni Unite, partecipano ancora oggi attivamente ai più dimenticati conflitti del pianeta.
Incredibilmente,  il neonato Esercito di Dio riuscì a rompere l’assedio delle truppe birmane, rifugiandosi su una montagna oltre il confine con la Thailandia, che divenne il loro quartier generale. Un luogo circondato da mine, ribattezzato la Montagna di Dio, dove i fratelli Htoo vissero circondati dai loro fedelissimi, fumando sigari e cibandosi di lucertole, scimmie e uccelli.
Grazie al loro credo religioso confusionario che vedeva il cristianesimo austero combinato a pratiche animiste e buddiste, nei territori di confine tra Birmania e Thailandia si diffuse ben presto la credenza che i due giovanissimi condottieri fossero dotati di poteri magici, conoscitori di una sapienza antica e soprannaturale. Si disse che al loro fianco combattessero legioni di soldati invisibili, forse gli spiriti vendicatori del popolo Karen e che la loro carne fosse immune alle pallottole e alle bombe dei militari. Leggenda e magia, che tra i remoti villaggi della foresta trovò terreno fertile per trovare nuovi guerriglieri disposti a scendere in battaglia contro la dispotica tirannia di Rangoon. Alcuni giornalisti occidentali che si interessarono alla straordinaria vicenda dei fratelli Karen, stimarono che essi avessero ai loro ordini qualcosa come 500 miliziani, per lo più ragazzi di età compresa tra i 12 e i 18 anni. Pare che i pochi tra loro capaci non completamente analfabeti leggessero agli altri i versi della Bibbia per trovare l’ispirazione per le loro azioni.
Dopo numerosi scontri a fuoco nell’ottobre del 1999, l’Esercito di Dio si alleò con il gruppo degli Student Worriors, assaltando con un blitz a sorpresa l’ambasciata birmana a Bangkok e prendendo in ostaggio 30 persone. “È gente sull’orlo della disperazione” si disse in Thailandia, “ma non sappiamo bene chi siano”. Tra lo stupore generale i piccoli ribelli riuscirono ad ottenere un elicottero e a tornare sulla loro montagna.
Per Bangkok ciò rappresentò uno smacco da vendicare ad ogni costo. Infatti, alcuni mesi più tardi, nel gennaio del 2000, un’operazione congiunta di militari birmani e thailandesi attaccò in forze la base dei Karen, senza tener minimamente conto della giovane età dei guerriglieri. A questo punto un manipolo di ragazzini decise di rispondere all’offensiva  prendendo in ostaggio per 22 ore le 750 persone presenti in un ospedale a Ratchaburi, in Thailandia. I coraggiosi soldatini chiesero al governo thailandese di sospendere i bombardamenti sulla Montagna di Dio e di portare cure ai loro feriti. La risposta dei commandos fu implacabile. Attaccarono l’edificio all’alba e questa volta nemmeno gli spiriti Karen poterono nulla: tutti i membri dell’Esercito di Dio vennero uccisi. Alcuni testimoni dissero che furono giustiziati dopo essersi arresi.
Fu un duro colpo per il mito degli invulnerabili gemelli Htoo. Sempre più accerchiati, senza più vie di scampo, Johnny e Luther si consegnarono ai soldati thailandesi un anno dopo i fatti di Ratchaburi insieme ai loro ultimi diciassette seguaci. Dopo aver smentito le credenze che li volevano in possesso di poteri magici, ringraziarono Dio per averli fatti sopravvivere nel corso degli anni e dichiararono di voler rinunciare alla lotta: probabilmente fu il prezzo da pagare per avere salva la vita.
Secondo la versione ufficiale Johnny e Luther vennero ricongiunti alla loro famiglia e vissero per quattro anni in un campo profughi in Thailandia con lo status di rifugiati. Qualcuno ipotizzò che i veri comandanti dell’Esercito di Dio fossero altri, secondo il Bangkok Post solo Luther fu uno dei leader. Sempre secondo questo giornale, il ricongiungimento con i familiari non sarebbe mai avvenuto visto che la madre dei gemelli era già morta all’epoca del loro arrivo nel campo profughi.
La notizia della cattura dei bambini-soldato fece comunque scalpore in Thailandia, tanto che addirittura il Primo Ministro del paese si recò a fargli visita. Quando li vide, malnutriti e spaventati, quasi con stupore disse: “questi sono solo dei ragazzini, avrebbero dovuto studiare”.
Negli anni successivi le cronache thailandesi continuarono ad interessarsi di loro. Il gossip di stampo occidentale colpì duro quegli ex bambini magici che un tempo si erano creduti insensibili ad ogni tipo di proiettile. Di Luther si disse che aveva sposato una donna più grande di 19 anni, che voleva studiare musica e trovare un lavoro, e che per questo motivo aveva barattato il suo fucile AK47 con una chitarra. Poi, di lui si sono perse le tracce.
Johnny lasciò invece la “comoda” vita del campo profughi e tornò ad interessarsi delle vessazioni del popolo Karen. Riprese a frequentare gli altri ex membri dell’Esercito di Dio e tornò ad essere un guerrigliero. La propaganda della televisione birmana diede l’annuncio della sua nuova cattura, insieme ad altri otto ribelli, nel luglio del 2006.
Gli ex bambini magici oggi hanno 22 anni. Nonostante i militari birmani abbiano sempre combattuto senza pietà i resti dell’Esercito di Dio, ancora oggi in Birmania c’è chi sostiene che centinaia di guerriglieri Karen rimangano ancora raminghi nella giungla. In agguato…

null - Il Giornale del Friuli, 06/03/2010

Others e dintorni (2)

