Il Popolo Viola a Roma per il No-B Day (su Pagina)

Ci saranno anche molti piemontesi tra la gente che sabato 2 ottobre parteciperà al No Berlusconi Day 2 di Roma. Una manifestazione organizzata dal Popolo Viola «contro il regime e per la Costituzione». Il ritrovo avverrà domani sera alle ore 23 in piazzale Caio Mario a Torino, davanti alla Fiat Mirafiori. Da lì, con 40 euro e circa sette ore di viaggio in pullman, i Viola piemontesi sbarcheranno di buon mattino nella Capitale. La modifica dell’attuale legge elettorale, una nuova legge sul conflitto di interessi e la richiesta di elezioni anticipate, saranno i temi trattati in questo secondo No B-Day che si propone di bissare il grande successo del 5 dicembre scorso. Un evento nato dal basso, che era riuscito nell’intento di portate in piazza del Popolo migliaia di persone per chiedere le dimissioni del presidente del Consiglio. Oggi, a dieci mesi di distanza, per tastare il polso del Popolo Viola piemontese basta collegarsi alla pagina ufficiale del No Berlusconi Day Piemonte su Facebook (http://www.facebook.com/pages/No-Berlusconi-Day-Piemonte/315013220028). Speranze, proposte, critiche e controinformazione, nella bacheca del gruppo si legge questo e altro. «Per me l’obiettivo non è abbattere Berlusconi o chicchessia» scrive Pat «per me la speranza è cambiare in meglio le nostre vite, il nostro Paese, con le idee e soprattutto con i comportamenti che devono essere coerenti con le idee». C’è poi chi posta un articolo de Il Sole 24 Ore sul tema del lavoro, e chi una frase di Che Guevara. Qualcun altro ricorda che ieri era il compleanno del premier, il grande nemico: «Buon compleanno! Abbiamo fatto una colletta per regalarti un biglietto di sola andata per Hammamet». Nel complesso è l’ironia a farla da padrona e guardando il teatrino politico gli spunti non mancano di certo. Così l’interpretazione leghista dell’S.P.Q.R romano, diventa per i Viola piemontesi un “Sono Padre di Questo Rimbambito”, riferito al figlio di Umberto Bossi, l’ormai celebre Trota. Gettonatissimo è soprattutto il video del duro intervento di Antonio Di Pietro alla Camera nel giorno del voto di fiducia al governo: «Di Pietro i love you!». Ma dopo fiumi di parole, alla fine il tentativo di far cadere Berlusconi a Montecitorio è nuovamente fallito. Ai Viola piemontesi non rimane quindi che ritrovare in fretta l’entusiasmo per salire sul pullman diretto a Roma.
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null - Pagina, 30/09/2010

I partigiani sovietici tra Piemonte e Friuli (Il Giornale del Friuli)

