Nuova moda in Russia: è caccia al pirata somalo

nullTempi duri per i pirati somali. Dopo anni di scorribande impunite ai danni delle navi mercantili di passaggio nei mari del Corno d’Africa, i moderni corsari si trovano ora ad essere nel mirino di tremendi nemici: i russi.
In seguito a vari tentativi di assalto alle navi di proprietà di compagnie russe, la Marina Militare di Mosca ha deciso di passare alle maniere forti, abbandonando in mare aperto alcuni pirati fatti prigionieri. E’ ciò che è accaduto poco più di una settimana fa, quando le forze speciali presenti sull’ anti-sommergibile Maresciallo Šapošnikov sono intervenute per liberare una petroliera russa in navigazione verso la Cina. Oltre cinquanta milioni di euro il valore della nave, zero quello dato invece alle vite dei dieci pirati somali, rei di aver provato ad impossessarsi della petroliera per poi chiedere un riscatto.
“Non avevamo ordine di ucciderli né di portarli sulla terra ferma, così li abbiamo lasciati andare…”, ha dichiarato il comandante della Šapošnikov. Frase che, tradotta nella dura legge di quei mari, significa una condanna a morte pressoché certa. Abbandonati al loro destino tra le onde su una piccola barca, senza viveri né strumenti di navigazione, i dieci uomini sono morti di stenti.
Il fatto, che ha suscitato molto scalpore a causa del mancato rispetto dei più elementari diritti umani, è sembrata una pronta risposta al malumore espresso non molto tempo fa da Dimitri Medvedev. “Quando li prendiamo non si capisce cosa si deve fare”, aveva detto il capo del Cremlino, lamentando la totale mancanza di accordi internazionali sulla piaga della pirateria lungo le coste somale. Un vuoto legislativo che in passato ha permesso ai somali catturati dopo aver tentato l’attacco ad un cargo di passaggio, di non scontare nemmeno un giorno di galera. Di fronte all’impossibilità di trovare un tribunale africano o asiatico disposto a giudicarli seriamente, il più delle volte venivano semplicemente liberati nel primo porto d’attracco.
Solo gli Stati Uniti hanno recentemente provato a trasferire in patria un pirata per metterlo sotto processo davanti ad una corte americana. Ma si tratta di una linea condotta troppo costosa per la Russia, da sempre abituata ad usare con i criminali metodi ben più sbrigativi. “Si potrebbe fare come nel Medioevo, quando si impiccavano”, aveva quindi scherzato Medvedev. Evidentemente però, il comandante dell’anti-sommergibile Šapošnikov non deve aver colto l’ironia ed ha inaugurato un metodo di condanna per i reati di pirateria del tutto nuovo al giorno d’oggi. Un’antica consuetudine marinara diffusa per lo più lungo le rotte caraibiche del settecento e che vedeva l’abbandono in alto mare come alternativa al patibolo.
.“Chiediamo una spiegazione ufficiale dalla Russia in relazione alla morte dei nostri connazionali”, è stata la reazione del governo somalo una volta messo al corrente dell’accaduto. Una voce però decisamente troppo debole per giungere fino al Cremlino, che ha infatti annunciato l’invio di altre tre navi da guerra nella regione.
Ma paradossalmente, le ingenti forze armate dirette nel Corno d’Africa non sono per i pirati l’unico pericolo in arrivo in queste ore dalla Russia. Ci si sono messe anche le agenzie di viaggio, sempre più alla ricerca di divertimenti estremi per soddisfare i capricci dei loro annoiati clienti. Una discutibile offerta turistica rivolta ai supermilionari russi, prevede il soggiorno nelle pericolosissime acque somale per una “spassosa” caccia al pirata.
Secondo il giornale Ananova, la vacanza si svolgerebbe a bordo di uno meraviglioso yacht, dove i villeggianti attenderanno che degli sprovveduti pescatori semi-analfabeti decidano di impossessarsi di quella che a prima vista sembra una facile preda, ma che si rivelerà una vera e propria trappola mortale. Il divertimento starebbe a questo punto nel respingere all’arrembaggio imbracciando fucili mitragliatori e lanciamissili
Basteranno 4 mila euro al giorno e la mancanza di leggi, trasformerà il paradiso dei pirati in un crudele gioco infernale per miliardari.