nullLa cosa positiva di ieri sera è che sono riuscito a dormire.
Gli Others, dopo la precedente nottata di baldoria, hanno concesso una tregua.  Questo non vuol dire affatto che non si siano comunque fatti sentire! A mezzanotte e mezza, puntuale, srotolavano la tapparella sopra la mia camera da letto con la delicatezza di un elefante in una cristalleria. Ero troppo stanco per urlare e mi sono limitato ad una serie breve di insulti a mezza bocca prima di riaddormentarmi.
E’ curioso.
Il mio timore maggiore, prima di trasferirmi in questo condominio che è una specie di Babele, moderna espressione della Torino multietnica, era quello di affrontare chissà quali problemi causati dalla convivenza con culture diverse. Invece fino ad ora non ho dovuto patire nulla di tutto questo.
Non ho assolutamente alcun problema con i miei vicini romeni, i Lupescu, con cui condivido il pianerottolo.  Tutto bene anche con la signora sudamericana dello stabile accanto che, tra l’altro, si cimenta con scrupolo e dedizione nella raccolta differenziata.
Meno che mai ho avuto nulla da ridire alle irreprensibili famiglie cinesi dirimpettaie: gli Hu e gli Xu.
(Una volta ho anche incontrato un loro parente  che mi ha chiesto se gentilmente potevo indicargli su quale bottone del citofono c’era scritto “Hu”, perché lui non capiva la nostra scrittura.) 
Anche sul fronte della migrazione interna è tutto a posto: dopo un inizio un po’ turbolento sono riuscito a stringere buoni rapporti con i tizi del settimo piano, pugliesi di Foggia. Inoltre, sono in ottimi rapporti con il signor Furbo, ottimo caposcala, nativo di Caltanissetta.
Insomma, per ora il melting pot condominiale funziona a meraviglia. Il problema sono solo loro, gli Others, che pensate un po’, sono non solo italiani ma con tutta probabità anche piemontesi.
Bè, io mi ci impegno, ma paradossalmente mi riesce difficile non diventare razzista con questa gentaglia arrogante e maleducata. Un dettaglio che rende del tutto irrilevante il fatto che siano nati nella mia stessa città.

Others e dintorni

nullCi risiamo. Con gli Others siamo arrivati davvero ai ferri corti.
In questo appartamento viviamo in due e ieri notte, io che solitamente sono quello nervoso, ero invece il più calmo. Questo la dice lunga sullo stato di sclero raggiunto per colpa dei cari condomini del sesto piano (che Dio li fulmini!).
Insomma, c’è stato un altro festino. A mezzanotte e mezza ero ancora sveglio a fissare il soffitto, sentendo le risate cadenzate degli Others e dei loro ospiti. Sono seguiti i soliti spostamenti di mobili, lo srotolamento selvaggio delle tapparelle e, per finire, l’immancabile night marathon in tacchi da 15!
Mentre non domivo mi sono ricordato di una notte di tanti anni fa, a Roma. Avevo avuto la pessima idea di andare a dormire in un albergo di infimo ordine nei pressi della stazione Termini. Una di quelle stambeghe con una stella (avariata), in cui il cliente più onesto aveva tre ergastoli sulla fedina penale.
Bè, anche quella era stata una notte piuttosto mvimentata. Tra lei vie del quartiere Esquilino erano rimbombate a lungo le sirene, e appena fuori dalla mia porta si sentivano urla litigiose in varie lingue ispaniche.
Oggi però la mia situazione dovrebbe essere diversa. Sono a casa MIA, nella mia città, un posto in cui voglio vivere bene per molti, molti anni.  Quindi, cari Others, per quanto mi riguarda da oggi è iniziata la guerra!
Anche perché di ri-cambiare casa non se ne parla. Sono solo sei mesi che vivo in questo quartiere e già mi sono abituato al suo tran tran. Ai cantieri per il 2011 che non arriva mai, al bip-bip della retro dei camion alle sei di mattina. Ma anche alle albe nitide con la corona di Alpi rosate ed ai tramonti infuocati su Superga. 
Io di qui non mi muovo.

La revisione

nullNon vi ho ancora presentato la casa editrice che pubblicherà Black Russian, ma lo farò prossimamente.
Adesso il manoscritto sta passando sotto l’occhio vigile del correttore di bozze che segnalerà, se e come, dovranno essere fatte delle modifiche sul testo. Poi la palla tornerà a me per le revisioni del caso. Infine ci sarà il controllo ortografico e l’impaginazione.
Tutto questo processo dovrebbe durare circa un paio di mesi, spero quindi che il libro sarà pronto per il Salone del Libro di Torino a cui l’editore dovrebbe partecipare.
E’ la prima volta che arrivo a questa fase di “avanzamento lavori” e ho ancora molto da imparare e da fare.
Dovrei individure, per esempio, qualcuno che abbia voglia di scrivere una bella intrduzione al libro. Qualcuno del settore… che mastichi thriller e romanzi gialli. Un Marco Vichi ad esempio, che poi è uno dei miei eroi contemporanei. Ma visto che Vichi probabgilmente non mi si filerà, è molto probabile che alla fine sceglierò di saltare questo passaggio.
Poi c’è la copertina. La vorrei semplice, con pochi colori, d’impatto. Ho una mezza idea di cui dovrò discutere con l’editore. 
Al booktrailer ci sto lavorando ed ai ringraziamenti… pensando.
C’è poi da parlare della presentazione, ed è la cosa che mi preoccupa di più. Vorrei evitare di farla a Torino appoggiandomi all’organizzazione della casa editrice. Molto probabile quindi che Black Russian verrà presentato in trasferta, magari sotto la Lanterna, contando sul supporto di qualche ottimo amico… (link, link) ;-)