Addio OGM, un pezzo di storia se ne va (su Pagina)

Addio caro, vecchio, Lingottino. La riqualificazione cittadina impone dei prezzi da pagare e per la Torino del futuro non c’è molto spazio per i sentimentalismi. Dopo gli stabilimenti di via Livorno e la Teksid di corso Mortara, questa volta le ruspe spianeranno l’80% dei capannoni delle ex Officine Grandi Motori di via Damiano, una delle fabbriche storiche della Torino che fu.
L’edificio, che risale addirittura al 1899, è situato in quella parte un po’ decadente di città che tutti confondono con Barriera di Milano ma che in realtà si chiama Borgata Aurora, tra corso Vigevano e quella via Cuni (via Cuneo) resa celebre da un monologo di Gipo Farassino. Artefici, di quello che in origine era un complesso industriale mastodontico, furono l’architetto del liberty Pietro Fenoglio e più tardi, nel 1911, Giacomo Mattè Trucco, che per le OGM realizzò una struttura molto simile a quello che poi diverrà il suo capolavoro: il Lingotto.
Settantaduemila metri quadrati, tre isolati cittadini, centodieci anni di storia dell’industria italiana dalla Ansaldi alla Fiat, ecco cosa hanno rappresentato le Officine Grandi Motori per Torino. Una memoria storica che dal 18 ottobre scorso il Comune ha deciso di iniziare a demolire. Così ben presto al posto del vecchio Lingottino verrà costruita una torre residenziale e l’ennesimo centro commerciale della zona, una scelta che ha suscitato non poche polemiche.
Eppure da anni ormai le vecchie OGM versano in uno stato di profondo abbandono, utilizzate soltanto come ricovero notturno dai senzatetto della zona.
Camminando tra quei vertiginosi capannoni che ben presto non esisteranno più, tra vetri rotti, macerie e immondizia, il silenzio assoluto della morte industriale stride con l’immagine rumorosa di quest’area tramandataci dalle foto in bianco e nero. Migliaia di operai lavoravano lungo le linee di produzione di cui ora non resta che qualche trave di acciaio verde, mangiata inesorabilmente dalla ruggine. Era l’esistenza un po’ mesta dei travet torinesi degli anni Sessanta che cantava proprio il buon Farassino dalla sua casa di ringhiera di via Cuneo. Loro erano i protagonisti, le Officine Grandi Riparazioni lo scenario: «Un mare di fredde ciminiere / un fiume di soldatini blu / un cielo scordato dalle fiabe / un sole che non ti scalda mai…».
Addio caro, vecchio, Lingottino.
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null  -   Pagina, 24/10/2010

Bogdanov, l’hoolingan serbo che spopola su Facebook (su Il Giornale del Friuli)