null -  Il Giornale del Friuli, 29/05/2010

29 maggio ’85

29 maggio '85

Della sera del 29 maggio 1985, la sera maledetta della stage dell’ Haysel, mi ricordo poche cose. Avevo solo cinque anni e già tifavo per la Juventus, la squadra per cui tifava mio padre, la squadra della mia città.
Allora non avevo troppe ansie prima delle partite importanti, quelle mi sarebbero venute dopo. Sapevo che avrrebbe giocato la Juve, che c’era Platini, e che quindi sarebbe andato tutto bene. Il Liverpool? Chi lo conosceva. Certo, sapevo che erano loro i campioni d’Europa in carica, ma li avevamo già battuti in Supercoppa qualche mese prima, quindi a mio infantile avviso, la partita sarebbe stata quasi una formalità. 
All’ora dell’incontro ero davanti al televisore Salora del salotto, il più grande della casa, ma l’attesa infinita del calcio d’inizio cominciava a farmi venire un gran sonno. Quella partita non iniziava mai. Ricordo la voce di Pizzul e poi quella di mia madre che mi diceva che sugli spalti si stavano picchiando. Vedevo gente che scappava, sangue, caos. Non capivo e gli occhi mi si chiudevano. Mi sono ridestato solo  sentendo la voce  di Scirea. Era accanto al capitano del Liverpool e diceva qualcosa tipo: “State calmi, giocheremo per voi”.
I miei ricordi di fatto finiscono lì. Forse mia madre mi aveva portato a letto, chissà. Per ritrovare altre cose che mi parlano di quella partita devo ricorrere ad una figurina, una di quelle luccicanti molto in voga negli anni’80 che avevo attaccato qualche tempo dopo nella mia stanza. C’era la foto della coppa dei Campioni su uno sfondo bianconero e la scritta: “Juventus Campione d’Europa 1985″. La figurina me l’aveva regalata un amichetto. Tra noi bambini non si era parlato dei 39 morti dell’Heysel o forse eravamo semplicemente troppo piccoli per comprendere ciò che ancora oggi mi mette addosso una grande tristezza.
Crescendo ho rivisto le immagini di quella serata disgraziata decine di volte. Ho sentito dire a Tacconi che loro, i giocatori, gli eroi, sapevano tutto degli scontri, del crollo del settore Z, e che nonostante i morti qualcuno aveva deciso di festeggiare ugualmente la vittoria. Altri calciatori hanno invece sostenuto di non essere stati informati di nulla, ed altri ancora che un po’ sapevano… ma non troppo.
E’ strano, ho sempre preferito non parare di l’Heysel con i tifosi di altre squadre. Troppo rischioso. Le poche volte che è successo sono rimasto offeso, o costernato, o semplicemente irritato dalle idiozie di chi su quella tragedia ne sa veramente poco.
diciamolo chiaramente, il problema, il problema vero, è che si tratta di una disgrazia accaduta alla Juventus. O meglio, ai tifosi della Juventus. I più detestati tifosi d’Italia. Per cui non di rado qualche imbecille prende i morti di Bruxelles come ottimo pretesto per attaccare una squadra di calcio. Quante volte ho sentito dire:  “Ah, siere riusciti a rubare anche lì!”, “Boniek è caduto fuori area”,  “quell’insensibile di Boniperti era pronto a tutto pur di vincere”, “avete festeggiato nonostante i morti”.
Ma insomma, chi se ne frega della partita? Vinta o persa, giocata o non giocata, trentanove persone hanno perso la vita per una stupida finale di pallone. La maggioranza di loro erano italiani e tifavano per la Juventus, una squadra che nella sua storia ha vinto tanto e perso tantissimo, che conosce splendidi trionfi e indicibili tragedie (Gaetano Scirea, Andrea Fortunato, i due ragazzini delle giovanili annegati a Vinovo, l’Heysel stessa). 
Oggi da quel 29 maggio sono trascorsi esattamente venticinque anni. Nella sede torinese della Juventus, poggiata su una mensola insieme ad altri trofei c’è anche lei, la coppa maledetta. E’ diversa, è triste ed imbarazzante. C’è chi dice di non sentire suo quel trofeo e chi sostiene che bisognerebbe restituirlo. “Già”, dice Boniek, “ma restituirla a chi?”
Io nel mio piccolo ho sempre pensato che è giusto che quella coppa sia ancora di proprietà della Juventus e di nessun altro. Io so, noi sappiamo, che a differenza degli altri pezzi di latta esposti in quella sala quel trofeo significa realmente qualcosa.
Tenerla non vuol dire vantarsene, ma memoria ha bisogno di simboli e la Coppa dei Campioni 1985 è la nostra  Arbeit Macht Frei. Ci dovrà  ricordare per sempre delle trentanove persone morte in quello stadio, della follia, dell’odio e del perdono. Loro, le vittime, erano arrivate fino a Bruxelles per vederla alzare al cielo da un uomo con la maglia bianconera. Magari togliamola dalla stanza dei trofei se la cosa ci farà sentire meglio, appendiamoci un nastro nero, oppure chiediamo semplicemente alla città di Torino di dedicare finalmente una strada alle vittime. Ma la coppa maledetta teniamola noi. Perché noi tifosi della Juventus sappiamo cosa ha significato davvero l’Heysel. 
Rispetto.