Il contributo dei partigiani sovietici alla guerra di Liberazione italiana è stato considerato per troppo tempo un fenomeno marginale. Spesso il loro sacrificio è stato volutamente ignorato per non attribuire meriti ad una ideologia, quella comunista, considerata negli anni del dopoguerra una minaccia per l’Occidente. Eppure quei ragazzi di poco più di vent’anni, provenienti dalle parti più remote dell’Unione Sovietica, si schierarono generosamente al fianco dei partigiani italiani nei mesi più cruenti della guerra al nazifascismo, condividendo con essi il grande sogno della libertà. Furono circa cinquemila e venivano da molto lontano. Russi, georgiani, ucraini, armeni, tutti ex soldati dell’Armata Rossa catturati dai tedeschi e costretti ad arruolarsi nei battaglioni Ost della Wehrmacht. Detestati dal resto dell’esercito nazista per i loro continui tentativi di fuga e per la loro disorganizzazione, i soldati delle Ostruppen si trovarono oggetto di uno strano scambio di prigionieri sull’asse Berlino-Roma.
Dopo l’8 settembre, i sovietici fuoriusciti dai campi di prigionia fascisti trovarono rifugio nelle zone controllate dai comandi partigiani e si unirono alla guerriglia nella lotta contro il nazifascismo.
La loro presenza dal 1943 in poi venne segnalata in tutto il nord Italia, da ovest ad est, ed il loro doppio addestramento, prima nell’Armata Rossa e poi nella Wehrmacht, si rivelò il valore aggiunto per molte scorribande partigiane.
Nel solo Piemonte* i sovietici amici dei “ribelli” erano oltre settecento, attivi soprattutto nelle valli Susa e Sesia, mentre in Friuli si costituì addirittura una brigata partigiana a parte, il “Battaglione Stalin”, stanziato in Val D’Arzino.
Impavidi, pare non indietreggiassero mai di fronte alle raffiche dei mitra, mantenendo sempre strenuamente la posizione. Insegnarono inoltre a molti giovani partigiani l’arte della guerra e su di loro si fantasticò molto. Si raccontò, ad esempio, che fossero soliti allungare l’acqua da bere con la nafta e che il loro aspetto da “russi” li facesse trovare molto affascinanti agli occhi delle donne italiane. Forse era vero, forse no.
In tanti non riuscirono a far ritorno in Unione Sovietica e sommarono il loro sangue a quello versato dai ragazzi italiani. È il caso di Danijl Varfolomeevic Avdveev, il “comandante Daniel”, medaglia d’oro al valor militare della Repubblica Italiana. Cadde nel 1944, vittima di una controffensiva nazista nella zona di Amaro (Udine), dove lo “Stalin” combatteva i nazisti al fianco del battaglione garibaldino “Matteotti”.
In una intervista rilasciata nel 2005 a “Rinascita della sinistra”, l’ambasciatore russo in Italia, Aleksej Yutrevich Meshkov, ha indicato in 458 il numero delle tombe di partigiani sovietici sparsi nei cimiteri delle città italiane. Ottantasei nel solo Sacrario della Resistenza del cimitero Monumentale di Torino (qui l’elenco dei nomi che sono riuscito a censire: http://massim.wordpress.com/2010/08/28/elenco-partigiani-sovietici-torino/ ).
Ai sovietici che riuscirono invece a far ritorno in patria toccò una sorte addirittura più crudele. In URSS, i valorosi ex prigionieri ingaggiati della Resistenza italiana, vennero accusati di tradimento per essersi arresi in prima battuta ai tedeschi. Alcuni vennero giustiziati, altri mandati nei gulag siberiani dove, per ironia della sorte, trovarono ad attenderli gli stessi nazisti contro i quali avevano combattuto.
Frammenti di vite nascoste dietro il marmo di una lapide incisa con nomi sbagliati o italianizzati. Troppi i partigiani sovietici rimasti ignoti, mentre altri ancora sono ricordati soltanto dallo pseudonimo usato in battaglia. Negli ultimi istanti, prima di entrare nella nostra storia senza celebrazioni.
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nullIl Giornale del Friuli, 25/09/2010


* Le informazioni riportare in questo articolo sui partigiani sovietici nella resistenza piemontese sono arrivate fino a noi grazie a Rukà ob rukuFianco a fianco”documentario prodotto dall’Associazione Culturale Russkij Mir di Torino. Un prezioso lavoro senza il quale molte  testimonianze storiche sarebbero andate perdute.

Dalla Russia con amore e… molto denaro (su Pagina)

Potrebbe essere la trama di un thriller della collana Segretissimo: tre super milionari russi arrivano a Torino con i loro aerei privati, decisi a rimanere per quarantotto ore in città senza un apparente valido motivo.
Eppure è tutto vero. Decollati dall’aeroporto di Mosca-Vnukovo, i tre lussuosi jet atterreranno a Caselle questo pomeriggio alle 15, portando in terra piemontese tre dei più potenti oligarchi russi dell’era Putin: Leonid Michelson, Andrey Akimov e Gennady Timchenko. Nomi che a noi italiani dicono poco, ma che la rivista Forbes annovera da anni nella classifica degli uomini più ricchi del pianeta. Dei pezzi da novanta insomma, tutti e tre impegnati a dominare l’importantissimo e strategico settore energetico mondiale.
Michelson, che ha un patrimonio personale stimato in circa 2300 milioni di dollari, è il principale azionista della Novotek, secondo produttore di gas naturale in Russia. Andrey Akimov, ex agente segreto del KGB, è presidente dal 2002 del comitato di gestione del colosso GazpromBank. Infine Gennady Timchenko, filantropo e proprietario della compagnia Gunvor, è considerato il “barone del petrolio”.
Grazie alla loro presenza, Torino si prepara all’insaputa dei più a diventare per due giorni una meta privilegiata per i russi che contano. Non deve stupire quindi che anche l’ambasciatore della Federazione Russa in persona sia partito da Roma per accogliere degnamente i tre illustri ospiti.
Sicuramente la loro presenza nel centro cittadino non passerà inosservata. File di Mercedes nere stazioneranno di fronte agli hotel Principi di Piemonte, Sitea e Golden Palace, dove secondo le prime indiscrezioni i tre miliardari avrebbero prenotato parecchie stanze. Ovviamente le migliori.
A questo punto una domanda è d’obbligo: cosa sono venuti a fare nell’austera Torino questi potenti oligarchi? Mettendo da parte la pur suggestiva ma irreale ipotesi di una trattativa segreta per l’acquisto del malandato Toro di Urbano Cairo, non resta che prendere per buona la motivazione ufficiale, ovvero l’inaugurazione di una mostra di arte contemporanea russa che si terrà questa sera alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo.
Quello che sembrava un mistero sembra quindi svelato. Tuttavia, c’è chi è pronto a scommettere che il reale scopo di questa strana visita sia un altro. Ma quale? Cosa può esserci di tanto interessante in città da far muovere in carovana ben tre super-milionari? Tra una chiacchiera e l’altra, ai tavolini dei caffè di piazza San Carlo, qualcuno ha fatto notare che questi signori russi arrivano in città proprio a pochi giorni dell’importante spin-off che ha diviso la Fiat in due tronconi, e che porterà Chrysler in borsa entro l’anno prossimo.
Per ora sono solo chiacchiere da bar e nulla di più. Eppure una capatina dalle parti del Lingotto, per Michelson, Akimov e Timchenko, risulta realmente essere in programma. Ma invece che sui pacchetti azionari governati da Sergio Marchionne, l’interesse dei ricchissimi russi per il made in Turin potrebbe limitarsi a un semplice giretto tra gli invitanti scaffali di Eataly.
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Chilometri di libri a “Portici di Carta”

