Estate

Ok, finalmente l’estate è arrivata.
Lo posso affermare con certezza perché ormai da una sfilza di giorni fa indiscutibilmente caldo. Io cerco di godermela al meglio e programmo di fare un sacco di cose. Alla fine dell’estate so già che mi riterrò soddisfatto ad averne fatte anche solo un decimo. Mi va bene così.
E’ la mia prima estate torinese dopo un bel po’ di anni. L’ultima era quella del… 2002? Sì, doveva essere proprio quella. Anche allora c’erano i Mondiali e l’Italia era stata malamente elimnata quasi subito più o meno come quest’anno. Non la ricordo benissimo quell’estate, ma mi pare che sia stata abbastanza brutta mentre invece questa sarà decisamente gradevole. Come lo so? Beh, mi piace molto pensare che più passa il tempo e più la vita, nonostante tutto, diventa piacevolmente più leggera. Forse è una consolazione dell’invecchiare o forse sono io a diventare ogni anno più bravo nel soddisfarmi con quello che ho, senza fustigarmi il cervello con quello che non ho.
Estate a Torino, dicevo. Chissà a quanti scoccierebbe di trascorrere luglio e agosto in città, mentre a me non me ne importa un baffo.
Mi alleno a dribblare gli “hey, dove vai in vacanza?” ed i “tu quando parti?”, provando a mettere in atto una sapiente strategia di pianificazione delle serate dal 1 luglio al 31 agosto.
Le estati… 
Mi sembrano ieri quelle in cui camminavo rasente i muri dei vicoli di Roma per sopravviere alla calura dei luglio infuocati, passeggiando tra via di Campo Marzio e l’Isola Tiberina.
E poi le ultime estati… Il mare di Cerenova, la campagna romana tra tombe etrische e cieli stellati. Un servizio del telegiornale di oggi me le ha fatte ricordare: l’ex stella del Grande Fratello, Pietro Taricone, ignaro di quel triste destino che solo ieri è venuto a bussare alla sua porta, viene ripreso sorridente mentre cavalca con alle spalle dei monti dalla vegetazione fittissima. Sono i Monti della Tolfa, dalle parti di Manziana.
Un’estate fa, io ero lì.