Ivan Bogdanov, l’uomo nero con il passamontagna immortalato dalle telecamere mentre taglia indisturbato con le forbici la rete del settore ospiti dello stadio Marassi, sta diventando famoso. Ora dopo l’imitazione delle Iene non ci resta che aspettare che appaia di persona in tv come ospite di una trasmissione di prima serata, che si fidanzi con una Velina padana o che partecipi all’Isola dei Famosi. Così vanno le cose in questa Italia dove conta soltanto conquistarsi un palcoscenico, qualsiasi palcoscenico possibile.
Arrivato da Belgrado con furore, capo di quegli hooligans che hanno messo a ferro e fuoco Genova prima e durante la partita Italia-Serbia di martedì scorso, Bogdanov è diventato una vera celebrità su Facebook. Sul popolare social network continuano a nascere delle pagine dedicate a lui, a “Coi la Bestia”, come lo chiamano i suoi amici del gruppo Ultra Boys della Stella Rossa. Una simpatia guadagnata in un sottobosco virtuale oscuro e spesso incomprensibile. «Libertà per Ivan», «Coi libero!», «Honor to you», sono alcune delle frasi che si leggono su “Jedan je Ivan Bogdanov” (“Uno era Ivan Bogdanov”), il maggiore gruppo serbo di fans virtuali del teppista. Sulla bacheca sono subito spuntate delle foto di Bogdanov scattate nel 2007 dai compagni di curva della Stella Rossa. Perché La Bestia, con i suoi tatuaggi che rimandano a remote battaglie combattute dai serbi contro gli ottomani e nonostante le tante etichette che in queste ore in molti cercano di cucirgli addosso, è in realtà soltanto un semplice capo tifoso. Un hoolingan ubriaco che mescola in maniera a dir poco grottesca calcio e politica, l’odio per i cugini di derby del Partizan Belgrado e per gli albanesi, rivendicando la sovranità serba sul Kosovo, rimpiangendo Milosevich…
Tuttavia è fin troppo semplice che un tipo come Ivan Bogdanov, un cavaliere del nulla qualsiasi che si alza a cavalcioni sulla vetrata di uno stadio inneggiando alla Grande Serbia, riesca a spingere delle zucche vuote verso il delirio ideologico: «Tre dita ancora verso il cielo, orgogliosi fino alla tomba, fratello serbo!».
Ma se tutto ciò poteva essere in qualche misura prevedibile in un paese dall’identità contraddittoria come la Serbia, non può che lasciare allibiti il sostegno all’icona di “Coi la Bestia”da parte di molti italiani. È italiano l’utente che ha aperto un profilo per Ivan Bogdanov (oltre 16600 simpatizzanti) descrivendolo come un “missionario di pace” che gira l’Europa in cerca di prati verdi “dove poter cantare canzoni d’amore con i miei amici”. La risposta compiaciuta di chi, nascosto da un monitor, ignora o vuole ignorare le l’atrocità dei genocidi compiuti nel corso della guerra che ha devastato l’ex Jugoslavia, non ha tardato ad arrivare: «sei er mejo! » scrive un certo Raoul.
Eppure, per quanto assurdo possa sembrare, che nella democratica Italia si inneggi pubblicamente alle “Tigri” serbe non è una novità. Non sono passati molti anni da quando un gruppo di ultras di estrema destra della Lazio ha esposto all’Olimpico uno striscione in ricordo del criminale di guerra Arkan. Visti con gli occhi di oggi, quei personaggi non sembrano molto diversi dalla neo web-star Ivan Bogdanov, che secondo quanto ha riferito tardivamente la polizia serba aveva partecipato nel 2008 ad alcuni raid vandalici per protestare contro l’arresto di un altro “bravo” ragazzo: Radovan Karadzic.
In seguito all’arresto di martedì notte, “Coi La Bestia” è detenuto nel carcere di Genova, nella sezione femminile, per proteggerlo dalle minacce degli albanesi. Anche loro hanno aperto una pagina su Facebook (oltre 5000 iscritti), ma con il chiaro intento di fargli la pelle per aver bruciato la bandiera dell’Albania.
Dietro le sbarre Ivan non sembra più lui e parla di suo padre morto sei mesi fa, del lavoro in nero nei cantieri in Serbia. Altro che bestia, quello che sua madre descrive come il figlio più tenero del mondo, riesce a fare quasi tenerezza quando nega candidamente di nutrire dell’odio verso gli italiani. Un’affermazione che alla luce di quanto scritto sopra potrebbe addirittura sembrare vera: un certo tipo di serbi e un certo tipo di italiani sono parte della stessa feccia e perciò possono piacersi.
È solo per loro che l’uomo col passamontagna è divenuto all’improvviso un simbolo. Un nuovo idolo mediocre per quella destra ultranazionalista, xenofoba e vagamente nazista che nemmeno i venti più potenti dei decenni democratici sembrano ancora essere riusciti a spazzar via del tutto dai cieli d’Europa.