Il sogno di ogni bibliofilo? Avere a disposizione chilometri di libri! È ciò che succede a Torino, che per questo fine settimana è diventata la libreria più lunga del mondo grazie a Portici di Carta.
L’evento, giunto ormai alla sua quarta edizione, ha dei numeri da record: centoquarantotto librai, diciassette vie tematiche e due chilometri di libri, da piazza Castello a piazza Carlo Felice.
Già ieri, nel corso del primo giorno, le bancarelle di Portici di Carta sono divenute meta della ricerca curiosa degli appassionati di libri, per una volta ben disposti a snobbare i soliti volti noti dell’editoria per acquistare magari volumi pubblicati da piccole case editrici. Appena chiusi gli ombrelli, indispensabili a causa del sabato piovoso, i torinesi hanno voltato le spalle alle vetrine delle griffe incamminandosi per una passeggiata piacevole e interessante, sfogliando libri e chiacchierando con autori e librai. Così, tra “via dei Viaggi” e “via della Culture Orientali”, particolare interesse ha attirato anche quest’anno la “via degli Editori Piemontesi”, indirizzo virtuale di molti piccoli e medi editori regionali.
Torino, che si candida a divenire tra qualche anno Capitale della Cultura, sembra ormai a suo agio nell’ospitare manifestazioni dedicate ai libri, e qualora «il lavoro dello scrittore possa essere influenzato dall’ambiente in cui si compie, dagli elementi dello scenario circostante, allora dobbiamo riconoscere che Torino è la città ideale per lo scrivere…». Si legge così in Eremita a Parigi di Italo Calvino, a cui è stata dedicata questa edizione di Portici di Carta.
Torinese per amore oltre che d’adozione, Calvino si spense esattamente venticinque anni fa, nella notte tra il 18 e il 19 settembre del 1985. In sua memoria verrà organizzata oggi una suggestiva passeggiata calviniana, dalla sede dell’Einaudi in via Biancamano alla prima libreria che espose i libri di Calvino, fino ad arrivare a corso Valdocco, sede torinese dell’Unità dove il grande scrittore lavorò a lungo come giornalista.
Ma gli eventi non finiscono qui. Alle 17 il sindaco di Torino Sergio Chiamparino presenterà La Sfida, libro edito da Einaudi. Mentre in piazza CLN la “via del Gusto” offrirà ai visitatori la possibilità di un piacevole intermezzo tra gli invitanti stand di prodotti gastronomici.
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Il mio Black Russian su 31 Ottobre