Pomigliano-Tychy, la partita dei lavoratori Fiat

nullAltro che Mondiali di calcio, a Pomigliano D’Arco Italia-Polonia si è giocata con un referendum, quello dei lavoratori dello stabilimento Fiat. Con il 62,2% la maggioranza dei votanti ha scelto di accettare il piano aziendale che potrebbe, il condizionale è d’obbligo, consentire il trasferimento dalla Polonia della produzione della Fiat Panda e conseguentemente la sopravvivenza dello stabilimento campano.
Riproponendo una metafora calcistica potremmo parlare di una partita all’ultimo sangue tra i lavoratori di Pomigliano e quelli di Tychy, la città polacca sede del più importante impianto Fiat dell’Est Europa. Un match anomalo in cui entrambe le squadre vestono la stessa “casacca”, quella blu degli operai Fiat, e che si gioca con l’arma del tutto inusuale del tirare a ribasso sui diritti dei lavoratori. Vince chi più se ne priva.
L’arbitro non può che essere la Fiat di Sergio Marchionne, che nonostante tutto continua ad avere dei dubbi su quale dei due stabilimenti scommettere. Il consenso ottenuto in favore del piano industriale, seppur largo, è stato infatti di ben otto punti al di sotto della soglia di gradimento espressa dalla Fiat prima della consultazione ed a questo punto i vertici del Lingotto vorrebbero evitare che il dissenso degli iscritti alla FIOM si trasformi in futuri scioperi e rallentamenti della produzione. In tempo di crisi, i 700 milioni di euro promessi per il rilancio di Pomigliano sono un’enormità e Marchionne è uno a cui piace andare a colpo sicuro. Il terreno della produttività ottimizzata al massimo è durissimo, e se Tychy ha già dimostrato di riuscire ad essere superproduttiva, Pomigliano è dal canto suo un’unità costantemente in perdita, con un tasso di assenteismo tra i più alti in Europa. Nelle elezioni del 2008 ad esempio, su 4600 dipendenti, addirittura in 1600 hanno chiesto il premesso elettorale…
A complicare ulteriormente le cose ci si mettono anche le elezioni presidenziali in Polonia, dove il candidato conservatore Jaroslaw Kaczynski, stranamente appoggiato dallo storico leader sindacale Lech Walesa, ha promesso battaglia per tutelare il lavoro nello stabilimento di Tychy.
Ecco allora che la partita tra italiani e polacchi è ancora lontana dall’essere chiusa e i tanti dubbi sul futuro dei due stabilimenti rimangono tali, nonostante Pomigliano abbia promesso a “mamma Fiat” 18 turni settimanali, nuovi limiti di sciopero ed un tetto massimo sulla malattia. Condizioni decisamente importanti, che minano di fatto l’intero sistema delle relazioni industriali nel nostro paese e che potrebbero creare un precedente utile per condizionare delle altre contrattazioni: ecco il premio partita che a Torino vorrebbero incassare.
Tra i tanti tentativi per convincere i lavoratori campani a dire no alle proposte dell’azienda si registra anche quello dei colleghi polacchi, che hanno inviato a Pomigliano una accorata lettera di allerta.
“La Fiat gioca molto sporco coi lavoratori” – si legge – “quando trasferirono la produzione qui in Polonia ci dissero che se avessimo lavorato durissimo e superato tutti i limiti di produzione avremmo mantenuto il nostro posto di lavoro e ne avrebbero creati degli altri. E a Tychy lo abbiamo fatto. La fabbrica oggi è la più grande e produttiva d’Europa e non sono ammesse manifestazioni di dissenso. In questi giorni noi abbiamo sperato che i sindacati in Italia lottassero, non per mantenere noi il nostro lavoro a Tychy, ma per mostrare alla Fiat che ci sono lavoratori disposti a resistere alle loro condizioni. I nostri sindacati, i nostri lavoratori, sono stati deboli. Abbiamo implorato per ogni posto di lavoro. Abbiamo lasciato soli i lavoratori italiani prendendoci i loro posti di lavoro, e adesso ci troviamo nella loro stessa situazione…”.
Solo un gesto interessato per non perdere una importante linea di produzione pronta a tornare in Italia? Forse no. C’è chi pensa che si sia tratto invece di un disperato tentativo di mettere in guardia i lavoratori di Pomigliano sulle conseguenze che la sottoscrizione di un simile accordo potrebbe comportare. Perché a Tychy, dove il salario di un operaio non supera i 700 euro, sanno fin troppo bene cosa significa la mancanza dei diritti del lavoro e l’asprezza nei rapporti sindacali.
Tutte parole rimaste sostanzialmente inascoltate. In questa moderna lotta tra poveri, a Pomigliano D’Arco il 62% ha scelto di accettare le richieste della Fiat con la speranza di conservare il posto di lavoro. Giusto? Sbagliato? In certi casi la superficialità nei giudizi è una materia riservata agli stupidi. O ai politici.

null - Il Gironale del Friuli, 26/06/2010

Pomigliano

nullIl referendum di Pomigliano D’Arco è stato un atto di vera democrazia, dove i lavoratori sono stati finalmente liberi di scegliere autonomamente il loro futuro.
In pratica si trattava di votare il seguente quesito: scegliete il piano aziendale o il licenziamento?

Noi

- Meno male che ci siamo NOI a questo mondo… -
Annuisco. – Meno male…-
- Guarda Massimiliano, io te lo dico sinceramente, NOI siamo un popolo che deve andare sempre d’accordo, capito?-
Annuisco.
- Perché NOI siamo NOI, capito?-
Annuisco.
- Non ce ne deve importare degli altri a NOI. Perchè gli altri adesso vengono qui e vogliono gli stessi diritti nostri… Ma ti pare?-
- Mi pare?-
- Ennnno! Perché siamo NOI i NOI, non gli altri.-
- Noi.-
- Eh, NOI!-
All’improvviso mi sento un po’ confuso. Penso ai miei nuovi vicini di casa cinesi, alla famiglia rumena dirempettaia, a tutte le razze che popolano le strade in cui vivo. Poi penso a me, a mia mamma piemontese, a mio nonno calabrese, ai miei bis nonni pugliesi e ai trisavoli sloveni. Così il concetto del “noi” lo capisco ancora meno.
- Ma… NOI, chi? -