null -  Juventus Blogger’s Corner, 29/05/2010

Torino, temporale del 28 maggio

L’ho rifatto. Al il primo tuono non ho perso l’occasione per riprendere la mia attività di maccheronico cacciatore di tempeste. Sì, come nei documentari ameriGani… :-D
Questa volta l’esperienza mi ha aiutato un po’. Sono uscito per immortalare un bel fulmine armato solo della mia fedele macchina fotografica e di una cuffia trasparente (tipo quelle che danno negli alberghi per non bagnarsi i capelli durante la doccia).
Gne gne gne, chi conosce la mia folta chioma si risparmi la facile ironia… La cuffia ovviamente non era per me, ma  per preservare la reflex dalla pioggia battente.
A questo punto il fiuto fotografico mi ha suggerito da che parte dell’orizzonte posizionare l’inquadratura. Ed eccomi con i vestiti umidi e la parte razionale della mia mente che ripete “ma chi me lo fa fare?” mentre tutto attorno imperversa il temporale.
Obiettivo da 18mm, tempo di esposizione di 15 secondi e un po’ di fortuna… click!

Fulmini e saette (2)

Fulmini e saette (1)

Pietro Grasso

“Nel ’93, Cosa nostra ebbe in subappalto una vera e propria strategia della tensione che ebbe nelle bombe di Roma, Milano e Firenze soltanto il suo momento più drammatico. Ma ci sono tanti altri episodi da ritirare fuori e rileggere insieme. [..]
Certamente  Cosa nostra, attraverso queste azioni criminali ha inteso agevolare l’avvento di nuove realtà politiche che potessero poi esaudire le sue richieste. D’altro canto occorre dimostrare l’esistenza di un’intesa criminale con un soggetto anche politico in via di formazione, intenzionato a promuovere e sfruttare una situazione di grave perturbamento dell’ordine pubblico per la sua affermazione”.

[ Pietro Grasso, procuratore nazionale antimafia ]

Ora scrivetelo nei libri di storia.