Un ex agente dei servizi segreti italiani, specialista nel controspionaggio in territorio sovietico, viene ingaggiato dalla CIA per una pericolosa indagine al riguardo di una misteriosa organizzazione chiamata Dignità e Onore. Tale organizzazione sembra implicata nella costruzione di una democrazia fantoccio nella repubblica sovietica… con l’ambizione di voler ricostruire gli antichi splendori della vecchia URSS in una chiave più moderna e consumistica. Per uno scopo così arduo, Dignità e Onore non si nega nulla… dall’uccisione di giornalisti internazionali, sino alla corruzione di intere politiche europee. 
La missione dell’agente diventa quindi un percorso a ostacoli che lo porterà dalla baia di Napoli sino alle coste assiderate di Murmansk, dove l’unico vero collegamento tra un passo e l’altro sembra essere dettato dal noto cocktail basato su Vodka e Liquore al Caffè, ovvero il Black Russian.
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Ammetto di non aver mai assaggiato il Black Russian. Non è certo per questo motivo che Black Russian ha catturato la mia attenzione, piuttosto è stato il fatto che sono ormai cinque o sei anni che non leggo una spy-story e, ho creduto fosse il momento giusto per ricominciare. Ho voluto ricominciare con un autore nuovo e non con i soliti “grandi” che ormai riempiono la mia libreria. Così ecco che mi è capitato per le mani questo libro e, lo devo ammettere, mi ha molto divertito. Pregi di questo testo sono i personaggi secondari. Da Mariello, ufficiale del Sisde abile ma scanzonato come un vero napoletano sa essere, alla glaciale Helena, ragazza austera piena di misteri di cui mai si saprà nulla. Tanti ingredienti quindi, che vanno a coprire alcune ingenuità che, per un addetto ai lavori, potrebbero essere difetti. Ma difetti non sono… per una volta il nostro agente segreto non è un Superman che non sbaglia mai. Spesso è trasportato dagli eventi, spesso viene tradito dalle persone a cui si affida, spesso è costretto ad agire d’istinto, spesso fa scelte discutibili, spesso… beh, diciamo che è un essere umano, con i suoi fantasmi e le sue paure, ma che è pure determinato ad arrivare sino in fondo, costi quel che costi.
Tutto ciò viene mescolato in una vicenda credibile, per quanto nei dettagli manchi qualcosa, una vicenda umana che racchiude avventura e piccoli momenti di divertimento. Toni drammatici, azione, risate, spensieratezza, mistero… sono davvero tanti gli ingredienti di questo Black Russian. 
Come ho detto all’inizio, manca forse un po’ di “professione”. Essendo abituato a leggere romanzi provenienti dalle penne di veri ex agenti dei servizi segreti, qui si nota una penna che ha esperienze differenti… Il personaggio principale, piuttosto che una spia con un bel bagaglio di esperienza, assomiglia più a una sorta di avventuriero che si muove a testa bassa. Forse è per questo che Black Russian mi è piaciuto. Mi ha sorpreso piacevolmente. Mi ha catturato e mi ha coinvolto nelle roccambolesche avventure di un personaggio che… volendo, potrei avvicinare a Indiana Jones. Una bella lettura estiva. 
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[ Glauco Silvestri su 31 Ottobre ]

L’isterica Bielorussia di Lukaschenko sceglie il voto anticipato (Il Giornale del Friuli)

Clima pre-elettorale rovente in Bielorussia. L’ultima dittatura d’Europa governata con il pugno di ferro da Alexander Lukashenko comincia a mostrare i primi segni di declino a causa del raffreddamento dei rapporti diplomatici con lo storico alleato russo.
L’amicizia con Russia, che ha sempre tenuto il governo di Minsk al riparo dalle spinte democratiche occidentali, nel corso degli ultimi mesi è stata seriamente compromessa dai comportamenti tenuti dal regime bielorusso in campo di politica estera. L’asilo politico offerto da Lukashenko al presidente in esilio del Kirghizistan Bakiev e soprattutto il mancato riconoscimento dell’indipendenza di Abkhazia e Ossezia del Sud hanno letteralmente mandato su tutte le furie il Cremlino, sempre più deciso a provare a sbarazzarsi dell’ormai scomodo ex alleato.
Alexander Lukaschenko governa la Bielorussia dal 1994 e grazie ad un referendum condotto secondo gli osservatori internazionali “in un clima di violenza e paura”, ha ottenuto nel 2004 il diritto ad essere rieletto per un numero illimitato di volte. Ora le recenti mosse azzardate del presidente potrebbero però destabilizzare un dominio fino ad oggi ritenuto granitico.
L’intera economia della Bielorussia è fortemente dipendente da Mosca ed un mancato accordo tra i due paesi nella spinosa disputa sul gas, potrebbe portare nei prossimi mesi ad un significativo peggioramento nel tenore di vita dei cittadini bielorussi e ad un conseguente calo di consensi verso l’azione di governo: l’ambiente ideale per l’avvio di future contestazioni e proteste foraggiate da Mosca per rovesciare il regime. Una prospettiva che ha costretto Lukaschenko a giocare d’anticipo, annunciando a sorpresa che le elezioni presidenziali, inizialmente previste nel 2011, si svolgeranno già il prossimo 19 dicembre. Lo scopo è chiaro: rinsaldare la sua leadership agli occhi di Putin e Medvedev, scoraggiandoli dal provare palesi o nascoste azioni di forza.
Tempi e modi delle consultazioni non dovrebbero quindi far correre al regime il minimo rischio sull’esito finale del voto. Un’opposizione abbondantemente divisa e stritolata da una potente macchina propagandistica che non disdegna il ricorso a brogli ed intimidazioni, farà certamente mancare al mondo la suspense: vincerà come al solito Lukashenko.
Tuttavia, l’evidente timore del presidente di essere rieletto senza le solite irreali percentuali bulgare (l’ultima volta i consensi sono arrivati all’83%), ha scatenato negli ultimi giorni quella che si può definire come una paranoica caccia ad un nemico che non c’è.
Non sono tanto gli uomini dell’addomesticata opposizione parlamentare ad agitare il dittatore, quanto piuttosto gli attivisti indipendenti come era Oleg Bebenin, fondatore del sito “Charter 97” e collaboratore di uno degli sfidanti di Lukaschenko, trovato morto in circostanze misteriose il 3 di settembre. La versione ufficiale della polizia bielorussa racconta del solito suicidio. Ma il sospetto di indagini pilotate si ripropone in Bielorussia ogni volta che a morire è, guarda caso, proprio un giornalista schierato apertamente contro il regime. Casi sospetti come quelli di Anatol Maisenya, cronista deceduto nel 1996 in un improbabile incidente stradale, di Dzmitry Zavadki, ex cameraman personale del presidente imprigionato per le sue rivelazioni e poi misteriosamente scomparso nel nulla nel 2000, e di Veronika Cherkasova, giornalista uccisa nel 2004 mentre indagava sui rapporti avuti da alcune banche bielorusse con l’Iraq di Saddam Hussein.
Successivamente al ritrovamento del corpo di Bebenin, la polizia ha ordinato l’arresto di dieci anarchici accusati di aver progettato l’attacco all’ambasciata russa di Minsk del 31 agosto scorso. Un’azione che l’ossessionato Lukashenko non ha esitato ad indicare come una provocazione dei servizi segreti russi per screditare il suo governo.
Secondo il sito antagonista Belarus.Indymedia, perquisizioni e fermi arbitrari nei confronti degli attivisti di opposizione si ripetono ormai giornalmente, nell’allucinata isteria del dittatore di voler scovare a tutti i costi dei “nemici del popolo” coalizzati coi russi.
Accerchiato dalla democratica Europa e non più protetto dallo scudo imponente di Madre Russia, il regime di Lukashenko si incammina così inesorabilmente verso la via di un tramonto ancora impercettibile eppure già all’orizzonte.

