La commedia perfetta dell’agente Metsos

nullChristopher Robert Metsos, la “spia numero 11”, la primula rossa del servizio segreto russo negli Stati Uniti, potrebbe essere in realtà un collaboratore dell’FBI. Lo sostiene il giornale russo indipendente Novaya Gazeta in un articolo in cui si ipotizza una vera e propria “commedia” organizzata da Washington per permettere la fuga dell’agente doppiogiochista.
Metsos era tra le undici persone incriminate con l’accusa di aver cospirato negli Stati Uniti per conto del servizio di intelligence russo SVR, successore del famigerato KGB. L’uomo, titolare di un passaporto canadese falso, era stato inizialmente arrestato a Cipro il 29 giugno scorso e subito scomparso nel nulla dopo essere stato imprudentemente rilasciato su cauzione. L’accaduto, considerato dai media come un clamoroso errore degli americani, aveva messo in imbarazzo anche l’autorità giudiziaria cipriota, accusata apertamente di sudditanza verso la Federazione Russa. Ma ora tutta la vicenda viene completamente riconsiderata da Novaya Gazeta: “e se fosse tutta una montatura?”.
Nell’articolo dal titolo “Dove si trova la spia 11?” (http://novayagazeta.ru/data/2010/081/14.html), Yulia Latynina suggerisce una versione dei fatti decisamente suggestiva: altro che super-agente al servizio di Mosca, il fantomatico Metsos non sarebbe nient’altro che un traditore. Un infiltrato che distinguendosi per anni in una interpretazione degna di un attore hollywodiano, avrebbe passato sottobanco delle importanti informazioni agli Stati Uniti. Tra queste c’era quasi certamente anche l’esistenza in America dell’organizzazione di agenti russi, resa celebre dai giornali grazie soprattutto alla presenza della sexy-spia Anna Chapman.
Mosca sarebbe stata quindi vittima per anni di questo doppiogioco ben congeniato, durato fino a quando i vertici dell’FBI, temendo che i russi fossero vicini a scoprire il trucco, non hanno deciso di smantellare platealmente la pressoché innocua rete di spie.
Una conferma alla teoria della giornalista russa sarebbe arrivata sabato scorso dalla Crimea per bocca niente di meno che di Vladimir Putin. Incontrando le dieci spie arrestate negli Stati Uniti e successivamente scambiate con quattro prigionieri americani, il primo ministro ha elogiato il duro lavoro dell’agente segreto, lasciando intendere che la cellula dell’SVR è stata scoperta solo grazie ad un traditore. Parole riferite quasi certamente allo scomparso Metsos.
“Ma i traditori finiscono sempre male” ha aggiunto Putin “finiscono per strada come gli ubriachi e i drogati”. Una affermazione che fa pensare della disgraziata sorte toccata a Kim Philby, famoso doppiogiochista britannico scaricato dal KGB dopo aver disertato in Unione Sovietica e divenuto successivamente un alcolista sui marciapiedi di Mosca. Come dire: povero Metsos, chissà cosa ti accadrà ora che agli USA non servi più…
Lunedì 26 luglio il Canada ha annullato il passaporto rilasciato misteriosamente dall’ambasciata canadese del Sudafrica a nome di Christopher Robert Metsos. Il vero Metsos era risultato essere stato un bambino, deceduto all’inizio degli anni’90.
Per Novaya Gazeta, l’uomo senza nome scomparso a Cipro si trova ora negli Stati Uniti dove ha ricevuto una nuova identità. Il premio per il suo prezioso lavoro di doppiogiochista commediante.