L’Alieno

L’Alieno frequenta la seconda media in una scuola di Torino, in un quartiere che assomiglia un po’ ai sobborghi di Londra ed un po’ alla periferia di Varsavia. Ma con un carcere, una parrocchia ed un campo sportivo in più.
L’Alieno è un ragazzino come tanti, nè bello nè brutto. Sa camuffarsi bene questa cretura venuta da un altro mondo!
Come si riconosce un alieno in una classe delle medie? Risposta: da come si comporta nell’ora buca. Quella in cui l’insegnante di turno è rimasta a casa o ha fatto sciopero o che ne so, e tutti i ragazzi della classe in un rompete le righe generale si dedicano al passatempo più amato degli adolescenti: far casino. C’è chi ride, chi si tira una palla di stagnola, chi costruisce ingegnosi aeroplanini di carta, chi naviga dal telefonino su Facebook.
L’Alieno invece non si muove dal banco. Se ne rimane zitto zitto, con la testa china su un piccolo libretto rosso. Non l’ha nemmeno comprato quel libro, l’ha trovato abbandonato tra gli scaffali impolverati della biblioteca della sua scuola e chissà per quale motivo ha deciso di leggerlo. A questo punto non servono i detective Moldern e Scully per capire che si tratta proprio di un alieno…
Lo capisce addirittura l’insegnate chiamata a sostituire la collega titolare. – Cosa leggi di bello? - gli chiede incuriosita.
L’Alieno alza la copertina con un po’ di imbarazzo, mentre già qualche compagno comincia a canzonarlo. Son cose da matti! Invece di baccagliare le ragazzine, di discutere dell’ultima puntata di Amici o di interessarsi alla prossima destinazione di Mourinho, lui legge…
- 8° Brigata S.A.P. “Osvaldo Alasonatti”  di Mauro Pettini. -
Un libricino che racconta le vicende di una brigata partigiana attiva nel Borgo Vittoria, a Torino.
L’insegnante sorride e lui riprende a leggere, incurante di tutto e di tutti, ostinatamente diverso, sfacciatamente extraterrestre. 
L’Alieno ha tredici anni. In questo paese è già un alieno e ancora non lo sa.

Russia: Medvedev rivuole la Rolls Royce sovietica

nullIl potere ha bisogno di simboli e la nomenklatura russa lo sa bene. Così, in questi tempi di timido disarmo atomico, l’emblema di uno Stato potente e ambizioso non sono più solamente gli armamenti da sfoggiare durante le parate militari, ma anche le automobili su cui viaggino i suoi leader.
La notizia circolata in questi giorni è che il presidente Dimitri Medvedev, stanco di essere scorrazzato su auto straniere, avrebbe ordinato la costruzione di un numero limitato di vetture, destinate ad essere utilizzare dai più potenti politici di Mosca. Non delle macchine normali, ma moderne versioni delle imponenti limousine sovietiche Zil.
La storia del connubio tra automobili e leader russi ha radici lontane. Se Lenin amava farsi accompagnare con una vera Rolls britannica, fu Stalin il primo a porsi il problema di possedere una quattro ruote degna del primo stato comunista del mondo: una Rolls Royce sovietica. Per questo scopo venne deciso nel 1933 che una fabbrica di camion, già intitolata al baffuto capo del PCUS, la Zis (Zavod Imeni Stalina), dovesse intraprendere l’arduo progetto di produrre da un giorno all’altro delle automobili presidenziali.
I risultati furono quasi scioccanti. Le prime Zis erano dei mostri, solo vagamente somiglianti a delle automobili. Auto pensantissime come mai ne erano state costruite e che per questo avevano bisogno di motori V8-5800cc, potenti come quelli di una locomotiva ma per superare a stento i cento all’ora. Gli interni erano caratterizzati da uno sfarzo esagerato, addirittura superfluo, e potevano ospitare sette (o nove) importanti passeggeri.
L’Unione Sovietica ebbe così la sua Rolls Royce e Stalin ne fu soddisfatto. Egli era solito arrivare agli impegni ufficiali a bordo della sua Zis-110 del ’49 di colore azzurro, la stessa che qualche tempo fa è stata battuta ad un’asta finlandese ad un prezzo da capogiro, facendo la gioia di qualche collezionista di auto d’epoca.
Dopo la morte dell’Uomo d’Acciaio, Nikita Krusciov volle cambiare il nome alla fabbrica dei mostri, da Zis a Zil, sostituendo la “S” di Stalin con la “L” di Likhaciov (ex direttore della catena di montaggio). Ma se a Krusciov le macchine interessavano poco, al suo successore Leonid Breznev piacevano invece moltissimo. Negli anni in cui rimase capo del Cremlino, la Zil presidenziale migliorò in sicurezza, adottando una blindatura speciale. Una precauzione che probabilmente salvò la vita all’illustre passeggero nel 1963, quando il convoglio su cui viaggiava subì un attacco dinamitardo a Mosca. Un episodio di non poco conto se si pensa che quello stesso anno, al di là dell’oceano, John Kennedy venne assassinato mentre la sua auto sfilava per le vie di Dallas. Ma Kennedy non viaggiava su una Zil…
Nera lucente, con forme semplici e spigolose, la Zil di Breznev trasmetteva una rigorosa eleganza austera. Un cingolato da guerra con le ruote degno dei fumetti di Diabolik, con il frigo bar piano di vodka ed un missile nascosto sotto la scocca nera in grado di distruggere un carro armato. Anche Vladimir Putin conosce bene il valore impareggiabile di quella Zil in termini di sicurezza. Seppure amante delle Mercedes, nel corso dei suoi anni da Presidente egli ha spesso tirato fuori dal garage del Cremlino il vecchio mostro del ’63, soprattutto quando si è trattato di compiere viaggi a rischio in paesi stranieri. Anche a Genova, durante l’infuocato G8 del 2001, era presente a difesa del capo di stato russo quella stessa mastodontica Zil.
Le ultime Zil prodotte costavano molto più di una Ferrari, consumavano 30 litri ogni 100 km ed erano mosse da paurosi motori da 7800cc. Gorbaciov ne utilizzò spesso una cabrio, mentre il primo presidente della Federazione Russa, Boris Eltsin, era talmente ossessionato dalla paura di subire un attentato che non si fidò nemmeno dell’auto di Breznev. Volle una Zil 41/047 con sette posti a sedere, corazzata da lastre di spessissimo acciaio capaci di resistere ad un attacco missilistico. Ritocchi che portarono il peso della vettura da tre e mezzo a otto tonnellate, addirittura tremila chili in più del nuovo esemplare di Zil che avrebbe dovuto essere prodotto già nel 2005. Un progetto poi accantonato, ma che Medvedev fa sapere ora di voler rispolverare. Rimane solo il problema di trovare un’azienda russa disposta a farsi carico di una così “pesante” eredità automobilistica, visto che la vecchia Zil è fallita già da molti anni e l’attuale fabbrica che ne conserva il nome ha ripreso senza rimpianti l’originaria attività di costruttore di mezzi pesanti.
Forse, per il ritorno sulle scene della Rolls Royce sovietica c’è ancora da attendere un bel po’