null -  Il Giornale del Friuli, 18/09/2010

Ri-Twitt

Ho rimesso mano al mio account di Twitter. Puntialmente ci ricado. Mi capita quando ho poco da dire e quindi mi faccio bastare 140 caratteri. Quando mi annoio, quando sono in sciopero con me stesso, quando anche la mia pignoleria minaccia il suicidio al solo pensiero di rimettere in ordine quello che mi passa per la testa. 
Twitter in Italia è ancora un social network di nicchia. Ci pensate? 26 milioni di persone sono iscritte a Facebook, mentre su Twitter siamo in pochissimi. Detto tra noi va benissimo così. Pochi ma buoni, intrecciati da scambi telegrafici di pensieri sconclusionati e di notizie in tempo reale.  
Ognuno ha gli amici che si merita su Twitter. Quindi chi mi conosce non si stupirà se tra i miei c’è lui:-)

Street style, un calcio alla Torino grigia (Pagina)

Doveva essere uno degli appuntamenti principali di Torino 2010 Capitale Europea dei Giovani e il Torino Street Style non ha tradito le attese. In questo caldo weekend di settembre il centro cittadino è stato gioiosamente invaso da giovani atleti di sport poco conosciuti e decisamente spettacolari. Da via Roma a piazza San Carlo, passando per la Cavallerizza, la Mole e la collina, Torino si è trasformata in un enorme palcoscenico a cielo aperto per una manifestazione che è riuscita a far divertire persone di tutte le età.
Nomi di discipline sportive strane come la ruota di Rhon (una grande ruota di metallo al cui interno ci si esibisce a ritmo di musica) o lo street boulder (l’arrampicata urbana) sono stati velocemente compresi e apprezzati dai numerosi torinesi che hanno voluto fermarsi a seguire le esibizioni.
Battimani ed entusiasmo alle stelle per i ragazzi che sabato si sono sfidati in piazza San Carlo in una impegnativa gara di freesbee acrobatico. In via Roma, grande curiosità anche per i ciclisti del bike polo e per i simpatici golfisti dello street golf.
La Cavallerizza Reale è stata invece trasformata in una originalissima palestra per l’arrampicata urbana, mentre pochi metri più in là, in via Montebello, una folla di curiosi con il naso all’insù ha seguito l’intrepida scalata di Jenny Lavarda sulla Mole Antonelliana.
Straordinari anche i giovani skaters che, all’ombra del Caval d’Brons, hanno conteso gli scatti fotografici dei passanti ai vicini rivali delle BMX, pronti a loro volta a rispondere acrobazia su acrobazia, sfidando la forza di gravità con coraggiosi salti sulle rampe.
Le suggestive performance degli atleti dello Street Style non hanno risparmiato nemmeno le sponde del Po e la collina grazie al Vertical Race, una impegnativa gara a ostacoli con mountain bike, kayak, scalata dei Murazzi e attraversamento del fiume in teleferica.
Ce n’era davvero per tutti i gusti in questo elettrizzante fine settimana. Archiviato lo stereotipo di una Torino grigia e noiosa, addirittura i torinesi stanno ormai facendo l’abitudine a divertirsi con le varie kermesse organizzate in città. Ai turisti invece, sempre più numerosi, è rimasto il bel ricordo di una Torino calda, vivace e… decisamente sopra le righe.
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Sassoli esclude Vendola dalle primarie (Pagina)