null -  Il Giornale del Friuli, 16/10/2010

40.000

Torino, corso Marconi
13 ottobre 1980 – 34° giorno di sciopero

Quando l’Avvocato entrò nella sala delle riunioni più importanti i due dirigenti che lo attendevano scattarono immediatamente in piedi, reattivi come molle.
Passo sicuro, completo impeccabile e orologio sul polsino: Gianni Agnelli era Gianni Agnelli, poche storie.
- Buongiorno Avvocato- lo salutarono i due, quasi all’unisono.
- BuongiVrno.-
I dirigenti aprirono dei fascicoli e assunsero un’aria seria. Il momento delicato lo richiedeva.
- AlloVra, a che gioVrno di sciopero siamo aVrrivati? Ho peVrso il conto…-
- Oggi è il trentaquattresimo, vero dottor C.? – rispose Cesare Romiti.
- Sì, sì, è il trentaquattresimo.-
Erano 34 giorni che gli operai scioperavano davanti ai cancelli di Mirafiori, bloccando le produzioni in seguito ai licenziamenti annunciati dalla Fiat. Era la più grande mobilitazione sindacale del dopoguerra. Era successo che qualcuno aveva sbagliato le stime di crescita assumendo un sacco di gente. Poi, come un fulmine a ciel sereno era arrivata la crisi del mercato dell’auto e l’azienda era corsa ai ripari annunciando il licenziamento di migliaia di operai. Ventiquattromila. Un dramma. Così era iniziata la grande protesta del Popolo dei Cancelli.
A Mirafiori non entrava più nessuno. Sciopero. Il sindacato contro la Fiat,  a muso duro ad oltranza, finché l’azienda non si fosse rimangiata i suoi piani di ristrutturazione.
- AlloVra? Che novità ci sono?-
- Non buone Avvocato, vero dottor C.?
- Vero, non buone Avvocato, non buone…-
Romiti era nervoso come mai nessuno l’aveva visto prima. Era arrivato a Torino con la fama del duro, ma il clima incandescente lo stava lentamente piegando. – Se continua così potremmo essere costretti a firmare, vero dottor C.?-
- Sì, sì, saremo costretti a firmare. L’accordo… domani…. purtroppo.-
L’ Avvocato Agnelli fece una specie di sospiro insofferente che ai due dirigenti parve quasi un ringhio. Non l’aveva detto chiaramente ma il messaggio era sembrato chiaro: bisognava inventarsi urgentemente qualcosa per ribaltare la situazione.
- Veramente… ci sarebbe una possibilità, vero dottor C.?-
- Sì, sì, una possibilità… ci sarebbe.-
Agnelli aggrottò la fronte guardandoli entrambi: – FoVrza ditemi tutto.-
- Beh, abbiamo pensato che…. se un movimento spontaneo si organizzasse e sfilasse in corteo per le vie di Torino per chiedere la riapertura degli stabilimenti… -
- Un coVrteo?- sentendo quella parola pronunciata da Romiti, ci mancò poco che all’Avvocato gli si drizzassero i capelli in testa.
- Sì, magari organizzato dagli stessi impiegati, capi reparto, funzionari… Così potremmo mettere il sindacato sotto pressione e obbligarlo a firmare l’accordo alle nostre condizioni. Se vedeno della gente in piazza che chiede di tornare a lavorare senza il rischio delle randellate, anche i vertici del PCI non potranno fare orecchie da mercante. Vero dottor C.?-
- Sì, sì, anche il Piccì!-
Gianni Agnelli, per nulla impressionato, li fissò con distacco. – E sentiamo, da questo… coVrteo, noi cosa ci andiamo a guadagnaVre?-
- Vede Avvocato, se dimostriamo che la gente vuole la fine degli scioperi possiamo anche giustificare l’intervento dell’esercito per permettere ai dipendenti di entrare in fabbrica…-
Quello che veniva prospettato era uno scenario mai visto nella storia italiana: per la prima volta a sfilare sarebbero stati i Colletti Bianchi.  Roba da non credere.
- Mi paVre una follia…-
- Potremmo provare…. Ho parlato con uno dei quadri. Stanno organizzando una riunione spontanea in un teatro e io gli ho suggerito che proprio da lì potrebbe partire il corteo. Vero dottor C.?-
- Sì… un corteo… da lì.-
Si discusse del corteo ancora per un quarto d’ora ma l’ Avvocato continuò a mostrarsi molto scettico: – L’incontVro con i sindacati è per domani – tagliò corto ad un certo punto – chi di voi se la sente di andaVre a VRoma?-
Romiti sapeva che toccava a lui.  - Andrò io e il dottor C. mi accompagnerà – squittì, e così dicendo ingoiò un rospo grosso quanto una casa.
A quel punto Agnelli si alzò dalla sua sedia girevole. Per quanto lo riguardava quella riunione era conclusa. Nell’incontro con le sigle sindacali fissato per l’indomani la Fiat avrebbe perso. C’era poco da illudersi. Eppure quell’idea un po’ stramba di una marcia dei Colletti Bianchi continuava a frullargli in testa. Forse fu per quel motivo che prima di aprire la porta e di andarsene si voltò all’indietro verso Romiti.  – PeVr cuVriosità… quanti saVranno a sfilaVre domani?-
Romiti non lo sapeva. Non lo sapeva nessuno. Quindi mentì: -Tanti Avvocato, tantissimi. Vero dottor. C.?-
- Sì, sì, tanti, tantissimi… speriamo.-