null -  Il Giornale del Friuli, 22/05/2010

Pagina 45

Ci sono dei lettori che forse conoscono Black Russian meglio di me che l’ho scritto.
Dico questo perché recentemente, una delle persone che ha comprato il libro al Salone, mi ha contattato per complimentarsi e per dare una nota di merito particolare al capitolo che inizia da pagina 45. Ha scritto precisamente così: “da pagina 45″.
Ovviamente mi sono tenuto i complimenti. Appena ho potuto però, sono andato a rileggere con curiosita’ il testo della pagina 45. Ebbene, ho “scoperto” che si tratta di uno dei passaggi più divertenti del romanzo. Sì, perché Black Russian è un thriller, ma a volte si ride…
Più precisamente, tra pagina 45 e 46 si descrive lo sbarco di Mariello, simpatico funzionario della polizia partenopea amante della buona cucina, all’aeroporto albanese di Tirana. Eccone un estratto:

Un piccolo balzo sull’Adriatico. Invitandoci ad allacciare le cinture, un’hostess ci avvertì del prossimo atterraggio a Tirana. Una scaletta instabile, una bandiera rossa con le aquile, qualche centinaio di metri su una pista dissestata ed arrivammo davanti al volto inespressivo di un militare albanese in tuta mimetica.
“Italian?” ci chiese.
“Italian, italian! Napoli! Do you know Maradona? Calaiò? No? Che ignoranza! Ma in che mondo vive questo…”
Il formarsi di un piccolo capannello di militari mi fece capire che il borsone di Mariello, anche in questo caso, non era passato inosservato e che il tesserino della Digos lì a Tirana non avrebbe funzionato. Alle nostre spalle gli altri viaggiatori cominciavano a farsi insofferenti. Con le sue discussioni il poliziotto napoletano aveva bloccato la fila. Alla fine, parecchio scocciato, si decise a tirar fuori la chiave del lucchetto. Appena la cerniera si aprì, il contenuto del borsone del Calcio Napoli lasciò i militari albanesi a bocca aperta….