Il no di Bersani a blindare la Festa Democratica è stato rispettato solo in parte. Dopo l’episodio del fumogeno lanciato verso il segretario Cisl Bonanni, la penultima giornata di dibattiti ha visto il palco di piazza Castello sorvegliato da sette agenti della Guardia di Finanza in assetto antisommossa e da alcuni poliziotti in borghese.
Ospiti del consueto incontro delle 17, l’eurodeputato del PD David Sassoli e la vicepresidente del Senato Emma Bonino hanno parlato della politica estera italiana, non risparmiando critiche al governo.
Già in apertura Sassoli è stato molto duro nel giudicare l’atteggiamento tenuto da Silvio Berlusconi nel recente viaggio in Russia: «Siamo davanti a un governo che rappresenta il paese in modo ridicolo».
Le indiscrezioni sulla movimentata notte moscovita del premier hanno tenuto banco anche nell’intervento della storica esponente radicale: «Purtroppo siamo ormai abituati alla “Strategia del cucù” del Cavaliere… Ma ti pare che uno accoglie il cancelliere tedesco facendo cucù?».
Le situazioni a volte comiche create da Silvio Berlusconi nei suoi incontri con i leader degli altri paesi mondiali nasconderebbero secondo Sassoli anche un risvolto drammatico: «Scusatemi, ma io quando si parla del governo di Putin in Russia non riesco a non pensare ad Anna Politkovskaja». Il nome della giornalista russa uccisa nel 2006 in circostanze mai del tutto chiarite è stato seguito da un lungo applauso del pubblico.
Proprio le amicizie “particolari” del presidente del consiglio con dittatori e presidenti di democrazie discutibili sono state l’argomento su cui la Bonino ha voluto soffermarsi: «Pensate alla visita di Gheddafi, si parla tanto dell’aspetto kitsch della faccenda ma non si parla del destino degli immigrati respinti dalla Libia e di dove vanno a finire…». Un’occasione colta al volo anche per tirare sonoramente le orecchie agli alleati del Partito Democratico, troppo superficiali nell’aver votato in aula l’accordo con il Colonnello proposto dal PdL.
Particolarmente interessante è stato in questo caso il paragone con una vicenda poco nota al pubblico che la Bonino ha tenuto a raccontare. Anche nel luglio scorso il governo italiano avrebbe tentato di stipulare un patto di partenariato con un paese poco raccomandabile sul piano dei diritti umani. «Il Sudan! Ricordare il presidente al-Bashir sospettato di crimini contro l’umanità? Ecco, per fortuna questa volta siamo riusciti a bloccare l’accordo in attesa di comprenderlo meglio».
Sul fronte interno Sassoli si è detto sicuro che «la crisi arriverà». «Le primarie? Si faranno, ma attenzione, parteciperà solo chi è entrato nell’Ulivo». Parole che sono sembrate un modo per mettere definitivamente spalle al muro Nichi Vendola, inducendolo a entrare nella futura coalizione di centrosinistra.
D’accordo sulle primarie anche Emma Bonino, che ha voluto però puntualizzare che «se ci saranno, non ci dovranno essere preclusioni sui nomi dei candidati». Infine la vicepresidente del Senato ha voluto ricordare le sue origini piemontesi (è nata nel 1948 a Bra, in provincia di Cuneo): «Mi sento un po’ sabauda, questa terra mi ha dato anche questo».