null -  Il Giornale del Friuli, 31/07/2010

Vardanyan, giovane freelance ostaggio in Transnistria

null“È assurdo. Non ci può essere tradimento verso uno stato che non esiste”. Basterebbero queste parole del vicepremier moldavo Viktor Osipov per descrivere l’odissea del giornalista Ernest Vardanyan, da mesi in ostaggio delle autorità della autoproclamata repubblica di Transnistria, costola ribelle della Moldavia.
Vardanyan, stimato freelance, collaboratore dell’agenzia di stampa Novy Regione e del giornale moldavo Plus, è stato arrestato il 7 aprile scorso a Tiraspol, capitale della fantomatica Transnistria, con l’accusa di spionaggio in favore della “nemica” Repubblica Moldava.
Assurdo, dicevamo, che alle porte dell’Europa esista da vent’anni una zona franca per i traffici illegali, governata da un regime filo-sovietico da operetta, eppure oppressivo e soffocante. E ancora più pazzesco è che un giornalista di 33 anni, in procinto di ricevere un prestigioso incarico presso l’Onu di New York, venga incarcerato senza una prova tangibile di colpevolezza, o al massimo avendo commesso come unico “reato” quello di sostenere i diritti umani e la democrazia in uno pseudo-stato dove queste parole sembrano non avere alcun valore.
La detenzione di Ernest Vardanyan sarebbe dovuta durare sessanta giorni, ma ancora oggi non si hanno notizie certe su una sua eventuale scarcerazione, né sul suo reale stato di salute. Secondo le leggi del regime transnistriano, Vardanyan rischia fino a venti anni di carcere per il tradimento verso un regime fantasma che in tutti questi mesi non gli ha assicurato nemmeno una adeguata assistenza legale. L’ultima udienza tenuta a Tiraspol il 2 luglio è stata annunciata alla famiglia solo un’ora prima dell’inizio. A difendere il giovane freelance c’era un avvocato d’ufficio del regime.
È superfluo notare come la colpevolezza di Vardanyan venga data per scontata, specie dopo che l’11 maggio la tv della Transnistria ha trasmesso una confessione in cui il giornalista si è dichiarato colpevole si spionaggio come membro del NIB (il servizio segreto moldavo).
In video il giovane è apparso molto provato. Le sue dichiarazioni, probabilmente estorte con minacce e torture da manuale, sono state precedute dalle parole soddisfatte dell’inquietante ministro della Sicurezza transnistriano Vladimir Antyufeyev, alias Vladimir Sherstov, già accusato di crimini contro lo Stato della Lettonia in seguito alla strage di Riga del gennaio 1991.
La versione dei fatti di Vardanyan è arrivata solo recentemente con un messaggio orale portato alla conoscenza del pubblico grazie al coraggio di un addetto alla sicurezza del carcere in cui è detenuto. “Non sono né una spia né un traditore”, ha tenuto a dire pregando la gente di credere nella sua innocenza e sostenendo di aver ammesso delle colpe non sue sotto l’effetto di droghe.
Finora tutte le richieste di aiuto per la liberazione del giornalista alle organizzazioni internazionali e al governo moldavo sono cadute nel nulla, comprese quelle della madre di Vardanyan alla cancelliera tedesca Merkel e al presidente russo Medvedev (molto influente con la dittatura trasnistriana).
Anche sull’immancabile Facebook è stata aperta una pagina per sensibilizzare l’opinione pubblica sul caso (http://www.facebook.com/pages/Help-Ernest-Vardanyan/114632748576451 ). Attualmente conta 21 membri. Troppo pochi per un coraggioso freelance, che ha voluto raccontare l’obsoleta assurdità di quella striscia dimenticata d’Europa chiamata Transnistria.

null -  Il Giornale del Friuli, 24/07/2010

Volti nuovi

Flavio Carboni (Sassari, 14 Gennaio 1932) , faccendiere italiano, il cui nome appare in molte inchieste giudiziarie a partire dagli anni ottanta e nelle vicende più oscure della storia recente italiana.

