Krasnoyarsk-26, la città segreta progettata per l’apocalisse

Zheleznogorsk è una cittadina della Russia orientale, affacciata sul fiume Yenisei. Si chiama così solo dal 1992, nonostante la sua costruzione sia avvenuta nel 1950, quando la zona su cui sorge non era nient’altro che un territorio desolato al confine della foresta siberiana. Per oltre 40 anni, fino alla disintegrazione dell’impero sovietico, quasi nessuno è stato al corrente della sua esistenza. Eppure la città era popolata da centinaia di ingegneri, fisici e soldati che chiamavano il posto in cui vivevano con il nome in codice di Krasnoyarsk-26.
Sotto la bandiera rossa dell’Urss issata nella inospitale Siberia, centomila fantasmi hanno vissuto e lavorato ogni giorno in una città altrettanto fantasma, non segnata sulle carte geografiche, difficile da raggiungere e mantenuta appositamente isolata dal mondo. Krasnoyarsk-26 era una delle città segrete dell’Unione Sovietica. Una delle meraviglie moderne dell’ingegneria militare, il complesso nucleare segreto più grande del mondo. Pochi palazzi residenziali costruiti attorno a tre reattori per la produzione di plutonio per le armi atomiche che avrebbero dovuto servire ai russi per vincere la Terza guerra mondiale contro gli Stati Uniti.
Per decenni, in silenzio, la città si è preparata all’apocalisse. Continue esercitazioni, esperimenti e test venivano condotti in strutture sotterranee multilivello con oltre 3500 stanze o in gallerie scavate a 200 metri di profondità all’interno di una montagna. Tutti dovevano essere pronti a tutto, anche ad un attacco a sorpresa. Ecco perché gli impianti dei reattori erano progettati non solo per resistere ad un bombardamento nucleare, ma anche per reagire continuando a produrre plutonio per gli armamenti.
Ma in attesa del conflitto globale, a Krasnoyarsk-26 non si viveva affatto male per gli standard di vita dell’Unione Sovietica. Chi lavorava agli impianti nucleari era ottimamente pagato e poteva godere di molti privilegi sociali per sé e per la propria famiglia. In cambio lo stato comunista imponeva la più assoluta segretezza su quanto accadeva in città. Gli spostamenti degli abitanti erano scoraggiati dalle autorità locali, per entrare o uscire dai confini di quel lembo di Siberia ci voleva un pass speciale. Anche le comunicazioni con il resto del paese erano difficoltose ed avvenivano per lo più per corrispondenza. Le lettere dei familiari dei lavoratori della città segreta, inviate da Mosca o da San Pietroburgo, dovevano essere indirizzate ad una casella postale chiamata appunto “Krasnoyarsk-26”. Nessuna riservatezza, ogni riga era passata al setaccio dagli agenti del KGB.
Molto più agevole era invece l’interconnessione con le altre città segrete russe come Chelyabinsk-65 o Tomsk-7, con cui venivano scambiati minerali ad altri materiali utili per scopi bellici.
Nella più rigida disciplina militare, tutto a Krasnoyarsk-26 è rimasto uguale per oltre quarant’anni. La vita dei figli dei soldati e dei fisici nucleari si svolgeva su strade desolate al di sopra dei labirinti sotterranei, in cui costantemente in allarme lavoravano i loro padri. In attesa della resa dei conti finale. Quella che non è mai arrivata.
Nel 1992 il presidente russo Boris Eltsin ha finalmente riconosciuto con un decreto l’esistenza delle città segrete. Krasnoyarsk-26 è apparsa per la prima volta sulle cartine geografiche ufficiali con il nome storico di Zheleznogorsk e nulla in città è più stato uguale. Chiunque ora può entrare ed uscire ma nella ex città segreta non ci vengono molti turisti perché c’è poco da vedere.
Due dei tre reattori sono stati spenti, alcune attività belliche riconvertite. Rimangono però i segni indelebili della catastrofe ecologica che l’attività della misteriosa Krasnoyarsk-26 ha procurato nella regione siberiana: 3000 tonnellate di scorie radioattive accumulate, materiale pericolosissimo che nessuno a Mosca ha ancora deciso come smaltire. È il prezzo da pagare per aver progettato la fine del mondo.