Berlusconi sceglie la ritirata in Russia (Il Giornale del Friuli)

Quanto è bella Yaroslavl! Con il placido scorrere del fiume Volga, i suoi pregevoli edifici religiosi ed il romantico sferragliare della transiberiana, sembra proprio il luogo adatto per far dimenticare a Silvio Berlusconi i problemi che affliggono la sua maggioranza. Così il “Forum politico mondiale sullo sviluppo democratico e i criteri di efficienza dello Stato moderno”, che si tiene in questi giorni a circa 300 chilometri a nord-est di Mosca, cade proprio a fagiolo.
A parte l’interessantissimo tema del summit (chi vorrebbe mai perdersi un intervento di Medvedev sulla democrazia moderna?), è la compagnia la cosa migliore che il nostro Premier troverà ad attenderlo in quel di Yaroslavl. Quattrocentocinquanta partecipanti giunti in Russia da tutti i paesi del mondo, tra cui l’ex primo ministro giapponese Yukio Hatoyama ed il presidente della Corea del Sud Lee Myung-Bak. Persone simpaticissime. E dei padroni di casa ne vogliamo parlare? Oggi Berlusconi pranzerà con Medvedev e stasera cenerà con Putin. Non c’è dubbio insomma, questo weekend in compagnia dei cari vecchi amici del Cremlino è proprio quello che ci vuole per scrollarsi di dosso lo stress per le tante beghe italiane: Fini ed i suoi compari, le minacce di sfiducia di Bossi, il rischio di elezioni anticipate ed eventuali domande scomode che i giornalisti potrebbero fargli sulle disastrose stime di crescita dell’Italia rese note l’altro ieri dall’OCSE. Ma soprattutto questa specie di ritirata russa potrebbe servire al Cavaliere come provvidenziale scusante per dare forfait alla Fiera del Levante di Bari, dove correrebbe il rischio di trovarsi di fronte a Nichi Vendola in un dibattito in terra ostile, con tutto da perdere e poco da guadagnare.
«Al Presidente del Consiglio daremo il benvenuto più caloroso» ha detto negli scorsi giorni il governatore di Sinistra Ecologia e Libertà, invitando Berlusconi alla fiera. Parole che in tempi di contestazioni come questi (la festa del PD di Torino insegna) potrebbero suonare quasi come una velata minaccia.
Proprio un postaccio questa Puglia “vendoliana”. Quindi molto meglio il tranquillo colloquio bilaterale con Medvedev e l’atmosfera festante della dacia di Putin sul lago Valdai.
Anche il forum di Yaroslavl ha però i suoi lati negativi. La presenza in platea di Massimo D’Alema potrebbe essere uno di questi. Un fastidio comunque ben sopportabile se paragonato all’alternativa: meglio un D’Alema in platea che un Vendola di fronte. A quel punto sì che potrebbero essere dolori…
Via verso la bella Yaroslavl quindi, dove l’amico Putin ha dichiarato si seguire con «attenzione» l’evolversi della crisi con Fini e dove sicuramente non mancherà di dare al nostro Premier qualche valido consiglio sul da farsi. Perché Putin a tenersi stretto il governo e a combattere l’opposizione è bravo. Da morire.

null - Il Giornale del Friuli, 11/09/2010

Fischi e fumogeni contro Bonanni

Non posso lasciare per un attimo la festa del PD che subito capita qualcosa di interessante.

Torino, 8 set. – (Adnkronos) – Dopo il presidente del Senato, Renato Schifani, il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, e’ stato fortemente contestato alla festa nazionale del Pd in corso a Torino. In questo momento in direzione del palco e’ stato lanciato un fumogeno. I contestatori hanno accolto il leader della Cisl al grido di ‘vergogna’, lanciando fac simili di 50 euro con scritta “il denaro e’ un buon servo e un cattivo padrone”.

Comincio ad avere il sospetto che lo facciano apposta…!  :-/

Vendola si candida come l’anti Berlusconi (Pagina)

Nichi Vendola trasforma la festa del PD nella sua festa. È accaduto ieri sera, in una piazza Castello mai così affollata in questi giorni di Festa Democratica. Nemmeno la pioggia ha scoraggiato le tantissime persone arrivate per ascoltare il presidente della Regione Puglia in un incontro con Rosy Bindi, presentato dal direttore de La Stampa Mario Calabresi.
La possibilità della caduta del governo Berlusconi restituisce un po’ di fiducia al popolo del centrosinistra che Vendola ha dimostrato di rappresentare oggi come nessun altro. «Sono venuto a Torino per gettare le basi del cambiamento», ha detto già nel backstage, e il pubblico impaziente ha voluto chiamarlo sul palco con una sequenza di gioiosi applausi ritmati.