Biografia
Carboni salì alla ribalta del mondo finanziario e immobiliare negli anni ’70, ed è stato nei decenni successivi – secondo i pubblici ministeri che hanno indagato su di lui – un mediatore tra ambienti della politica e dell’imprenditoria e organizzazioni criminali quali la Banda della Magliana, l’organizzazione mafiosa Cosa Nostra e la loggia massonica Propaganda 2. Ha intrattenuto rapporti con personaggi controversi quali Francesco Pazienza, Licio Gelli, l’ex gran maestro Armando Corona nonché con l’allora imprenditore Silvio Berlusconi, di cui è stato socio in affari per il progetto “Costa Turchese”, noto anche come “Olbia 2″.
A partire dal 1982 ha subito numerosi arresti e brevi periodi di detenzione ed è stato imputato di numerosi fatti gravi quali l’omicidio di Roberto Calvi, imputazione da cui è stato in seguito assolto per insufficienza di prove.
L’unica condanna definitiva nei suoi confronti fu emessa nel 1998: 8 anni e 6 mesi di reclusione per il concorso nel fallimento del Banco Ambrosiano. Tuttavia, al periodo di detenzione previsto, già notevolmente ridotto in applicazione delle amnistie del 1986 e del 1989, fu detratta la carcerazione preventiva: non fu quindi emesso a suo carico nessun ordine di esecuzione della pena.
Nel giugno dello stesso anno Carboni fu nuovamente arrestato per un caso di bancarotta fraudolenta riguardante una società immobiliare di Porto Rotondo.
L’8 luglio 2010 è stato arrestato nell’ambito di un’inchiesta sugli appalti dell’energia eolica in Sardegna.

( E se ste cose non le sapevi… adesso salle! )

