Dalla & De Gregori in concerto a Torino

“Dalla confessa candidamente di essere arrivato in Piemonte senza neppure sapere che si sarebbe esibito a una kermesse di partito.”



Tagikistan, la nuova prima linea dell’estremismo islamico

Il Tagikistan è un paese misterioso. Così misterioso che perfino il nostro “venerabile” Licio Gelli, uno che di misteri se ne intende, non ha disdegnato di ricoprire cariche diplomatiche internazionali per questo piccolo paese dell’Asia Centrale.
Sette milioni di abitanti, nessuno sbocco al mare, il Tagikistan è lo stato più povero dell’ex Unione Sovietica. Solo apparentemente marginale nella lotta dell’Occidente contro Al-Qaida, è proprio qui che l’estremismo islamico sembra in grado di rialzare pericolosamente la testa.
L’ultimo degli episodi a sostegno di questa tesi risale alla notte del 22 agosto scorso, quando un numero imprecisato di uomini armati appartenenti ad un gruppo militare islamico ha assaltato la prigione di massima sicurezza di Dushanbe, uccidendo sei ufficiali della polizia penitenziaria e permettendo la fuga di ameno 25 detenuti già condannati per tentato colpo di stato e terrorismo.
Tra di loro ci sarebbero anche i figli di Mirzo Ziyoev, ex comandante delle forze di ispirazione islamica nella guerra civile che ha insanguinato il Tagikistan tra il 1992 e il 1997, morto lo scorso anno in un blitz delle truppe fedeli al Partito Democratico del Popolo Tagiko del presidente in carica, Enomalii Rahmon.
Nonostante le poche righe battute dalle agenzie di stampa, la gravità dell’accaduto è tale da aver scomodato persino i servizi speciali russi nell’ardua impresa di riacciuffare i fuggiaschi. È tuttavia probabile che essi abbiano già raggiunto la Valle Rasht, a circa duecento chilometri dalla capitale e a breve distanza dal confine afgano sulle montagne del Pamir. Un’area remota del Tagikistan orientale, dominata da vette che superano i 7000 metri, e da sempre roccaforte dei militanti islamici.
Proprio le pattuglie di frontiera con l’Afghanistan sono state messe in allerta per scongiurare lo sconfinamento del gruppo di evasi. Tuttavia, anche la Valle Rasht sembra già divenuta di per sé un rifugio ideale per i guerriglieri islamici, non solo tagiki ma anche afgani. Da un anno a questa parte infatti, proprio i talebani sembrano preferire la sicurezza delle montagne tagike alle impenetrabili caverne del Pakistan, quelle per intenderci, dove dal 2001 la CIA tenta di scovare Osama Bin Laden.
È proprio nella Valle Rasht che l’affermazione secondo cui il piccolo Tagikistan sarebbe il paese più pericoloso del mondo trova la sua più cruda spiegazione. Con paesaggi irreali che rimandano ad una Terra di Mezzo rocciosa e inospitale, tra carcasse di carri armati e piantagioni di oppio, il fantasma della guerra civile non sembra aver mai abbandonato questa valle.
I pochi abitanti, di fede ismaelita (variante esoterica dell’Islam), hanno già combattuto al fianco dei militanti islamici negli anni novanta. Per questo motivo, in seguito alle offensive americane sulle montagne del Pakistan, molti analisti temono ora un allargamento del conflitto afgano in Asia Centrale, a cominciare proprio dal Tagikistan. In questo caso la Valle Rasht, da sempre tappa privilegiata nella “rotta del nord” dell’eroina proveniente dai territori talebani, sarebbe di fatto una vera e propria prima linea.
Nel delicatissimo contesto che va velocemente delineandosi, l’azione del presidente Rahmon per impedire l’organizzazione di bande di guerriglieri islamici nel Tagikistan, appare sempre più inadeguata. Anche gli sforzi mirati del suo governo per estirpare la piaga del fondamentalismo con frequenti operazioni militari nella Valle Rasht, sembrano aver prodotto fino ad ora pochissimi risultati concreti. Così, ad est di Dushanbe, il paese continua ad essere di fatto un invitante far-west.
La popolazione del Tagikistan è formata da musulmani per il 95%. Secondo l’International Religiosi Freedom Report, l’osservanza attiva dell’Islam è ancora in aumento. Il terreno ideale per il reclutamento di combattenti nell’interminabile guerra santa di Al-Qaida.