Sudafrica 2010: pazza idea, la Corea del Nord negli ottavi

Uno dei grandi sogni dei giornalisti sportivi è quello di poter scrivere un articolo su un’impresa straordinaria, destinata a rimanere negli annali. Forse c’e stata anche un pizzico di questa speranza, ben nascosta dalla cruda realtà, ad accompagnare molti dei cronisti accorsi a Johannesburg per assistere a Brasile-Corea del Nord, primo incontro del girone G dei Mondiali di calcio di Sudafrica 2010.
L’interesse per l’esordio della squadra “penta campione”, contraffatto con la speranza di un clamoroso passo falso contro i misteriosi coreani, ha invitato quindi a seguire la gara. Solo in Italia, la partita è stata vista da oltre dieci milioni e mezzo di persone. Un vero successo.
Alla fine la sorpresa non c’è stata, ma l’esito dell’incontro non è stato nemmeno così scontato come previsto dal pronostico. Il Brasile ha vinto ma non stravinto, accontentandosi di un 2-1 che lascia l’amaro in bocca a chi immaginava i poveri coreani sommersi dalla goleada degli uomini di Dunga.
Ci hanno messo il cuore i ragazzi della Corea del Nord, bisogna rendergliene merito. In un paese dove la pratica del calcio è ancora un interesse marginale, superato di gran lunga da ben altri “hobby” come sfamarsi, la Nazionale di Pyongyang ha esordito al Mondiale con una grande dignità. Toccanti le lacrime del centravanti Tae Se durante l’inno nazionale, ma al fischio di inizio dell’arbitro la squadra di Kim Jong Hun ha messo da parte ogni emozione ed ha mostrato una organizzazione di gioco convintamente difensivista, per certi versi dilettantesca, eppure efficace. Lo stupefacente 0-0 con cui si è arrivati al riposo ne è la prova: tanto possesso di palla del Brasile, alcuni dribbling di Robinho con cui ogni appassionato di calcio ha potuto rifarsi gli occhi, ma poco altro.
Chissà cosa devono aver pensato di quel pareggio in Corea del Nord, dove la diretta delle partite dei mondiali avviene semplicemente grazie alle trasmissioni pirata della tv di stato (altro che la Rai…). E soprattutto chissà se in quel momento ai “traditori” nordcoreani residenti in Giappone, quelli che secondo il quotidiano Chosun Sinbo hanno esultato alla vittoria della rivale Corea del Sud sulla Grecia, è passata per l’anticamera l’ipotesi di pentirsi per un simile oltraggioso comportamento.
Nell’intervallo alcuni tifosi con gli occhi a mandorla sventolano sugli spalti bandiere nordcoreane, tra lo stupore di chi si chiede come essi siano riusciti a convincere il regime di Pyongyang, restio a elargire permessi per recarsi all’estero. Ben presto è stato svelato l’arcano: nessuno di loro è nordcoreano, ma sono tutti cinesi arrivati a Johannesburg per tifare una nazionale amica. Intanto in tribuna i cronisti di mezzo mondo prendono nota concordi della deludente prova del Brasile. Ma nella ripresa bastano solo dieci minuti per riportare tutti coi piedi per terra. Al 55’ Maicon va via sulla fascia destra e beffa con un tiro-cross il povero Myong Guk. Pochi minuti ed il Brasile raddoppia grazie ad una geniale apertura di Robinho per Elano, che sempre dalla destra segna la rete del 2-0 con un perfetto rasoterra che taglia le gambe ai pur valorosi coreani.
Nelle battute finali i “verdeoro” sembrano dilagare, ma a sorpresa la Corea del Nord riesce prima a riportarsi in avanti sfiorando il gol con Tae e poi a siglare la rete del 2-1 a due minuti dalla fine: è il trentaquattrenne Jun Nam Ji, di professione soldato, a bruciare con uno scatto due difensori carioca, piazzando un poderoso sinistro alle spalle di Julio Cesar.
Al fischio finale, i tifosi di Portogallo e Costa d’Avorio hanno potuto piangere la scomparsa della Cenerentola del Gruppo G ed il contemporaneo arrivo di una squadra modesta ma orgogliosa. Si chiama Corea del Nord ed in Sudafrica è intenzionata a non lasciare vita facile agli avversari. In serata i complimenti per quella che viene definita “una agguerrita prestazione” sono arrivati addirittura dalle alte sfere dal regime di Pyongyang. Attraverso un dispaccio dell’agenzia di stampa Kcna si sottolinea che la squadra “non ha mai perso la fiducia neanche sul 2-0”.
Che in quel lembo estremo d’Asia si stiano mettendo le basi per una nuova frontiera del calcio mondiale?
È assai imprudente affermarlo con certezza, ma certo è che ventuno anni fa, ad Italia 90, in pochi avrebbero creduto che i gol dell’allora stupefacente Camerun di Milla avrebbero spianato la strada alla nascita di un futuro campione d’Europa camerunense come Samuel Eto’o.
Nel Gruppo G la sfida degli uomini con gli occhi a mandorla, per conquistare un posto negli ottavi di finale, è dunque aperta e potrebbe anche terminare con l’accogliere sul tabellone il nome di una pretendente al titolo del tutto nuova nella storia del calcio mondiale. Per ora si tratta di ipotesi fanta-calcio, ma nel caso succedesse per davvero non dite che da Pyongyang non vi avevano avvertiti.