[Black Russian, Sogno Edizioni, pag 45 ]

Finzioni, ovviamente.
Mi sono divertito, visto che sono uno scrittore e posso far apparire vero quello che voglio, a descrivere uno spaccato grottesco della polizia napoletana. Cose assurde che nella realtà non potrebbero mai capitare. Mai e poi mai. O forse sì? :-D

null

Presentazione di “Black Russian” sul Giornale del Friuli

nullSe nei prossimi giorni vi troverete a visitare il Salone Internazionale del Libro di Torino, potreste imbattervi in un romanzo che, ne sono certo, sarà particolarmente gradito ai miei lettori e più in generale a chi si interessa di Russia e di politica internazionale.
“Black Russian”, pubblicato dalla Sogno Edizioni di Genova ( http://www.sognoedizioni.com/prodotto-142909/Black-Russian.aspx – ISBN 978-88-96746-07-3), rappresenta per me un importante punto d’arrivo.
Si tratta “solo” di un romanzo, è vero, di un thriller dove la ritrovata smania di potere all’ombra del Cremlino diventa il filo conduttore per l’intreccio di una moderna spy-story. Ma in esso potrete anche ritrovare molti accenni ai misteri e agli intrighi politico-economici che hanno realmente segnato la storia della Russia post sovietica.
“Black Russian” è un libro che ha avuto una genesi singolare, perché mai e poi mai mi sarebbe saltato in mente di scrivere un thriller se non avessi conosciuto I.
Tutto è cominciato nel novembre del 2006, quando l’ex agente del KGB Aleksandr Litvinenko veniva avvelenato con una micidiale sostanza radioattiva in un sushi-bar londinese. Io, novello ficcanaso, avevo cominciato da Roma a raccogliere informazioni sul possibile coinvolgimento dei nostri servizi di sicurezza nella vicenda, allo scopo di scrivere alcuni articoli. Ecco come ho conosciuto I.
Chi era I.? Sono anni che ci penso, ma non ho ancora trovato una risposta che mi tolga ogni dubbio sulla sua reale identità. Di certo era stato un militare e aveva fatto parte dell’Aeronautica italiana. Era un cervellone e si intendeva di sistemi informatici. Tuttavia, quando mi si è presentato con una enigmatica e-mail, ha voluto sottolineare di essere stato molto vicino agli ambienti dell’ex SISMI, il servizio segreto militare. Mi ha scritto di aver letto uno dei miei articoli e di averlo particolarmente apprezzato. È stato così che, tramite una fitta corrispondenza, è cominciata tra noi una blanda amicizia. Non gli credevo nemmeno un po’ quando mi raccontava di aver fatto parte del SISMI, ma mi divertivo a metterlo alla prova con domande a trabocchetto sugli eventi poco chiari che avevano coinvolto Italia e Russia nel corso degli ultimi decenni. Dalle presunte testate nucleari sganciate nel 1970 da un sommergibile sovietico a largo di Procida, ai brevetti che un’importante azienda italiana avrebbe passato sottobanco al KGB negli anni ’80, fino alla misteriosa organizzazione di killer russi con base a Napoli che, in quei concitati giorni di novembre, si credeva fosse il mandante dell’omicidio Litvinenko. Con I. si parlava di tutto. È stato allora che mi si è fissata ben in mente l’originale descrizione di una delle vecchie volpi dello spionaggio internazionale proposta dal mio anonimo corrispondente. Il personaggio più enigmatico del romanzo: l’uomo che tutti i servizi di sicurezza cercano senza che nessuno sappia con esattezza il perché…
Lo scambio di posta elettronica con I. si è poi interrotto bruscamente. Non ricordo precisamente se sono stato io o lui a non rispondere più all’ultima e-mail. Fatto sta che nessuno dei due ha più cercato l’altro. Per quanto mi riguardava, la storia che sarebbe diventata il mio “Black Russian” mi cominciava a ronzare in testa con crescente insistenza, al punto che alla fine ho dovuto cedere: ho iniziato a scrivere.
Riga dopo riga ho ricreato personaggi immaginari ed altri facilmente individuabili come reali, muovendoli su quello sfondo austero da Guerra Fredda che non ha mai abbandonato del tutto le stanze segrete del Cremlino, senza però tralasciare alcuni momenti di grottesca ironia. Perché tra spie senza scrupoli e doppiogiochisti di bassa lega è fin troppo facile sconfinare in una sorta di commedia dell’assurdo. Eppure, come dice qualcuno, soltanto lo spionaggio riesce ad avvicinare così tanto la fantasia dei romanzi alla realtà.