null - Il Giornale del Friuli, 28/08/2010

Партизаны

I partigiani sovietici (russi, georgiani, ucraini etc…) attivi in Italia furorno circa cinquemila, oltre settecento nel solo Piemonte.
Questo post è l’appendice di un mio articolo pubblicato sul Giornale del Friuli il 25 settembre 2010.
Qui di seguito potete consultare  l’elenco da me stilato dei partigiani sovietici sepolti nel Sacrario della Resistenza del Cimitero Monumentale di Torino (86 uomini in tutto). Una lista che rendo nota con il beneficio del dubbio rigardo alla corretta trascrizione dei nomi dei soldati fatta al tempo della loro sepoltura. Molti risultano infatti palesemente errati o italianizzati, mentre altri ancora sono dei semplici pseudonimi usati in battaglia.
Ritengo tuttavia che mettere online i nomi dei partigiani sovietici “torinesi” possa essere utile per future ricerche sull’argomento.

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Per info: massim979@yahoo.it

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Elenco dei partigiani sovietici sepolti nel Cimitero Monumentale di Torino

Voronzov Afanisij (1913-1943)
Savelie Itrofan (/ – 1943)
Akuschkim Login (/ – 1945)
Golobitgski Grigori (/ – 1945)
Alexandroski Vladimir (/ – 1945)
Zukov Arcadi (1922 – 1944)
Armas Suzi (/ – 1945)
Zakharovic Vassilli, detto “Petrow”
Aschenko Alexander (/ – 1944)
Rudienko Stefano (?)
Guanovich Peter (/ – 1944)
Dassaicenko Ivan (/ – 1944)
Chedaxuli Uvanno
Filtschenko Hiwi, detto “Michael” (/ – 1944)
Jlapenigu(?) Nicolay (/ – 1944)
Kalashnihkov(?) Nicolai (1917- 1944)
Koslow Alexei (1924 – 1945)
Danilov Nicolai (1923 – 1943)
Michischin Vittorio(?) (1925 – 1944)
Chagherunzgao(?) Zoro (1923 – 1944)
Curiarez Fiodor (1921 – 1944)
Vetrov Alexis (1905 – 1944)
Dundonic Iuri (1921 – 1944)
Balak Alessandro(?) (/ – 1945)
Niestrarol Massilli (/ – 1944)
Kabeakof Bors (1910 – 1945)
Taramon Iuan (/ – 1944)
Michail Daseroian
Gogunof Basilio (/ – 1945)
Petri Michel (/ -1944)
Hotyashko Ivan (/ – 1945)
Soldato ignoto sovietico “Vichtor” (1924 – 1944)
Soldato ignoto sovietico “Sciotta” (/ – 1944)
Soldato ignoto sovietico “Wassilli” (/ – 1944)
Soldato ignoto sovietico “Roberto” (/ – 1944)
Soldato ignoto sovietico “Ivan” (/ – 1944)
Soldato ignoto sovietico “Kri Kri” (/ – 1944)
Soldato ignoto sovietico “Giorgio”
Soldato ignoto sovietico “Miscia”
Soldato ignoto sovietico “Simon”
Soldato ignoto sovietico “Serghei”
Soldato ignoto sovietico “Nocoljev”
Ignoto Maggiore russo (/ – 1945)

E molti, molti altri soldati sovietici senza nome, ricordati soltanto da un fiore appassito…

Black Russian su SoloLibri

Black Russian è una spy story in piena regola. Forse ricorda un po’, per comprendere il genere, i romanzi di Tom Clancy. Ma il tutto ambientato a casa nostra. Protagonista e narratore delle vicende una spia, “la negazione di James Bond” come si definisce, ma sarà vero? Fanno da cornice a queste vicende narrate i bellissimi scorci di Napoli, ma non solo. Intercettazioni, intrighi internazionali, tradimenti, spie e contro spie di tutti i generi… Un racconto sapientemente strutturato, vicende narrate da una mano precisa e sicura. Che il fatto di essere un corrispondente estero sia stato d’aiuto all’autore per progettare questa trama così complessa e verosimile? Stati Uniti e Urss si alternano tra le pagine. Vicende reali si mescolano con congruenza a fatti inventati. Avvincente. Se la suspance e le trame di questo genere vi allettano, non potete perdervi Black Russian! Nulla è lasciato al caso qui. Tutte le carte in regola per diventare un best seller italiano…

Lo scrive Irene Pecikar su SoloLibri.