Roma, Hotel Boston
14 ottobre 1980 – 35° giorno di sciopero

Il Segretario nazionale della CGIL, Luciano Lama, entrò al Boston con stampato in faccia un sorriso che parlava da solo. Dopo trentacinque giorni di sciopero il Popolo dei Cancelli stava vincendo. Gli operai stavano battendo i padroni e la Fiat veniva a Roma per firmare la resa. Perché non c’era altro da fare.
Lama strinse qualche mano e prese posto vicino agli altri segretari di federazione, cominciando a tamburellare nervosamente con le dita attendendo l’arrivo Romiti. Avrebbe trovato tutto pronto, il “Signor Fiat”. Il testo dell’accordo, le condizioni… anche l’inchiostro della penna lo offriva il sindacato: una vittoria per tutti i lavoratori!
Eccolo. Cesare Romiti scese da una Fiat 132 blu scura ed entrò nell’abergo con un’espressione da cane bastonato.
- Dottor Romiti, come va?- gli tese la mano Lama, già gongolante.
Il “Signor Fiat” avrebbe venduto sua madre ai giapponesi, gli stessi che con le loro brutte automobiline avevano portato la crisi  in Fiat, piuttosto che firmare quell’accordo. Ma gli toccava…
Lama tornò a farsi sotto: – Bene, penso che non abbiamo molto da dirci. Se vuole firmare, guadagneremo tempo.-
Romiti si voltò tristemente verso il  dattiloscritto dell’accordo. La fine di quella che considerava una vertenza maledetta lo attendeva implacabile come una affilata ghigliottina a pochi passi dalla sua sedia. Svitò lentamente  il cappuccio della penna stilografica e si preparò a firmare. Ma poco prima che la punta dorata della penna arrivasse al foglio di carta, qualcuno bussò con forza alla porta.  Era il dottor C. e pareva a dir poco elettrizzato. Zizzagando tra i sindacalisti si avvicinò al suo capo mettendogli sotto il naso un foglietto di carta con le ultime notizie da Torino, i famosi teck dell’Ansa su cui venivano battute le news d’agenzia. Romiti lesse con attenzione. C’era scritto: “Una grande folla di Colletti Bianchi  si è radunata in un teatro torinese. Sono tantissimi”.
In quell’istante l’ardente fiamma infernale del padrone tornò ad ardere dietro agli occhialoni spessi dell’alto dirigente Fiat. Così con calma riavvitò il cappuccio della penna e la poggiò di nuovo sul tavolo. – Che ne dice di un caffè, signor Lama?-
In attesa di altri teck bisognava prendere tempo perché Torino stava succedendo qualcosa, ne era sicuro. Qualcosa di incredibile.
Dopo dieci minuti il dottor C. portò il secondo stralcio d’agenzia: “stanno uscendo dal teatro, sono migliaia”.
La terza agenzia diceva che “un corteo silenzioso di uomini in giacca e cravatta stava sfilando per il centro di Torino. Si trattava di quadri, impiegati della Fiat, ma anche di operai e comuni cittadini che, inaspettatamente ed in contrapposizione ai sindacati, manifestavano per il ritorno della normalità in fabbrica ed in città”.
Quarta agenzia: ” Le prime stime parlano di 10.000 persone” ; poi “sono oltre 20.000″; poi “sono più 30.000″. L’ultimo teck riportò il dato definitivo, stupefacente, di quella che tutti già  chiamavano la Marcia dei 40.000.
Fu allora che il “Signor Fiat” tornò al tavolo delle trattative lasciando di sasso Luciano Lama.  - Mi dispiace – disse Romiti – ma a questo punto l’accordo non si può fare più.- Salutò tutti e rimontò sulla 132 blu in direzione di Torino.
Al Boston Luciano Lama, quasi tramortito, ciondolò verso la finestra. Al di là dei vetri c’era il traffico romano di sempre, il viavai di sempre, la vita di sempre. Eppure non gli ci volle molto per capire che dopo quel giorno tutto sarebbe stato diverso.
La telefonata da Botteghe Oscure gli arrivò poco dopo, “consigliandogli” di firmare l’accordo che voleva la Fiat. E se lo diceva Berlinguer non si poteva fare altro. L’eco della Marcia dei 40.000 era già arrivato in alto.
- Quattordici ottobre millenovecentottanta…-
Era semplicemente finita un’epoca.