[ CONTINUA ]

null -  Pagina, 08/09/2010

Veltroni, Ciotti e i misteri italiani (Pagina)

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C’era una presenza oscura l’altra sera, sul palco della sala Norberto Bobbio, nel settimo giorno della festa del Partito Democratico a Torino. Insieme a Walter Veltroni, a don Luigi Ciotti e al giornalista Giuliano Giubilei, questo ospite scomodo è stato chiamato in causa più volte, fino a dargli persino un nome: l’Entità.
L’Entità è il termine coniato dal procuratore Pietro Grasso per definire quell’intreccio misterioso di mafia, affari e politica, che sarebbe intervenuto violentemente per sconvolgere il corso degli eventi in alcuni momenti cruciali della storia del nostro Paese.
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31, il numero della protesta anti-Cremlino (Il Giornale del Friuli)

Boris Nemtsov è un uomo coraggioso. Con il suo giaccone nero sgualcito, in mezzo alle duemila persone radunate martedì scorso a Mosca, sembrava un manifestante qualunque. Uno qualunque di quella minoranza tenace e coraggiosa che ha scelto il giorno 31 di ogni mese per protestare contro la costante violazione dell’articolo 31 della costituzione russa, quello che dovrebbe tutelare la libertà dei cittadini alla pubblica assemblea, ormai abolita di fatto dall’ultimo decennio putiniano.
Ex vice primo ministro della Federazione Russa dal 1997 al 1998 e da sempre nemico giurato dell’onnipotente Vladimir Putin, Boris Nemtsov è oggi soprattutto uno degli ispiratori di “Strategia 31”, un movimento attivista non rappresentato in parlamento che ha trasformato il numero 31 in un simbolo di protesta al “regime antidemocratico” imposto dal governo.
Difficile circoscrivere con delle cifre certe il consenso dei cittadini russi al neonato movimento di protesta, ma a marzo un manifesto pubblicato online per chiedere le dimissioni del Premier è stato sottoscritto da cinquantamila persone in tre mesi. Numeri ancora piccoli nella grande Russia, ma Boris Nemstov oltre che coraggioso è anche un tipo testardo e non ha nessuna intenzione di desistere dal sensibilizzare i russi sulla grave situazione del Paese. Non si è fatto intimorire nemmeno nel 2007 quando Putin lo ha fatto arrestare per la prima volta, e martedì scorso, 31 agosto, era come sempre a distribuire volantini tra i sostenitori raccolti in piazza Triumfalnaya.
Questa volta però il governo non ha sopportato per molto gli slogan gridati dalla gente:“abbasso lo stato di polizia!” e “Russia senza Putin!”. Dopo appena due ore dall’inizio della manifestazione sono scattati puntuali i primi arresti.
Stando a quanto riferito dalla radio indipendente moscovita Echo, un centinaio di persone tra Mosca e San Pietroburgo sono state “brutalmente picchiate” dalla polizia e dai reparti speciali del ministero dell’Interno con l’accusa di aver organizzato una manifestazione non autorizzata. Una bugia. L’evento era stato preceduto da una semplice notifica, così come previsto dalla legge russa che non richiede alcuna autorizzazione per questo genere di raduni.
Oltre a Boris Nemtsov, sono finiti in manette molti nomi di spicco dell’opposizione come Eduard Limonov, Sergey Udaltsov, Roman Dobrokhotov e Ilya Yashin. “Dei provocatori” secondo Putin, il cui unico obiettivo sarebbe quello “di convincere il governo a fare concessioni per poi magari pretendere dell’altro e così all’infinito”.
Una giustificazione all’uso della forza che non ha convinto per nulla né gli osservatori europei presenti al corteo, né tanto meno chi nel Vecchio Continente denuncia da anni l’inquietante meccanismo giudiziario russo, sempre più asservito ai poteri forti e specializzato nella costruzione ad hoc di accuse discutibili al fine di schiacciare i dissidenti politici. Procedure ormai ben collaudate se si pensa che il primo arresto-farsa dell’era Putin ai danni di un “nemico” risale al 2003. In quel caso a farne le spese era stato il magnate petrolifero Mikhail Khodorkovsky. Un anno dopo altri due casi eclatanti: Valentin Danilov e Igor Sutyagin, professori universitari, sono stati condannati a quattordici e quindici anni di carcere per spionaggio grazie a delle prove palesemente false.
Nel caso di Nemtsov, tutti i sospetti di reato a suo carico si sono sgretolati in poche ore. Alle dieci di sera era di nuovo un uomo libero, ma secondo il Rapporto Annuale stilato da Amnesty International non tutti i dissidenti possono dirsi così fortunati. Solo nell’ultimo anno in Russia sono stati uccisi cinque giornalisti scomodi e sono stati registrati numerosi episodi di arresti arbitrari e aggressioni contro attivisti e simpatizzanti di opposizione.
Nella Russia del 2010 ci vuole molto coraggio anche soltanto per pretendere il rispetto dei fondamentali diritti costituzionali. Boris Nemtsov e il popolo di “Strategia-31” questo coraggio ce l’hanno. Perché in Russia il numero 31 rappresenta una scintilla di democrazia, una presa di coscienza, una pretesa di libertà. Tutto ciò che Putin si è impegnato a distruggere. Il sogno del popolo che non è ancora riuscito a spezzare.

nullIl Giornale del Friuli, 04/09/2010