Ricomincia con Dickens la nuova vita di Anna Chapman

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“E questa è la fine. Egli scompare all’ombra del sospetto, imperturbabile nel cuore, dimenticato, non perdonato, ed estremamente romantico.” Avremmo potuto usare proprio questa frase del Lord Jim di Conrad per commentare l’uscita di scena di Anna Chapman, la bella spia russa amante della dolce vita e dei social network.
L’avevamo lasciata venerdì scorso a Vienna, su un aereo in partenza per la Russia, nello scambio di spie tra USA e Russia più plateale dagli ultimi vent’anni. A fare da sfondo non c’era il solito ponte Glienicker con le Zil del KGB in attesa di ripartire verso Mosca con manovre sincronizzate in stile cinema sovietico d’annata, tuttavia il risalto dato all’operazione dell’FBI dalla stampa di tutto il mondo ha fatto comunque assumere a quelle immagini rubate un rigoroso sapore d’altri tempi. Il merito, se così possiamo chiamarlo, va in buona parte proprio a lei, che mandando a monte la copertura di altri dieci agenti segreti dell’SVR per una telefonata al papà, ha fatto in modo che noi tutti conoscessimo questa storia. Riusciremo mai a ringraziarla abbastanza?
Eppure eravamo quasi rassegnati a perderne inesorabilmente le tracce già dopo il suo ritorno nella ben poco mondana provincia russa. Quasi ce la immaginavamo, risucchiata per sempre dai corridoi cupi di qualche palazzone post-sovietico del servizio segreto russo, condannata a scontare chissà quali terribili punizioni per quella sua leggerezza, che ha coperto di ridicolo quel glorioso apparato che in passato ebbe l’onore di annoverare tra i suoi capi niente meno che Vladimir Putin in persona.
E invece tutto ciò non è accaduto. Anna Chapman l’abbiamo ritrovata, sana e salva, sulla sua pagina di Facebook, la stessa in cui erano state scovate le immagini osé che hanno contribuito a renderla famosa come una vera Bond girl.
Il 9 luglio, a sorpresa, è tornata online per scrivere sulla sua bacheca virtuale una frase di Charles Dickens: “È stato il migliore dei momenti, è stato il peggiore dei tempi”.
Parole che crediamo probabilmente riferite al suo stato d’animo, ora che è tornata ad essere soltanto Anya Kushchenko, cittadina russa. Il Regno Unito le ha revocato la cittadinanza acquistata grazie ad un matrimonio del 2001. Quindi, “l’Agente 90-60-90” (così è stata ribattezzata dalla stampa americana) dovrà rassegnarsi a perdere anche il cognome che le ha permesso per anni di camuffarsi nella frizzante comunità della Grande Mela.
Insomma Anna Chapman, rampante sexi-spia al soldo di Mosca, non esiste più. Ecco allora che la frase di Dickens può sembrare un tentativo di sopravvivere al dispiacere di aver perso in un solo colpo il suo fruttuoso lavoro di copertura negli Stati Uniti, l’appartamento di Manhattan da 4000 dollari al mese e tanti amici da coltivare allo scopo di spillargli informazioni sensibili.
Già, gli amici… In questo periodo il profilo della Chapman su Facebook sta avendo un andamento altalenante. Appena appreso dello scandalo che l’ha portata in manette con l’accusa di spionaggio, molti suoi contatti si sono affrettati a rinnegarla. Come accade in questi casi, i primi a defilarsi sono stati alcuni nomi noti, che hanno addirittura negato di averla mai conosciuta in qualsiasi modo.
Altre persone invece, soprattutto uomini americani che sembrano non brillare in patriottismo a stelle e strisce, stanno facendo richiesta per ottenere la sua amicizia virtuale. “Una bella spia russa ha appena accettato la mia amicizia” ha esultato un tizio della Florida “se non mi sentite per un po’ potrei essere stato scambiato come prigioniero. Vi invierò della vodka da Mosca…”
Per consolare il pubblico dallo shock per la sua improvvisa partenza, un sito di gossip ha addirittura creato una rubrica di spy-news. Secondo una indiscrezione ancora non confermata, la Chapman avrebbe già accettato l’offerta del Newsweek di raccontare la sua storia in esclusiva e addirittura Angelina Jolie, novella spia cinematografica, vorrebbe incontrarla al più presto a Mosca.
A ben vedere insomma, le opportunità di carriera alla rossa Anna non mancano. Le foto dei suoi occhi verdi, profondi e misteriosi, diffuse dalla stampa internazionale hanno diffuso la sua popolarità ben oltre gli Stati Uniti. In Russia, un po’ tutti i giornali parlano di lei e a Volgograd, la città in cui ha vissuto per 17 anni, è già diventata un personaggio da imitare. C’è chi la vorrebbe testimonial cittadina per il rilancio del turismo e chi si prefigura per lei un posto da deputato alla Duma. E tutto questo solo per aver “brillantemente” mandato all’aria i piani dei servizi segreti del suo paese. Come dire, il mondo alla rovescia.
Le fini menti dello spionaggio che fu si staranno rivoltando nella tomba. Ma c’è da rassegnarsi, nemmeno le spie sono più quelle di una volta…

null -  Il Giornale del Friuli, 18/07/2010

2 appuntamenti

1.
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Domani, sabato 17 luglio (ore 18.15), la mia casa editrice sarà presente a Nettuno (Rm) per il Festival Nazionale del Videocorto. Forse si proietterà il booktrailer di Black Russian, forse no. Comunque chi è di quelle parti può farsi un giro e, se vuole, comprare il libro.

2.

null Lunedì 19 luglio a Roma (ore 19), presso il Simposio di via dei Latini 11, verrà presentata l’antologia Lì, tra le strade sottili di linfa e rugiada edita dalla PerroneLab. Il titolo fa un po’ schifo, però all’interno ci sono anche io con un bel raccontino noir… ;-)