null -  Il Giornale del Friuli, 19/06/2010

Appunti Mondiali

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  1. La sera di Italia-Paraguay a Montecitorio erano rimasti solo 14 deputati (quasi tutti leghisti). 
  2. Non l’avrei mai detto, ma a radio Padania ci lavorano un sacco di paraguayani… 
  3. Ci vorrebbe un DDL per proibire l’importazione delle vuvuzelas.
  4. In merito al punto 3: Gasparri… stavo scherzando!
  5. L’Honduras gioca con un fantastico modulo 1-9-0.
  6. Ebbene sì caro Domenech, trattasi di castigo divino
  7. Simpatizzo per loro solo mestiere e questo gruppo non l’ho fondato io.
  8. I Bafana-Bafana sono semplicemente delle mezze pippe.

Le due Coree al Mondiale

nullIniziano i mondiali di calcio e quando il pallone rotola, di solito, i cannoni tacciono. Questo almeno è ciò che si augurano nelle due Coree dove da settimane, in seguito al sospetto affondamento della corvetta sudcoreana Cheonan, la tensione si taglia col coltello. La sfida questa volta si sposterà distante dal consueto terreno di scontro ed al 38° parallelo si sostituiranno i gironi di Sudafrica 2010, dove le due nazioni-sorelle si daranno battaglia a distanza sui campi da gioco.
 La Corea del Nord è stata inserita da sorteggio nell’ostico girone G, insieme a Brasile, Costa d’Avorio e Portogallo; mentre la Corea del Sud dovrà competere nel girone B con Grecia, Argentina e Nigeria. Poco probabile, a meno di clamorose sorprese, assistere ad uno scontro diretto ad alta tensione come quelli disputati nella fase di qualificazione al Mondiale. In quelle occasioni, come prevedibile, ha avuto la meglio la squadra di Seoul, prima classificata. Poche sorprese in questo senso, la Corea del Sud è la squadra asiatica che può vantare i più importanti successi calcistici. Con otto partecipazioni è la più presente nella coppa del mondo e quella che è riuscita ad anche arrivare più in alto nella competizione. Se lo ricordano bene i tifosi italiani, che nel 2002 hanno dovuto patire l’eliminazione della propria nazionale, sconfitta negli ottavi di finale dai Guerrieri di Seoul, al termine di una contestatissima partita che ha visto come assoluto protagonista l’arbitro equadoregno Moreno. Con buona pace di selezioni di grande tradizione calcistica come Portogallo e Spagna, la Corea del Sud ha poi proseguito il suo cammino mondiale fino ad arrivare ad una impensabile semifinale. Un traguardo difficile da ripetere e viziato dal sospetto di generosi favori arbitrali per favorire quella che era una delle due nazioni ospitanti. In Sudafrica il CT Huh Jung Moo potrà contare sull’esperienza del capitano Park Ji-Sung, bomber del blasonato Manchester United e di Park Chu-Young, in forza al Monaco. Nella formazione c’è anche una vecchia conoscenza italiana, si tratta dell’ex “perugino” Ahn, autore della rete del K.O. all’Italia di Trapattoni nel già citato mondiale del 2002. Proprio in quella partita, i tifosi sudcoreani mostrano uno striscione di scherno verso gli azzurri che dice: “Again1966”. In molti nel belpaese sono letteralmente saltati sulla sedia, comprendendo bene il richiamo alla più incredibile e dolorosa sconfitta nella storia della Nazionale Italiana: la disfatta contro la meno blasonata delle due Coree, quella del Nord, ai Mondiali inglesi del 1966. La storia è nota. Dopo un pre-mondiale esaltante, l’Italia è costretta a rimandare la qualificazione