Addio Ferribotte

nullQuando entro il salotto, Roberto è stravaccato sul divano a guardare il TG2. Così butto un’occhio sulla sequenza di immagini di vecchi film in bianco e nero che vedo scorrere in un servizio e non ci metto molto a riconoscere l’inconfondibile faccia di Tiberio Murgia .  Capisco quindi che si tratta di un servizio d’addio. 
 - Ma è morto Murgia? – domando.
Roberto non mi risponde e si limita a fissarmi.  Probabilmente, pur avendo visto quella faccia chissà quante volte nelle scene di molti film, non conosce il nome di quell’attore. Comprensibile. Non si tratta di un protagonista ma di uno di quei personaggi secondari che caratterizzavano in maniera perfetta le commedie all’italiana di una volta, quelle semplici e spassose.
Tiberio Murgia era stato l’indimenticabile Ferribotte de I Soliti Ignoti di Minicelli. Aveva recitato con Totò, con Franco e Ciccio e, sempre grazie a quella sua faccia così strana, così del Sud, aveva interpretato all’occorrenza la parte del siciliano o del sardo in oltre 150 pellicole. Sardo poi, lo era davvero. Di Oristano, classe 1929.
Lo avevo incontrato una decina d’anni fa a Santa Marinella, su litorale a nord di Roma. Era seduto al tavolino di un bar sul lungomare ed avevamo anche scambiato due parole. Allora come oggi l’avevo riconosciuto subito.
E’ morto ieri a 81 anni, era malato di Alzheimer. Con quella sua straordinanaria faccia del sud, se n’è andato per sempre a Tolfa, tra i monti dell’entroterra laziale, dove l’aria fresca della mattina si mischia spesso all’odore del cuoio lavorato da quelle parti.
Che la terra ti sia lieve, Tiberio.

365

Da un anno non vivo più qui.
Da un anno esatto sono tornato a casa.
Ricordo un momento preciso: era notte fonda ed io ero stanco morto dopo un viaggio durato oltre dieci ore.  Una vera e propria odissea…
Torino mi riaccoglieva con le luci soffuse ed il vivace chiacchiericcio di un ristorante di piazza Statuto. Un’oretta dopo entravo per la prima volta in una casa tutta nuova, quella che negli ultimi 365 giorni è diventata a tutti gli effetti casa mia.

Maculinea rebeli

Ad un cittadino come me non capita tutti i giorni di incontrare degli esseri viventi così meravigliosi.
Ieri, nei pressi del ponte del Diavolo di Lanzo, mi sono imbattuto in questo bellissimo esemplare di farfalla blu. Ho scoperto che si tratta di una Maculinea rebeli, una specie abbastanza rara.
Ovviamente non ho perso l’occasione per sperimentare il mio nuovo obiettivo macro… ;-)