Apple, i love Torino (su Pagina)

La recente inaugurazione del primo negozio Apple nel centro commerciale Le Gru di Grugliasco non accenna a placare la passione di Torino per il meraviglioso mondo della Mela.
Sull’App Store si moltiplicano infatti le applicazioni sfacciatamente torinesi. Non solo La Stampa, Juve e Toro, digitando la parola Torino nel negozio virtuale di casa Apple si possono scoprire delle vere e proprie chicche.
S’inizia con Bus Torino, interessante applicazione per i fruitori di mezzi pubblici che permette di sapere in tempo reale quando passerà il prossimo autobus della linea urbana. Con 1,59 euro è anche possibile scaricare sul proprio iPhone o iPad la Torino street map, cartina virtuale per avere tutte le strade cittadine a portata di… touch. Riuscire a perdersi con un iPhone in tasca è impossibile anche se stiamo visitando una della tante fiere del Lingotto: un assistente virtuale ci guiderà tra i vari padiglioni, fornendoci tutte le informazioni utili sugli espositori presenti. Utilissima anche To.Park, che attraverso il sistema GPS aiuta l’automobilista torinese a trovare il parcheggio libero più vicino alla sua posizione.
Per gli amanti del turismo religioso è invece imperdibile iSindone, che promette di introdurre i pellegrini nell’affascinante storia del Sacro Lino.
Voglia di pizza o di sushi? A consegnare la cena ci pensa PizzaInTown@Torino, senza che ci si debba muovere da casa. E per i più golosi, c’è anche l’opportunità di sbirciare virtualmente nella vetrina della storica Pasticceria Ghigo di via Po: la prima pasticceria in assoluto ad aver creato un’applicazione ufficiale.
Ancora sete di Apple? Provate a dissetarvi con iToret, una simpatica risorsa per trovare la fontanella in tipico stile torinese più vicina a voi.
Infine, in questo universo supertecnologico non poteva mancare una piccola perla romantica. Si chiama Gozzano e con 0,79 centesimi di euro si porterà in tasca tutta la produzione letteraria del grande poeta crepuscolare torinese. «Un po’ vecchiotta, decadente…» scriveva Guido Gozzano della sua Torino. Ma lui non possedeva un iPhone.