null -  Il Giornale del Friuli, 15/05/2010

E’ il giorno di “Black Russian”

nullCi siamo. Tra pochi minuti inizia ufficialmente il Salone Internazionale del Libro di Torino, il che segna anche il mio debutto come autore. Pochi, semplici dettagli se passate da Lingotto: nello stand A 33, quello della Sogno Edizioni, troverete la copertina rossa e nera di “Black Russian”.
Andiamo oltre.
Stamattina mi sono svegliato assonnato, perché me ne sono andato lungamente a zonzo per la Torino by night e a dire il vero non è stata una grande idea.
Davanti ad una tazza di caffè latte, Barbara, l’ospite che vuole aprire una libreria, mi ha chiesto se mi sentissi emozionato e io le ho risposto di no (quanto mentivo?). Lei ha sorriso e mi ha detto: “caspita, io lo sarei! Cioè… se avessi scritto un mio libro e potessi vederlo in vendita al Salone… se vedessi che esiste insomma, lo sarei”.
La cosa di cui invece sono senza dubbio contentissimo, è che il Salone sarà l’occasione per rivedere alcuni amici. Stasera sarà la volta di Nadia, mentre sabato, un’allegra brigata di liguri sbarcherà a Porta Nuova per sostenere il fieresco esordio di “Black Russian”.
Pochi lo sanno, ma sul levante ligure ho già un fans club con un numero crescente di iscritti: sono già arrivati a due… :-D

Stand A33

nullSta per cominciare questa impegnativa settimana.
C’è il Salone del Libro, ma ci sono anche altre cose. Impegni che si sovrapporranno, la città da mostrare frettolosamente ad un ospite, un colloquio di lavoro, amici da incontrare e… forse qualche libro da firmare. Giuro, me l’ha chiesto l’editore. Ha detto così: “se qualcuno vuole la dedica…”
A questo proposito in casa mi consigliano di allenarmi, visto che la mia brutta calligrafia è cosa risaputa. Ovviamente non lo farò. Cioè… magari di nascosto… :-D
Info per chi possiede un Iphone: esiste una applicazione del Lingotto Fiere che dovrebbe servire per guidare  il visitatore lungo i padiglioni del salone. E’ gratuita, non l’ho ancora scaricata ma intendo farlo.
Turista fai da te? No Iphone? Comunque, mi troverete alle 17  di giovedì 13 nello spazio espositivo della Sogno Edizioni, stand A33.
Già, proprio giovedì 13… me ne rendo conto solo adesso. Sarò mica superstizioso? ;-)

Welcome back Mr. Stalin!