Dannatamente… Black Russian! (su Recensioni di Libri)

acquista Black Russian[...] L’autore, dopotutto, sa quello che scrive: la sua conoscenza del tema è profonda, e la cosa si nota quasi subito. Riesce infatti ad intrecciare fatti realmente accaduti che il pubblico ben conosce con espedienti da fiction che collimano con precisione, e nel farlo ci diverte dannatamente bene. E’ proprio questo il punto a suo favore: la trama scivola quasi in secondo piano, diventa un orpello, e ciò che ci fa andare avanti nella lettura è proprio il divertimento con il quale l’autore ci spinge a cambiare ambientazione, passando da Napoli a Torino, dall’Albania alla Russia, da scontri a ferro e fuoco per le strade di Ivrea fino a pericolose missioni nei fondali marini, il tutto ritmato dal gusto dolciastro di un Black Russian, famoso cocktail a base di vodka e caffè che nasconde il sapore della Russia.
C’è un po’ di tutto qua dentro, e va bene così. Un po’ di tutto sapientemente condensato in un piccolo libricino di poco più di 200 pagine, che sa quasi di sorbetto al limone tra un pasto e l’altro. O forse, più che un sorbetto, il romanzo ha il sapore di un Black Russian da godersi tranquillamente dopo cena.


Era  un estratto dell’interessante recensione al mio Black Russian apparsa ieri su Recensioni di Libri. Ringrazio Massimo Piana per averla scritta.