Quei 4 colpi alla libertà (su Il Giornale del Friuli)

Quattro colpi di pistola Makarov sparati in un palazzo moscovita di Uliza Lesnaya, un cadavere adagiato nell’ascensore e nessun testimone: è stata uccisa così Anna Politkovskaja, giornalista scomoda della Novaya Gazeta. Era il 7 ottobre 2006, esattamente quattro anni fa. Quel giorno era anche il compleanno del presidente russo Vladimir Putin. Una coincidenza.
«La prima ipotesi che mi viene in mente», disse subito Vitaly Yaroshevsky, vice direttore del giornale, «è che Anna è stata uccisa a causa del suo lavoro. Non vedo altre motivazioni possibili per questo efferato delitto». Aveva ragione. Quel 7 ottobre, nell’appartamento di Anna Politkovskaja, c’era un articolo non ancora concluso, il suo ultimo articolo. Un lungo pezzo di denuncia contro le crudeltà commesse in Cecenia dalle forze di sicurezza benedette da Putin.
Era una donna russa anomala la Politkovskaja. Una giornalista che nei suoi scritti coltivava una marcata idea occidentale di libertà. Critica, nuova, conflittuale, inadatta alla Russia. Ecco dunque il movente per il delitto appuntato sulle pagine di un libro: «Vivo la mia vita e scrivo quello che vedo». E Anna nel Caucaso non vedeva buoni e cattivi, ma la guerra. Solo la guerra, in tutta la sua brutalità. Di questo voleva scrivere, di quello che nel paese di Putin non si può dire altrimenti si rischia la vita. Dati alla mano, sono diciannove i giornalisti uccisi in Russia dal 2000 ad oggi.
Dopo quel 7 ottobre le indagini sul delitto Politkovskaja sono state condotte in puro stile russo, dove l’obiettivo di risolvere un caso del genere è secondo soltanto a quello di non voler arrivare a nulla. Così una scrupolosa autopsia ha rilevato che uno dei proiettili ha colpito la giornalista alla testa, un particolare che subito ha fatto pensare ad un “lavoro” eseguito da un sicario professionista. Sono poi seguiti quattro anni di indagini ed un processo farsa. Ancora oggi, nonostante le recenti rassicurazioni di Medvedev sul prolungamento dell’inchiesta, l’omicidio di Anna Politkovskaja rimane senza un mandante né un esecutore materiale.
Ormai anche Dmitri Muratov, direttore di Novaya Gazeta, sembra essersi rassegnato all’idea che non verrà mai fatta chiarezza sull’accaduto. Forse. Eppure un indizio importante per smascherare chi ha armato la mano del killer di Anna Politkovskaja c’è; ci è arrivato il giorno stesso del suo funerale, nel cimitero moscovita di Troekurov. Erano presenti mille persone quel giorno: giornalisti, intellettuali, attivisti di opposizione, politici stranieri (Marco Pannella era l’unico italiano), gente comune. Del tutto assenti invece i rappresentanti del governo russo.
Forse è solo un’altra coincidenza, ma è risaputo che gli assassini detestino i funerali.

null -  Il Giornale del Friuli, 09/10/2010

Pollastri e Girardengo, la fiction di Torino (su Pagina)