null, 29/04/2010

articolo concesso al Giornale del Friuli e pubblicato il 01/05/2010

Notte d’acqua

Il temporale è arrivato da ovest, annunciato dalle raffiche dei venti in ascensione dalla Val Susa.
Stava già facendo notte quando sono iniziati  a cadere i primi fulmini sopra le sagome delle Alpi, che a nord-est di Torino virano decise in un semicerchio maestoso.
Poi è inizato a piovere. Prima piano e poi forte, di stravento, bagnando i vetri delle finestre.
E tra tuoni, lampi e ululati, la notte d’acqua, questa sorta di violenta e divertente ira divina, è continuata per almeno due ore.
L’ho attesa con impazienza la iena elettrica. Questa sferzata vibrata dal cielo, che sa essere ironica e spaventosa. L’ho attesa per catturarla, finalmente. 
Sguardo all’infinito e scatto prontissimo. Sono stato un mostro di ferocia: click!

Verso l'uragano (2)

Largo ai giovani

C’è da essere contenti. In una sola settimana abbiamo assistito a due eventi epocali:
- Sandra Milo è stata eliminata dall’Isola dei Famosi.
-  Al vertice delle Generali, Antoine Bernheim (85 anni) è stato sostituito da Cesare Geronzi (75 anni).

Finalmente anche in Italia comincia a vedersi un salutare e significativo cambio generazionale.

Usa-Russia: superpotenze in lotta sui ring centro-asiatici

nullIl Kirghizistan è stato un ring. Uno dei luoghi lontani dai riflettori della politica internazionale in cui Usa e Russia possono darsele di santa ragione. Senza arbitri, senza pubblico, il combattimento è silenzioso e spesso senza regole.
Mentre i paesi occidentali si rallegrano per l’accordo di Praga, con cui le due superpotenze hanno deciso la riduzione degli arsenali nucleari, nella lontana Asia Centrale si continua a manifestare, chiara e inequivocabile, la condotta che la Russia ha costantemente perseguito in politica estera negli ultimi tre secoli: la logica del dominio, dell’espansione oltre i propri confini.
Il principio per Putin e Medvedev è semplice, così come lo era per lo zar e per Stalin: una parte del mondo è sotto la sfera di influenza russa e guai a chi ci mette le mani. Seguendo questo principio, solo negli ultimi anni, Mosca ha puntato i piedi sull’ipotesi di installazione dello scudo missilistico americano in Polonia e Repubblica Ceca, scatenato una guerra lampo in Georgia ed interferito nelle elezioni in Ucraina. Tutte nazioni che avevano manifestato apertamente il loro desiderio di uscire dal controllo di Mosca per avvicinarsi al blocco occidentale. Nel caso di Georgia e Ucraina lo scontro di interessi è stato addirittura plateale: i milioni di dollari americani, nascosti sotto i fragili sogni di democrazia orchestrati dall’ideologo del Dio denaro George Soros, sono stati buttati al vento nelle Rivoluzioni Colorate, con il fallito scopo di far cambiare padrone agli stati dell’ex “recinto” sovietico. Speranze durate pochi anni e cancellate senza troppo affanno dalla implacabile Madre Russia.
Ad inizio aprile il terreno della battaglia segreta tra Usa e Russia si è spostato in Kirghizistan. I soldi degli americani nel 2005 erano arrivati anche lì. C’era stata la Rivoluzione dei Tulipani che aveva portato al potere Kurmanbek Bakiev, un presidente che Putin e compagni hanno sopportato fino a che non ha tradito l’enorme promessa di chiudere la base americana di Manas, in territorio kirghizo. Una base molto importante per il rifornimento dei militari statunitensi in Afghanistan, ma anche e soprattutto rilevante per motivi strategici. Nel febbraio del 2009, il provvidenziale intervento economico di Washingston per far cambiare idea a Bakiev ha segnato l’inizio della sua fine politica. Così il sospetto che ci sia stato un intervento russo per rovesciare il governo, si fa più concreto mano a mano che passano i giorni. Putin si è prontamente congratulato per l’avvento della nuova classe dirigente in Kirghizistan, precedendo di molto la diplomazia americana, apparsa spiazzata dal repentino stravolgimento della situazione nel paese.
Nella rituale telefonata di “benedizione”, il premier russo ha rivelato al presidente ad interim kirghizo Roza Otunbayeva la sua personale idea sulla presenza militare straniera nel paese: un avamposto straniero è necessario e indiscutibile, ma in Kirghizistan basta una sola base. Quella della Federazione Russa, ovviamente.
A quanto pare la Otunbayeva ha risposto prendendo tempo, rinnovando di un anno l’affitto della base Usa e rimandando di fatto la decisione dello sfratto, molto gradita a Mosca. Ma se ciò non avvenisse nemmeno nel 2011, molti osservatori di “cose russe” malignano che anche il destino della neo premier sarebbe segnato. In parole povere ci sarebbe un’altra rivoluzione.
Dagli Usa, da sempre non propriamente a loro agio in quelle latitudini, sono arrivate fino ad ora soltanto reazioni caute e misurate. La versione ufficiale è che se la base di Manas venisse chiusa, non sarebbe un dramma visto che si tratta di un campo militare di secondaria importanza nello scacchiere strategico americano. Ma dalle dotte aule della Princeton University, si è già alzata una voce fuori dal coro per affermare che la questione non è propriamente così semplice e che il golpe kirghizo deve necessariamente venire letto come una arrogante mossa di Mosca. È Robert Finn, ex ambasciatore americano in Afghanistan e Tagikistan, uno dei pochi che conosce a fondo l’importanza della presenza americana in Asia Centrale. “Questa è una loro vittoria”, ha tagliato corto Finn, lasciando intendere che quello che è accaduto in Kirghizistan è stato soltanto l’ennesimo round di un lungo match politico-militare, prima che lo scontro tra Usa e Russia si sposti su un altro ring appartato del mondo. Si può anche tirare ad indovinare quale sarà. Basta prendere in mano la carta geografica dell’Asia Centrale perché l’occhio cada sull’Uzbekistan.

