I vertici del FBI sono fieri di se stessi. La notizia del recente arresto di una cellula di agenti segreti russi operativi negli Stati Uniti ha fatto il giro del mondo.
Dieci anni di indagine e dieci persone, uomini e donne, arrestate con l’accusa di spionaggio a favore della Federazione Russa. Elementi perfettamente mimetizzati nella middle class americana, particolare che attribuisce a questa operazione un sapore da Guerra Fredda, il tempo mitico dello spionaggio, quando l’Urss considerava gli agenti “dormienti” nelle città americane come investimenti a lungo termine.
Anche questa volta i fermati erano cittadini comuni, persone che vivevano tranquillamente nei sobborghi di New York o di Boston, con le loro villette a schiera, le utilitarie parcheggiate nel vialetto e i computer portatili nelle valigette da lavoro che però, secondo gli investigatori, permettevano alle spie di comunicare con Mosca grazie ad una rete internet criptata. Per il resto, i pochi contatti tra le reclute avvenivano proprio come ce li saremmo immaginati: matrimoni fittizi, scambi di denaro furtivi sulle scale mobili della metropolitana, comunicazioni in codice.
Nota di merito per l’agente segreto numero 10, la ventottenne russa Anna Chapman (vero nome Anya Kuschenko), confidente particolare di un funzionario del servizio segreto russo. Bella, colta, residente a Manhattan e amante della mondanità e dei social network. Sulla sua pagina personale di Facebook, dove Anna si presentava con una foto in cui sfoggiava tutto il suo fascino, vantava amicizie importanti come Nouriel Roubini, professore di economia dell’università di New York. Secondo gli investigatori federali la Chapman avrebbe sfruttato queste conoscenze per rivelare ai russi delle informazioni sensibili sull’amministrazione di Barack Obama. Una moderna Matha Hari con i capelli tinti di rosso ed il fisico da modella, che per l’ufficio delle entrate statunitense era semplicemente la titolare di una agenzia immobiliare per clienti dell’Est Europa. Ad insospettire sono state in questo caso le grosse somme di denaro transitate da gennaio di quest’anno sul suo conto corrente, introiti extra provenienti da un sito di poker online in lingua russa. Un giro d’affari di circa due milioni di dollari che sarebbe servito a finanziare l’attività sotto copertura dell’intera rete di spie.
È un peccato che qualcuno nelle ultime ore stia smontando l’entusiasmo del FBI per il colpo messo a segno ai danni dei russi. La piccola rete di agenti dormienti al soldo di Mosca sembra davvero ben poca cosa, specialmente se si pensa a quanto ha sempre affermato Oleg Gordievsky, ex colonnello del Kgb disertato in Gran Bretagna e vecchia volpe dello spionaggio internazionale: “la Russia ha inviato decine di spie sotto copertura nel corso degli anni, non solo negli Stati Uniti ma anche in Francia, Germania e Regno Unito”.
Insomma, ci sono voluti dieci anni di indagini per smascherare delle spie dilettanti armate di inchiostro simpatico e banali software per la steganografia, laddove nel caso di Anna Chapman il controspionaggio statunitense aveva sotto gli occhi un agente facilmente individuabile. Non sarebbe certo dovuto bastare quel cognome, Chapman, ottenuto dal matrimonio con un inglese per camuffare così bene Anya Kuschenko, figlia di Vasily, un alto funzionario del ministero degli affari esteri russo molto vicino agli ambienti dell’ex KGB. Una recluta predestinata la rossa di Manhattan, per di più ex studentessa dell’Università Popolare di Mosca, da sempre florido vivaio per l’intelligence di Mosca. L’unica vera consolazione per l’FBI sembrava arrivare dall’isola di Cipro. Qui è stata bloccata la spia numero 11, l’unico elemento di spicco dell’organizzazione. L’uomo che si fa chiamare Christopher Robert Metsos ha 54 anni ed almeno un paio di passaporti con nazionalità diverse. Lui su Facebook non c’è, gli investigatori sono risaliti soltanto ad un indirizzo nel Vermont e ad una foto segnaletica pubblicata da un giornale cipriota: magro, occhi azzurri coperti da occhiali da vista, pochi capelli e baffi grigi. Tuttavia le sue reali generalità sono ancora ignote, perché il vero Christopher Metsos, cittadino canadese, risulta deceduto da tempo…
La spia era sotto controllo dell’FBI già nel maggio del 2004, quando nel quartiere newyorkese del Queens un funzionario russo legato alle Nazione Unite pare avergli passato una borsa con 40 mila dollari. Denaro poi seppellito nel parco di Wurstboro e recuperato da alcuni dei membri dell’organizzazione arrestati recentemente.
Nonostante fosse un personaggio noto, sembra che le attività di spionaggio di Metsos siano comunque proseguite indisturbate fino al 17 giugno scorso, data in cui è stato segnalato il suo arrivo a Cipro per “fini turistici”. Da allora nessun passo falso. L’agente segreto, forse temendo di essere controllato, ha preso una camera allo Zenon Atrium Hotel di Larnaca, città costiera della parte meridionale dell’isola, limitandosi ad andare al mare vestito con pantaloncini e t-shirt come un normale turista.
A tradirlo definitivamente è stata una telefonata ricevuta domenica scorsa da New York. È Anna Chapman a chiamarlo per comunicargli che è fallito l’appuntamento fissato per quel giorno con un uomo di nazionalità russa, in realtà un agente federale infiltrato.
Poche ore dopo l’organizzazione che mirava ad espandere le sue ramificazioni negli Stati Uniti viene sgominata e a Christopher Metsos vengono messe le manette ai polsi all’aeroporto di Larnaca, poco prima di salire su un volo per Budapest.
Ma chi è realmente Metsos? Quale attività ha svolto per anni negli Stati Uniti per conto della Federazione Russa? Sono tutte domande che sembravano pronte per essere formulate, nel concitato finale di questa storia di spie che sembra la trama di un romanzo e che, proprio come l’invenzione letteraria di un fantasioso scrittore, ha registrato nelle ultime ore un impensabile colpo di scena. Qualcuno ha pagato a Christopher Metsos una cauzione di 20.000 euro in contanti per farlo uscire di prigione, con la promessa però di ricomparire davanti al giudice il 29 luglio per l’udienza di estradizione. Nessuna precauzione presa dai ciprioti per un eventuale pericolo di fuga e così, come ampiamente prevedibile, una volta a piede libero l’uomo ha fatto perdere le sue tracce. Probabile che abbia trovato rifugio nel nord dell’isola, nella parte turco-cipriota che nessun paese riconosce come indipendente e che non è quindi soggetta a nessun trattato di estradizione internazionale. Inutile dire che l’accaduto ha letteralmente mandato su tutte le furie il governo Washington che ha subito scagliato dure accuse contro il lavoro dei giudici di Nicosia. Accuse subito rispedite al mittente da un alto funzionario dei servizi giuridici dell’isola mediterranea: “È ridicolo! Il nostro sistema giudiziario è totalmente indipendente”.
Eppure è del tutto insolito, se non addirittura grottesco, che a Cipro vengano rilasciati su cauzione dei cittadini stranieri in attesa di estradizione. Un altro elemento che rende questa storia di spionaggio davvero misteriosa.
- Il Giornale del Friuli, 03/07/2010