agli ottavi all’ultima partita del girone, in quella che si è trasforma nella fatal Corea: una sconfitta che dopo oltre quarant’anni mette ancora i brividi. Lo storico gol vittoria della Corea del Nord arriva al ‘42 del primo tempo, segnato dallo sconosciuto Pak Doo Ik. Agli azzurri, tramortiti e irriconoscibili, non basta tutto il secondo tempo per avere ragione di una squadra di dilettanti. Pazzesco. Eppure, a sentire Valcareggi, vice di Fabbri, quei coreani “a vederli giocare sembrano una comica di Ridolini”. Risultato: pomodori e insulti al ritorno a casa dell’Italia, gloria e onori per la Corea del Nord e soprattutto per Pak Doo Ik. Un signor nessuno su cui, dopo quella partita, si sprecano fiumi di inchiostro. La dolorosa beffa è sapere che il giocatore che ha rispedito a casa la prestigiosa Nazionale Italiana, allora già due volte campione del Mondo, è un semplice caporal maggiore del regime di Pyongyang. Uno che non poteva nemmeno sognarsi la fantasia di Gianni Rivera e che al massimo era abituato a prendere a calci le patate nei refettori tristi dell’esercito nordcoreano. Chissà se gli iscritti a “Ai mondiali di calcio noi tifiamo Corea del Nord”, gruppo neonato su Facebook, conoscono questa incedibile storia…

null - Il Giornale del Friuli, 12/06/2010

Lo smemorato di Tapiola – Arto Paasilinna

More about Lo smemorato di TapiolaPartiamo da un retroscena: pare che l’11 settembre 2001, mentre l’America subiva il terribile attacco alle Torri Gemelle, il bravo scrittore finlandeve Arto Paasilinna fosse a Milano per presentare la versione italiana del suo “Lo smemorato di Tapiola” .
Il romanzo ruota attorno a due personaggi principali, il vecchio e smemorato consulente agrimensore Taavetti Rytkonen ed il giovane taxista dipendente Seppo Sorjonen. La loro singolare amicizia, nata per caso, accompagna i due personaggi in giro per la Finlandia, dalle città del sud fino a inospitali ed isolate paludi. Sono proprio questi luoghi remoti, lontani dalla civiltà, che Paasilinna predilige per ambientare i suoi romanzi. La sensazione è che per l’autore, l’allontanamento temporaneo dalla società significhi soprattutto annullare le convinzioni e le schiavitù che normalmente si patiscono facendo parte di essa.
Con uno schema già collaudato in altri libri ma sempre coinvolgente, i personaggi di Paasilinna, creati magistralmente per sembrare distanti anni luce tra loro, vivono esperienze ai limiti del grottesco, esponendoli ad incontri strani con vecchi compagni d’armi, architetti boscniaci ed avvenenti francesi anoressiche.  Così, le pagine che vedono il giovane taxista Seppo Sorjonen seguire per la Finlandia le vicissitudini dell’anziano e facoltoso Taavetti, alla disperata ricerca di se stesso e della sua irrecuperabile memoria, sono soprattutto un inno all’amicizia e all’avventura. Un’avvenutura che è gioia, che è vita, a qualsiasi età.
A mio avviso alla storia manca un po’ di mordente ed il risultato è che il romanzo sia leggermente sotto lo standard dell’autore. Ma poco male, è un libro che vale comunque la pena di leggere, in particolare se come me siete dei fans della scrittura di Paasilinna, sempre scorrevole e divertente. La sua fortuna? Essere nato in Finlandia, dove scrivere delle storie con intelligente ironia, evitando lacrime di coccodrillo e tristezza d’occasione, viene apprezzato e riconosciuto come un valore aggiunto.