null -  Il Giornale del Friuli, 24 aprile 2010

Bella ciao

Bella ciao

Ascolto Bella Ciao nella versione dei Modena City Ramblers.
Con questo sono sessantacinque 25 aprile, il che vuol dire che anche un altro anno di libertà l’abbiamo scippato via, tutto sommato. Il prossimo si vedrà. Tempi bui sulle italiche terre…
Per chi è di Torino si festeggia dalle 15 in piazza Castello. Ci sarà buona musica e sul palco c’è anche Fabrizio.
Viva l’Italia libera e viva i partigiani… di ieri e di oggi.

Bentornato Ficcanaso

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“Così…
Per sfizio…
Decisi un giorno di diventare giornalista freelance e cercai di capire un po’ meglio come funzionava questo strano mondo.
Visitai posti come la Colombia, Timor Est, Cuba…
In una calda giornata di luglio poi, la mia solita vocina insistente ha cominciato a ripetere “Baghdad, Baghdad, Baghdad…”
Ho dovuto cedere…

Mercy bocù

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…l’ottimismo ricomincia a pilotarmi /
per la città /
un’insegna verde menta /
mi promette un whisky bar /
un juke-box sussurra wasciù-wariu-wà… /

Madò, che artista geniale!
Se non è poesia moderna questa ce ne andiamo tutti a casa…
Sergio spacca anche dopo vent’anni! :-D
( Se non si fosse capito, stavo ascoltando l’intramontabile Mercy bocù. Che si scrive proprio così: Mercy Bocù)