A pochi giorni dalla messa in onda de “Le ragazze dello swing”, la Torino delle fiction torna sul piccolo schermo con due prime serate che apriranno il palinsesto di Raiuno di questa settimana. Lunedì 4 e martedì 5 sarà infatti il turno de “La leggenda del bandito e del campione”, miniserie ispirata a un libro di Marco Ventura e diretta dal regista Lodovico Gasperini.
La fiction, ambientata nei primi trent’anni del ‘900 e girata tra Torino e il basso Piemonte, racconta la storia del temibile bandito Sante Decimo Pollastri, interpretato da Beppe Fiorello, le cui gesta criminali ci sono state narrate da una celebre ballata di Francesco De Gregori, che accosta il suo nome a quello del campione di ciclismo Costante Girardengo.
Sante rapinava banche e gioiellerie, uccideva carabinieri e fascisti sparando all’impazzata con due pistole Browing per poi fuggire via in bicicletta. Costante in bicicletta ci andava per mestiere, vinceva corse importanti in Italia e all’estero ed era acclamato come un vero divo. Due uomini fortemente diversi con in comune soltanto il luogo di nascita: Novi Ligure, in provincia di Alessandra.
La leggenda della loro strana amicizia sarà il leit motiv sul quale si baserà lo sceneggiato, e nel far ciò non verranno risparmiate delle fantasiose congetture a riguardo. Libere interpretazioni di una realtà ben diversa. Qual è dunque la verità? Il bandito Pollastri e il campionissimo Girardengo erano davvero amici per la pelle? La risposta è scontata: assolutamente no. Anzi, per dirla tutta, i due nemmeno si conoscevano bene.
Si incontrarono certamente nel 1925 a Parigi, sulla pista del Velodromo Buffalo. Pollastri era latitante in Francia dopo aver provato, tra l’altro, a organizzare un attentato a Mussolini. Questo perché oltre che un criminale, il “Terrore di Novi” era anche un anarchico «con poche idee» ma che «non ha mai tradito». Girardengo, che dal canto suo si limitava a gareggiare in bicicletta, sentì quel giorno un fischio alzarsi dalla folla accorsa al velodromo. Non un fischio normale, ma un “cifulò”, il fischio alla novese con cui i ragazzi del paese usavano salutarsi a quei tempi. Fu così che un uomo ben vestito gli si presentò tendendogli la mano e dicendo di essere il suo concittadino Sante Pollastri. I due si incontrarono anche il giorno dopo, in un ristorante parigino e fu in questa occasione che il Bandito rivelò al Campione la verità sull’omicidio di Achille Casalegno, ragioniere di Tortona, indicandone i veri colpevoli (lui stesso e due banditi della sua banda) ed esortando Girardengo a recarsi alla polizia personalmente per rendere note le sue dichiarazioni. Questa confidenza fu probabilmente l’origine delle dicerie sulla loro presunta amicizia e procurò al ciclista un bel po’ di grattacapi.
Nell’aprile del 1931, proprio Girardengo si trovò così a dover essere uno dei testimoni principali nel processo che condannò all’ergastolo il Pollastri.
Già, perché la fuga sotto la Torre Eiffel del “Terrore di Novi” si concluse nel 1927 a una fermata del metrò di Parigi quando «un bravo poliziotto che sa fare il suo mestiere» gli mise finalmente le manette ai polsi. Non a causa della passione per il ciclismo come cantato da De Gregori, ma forse per una bella donna, una certa Mariette. Oppure, più probabilmente, a causa del tradimento del suo ingrato luogotenente Luigi “Singru” Peotta, che a quanto si disse barattò la propria libertà con quella del suo capo, scomparendo poi per sempre dalla circolazione.
Dopo di allora, Sante Pollastri rimase in galera per circa trent’anni, peregrinando tra tutti i penitenziari di massima sicurezza della penisola. A nulla servirono le pressioni degli anarchici che, una volta caduto il fascismo, chiesero la sua liberazione ricordandone il progetto di attentare alla vita del Duce. Lo liberarono infine nel 1959 e per altri vent’anni l’ex “Terrore di Novi” visse da uomo libero nella sua Novi Ligure, a casa della sorella Carmelina. Tornò anche in sella alla bicicletta, non più per compiere rapine ma per guadagnare qualche soldo commerciando biancheria.
Una volta ritiratosi dalle corse, Costante Girardengo fondò invece una fabbrica di biciclette con il suo nome e diventò il Commissario Tecnico di quella nazionale di ciclismo che portò Gino Bartali alla vittoria del Tour de France del 1938.
Ma questa non è la fine della storia di questi due straordinari personaggi. Molti anni dopo i fatti di Parigi, Costante e Sante si rincontrarono ai tavoli di un bar di Novi Ligure. Non è chiaro chi dei due accennò per primo un saluto all’altro, che a sua volta rispose con uguale indifferenza. A quanto pare nessuno dei due tradì la benché minima emozione nel rivedersi. Davvero una strana “amicizia”.
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Transnistria, il supermaket dell’atomica