Quelli che il nord…

Se si esclude Parma, Torino sarà il capoluogo di provincia e la prima metropoli italiana a pagare il prezzo più elevato della manovra anti-crisi.
Ebbene il taglio implicito della spesa per il prossimo anno sarà del 17,6%. Mentre si salirà al 19,6% nel 2012. Molto meglio, s’intende sempre nella ristrettezza dei tempi, se la passano Milano (taglio del 10%), Napoli (7,8%), Palermo (7,9%), Bologna (4,4%). Per non dire di Roma che, grazie al commissariamento, gode di una sorta di salvacondotto che l’ha portata di fatto fuori dal Patto di Stabilità.
A differenza di Chiamparino & C, Alemanno può dunque concentrarsi nel far quadrare i conti di competenza senza dover preoccuparsi più di tanto del passato. «E meno male che questa doveva essere una manovra federalista di stampo leghista», è stato il commento del sindaco.

[ da La Stampa ]

Napolitano a Torino

Quando se ne va la Littizzetto, sull’altro angolo di piazza Castello iniziano a muoversi tante bandierine tricolori. C’è allegria e sembra di stare ad una festa di paese: ecco il miracolo italiano. 
Arrivano tre auto blu e scendono i bodyguard. – Presidente! Presidente! Qui, Presidente!-
Siamo tutti accalcati, c’è chi tende la mano e chi scatta foto. - Il presidente arriva alle 17.30 - dice uno della sicurezza.
Arriva Chiamparino. E’ senza scorta e riceve un mare di applausi. – Dato che c’è tempo… - ci dice e si avvicina a noi per stringerci la mano. Qualcuno si chiede quanto gli manca alla fine del mandato. Cioè quanto manca al villaggio di Asterix della sinistra italiana prima del ricevere il prossimo assalto delle orde berlusconiano-leghiste già al governo in regione.  
L’attesa continua tra spintoni e chiacchiere di vecchi alpini piemontesi. All’ora prestabilita, tutto si consuma in pochi secondi: Napolitano passa tra le due ali di folla, saluta tutti ed entra a Palazzo Reale. Si vede che ha fretta, un’italiana ha vinto il Roland Garros ed il presidente le deve telefonare.
- Beh, tutto qui? - Il tizio accanto è un po’ deluso, poi si guarda la sua bandierina e dice alla moglie: - Sai che faccio? Questa me la riciclo per i Mondiali! -

Giorgio Napolitano (2)

Aspettando il presidente

Giorgio Napolitano (1)

L’invidiosa

Forse non è stato un caso che tu, collega scrittrice, abbia voluto esprimere il tuo giudizio su Black Russian prorpio il 31 maggio, giornata nazionale CONTRO l’editoria a pagamento. Perché tu, a quanto ne so, di editori a pagamento te ne intendi…
Com’è? Hai pubblicato due libri, uno di poesie e uno di racconti, ed in entrambi i casi hai ceduto alle lusinghe del primo furfante che ti ha chiesto duemila euro per vederli stampati, magari dicendoti che sei la nuova Alda Merini…
Mi ricordi il personaggio di un racconto di Culicchia, un aspirante scrittore la cui maggiore soddisfazione non è più scrivere, ma bensì stroncare gli autori che si dimostrano più talentuosi con recensioni a dir poco approssimative.
Già, ci ho messo un po’ a decifrare le tue 4 righe dense di significato. Prima ho accettato di buon grado le argute osservazioni di chissà quale luminare della letteratura, poi sono andato a vedere chi eri e cosa scrivevi ed al quel punto tutto mi è stato chiaro. “Ehi Massim.”, mi sono detto, “ma l’editore di questa non è quello arcinoto per pubblicare anche la lista della spesa, basta che lo paghino?”
Era proprio lui.  Ho ripensato subito alle tue parole da affermata critica letteraria e mi sono messo a ridere da solo. “Mavaffan….!” :-D