Margherita

Quando l’assistente sociale ha suonato alla porta, zia Rita le ha aperto con addosso il solito grembiule da cucina, tutta trafelata.
- Allora Signorina, come si sente? – le ha chiesto la donna mandata dal comune, sottolineando la parola “signorina”. Sì, perché zia Rita ha quasi ottant’anni ma non si è mai sposata, quindi a certi modi formali ci tiene.
A dire il vero, zia Rita non ha mai fatto un sacco di altre cose. Ad esempio non ha mai lasciato quel paese dimenticato da Dio in cui è nata. Un angolo ingrato di Piemonte, bagnato dal Po e infestato dalle mosche.
Alla domanda dell’assistente sociale ha risposto di sentirsi bene, nonostante i soliti “bu bu” dovuti dall’età che avanza si facciano sentire spesso. Ha così voluto offrire un caffè alla gentile signora. Perché il piemontese è falso, ma almeno cortese.
La donna intanto non faceva che guardarsi attorno, scrutando il mobilio antico della casa: la stufa di ghisa, le pentole di rame, le foto in bianco e nero alle pareti.
Zia Rita vive da sola. Sempre sola. Nessun marito, niente figli, un unico  fratello ormai sotto terra da dieci anni ed il resto dei parenti tutti lontani.
La chiacchierata è durata ancora per una mezz’ora, parlando del più e del meno. Zia Rita si è quasi commossa quando la sua ospite l’ha chiamata “Margherita”. Perché erano anni che qualcuno non pronunciava il suo nome per intero. Dal canto suo, l’assistente sociale ha annotato sul suo quadernetto che, nonostante la solitudine cronica, quella vecchietta riusciva a vivere ancora in condizioni decorose e che non si richiedeva pertanto nessun intervento da parte dei servizi sociali del comune. Ed era realmente sul punto di togliere il disturbo, prima che le venisse in mente di chiedere a Margherita come mai le fosse venuta ad aprire la porta tutta affannata.
- Sa com’è, ho sempre molto da fare…- si è giustificata zia Rita.
L’assistente sociale, incuriosita, ha così domandato quali stress quotidiani potesse imporre la vita di paese ad una vecchiatta come lei.
- Oh, sa com’è, la mamma mi dà sempre un sacco di lavoro.-
- La… mamma? - 
- Sì sì, la mamma – ha confermato zia Rita, lamentandosi di dover lavare ogni giorni un sacco di panni.  – E poi non le dico quando si tratta di cucinare! La mamma vuole soltanto quello che desidera. E’ capricciosa!-
- La mamma? -
- Certo!-
L’assistente sociale a questo punto ha chiesto di poter parlare direttamente con la “la mamma”. Così zia Rita l’ha condotta in una camera matrimoniale che odorava di chiuso. Il letto era in ordine ma c’era polvere dappertutto, come se non venisse utilizzata da moltissimo tempo.
- Ecco – ha detto zia Rita – ci parli lei e provi a farla ragionare, se ci riesce.-
L’assistente sociale è rimasta sull’uscio a contemplare per qualche secondo quella stanza vuota. Non c’era proprio nessuno con cui parlare lì dentro.
La mamma di zia Rita, che per me era semplicemente la nonna Etta (Benedetta), è morta nel maggio del 1988.

[ nella foto: il ramo piemontese della mia famiglia (1949) ]