Cipro, l’isola infestata dalle spie

Christopher Robert Metsos non si trova. La spia numero 11, ricercata dagli Stati Uniti con l’accusa di essere il capo di un una cellula di spionaggio russo attiva in alcune città americane, sembra scomparsa nel nulla. Anche i giornali ciprioti stanno cominciando a non parlare più di lui, mentre nella vecchia Europa l’attenzione è focalizzata sulla più glamour Anna Chapman e sullo scambio di spie avvenuto ieri a Vienna tra USA e Russia: dieci agenti dello spionaggio russo per quattro americani. Anche a Washington deve essere tempo di saldi…
Ma tutto questo non c’entra con la sorte dell’enigmatico Metson, una spia troppo importante per Mosca, che non può quindi essere messa sul tavolo delle trattative per salvare le apparenze diplomatiche.
Qualcuno dice che è ancora a Cipro, al riparo dai trattati di estradizione nella parte turco-cipriota dell’isola, altri dicono che sia già in Russia. Quasi certamente non lo troveranno mai più.
In seguito all’arresto avvenuto all’aeroporto di Larnaca il 29 giugno scorso, Metsos è riuscito a far perdere le sue tracce dopo essere stato rilasciato su cauzione, cosa che ha mandando su tutte le furie il governo degli Stati Uniti. Alle pesanti accuse di collaborazione con la Russia lanciate a Cipro ha risposto sabato scorso il presidente Demetris Christofias, difendendo il corretto atteggiamento dell’autorità giudiziaria cipriota nella gestione del caso: “la colpa è degli Usa, sono loro che non hanno fornito alla nostra polizia alcuni documenti sul sospettato in modo tempestivo”.
Si tratta di un inutile scaricabarile che non riesce certo a nascondere il lampante atteggiamento ostruzionistico tenuto da Cipro in questa faccenda. Una condotta da stato satellite russo che ci si aspetterebbe di trovare in Asia centrale ma non certo nel Mediterraneo.
È lecito chiedersi se il forte legame cresciuto negli ultimi anni tra i governo di Cipro e la Russia, il più importante investitore straniero nel paese, abbia influito in misura determinante sulla “leggerezza” che ha permesso la fuga di Metsos. Un gran bel regalo fatto a Mosca, che in questo modo ha evitato la perdita di un importante agente segreto. Un “pesce grosso”, come è stato definito da un esperto di sicurezza greco, di cui non si conosce nemmeno il nome e la nazionalità. Perché quella di Christopher Metsos è un’identità rubata ad un bambino morto negli anni novanta ed il passaporto canadese con cui è entrato a Cipro è risultato essere stato misteriosamente rilasciato da un’ambasciata africana.
È difficile mettersi a seguire a ritroso le tracce lasciate da una spia di questo calibro. Si tratta di un professionista che in quindici anni, cioè da quando l’FBI ha iniziato ad indagare su di lui, ha compiuto pochissimi errori. Uno di questi è datato 1994: Metsos è risultato iscritto per un semestre ai corsi di una università americana presentando un passaporto colombiano e un indirizzo di Bogotà. Entrambi sono risultati falsi…
Mezzi indizi e vicoli ciechi: risalire alla reale identità di spia russa è difficilissimo e in America lo sanno bene. Ecco perché è subito giunta alla polizia cipriota la richiesta dell’FBI di poter almeno visionare gli effetti personali sequestrati a Christopher Metsos: un computer portatile e diverse chiavi di memoria Usb. Richiesta respinta, ovviamente, in quanto anche Cipro sostiene di voler utilizzare questo materiale come oggetto di indagine. Un’indagine, c’è da giurarci, che sarà lunga e infruttuosa…
All’FBI sembrano abbastanza rassegnati a questa sorta di collusione tra i servizi segreti russi ed il governo locale. D’altra parte Cipro, con la sua posizione strategica tra Europa, Asia e Africa, viene descritta da sempre come un’isola infestata dalle spie.
Una reputazione nota già negli anni ’50, ai tempi di Kim Philby (noto agente doppiogiochista britannico passato al KGB), quando i servizi segreti di mezzo mondo erano di casa a Nicosia e dintorni. Philby stesso amava soggiornare sulla costa cipriota, dove il patrigno gestiva un albergo divenuto poi base dell’intelligence israeliano.
In un crocevia così importante per ogni attività clandestina non poteva mancare l’MI6 britannico, la cui presenza sull’isola è servita per decenni a monitorare da vicino la situazione in Medio Oriente. Degno di nota è il caso dell’omicidio irrisolto dell’agente inglese Peter Gray, trovato ucciso a Cipro nel 1961, probabilmente una vendetta firmata dal KGB per essere riuscito a smascherare il doppiogiochista George Blake.
Nel 1967 due cittadini russi sono stati espulsi dal governo di Nicosia con l’accusa di spionaggio. In seguito alle indagini anche dei cittadini ciprioti sono finiti sotto inchiesta con l’accusa di aver passato alla Russia i testi di alcune telefonate riservate, effettuate dalle ambasciate occidentali presenti sull’isola.
Un altro caso di vendita di documenti segreti al KGB è datato 1985 e ha coinvolto otto militari britannici di istanza in una base sulle coste cipriote.
Molti altri casi di spionaggio sono comparsi sui giornali locali nel corso degli anni senza destare troppi clamori. Fatti accaduti sotto la luce del sole, nell’isola infestata dalle spie.