La notizia è di quelle che fanno accapponare la pelle: a poca distanza dai confini dell’Europa orientale, un paese fuori controllo possiederebbe abbastanza materiale radioattivo per costruire una bomba atomica. Lo sostiene il giornalista del Times Roger Boyes puntando il dito contro la Transnistria, piccola repubblica di stampo sovietico non riconosciuta da nessuno stato al mondo, che da vent’anni si autoproclama indipendente dalla Moldavia.
Secondo Boyes, le voci che da sempre associano la Transnistria ai più misteriosi traffici internazionali di armi potrebbero essere fondate. La prova sarebbe arrivata il 24 agosto scorso, quando una operazione svolta sotto copertura dagli agenti della polizia moldava ha portato all’arresto di alcuni componenti di una banda di trafficanti di materiale radioattivo. Sette persone, tra cui degli ex poliziotti, custodivano in un garage 1,8 chili di uranio-238, sostanza adatta alla costruzione di armi di distruzione di massa. Nove milioni di euro il valore della sostanza sul mercato clandestino, dove puntano a rifornirsi i gruppi terroristici di mezzo mondo.
Il giornalista del Times non ha dubbi sulla provenienza di quell’uranio: la Transnistria, il supermarket delle armi atomiche.
Sono anni ormai che le attività di questo pseudo-Stato rappresentano un inquietante punto interrogativo per le organizzazioni internazionali. Più volte infatti l’Interpol e i servizi di sicurezza occidentali hanno accusato alcune aziende transnistriane di fornire una copertura per i traffici illeciti di armi.
Già, le armi, l’unica merce che in Transnistria, già sede di uno dei più importanti arsenali militari dell’Unione Sovietica, non è mai mancata. Roger Boyes non li nomina mai, ma il sequestro di uranio fa tornare subito alla mente le batterie di razzi Alazan con testate ad isotopi radioattivi, scoperti in Transnistria proprio dal Times nel 2005.
Questo tipo di missile, lungo circa un metro e mezzo, è stato progettato durante la guerra fredda per spargere prodotti chimici nell’aria al fine di evitare le grandinate. Ma dopo il crollo dell’Urss, gli Alazan sono stati riconvertiti in armi vere e proprie. Degli imprecisissimi proiettili imbottiti di materiale radioattivo, capaci di disperdere nell’arco di dieci chilometri sostanze come il cesio-137, lo stronzio-90, oppure proprio l’uranio-238.
Il ricorso a questo “metallo del disonore” per scopi bellici è infatti più diffuso di quanto non si creda. Per la prima volta è stato utilizzato durante la Guerra del Golfo, e nel 1999 lo stesso uranio-238 è servito alle truppe della NATO per abbattere il regime di Milosevic in Serbia.
La preoccupazione della comunità internazionale per la sorte dei razzi conservati nella ancora troppo ideologizzata Transnistria ha fatto sì che cinque anni fa se ne interessassero persino gli Stati Uniti. In un posto però dove le mappe sono spesso mute o incomplete per preservare la segretezza sui siti di interesse militare, ci sono voluti i sofisticati satelliti del Pentagono per monitorare costantemente la posizione dei missili. Fino al 2009, quando si è scoperto che ce n’erano dieci in meno…
È lecito quindi domandarsi se i due chili scarsi di uranio scoperti in quel garage in Moldavia siano stati ricavati dallo smantellamento delle testate dei dieci razzi Alazan scomparsi nel nulla. Se così fosse avremmo la certezza che dell’altro materiale radioattivo potrebbe essere contrabbandato nei prossimi mesi con il rischio concreto che possa finire in mani sbagliate.
Una prospettiva agghiacciante che rende il perdurare dell’esistenza di fatto della Transnistria una gran brutta gatta da pelare. Un problema che l’Europa non può continuare ad ignorare.

null  01/10/2010

articolo concesso al Giornale del Friuli e pubblicato il 02/10/2010