Lo spettro della principessa russa

nullC’è una principessa russa a Torino. “Vive” in città da molto tempo, così tanto che quando è arrivata non esisteva né la Fiat né la Juventus, e a svettare sui tetti delle case non c’era ancora neppure lo spillone della Mole Antonelliana.
Era un’altra Torino quella di Barbara Tatichef, moglie di Aleksandr Beloselkij, ambasciatore della zarina Caterina di Russia nel Regno di Sardegna. Era la Torino di fine Settecento, capitale di una piccola e ambiziosa monarchia, ancora lontana dall’avere velleità unificatrici.
Barbara, che alcuni studiosi descrivono bellissima, nacque a Mosca nel 1764 da una potente famiglia dello stato zarista. A Torino si stabilì nel 1792 in compagnia del marito, diplomatico alla corte dei Savoia, e dei suoi tre figli.
Giocando con la fantasia potremmo immaginarla a passeggio nelle strade della sua nuova città, quella Torino che sforzandosi di assumere l’aspetto di una vera capitale, aveva attinto alla maestria di Juvarra per mostrare all’Europa i suoi nuovi edifici d’avanguardia nel panorama architettonico.
Nulla può quindi impedirci di pensare alla bella principessa russa sulle rive del Po, ad ammirare la Basilica di Superga che dall’alto della collina torinese già dominava la città. E perché no, continuando in questo immaginario collage di immagini, vederla transitare in carrozza in piazza Castello, accanto alla piccola folla di signore con l’ombrellino bianco ritratte in alcune incisioni di quell’epoca.
Sono piccole suggestioni che rischiano però di allontanarci un tantino dalla realtà. Si sa per certo infatti che Barbara Tatichef giunse in Piemonte già in precarie condizioni di salute a causa di un aborto, e che per le complicanze sopraggiunte successivamente morì all’età di ventotto anni, alla fine del mese di marzo di quello stesso fatale 1792.
Fu forse per il dispiacere di non aver potuto godere nemmeno di qualche istante di gioia in quella sua nuova residenza, o forse per semplice sfizio che, secondo una credenza popolare, la principessa decise di non andarsene più e di rimanere a “vivere” a Torino anche da morta. Anche da spettro, perché alla fin fine, non è nella sua veste terrena che i torinesi impararono a conoscerla, quanto sotto forma di inquieto fantasma notturno, a zonzo per la città.
Inconsolabile per averla perduta per sempre fu invece suo marito Aleksandr Beloselkij, che commissionò allo scultore Vincenzo Spinazzi una statua funeraria degna di lei, con sopra incisa una commovente epigrafe: “Oh, sentimento! Sentimento! Dolce vita dell’anima. Quale cuore non hai mai colpito? Qual è lo sfortunato mortale cui non hai mai offerto il dolce piacere di versar lacrime, e qual è l’anima crudele che, dinnanzi a questo monumento così semplice e pietoso, non si raccolga con malinconia e non condoni generosamente i difetti allo sposo che l’ha innalzato?”.
Il “monumento semplice e pietoso” venne realizzato a Firenze e già a prima vista risultò essere tanto bello quanto inquietante: una figura di donna ricoperta completamente da un velo che lascia soltanto intravedere i lineamenti del suo viso e del suo corpo, rendendola evanescente e facendole assumere un’aria a dir poco sinistra.
Collocata nell’ormai scomparso cimitero di San Lazzaro (situato pressappoco nel luogo in cui oggi sorge il grattacielo della Toro Assicurazioni) e ribattezzata dai torinesi la “Velata”, la statua della principessa russa fu subito oggetto di dicerie di stampo paranormale. Alcuni dissero di aver udito dei lamenti provenire dall’interno delle mura del camposanto, altri riferirono addirittura di aver incontrato il fantasma di Barbara nelle strade attorno al Lungo Po.
Una volta chiuso San Lazzarlo le spoglie e la statua della nobildonna vennero portate nel piccolo cimitero di San Pietro in Vincoli, presso il fiume Dora. Un luogo strategico per ospitare dei morti visto che a poche centinaia di metri la mano del boia stringeva giornalmente il cappio attorno al collo di malfattori e disgraziati. Alla spettrale Barbara Tatichef i nuovi compagni di tomba non dovettero andare troppo a genio. I torinesi continuarono infatti a vederla a spasso per via Cottolengo, mentre irretiva con la sua trapassata bellezza gli ignari passanti notturni che, per chissà quale oscuro motivo, venivano puntualmente condotti al cospetto della sua lapide.”
Passarono gli anni e grazie alla presenza della “Velata” il cimitero di San Pietro in Vincoli divenne una tappa clandestina obbligata per spiritisti e medium di ogni sorta. In questi frequentatissimi pellegrinaggi notturni non mancarono i soliti ignoti, così accadde che l’accorata epigrafe voluta da Aleksandr Beloselkij scomparve misteriosamente. Anche le ossa della povera Barbara scomparvero, o meglio, si persero dopo che anche San Pietro in Vincoli venne chiuso per sempre. Rimase invece la statua della “Velata”, prima restaurata e poi esposta alla Galleria di Arte Moderna di Torino. E forse rimase in città anche il fantasma della principessa. Una leggenda che i torinesi conoscono da sempre e che il resto degli italiani ha scoperto solo di recente grazie a “La donna velata”, film mystery diretto del regista Edoardo Margheriti ed interpretato da Enrico Lo Verso.
Sembra che durante le riprese si siano verificati molti ritardi dovuti a degli strani contrattempi: luci costantemente fulminate, macchinari spesso fuori uso… Qualcuno ha subito pensato ai dispetti di una certa Barbara, principessa russa, evanescente figura di donna, raminga lungo le sponde della Dora nelle nebbiose notti torinesi.