Kirghizistan: la rivoluzione in 140 caratteri

null“Cari amici, internet è diventato il più importante canale di comunicazione con la gente. Ora grazie a Twitter posso comunicare direttamente con voi”.
Con questo breve messaggio pubblicato sul web il 19 marzo scorso, Roza Otunbayeva, leader dell’opposizione in Kirghizistan, dava di fatto il via alla rivoluzione che in meno di venti giorni ha spazzato via il regime di Kurmanbek Bakiev.
È così che Twitter, il popolare social network che permette la comunicazione in tempo reale di un evento tramite la composizione di messaggi di massimo 140 caratteri, si è imposto come nuova forma di lotta politica anche nella remota Asia Centrale. Una novità pressoché assoluta a quelle latitudini, nonostante nel resto del mondo influenti personaggi come Barack Obama o Rania di Giordania usino quotidianamente Twitter per dialogare con i loro sostenitori.
Nel caso della rivolta scoppiata il 7 aprile in Kirghizistan, la pagina aggiornata da Roza Otunbayeva (http://twitter.com/otunbayeva) ha permesso di avere notizie in diretta sui violenti scontri di piazza che hanno preceduto la deposizione del governo. I mass media mondiali hanno in questo modo conosciuto anche l’interessante figura di questa parlamentare socialdemocratica sessantenne, cresciuta nel Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Nella foto pubblicata sul suo profilo appare con occhiali, lineamenti orientali e capelli neri a caschetto mentre parla in un comizio. È stata questa la sua unica immagine nei concitati momenti del golpe, in cui non ha voluto comparire in video, scegliendo di comunicare unicamente via Twitter. Rileggendo quei messaggi è possibile ricostruire con sorprendente precisione l’escalation di avvenimenti che ha preceduto il crollo del regime salito al potere con la cosiddetta Rivoluzione dei Tulipani non più tardi del 2005. Allora anche Roza Otunbayeva, di mestiere docente universitaria, aveva simpatizzato per Bakiev. Poi il costante peggioramento delle condizioni di vita nel paese e la contemporanea svolta autoritaria del presidente verso gli oppositori, l’hanno convinta a diventare una dei suoi peggiori nemici.
Per giorni, prima che la rabbia del popolo kirghiso scoppiasse, la Otunbayeva aveva denunciato il blocco dei siti indipendenti non graditi a Bakiev ed il controllo pressoché totale sull’informazione del paese. Messaggi virtuali per dire al mondo che in Kirghizistan stava per accadere qualcosa per davvero.
Il 21 marzo, l’inizio della primavera veniva salutato come l’arrivo di “nuove speranze, sogni, aspettative…”. Una frase che riletta oggi suona sibillina: il momento del colpo di stato si stava avvicinando.
Il giorno 23 la situazione nel paese diventava rovente: “arrestati altri 23 attivisti. Ho chiesto ad alcuni colleghi parlamentari di portare sostegno ai detenuti”. La polemica con il presidente Bakiev si fa più aspra: “se le autorità vogliono sentire davvero il parere della gente, perché non concedono la libertà di riunione e di espressione?”.
È a questo punto che Twitter è divenuto di primaria importanza per rendere l’opinione pubblica kirghiza parte attiva nel nascente conflitto. Qualcuno ha cominciato a rispondere ai messaggi di Roza Otunbayeva, vincendo la paura, beffando la censura: “è la strada giusta, compagni!”. Oggi la lista dei suoi followers su Twitter, ha sfiorato quasi il migliaio di utenti. Tra questi ci sono anche la CNN e la BBC.
Nella realtà, nelle strade del Kirghizistan, l’obiettivo della rivoluzione veniva raggiunto organizzando dei comitati territoriali ed iniziando delle manifestazioni ostili al governo in varie città del paese. Grazie al social network si diffondevano le prime notizie di scontri tra manifestanti e polizia a Bishkek, prontamente riportate dalle agenzie di stampa.
Alle 11.09 del 7 aprile la Otunbayeva digita su Twitter la notizia della fuga di Bakiev e di altri importanti membri del suo governo. Anche l’ex presidente aveva la sua pagina su Twitter. Ma è sempre rimasta spoglia, aggiornata di rado, utilizzata per lo più per riproporre alcune foto ufficiali accanto a Medvedev e ad altri leader di paesi asiatici.
Alle 12.33, Roza Otunbayeva comunicava al mondo, con un breve messaggio colmo di sgomento, degli spari della polizia sui manifestanti avvenuti nella capitale. Moriranno 84 persone e centinaia rimarranno ferite. “Bakiev, non sarai mai perdonato!”, sentenziava.
Il colpo di stato si concludeva alle 19.25: “Usenov ha firmato le dimissioni del governo. Nessuno sa dove si trovi adesso Bakiev”. Seguono ore di caos in tutto il Kirghizistan, con saccheggi e incendi in molti palazzi dell’odiato governo. La Otunbayeva si dava da fare rendendo nota la formazione di pattuglie di civili e di vigilantes allo scopo di riportare la nazione alla normalità. Alle 9.38 del mattino dell’8 aprile un altro messaggio annunciava che finalmente la situazione era sotto controllo: “vi ringrazio per il vostro sostegno”.
Roza Otunbayeva veniva nominata presidente del Kirghizistan. Sul suo profilo di Twitter appare tuttora la dicitura “capo del governo ad interim”. Il suo primo pensiero sul web è stato per i manifestanti feriti ricoverati negli ospedali: “gli ho chiesto perché si sono esposti al fuoco. La loro risposta è stata che volevano semplicemente una vita migliore”.  Ora lo sappiamo anche noi, grazie a Twitter.

null -  Il Giornale del Friuli, 17 aprile 2010

Cinguettando

Mi piace Twitter.
Lo conosco da tanto ma lo uso da poco e devo ammettere che mi appassiona. La pagina che ho aperto per Black Russian mi sta dando l’opportinità di seguire i messaggi di nuovi e vecchi amici. Tra questi, molti sono degli scrittori o comunque delle persone che lavorano nell’editoria: case editrici, giornalisti, biblioteche, librerie, etc.
Su Twitter si sta bene. In Italia non ha ancora avuto il successo di Facebook e quindi, tutto sommato, si cinguetta ancora in pochi. E’ come il pezzetto di spiaggia vicino Ostia sconociuto ai vacanzieri, la corsia non affollata del supermercato, l’angolino libero nel bar del centro.
Un grande social network che in Italia non si filano in troppi. Ed per questo che si sta bene.