nullTu guarda chi si rivede per le strade della Russia moderna, il vecchio compagno Stalin!
C’è chi dice di averlo visto a Mosca, alla Galleria Glazunov e al Museo d’Arte Moderna. Altri dicono di incontrarlo già da qualche giorno sugli autobus di San Pietroburgo.
È strano. L’avevamo lasciato nei video in bianco e nero girati il giorno del suo funerale, nel lontano 1953, disteso in una bara in alta uniforme, accompagnato nella piazza Rossa dalle note dell’Eroica, mentre il feretro galleggiava al di sopra della folla accorsa fino alla capitale per onorare la sua memoria. Era l’ultimo breve viaggio del leader bolscevico verso il mausoleo dove, anch’egli imbalsamato, sarebbe andato a far compagnia alla salma di Lenin.
Nei mesi successivi, fiumi di inchiostro erano stati versati su ogni rivista o giornale di ispirazione comunista del mondo con l’unico scopo di esaltare la figura dell’Uomo d’Acciaio, costruttore infaticabile del “granitico” impero sovietico e protagonista indiscusso della sconfitta di Hitler.
“Stalin è morto” titolava l’Unità del 6 marzo 1953, “gloria eterna all’uomo che più di tutti ha fatto per la liberazione e per il progresso dell’umanità”. Sempre in Italia, qualcun altro aveva anche voluto ricordare con orgoglio l’Alfa Romeo rossa che i comunisti italiani gli avevano donato, grazie ad una impegnativa colletta, per il suo settantesimo compleanno.
Poi era venuto Krusciov con la sua “destalinizzazione”, e mentre l’Occidente filo-sovietico quasi stentava a credere che l’amato Iosif Stalin fosse stato in realtà un tiranno spietato e un assassino implacabile, in Urss l’ammirazione popolare andava progressivamente ad allontanarsi dal culto della personalità dei leader politici. Venivano preferiti gli eroi dello spazio, come Yuri Gagarin, oppure quelli dello sport, come “il ragno nero” della Dinamo Mosca Lev Yashin. Il vecchio Stalin era stato in questo modo declassato, riconosciuto come una figura ingombrante, sfrattato dal “suo” mausoleo e seppellito nel cimitero moscovita confinante con le mura del Cremlino. Condannato insomma a scontare per l’eternità, almeno così pareva, i misfatti commessi in vita.
In questo senso, la fine dell’Unione Sovietica era sembrata non far altro che offuscare ulteriormente il già malandato mito dell’Uomo d’Acciaio. Molte sue statue, quelle che lo ritraevano pietrificato con la mano destra nel cappotto, erano state distrutte nei giorni concitati seguiti della disgregazione dello Stato, mentre quadri ed altre effigi di epoca staliniana erano tornati alla luce dalle cantine soltanto per essere bruciati con disprezzo. Per ritrovarlo di nuovo sul piedistallo bisognava andare a far visita agli ultimi dittatori comunisti, nella remota Transnistria di Igor Smirnov, oppure in Bielorussia, nell’ultimo sgabuzzino della tirannia europea.
Chi avrebbe mai pensato quindi di ritrovare il vecchio baffone georgiano di Stalin, in bella mostra nelle città dell’odierna Russia di Putin e Medvedev? Lo si può vedere sulle facciate dei musei di Mosca ed in alcune gigantografie pubblicitarie piazzate in giro per San Pietroburgo. L’hanno rispolverato solo per il ‘65 anniversario della vittoria sovietica nella seconda guerra mondiale, ma pare che alcuni russi siano ora ben disposti a riconsiderarne la figura storica, dimenticandosi delle barbarie dei gulag siberiani e delle innumerevoli atrocità commesse dalla Rivoluzione d’Ottobre in poi. In Yakuzia, un’allegra brigata di battaglieri veterani dell’Armata Rossa ha addirittura deciso di dedicargli ex novo un busto di quasi quattro metri da piazzare in una piazza cittadina di quella regione.
Spesso sembra che in questa ricca Russia di oggi il buon senso sia svanito, o forse è stato il primo ad essere deportato in Siberia ora che Stalin è tornato.

null -  Il Giornale del Friuli, 8/5/2010

Il book trailer!!

Ringrazio Steven Spielberg per avermi aiutato a creare questo video con Windows Movie Maker. Mi ha detto che per i suoi film ha sempre funzionato benone… :-D
Scherzi a parte, il libro sarà disponibile dalla prossima settimana.

La copertina!

L’email dell’editore è arrivata alle 15.30 ma io la vedo soltato quando sono le 19 passate.
So che c’è  la copertina di Black Russian nel file che sto per aprire e sono a dir poco in ansia.
- Sì, sono preoccupato che il risultato non mi soddisfi.
- Sì, sono diffidente anche del grafico.
- Sì, non mi fido per nulla del grafico!
Finalmente il computer finisce di scaricare il file e io sono così teso che non me la sento di guardarlo per primo. Esco dalla stanza come un indemoniato e dico a qualcun altro: “guarda tu per me, poi mi dici”.
Passono degli interminabili secondi. Alla fine vengo chiamato, ritorno davanti al monitor e la vedo. Eccola! Sono emozionato.
E’… è… bella!
A questo punto convengo con me stesso di aver avuto, in fondo, sempre una grande fiducia nel lavoro del grafico…
Voi che ne pensate? :-)

null


Da oggi Black Russian è in stampa. La presentazione al Salone del Libro di Torino si avvicina…