null -  Il Giornale del Friuli, 14/08/2010

L’armata Sheriff all’assalto della Champions League

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Victor Gusan, ex militare sovietico divenuto businessman, è contento. Il sogno di vedere accedere la sua squadra di calcio, la squadra di un paese che non esiste sulle cartine geografiche, alla fase finale della prestigiosa Champions League è vicino a realizzarsi.
Il paese che non c’è è la Transnistria, striscia di terra moldava autoproclamatasi indipendente, divisa dalla madrepatria da vent’anni e 1600 soldati russi. La compagine calcistica vicina a compiere il miracolo è il Football Club Sheriff di Tiraspol, città capitale della Transnistria, che mercoledì ha eliminato a sorpresa la Dinamo Zagabria ai calci di rigore, nel terzo turno preliminare di quella che una volta si chiamava Coppa dei Campioni. Un traguardo notevole, ottenuto grazie alla marea di soldi che il signor Gusan ha impegnato negli ultimi tredici anni in una squadra creata dal nulla e che ha voluto chiamare come quasi tutto si chiama in Transnistria: Sheriff.
Sheriff è una holding privata con 5000 dipendenti, divenuta a tutti gli effetti una struttura parallela al pubblico, potente a tal punto da controllare la quasi totalità dell’economia di quella fetta di Moldavia che dice e pensa di essere uno stato autonomo.
Sheriff è import-export, supermercati, telecomunicazioni (tv, radio, editoria), stazioni di benzina, concessionarie di auto di lusso, alimentari, costruzioni, pubblicità, alberghi, casinò e anche sport. Soprattutto, è l’unica compagnia transnistriana autorizzata ad utilizzare nelle transazioni commerciali una valuta diversa dal fantasioso rublo della Transnistria.
Una “ditta molto strana” secondo la tv britannica BBC, che nel maggio del 2005 l’ha spesso nominata all’interno di un servizio sui “Luoghi che non esistono”. La Sheriff è stata accusata di occuparsi di attività occulte e di dovere il suo sviluppo alla produzione di armamenti venduti senza troppi scrupoli a gruppi terroristici e ad organizzazioni criminali di ogni sorta. Ipotesi mai provate fino in fondo, ma che si basano su un dato di fatto messo più volte in luce dall’Interpol, secondo cui la piccola Transnistria è leader mondiale nella produzione di armi da contrabbando. Ecco quindi cosa uscirebbe dalle fabbriche della onnipotente e misteriosa Sheriff insieme alla carne in scatola e alla vodka nazionale.
Nemmeno i documenti della società e dei suoi proprietari sono stati mai resi pubblici né concessi a chi li ha richiesti. Si sa solo che è stata fondata nel 1993 da due ex ufficiali del regime sovietico adottati dalla Transnistria. Uno di questi è proprio Victor Gusan che nel 1997, divenuto ricco e potente, ha voluto appagare il suo desiderio di possedere un giocattolo calcistico fondando un club concepito con il marchio di fabbrica Sheriff.
Maglie gialle e nere, una stella a cinque punti con al centro un pallone che ricorda molto, guarda caso, il famoso logo della Champions League, l’F.C. Sheriff ha vinto dieci campionati moldavi in tredici anni di vita, oltre che sette coppe moldave e due della C.S.I.
Risultati che però a ben vedere sembrano nulla di più che una sequenza di allenamenti, nell’attesa spasmodica delle uniche partite che per Gusan contano davvero: quelle di Champions. Decisamente troppo alto il divario tra l’armata Sheriff, che può permettersi di avere in rosa molti validi giocatori (di cui alcuni brasiliani), e le squadrette moldave. Anche se non mancano le polemiche sull’andamento degli incontri di campionato. Si vocifera ad esempio che il magnate transnistriano abbia sul suo libro paga più arbitri e funzionari della federazione moldava che giocatori e che spesso li utilizzi per raddrizzare gli incontri.
Voci, malelingue, forse tutte cose da mettere in conto per chi ha il sogno di arrivare in Champions League.
Più che i risultati sportivi, il vero problema nato fin da subito è stato quello di riuscire a far partecipare una squadra di un paese non riconosciuto a livello internazionale alle competizioni europee. Un ostacolo serio per Gusan che però, come spesso succede per la sua Sheriff Holding, è stato aggirato da un discutibile accordo con federazione calcistica moldava. Così dal 1999 in poi, i gialloneri hanno potuto presentarsi sui campi stranieri sotto la sigla MD, pur continuando ad allenarsi dietro una frontiera. Come dire: con Chisinau si può litigare su tutto fin anche a farsi la guerra (com’è successo realmente nel 1992), ma quando si parla di Champions League, la ribelle Transnistria torna docilmente all’ovile…
In prospettiva di arrivare nel gotha del calcio europeo, il patron Gusan ha fatto costruire alla periferia di Tiraspol anche un stadio supermoderno. Un gioiello da duecento milioni di dollari che non si è mai visto in tutta l’Europa Orientale: tredicimilaquattrocento posti a sedere racchiusi in un imponente complesso sportivo con annesso albergo a cinque stelle.
Ora, per portare a termine il capolavoro, manca soltanto di poter sfidare in quel campo un Real Madrid o un Manchester United.
Il cammino dell’armata Sheriff è già iniziato: prima di eliminare i croati, è riuscita a mandare a casa la Dinamo Tirana battendola in casa per 3-1, ed ora attende di incontrare il Basilea nei play-off. L’ultimo gradino verso la fase a gironi della competizione, quella dei club che contano davvero.
Nella scorsa stagione l’impresa è già stata sfiorata, con la squadra di Tiraspol uscita dalla competizione proprio nei play-off contro i greci dell’Olympiacos Pireo (0-2 ; 0-1). Ma oggi in Transnistria, lo Stato che non c’è, c’è chi è pronto a scommettere che stavolta il grande sogno si realizzerà. Come dargli torto? Rispetto allo scorso anno lo Sheriff possiede molte più armi. Calcisticamente parlando, ovviamente.