Scrivere un libro

Sono convinto, Lucas, che ogni essere umano è nato per scrivere un libro, e per nient’altro. Un libro geniale o un libro mediocre, non importa, ma colui che non scriverà niente è un essere perduto, non ha fatto altro che passare sulla terra senza lasciare traccia.
Trilogia della città di K. (Pag. 210), Agota Kristof (trovata sul blog di Glauco)
 

Stanotte mi piacrebbe che leggessi questa frase, papà. 
E’ un peccato che siano destinati a non capirci mai, noi due. Ma un giorno, chissà, tra una riunione e l’altra, tra un aereo e l’altro, tra un’auto e l’altra, tra una telefonata e l’altra, tra una partita della Juve e l’altra, tra una litigata e un silenzio, un rimorso e un rancore…. un giorno, chissà, magari ci conosceremo.

Sospette ingerenze esterne sul golpe in Kirghizistan

Tra i link più visitati da Google spicca, da mercoledì 7 aprile, la pagina di Wikipedia dedicata al Kirghizistan, paese semi-sconosciuto dell’Asia Centrale.
C’è stato un golpe, i giornali devono parlarne e molti giornalisti devono far finta di padroneggiare l’argomento. Banali introduzioni aiutano il lettore a rintracciare il pezzettino di mappamondo in cui si trova questa ex repubblica sovietica dal nome così complicato. Un luogo che sembra un angolo sperduto, ma in cui c’è una base americana e una russa. Un territorio chiave per la guerra al terrorismo in Afghanistan, che per di più possiede anche una lunga striscia di confine con la Cina. Si scopre così che il misterioso Kirghizistan occupa una posizione strategica che interessa a molti. Ecco perché se ne parla, e soprattutto perché se ne interessano Putin e Obama.
La cronaca del golpe è presto fatta: dopo i primi scontri nelle vicinanze del palazzo presidenziale di Bishkek, la capitale del paese, i manifestanti dell’opposizione hanno picchiato selvaggiamente il ministro dell’Interno Kongatiev nella città di Talas. Successivamente, gruppi organizzati di insorti hanno incendiato la sede della procura generale e preso d’assalto il parlamento, la tv di stato e altri punti nevralgici del potere. Anche le forze armate e le guardie di frontiera sono cadute ben presto sotto il controllo dei rivoltosi. In un disperato tentativo di reagire al colpo di stato, la polizia fedele al presidente Kurmanbek Bakiev ha sparato all’impazzata sui manifestanti. Bilancio provvisorio degli scontri: settantacinque morti e mille feriti. Così una rivoluzione ha cancellato il sogno di un’altra rivoluzione, quella dei Tulipani, che nel 2005 aveva visto insediarsi a furor di popolo al governo il filo-occidentale Bakiev.
Ma cinque anni sono un’eternità in Asia Centrale, dove i buoni diventano cattivi in molto meno tempo. Così, l’opposizione, formata per altro da molti ex rivoluzionari “tulipanisti”, ha accusato Kurmanbek Bakiev di aver ridotto il Kirghizistan in tirannia, limitando la libertà di espressione e favorendo la corruzione grazie anche al gran numero di parenti che il presidente avrebbe collocato nelle più alte sfere dello stato.
Addirittura gli Stati Uniti, gli stessi che nel 2005 avevano foraggiato la Rivoluzione dei Tulipani, hanno mostrato ultimamente una crescente irritazione per l’equivoca politica presidenziale, all’apparenza vicina all’occidente ma comunque sempre pronta a fare accordi sottobanco anche con Russia e Cina. Il 4 febbraio del 2009 infatti, Bakiev su pressione di Mosca aveva addirittura minacciato la chiusura della base Usa di Manas. Sono così serviti una vagonata di dollari americani per far cambiare idea al capo del governo kirghiso, ed evidentemente un annetto o poco più per organizzare la fulminea deposizione di un soggetto non più fedele ai voleri di Washington.
Dopo l’annuncio del colpo di stato, il Kirghizistan è sprofondato nel caos. Incedi e saccheggi di case e palazzi pubblici si sono verificati la scorsa notte nella capitale, non risparmiando nemmeno gli uffici del presidente Bakiev che, vista la situazione, ha deciso di lasciare precipitosamente il paese. L’opposizione ha potuto così annunciare la formazione di un governo provvisorio presieduto da Roza Otunbajeva, prima rivoluzionaria del 2005 e poi nemica giurata del regime di Bakiev. Il suo governo dovrebbe durare sei mesi, aprendo la strada a delle libere elezioni perché “il popolo kirgiko vuole la democrazia”. Ma di certo, sul futuro di uno stato sconosciuto su cui in troppi vorrebbero mettere le mani, c’è ben poco.
Nonostante gli appelli alla calma rivolti dalla comunità internazione, il clima nel paese rimane incandescente. Per ora, la neopremier Otunbajeva ha incassato la preziosissima benedizione telefonica di Vladimir Putin, nonostante Bakiev non si sia ancora dimesso. Dal sito di notizie 24.kb il presidente deposto ha scaricato sull’opposizione tutta la responsabilità per aver innescato la scia di violenza, e all’emittente radiofonica russa Radio Eco ha detto: “Questo è un colpo di Stato con ingerenze esterne. Non voglio indicare un Paese concreto, ma senza forze esterne è praticamente impossibile compiere un’operazione del genere”. E’ sveglio, il presidente.
Il timore è che a questo punto, Bakiev possa riuscire a mobilitare i suoi sostenitori, innescando una sanguinosa guerra civile. Nell’eventualità che la situazione possa sfuggire di mano a tutti, Mosca è stata la prima a muoversi sul piano militare: in una nota il Cremlino ha fatto sapere di voler inviare al più presto un battaglione di paracadutisti alla base russa di Kant, vicino Bishkek, ufficialmente per garantire la sicurezza dei cittadini russi. Poi si vedrà.
Anche gli americani sono preoccupati. Da mercoledì sono sospesi i voli militari che dalla base americana in territorio kirghiso riforniscono le truppe in Afghanistan. Un bel problema, dal momento che sul futuro delle basi straniere Roza Otunbajeva non si è ancora sbilanciata.“Ci serve tempo per capire cosa fare”, ha detto.
Ma oggi in Kirghizistan è soprattutto il giorno del dolore per le vittime degli scontri. Il giorno delle lacrime delle madri di Bishkek. Il giorno delle accuse e dell’odio, mentre i veri carnefici, i giocatori di questo Risiko invisibile svolto ai danni dei popoli dell’Asia Centrale, tacciono. Osservano. Attendono.