null -  Il Giornale del Friuli, 10/07/2010

Quando la spia russa è un amico su Facebook

I vertici del FBI sono fieri di se stessi. La notizia del recente arresto di una cellula di agenti segreti russi operativi negli Stati Uniti ha fatto il giro del mondo.
Dieci anni di indagine e dieci persone, uomini e donne, arrestate con l’accusa di spionaggio a favore della Federazione Russa. Elementi perfettamente mimetizzati nella middle class americana, particolare che attribuisce a questa operazione un sapore da Guerra Fredda, il tempo mitico dello spionaggio, quando l’Urss considerava gli agenti “dormienti” nelle città americane come investimenti a lungo termine.
Anche questa volta i fermati erano cittadini comuni, persone che vivevano tranquillamente nei sobborghi di New York o di Boston, con le loro villette a schiera, le utilitarie parcheggiate nel vialetto e i computer portatili nelle valigette da lavoro che però, secondo gli investigatori, permettevano alle spie di comunicare con Mosca grazie ad una rete internet criptata. Per il resto, i pochi contatti tra le reclute avvenivano proprio come ce li saremmo immaginati: matrimoni fittizi, scambi di denaro furtivi sulle scale mobili della metropolitana, comunicazioni in codice.
Nota di merito per l’agente segreto numero 10, la ventottenne russa Anna Chapman (vero nome Anya Kuschenko), confidente particolare di un funzionario del servizio segreto russo. Bella, colta, residente a Manhattan e amante della mondanità e dei social network. Sulla sua pagina personale di Facebook, dove Anna si presentava con una foto in cui sfoggiava tutto il suo fascino, vantava amicizie importanti come Nouriel Roubini, professore di economia dell’università di New York. Secondo gli investigatori federali la Chapman avrebbe sfruttato queste conoscenze per rivelare ai russi delle informazioni sensibili sull’amministrazione di Barack Obama. Una moderna Matha Hari con i capelli tinti di rosso ed il fisico da modella, che per l’ufficio delle entrate statunitense era semplicemente la titolare di una agenzia immobiliare per clienti dell’Est Europa. Ad insospettire sono state in questo caso le grosse somme di denaro transitate da gennaio di quest’anno sul suo conto corrente, introiti extra provenienti da un sito di poker online in lingua russa. Un giro d’affari di circa due milioni di dollari che sarebbe servito a finanziare l’attività sotto copertura dell’intera rete di spie.
È un peccato che qualcuno nelle ultime ore stia smontando l’entusiasmo del FBI per il colpo messo a segno ai danni dei russi. La piccola rete di agenti dormienti al soldo di Mosca sembra davvero ben poca cosa, specialmente se si pensa a quanto ha sempre affermato Oleg Gordievsky, ex colonnello del Kgb disertato in Gran Bretagna e vecchia volpe dello spionaggio internazionale: “la Russia ha inviato decine di spie sotto copertura nel corso degli anni, non solo negli Stati Uniti ma anche in Francia, Germania e Regno Unito”.
Insomma, ci sono voluti dieci anni di indagini per smascherare delle spie dilettanti armate di inchiostro simpatico e banali software per la steganografia, laddove nel caso di Anna Chapman il controspionaggio statunitense aveva sotto gli occhi un agente facilmente individuabile. Non sarebbe certo dovuto bastare quel cognome, Chapman, ottenuto dal matrimonio con un inglese per camuffare così bene Anya Kuschenko, figlia di Vasily, un alto funzionario del ministero degli affari esteri russo molto vicino agli ambienti dell’ex KGB. Una recluta predestinata la rossa di Manhattan, per di più ex studentessa dell’Università Popolare di Mosca, da sempre florido vivaio per l’intelligence di Mosca. L’unica vera consolazione per l’FBI sembrava arrivare dall’isola di Cipro. Qui è stata bloccata la spia numero 11, l’unico elemento di spicco dell’organizzazione. L’uomo che si fa chiamare Christopher Robert Metsos ha 54 anni ed almeno un paio di passaporti con nazionalità diverse. Lui su Facebook non c’è, gli investigatori sono risaliti soltanto ad un indirizzo nel Vermont e ad una foto segnaletica pubblicata da un giornale cipriota: magro, occhi azzurri coperti da occhiali da vista, pochi capelli e baffi grigi. Tuttavia le sue reali generalità sono ancora ignote, perché il vero Christopher Metsos, cittadino canadese, risulta deceduto da tempo…
La spia era sotto controllo dell’FBI già nel maggio del 2004, quando nel quartiere newyorkese del Queens un funzionario russo legato alle Nazione Unite pare avergli passato una borsa con 40 mila dollari. Denaro poi seppellito nel parco di Wurstboro e recuperato da alcuni dei membri dell’organizzazione arrestati recentemente.
Nonostante fosse un personaggio noto, sembra che le attività di spionaggio di Metsos siano comunque proseguite indisturbate fino al 17 giugno scorso, data in cui è stato segnalato il suo arrivo a Cipro per “fini turistici”. Da allora nessun passo falso. L’agente segreto, forse temendo di essere controllato, ha preso una camera allo Zenon Atrium Hotel di Larnaca, città costiera della parte meridionale dell’isola, limitandosi ad andare al mare vestito con pantaloncini e t-shirt come un normale turista.
A tradirlo definitivamente è stata una telefonata ricevuta domenica scorsa da New York. È Anna Chapman a chiamarlo per comunicargli che è fallito l’appuntamento fissato per quel giorno con un uomo di nazionalità russa, in realtà un agente federale infiltrato.
Poche ore dopo l’organizzazione che mirava ad espandere le sue ramificazioni negli Stati Uniti viene sgominata e a Christopher Metsos vengono messe le manette ai polsi all’aeroporto di Larnaca, poco prima di salire su un volo per Budapest.
Ma chi è realmente Metsos? Quale attività ha svolto per anni negli Stati Uniti per conto della Federazione Russa? Sono tutte domande che sembravano pronte per essere formulate, nel concitato finale di questa storia di spie che sembra la trama di un romanzo e che, proprio come l’invenzione letteraria di un fantasioso scrittore, ha registrato nelle ultime ore un impensabile colpo di scena. Qualcuno ha pagato a Christopher Metsos una cauzione di 20.000 euro in contanti per farlo uscire di prigione, con la promessa però di ricomparire davanti al giudice il 29 luglio per l’udienza di estradizione. Nessuna precauzione presa dai ciprioti per un eventuale pericolo di fuga e così, come ampiamente prevedibile, una volta a piede libero l’uomo ha fatto perdere le sue tracce. Probabile che abbia trovato rifugio nel nord dell’isola, nella parte turco-cipriota che nessun paese riconosce come indipendente e che non è quindi soggetta a nessun trattato di estradizione internazionale. Inutile dire che l’accaduto ha letteralmente mandato su tutte le furie il governo Washington che ha subito scagliato dure accuse contro il lavoro dei giudici di Nicosia. Accuse subito rispedite al mittente da un alto funzionario dei servizi giuridici dell’isola mediterranea: “È ridicolo! Il nostro sistema giudiziario è totalmente indipendente”.
Eppure è del tutto insolito, se non addirittura grottesco, che a Cipro vengano rilasciati su cauzione dei cittadini stranieri in attesa di estradizione. Un altro elemento che rende questa storia di spionaggio davvero misteriosa.