null - Il Giornale del Friuli, 07/08/2010

Torino d’Agosto

L’afa soffocante è un lontano ricordo di luglio. Il clima, quando è buono, è decisamente gradevole.
Ci sono in giro meno macchine e di notte si dorme bene. Poi però c’è il solito idiota che si diverte a a scatenare tutti i cavalli della sua Yamaha alle 3 di notte, svegliandomi con un mezzo infarto.
Di giorno si va in centro dove c’è gente, ma non troppa. Qualche torinese e parecchi turisti. “Turisti??” Chissà quando smetteremo, noi torinesi, di stupirci di questa cosa…
Torino d’agosto è godibile come mai durante l’anno. Chi se ne va non sa quel che si perde. Certo, ci sono i cantieri: corso Trapani da evitare, corso Regina (altezza Mole) da evitare, piazza Baldissera da stra-evitare… Che ci si può fare,   “Torino non sta mai ferma”, no?
Fermo invece sembra essere il commercio cittadino. Molti negozi sono chiusi e chi rimane aperto lamenta la mancanza di gente. 
Mi rifugio nella solita  pizzeria ma anche qui tira aria di crisi. La cameriera è triste perché fa pochi coperti, mentre il  ristorante cinese dell’angolo ha la fila fuori.
Questa sera suonano gli U2. E’ il concerto più importante dai tempi di Madonna, dicono…
Superga mi sembra più bella del solito. La guardo dal balcone, o meglio me la immagino perché la miopia galoppa. Comunque, illuminata e regale, lì sospesa tra cielo e terra ha un non so che di poetico. Così spizzico qualche pagina de “La bella estate” e penso frequentemente a Pavese. Tra pochi giorni sono sessant’anni dal suo suicidio in una stanza dell’hotel Roma e io ho voglia di ricordarlo un po’. Forse allora domenica me ne andrò a fare un giro per le sue Langhe, a Santo Stefano Belbo o giù di lì. Voglio passeggiare tra le colline con in mano una copia de “La luna e i falò”.
La mia Torino d’agosto è popolata di suggestioni.