nullIl Giornale del Friuli, 10/04/2010

2300 km

Dopo 2300 km macinati su e giù per l’Italia, sono finalmente tornato a casa. Questa settimana fuori mi ha stancato ma mi ha regalato anche momenti assolutamente stupendi.
Mi porterò negli occhi per i un po’ il golfo di Napoli, la costiera cilentana, i templi di Peastum e le risate con Francesca e Roberto in una Acciaroli ventosa come mai. Ma ho con me anche il ricordo di una magnifica serata trascorsa nel levante ligure insieme a due amici davvero speciali, Thomas e Giovanni. Simpatici, allegri, cordiali, due ragazzi fatti di quella semplicità che mi fa star bene. Una serata che spero di ripetere presto, magari, chissà,  sotto Mole.
Per il resto, appena mi sono riseduto alla mia scrivania ho capito di avere un bel po’ di lavoro arretrato. Come forse saprete via Twitter, sto mandando all’editore alcune parti di rifinitura di Black Russian. Poi ci sarebbe il lavoro per il giornale… Ho una bella gatta da pelare, perché proprio in questi giorni c’è stato un golpe in  Kirghikistan, nell’area eurasiatica che curo io…
Sbuffo, tergiverso e infine inizio a scrivere l’articolo. Roba da matti: questi la rivoluzione la devono fare proprio nelle vacanze di Pasqua?

Acciaroli

Sono ad Acciaroli, sulla costiera cilentana, ospite dell’amico Roberto.
Bel posto. Peccato per il forte vento che non vuole saperne di darci una tregua.
Nel pomeriggio abbiamo fatto tappa nell’entroterra cilentano, deve siamo quasi stati aggrediti da una riottosa vecchietta del luogo.
Domani torno a Napoli, dove in serata dovrei avere un incontro sempre graditissimo con l’amico scrittore Dario Assisi. Parleremo del suo ultimo libro in uscita per Mondadori e probabilmente anche del mio Black Russian.