null -  Il Giornale del Friuli, 03/07/2010

Recensione di “Black Russian” su Zebuk

nullBlack Russian, è una spy story avvincente, intrigante, ben costruita. Durante la lettura si è catapultati in un mondo torbido e pericoloso, dove tutti sono contro tutti e dove non ci si può mai fidare fino in fondo di nessuno, se non di se stessi e delle proprie capacità di sopravvivenza.
Le scene sono descritte nei minimi particolari, tanto che mi sembrava di trovarmi all’interno di una sceneggiatura di un film di James Bond.
Il protagonista incarna le caratteristiche dell’eroe: solitario, senza affetti, taciturno,pieno di risorse,con il desiderio di vendicare una persona cara.
Intorno a lui si muovono tanti personaggi, quasi tutti poco raccomandabili. E una piccola, grande perla: Astutillo Mariello, pittoresco membro della DIGOS di Napoli, amante della buona tavola e del limoncello, che affianca spesso e volentieri il protagonista nelle sue pericolose ricerche. Con i loro coloriti scambi di battute formano una strana coppia di agenti segreti, che riescono a stemperare le cupe atmosfere che circondano il romanzo.
Insomma: è un libro che consiglio a chi ama questo genere letterario. E anche a chi non ha mai letto una spy story, perchè ha un bel ritmo, si legge con piacere e con la curiosità di arrivare a sbrogliare (forse) la matassa.
E soprattutto, perchè alla fine della storia sarete presi da un’irrefrenabile voglia di provare un Black Russian!