Bielorussia: la Camera approva la mozione anti-Lukashenko

Ad oltre un mese dagli scontri di piazza avvenuti in Bielorussia, la Camera dei Deputati ha approvato la mozione unitaria proposta dal Terzo Polo, che condanna la repressione dei dissidenti al regime di Aleksander Lukashenko. Nel documento presentato dagli onorevoli Bocchino (Fli), Galletti (Udc) e Vernetti (Api), si sottolineano anche le palesi irregolarità che hanno condizionato l’esito delle elezioni presidenziali vinte da Lukashenko.
Il 19 dicembre scorso, le proteste dei candidati democratici contro i brogli avevano dato vita ad una numerosa manifestazione popolare fuori dal Palazzo del Governo di Minsk. Oltre seicento persone, tra cui sei candidati alla presidenza, erano state arrestate e malmenate dalle forze di sicurezza schierate a difesa dell’edificio. Molti dei fermati sono ancora rinchiusi nei centri di detenzione del Kgb bielorusso e rischiano pene fino a quindici anni di carcere.
“Gli episodi avvenuti nelle scorse settimane”, si legge nel testo della mozione, “sono l’ennesimo episodio di violazione delle libertà individuali e dei diritti politici da parte del Governo guidato da Lukashenko: dal 1994 ad oggi si ripetono con frequenza arresti e detenzioni arbitrarie di esponenti dell’opposizione e della società civile”.
Il voto favorevole della Camera impegna quindi il governo italiano a “chiedere all’omologo bielorusso l’immediata scarcerazione di quanti siano stati arrestati a seguito delle manifestazioni politiche del 19 dicembre 2010 e dei giorni successivi, ad agire in sede Ue affinché, fino a quando il Governo bielorusso non abbia intrapreso atti concreti nella direzione della democratizzazione del Paese, siano ripristinate le sanzioni nei confronti della Bielorussia al momento sospese, in particolare il divieto d’ingresso nel territorio dei Paesi dell’Unione europea per 36 alte cariche bielorusse, incluso il Presidente Lukashenko, oltre ad adottare tutte le iniziative necessarie per sostenere le attività delle organizzazioni bielorusse ed internazionali impegnate per l’affermazione delle libertà e dei diritti umani in Bielorussia”.
La netta presa di posizione dell’Italia arriva comunque decisamente in ritardo rispetto alle più tempestive proteste giunte da altri paesi europei. Anche il premio Nobel per la Pace, Lech Walesa, ha recentemente espresso solidarietà al popolo bielorusso, vessato dal regime dell’ultima dittatura d’Europa. «Viviamo nell’epoca di internet, dei telefoni cellulari e delle antenne satellitari – ha detto Walesa -. In Tunisia la gente ha comunicato attraverso internet e il presidente ha dovuto fuggire dal Paese. Presto o tardi, vedremo la stessa cosa in Bielorussia. Lukashenko può rinchiudere la gente nelle prigioni ma non potrà fermare la lotta per la libertà e per la democrazia».
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null - Il Giornale del Friuli, 29/01/2011

E-mail da Tirana

La situazione qui non e’ per niente buona. Tre morti innocenti venerdi e ora si rischia la guerra civile. Il mio ufficio e’ dietro il posto dove si fanno le proteste e abbiamo sentito tutto. Spero di avere il tempo per scriverti dopo”.

Questo breve messaggio mi è stato spedito questa mattina da una collega albanese che vive a Tirana. Avevo provato a contattarla venerdì, ma solo oggi mi è arrivata una sua risposta. 
In questi casi non so mai come comportarmi. Da una parte c’è in me una pressante deformazione professionale che mi porta a sommergere di domande le persone, mentre dall’altra sono frenato da una specie di rispettoso pudore verso chi vede da vicino il rischio concreto di una guerra. Una guerra vera, combattuta tra fratelli.
Gli albanesi sono per noi dei vicini di casa, ma se non sbarcano sulle nostre coste a migliaia o non inscenano una rivolta sanguinaria, sembrano non interessarci per niente. Molti di loro parlano molto bene l’italiano e ci conoscono molto meglio di quanto noi conosciamo loro.
A proposito, da qualche giorno è arrivato a Tirana un giornalista italiano molto bravo. E’ Pino Scaccia, che ci sta aggiornando dal suo blog sull’evoluzione della crisi. In un post scritto ieri sera si è domandato: “Dalla Tunisia all’Albania, la bomba a Mosca e adesso anche la rivolta in Egitto. Per non parlare del Belgio. Che  succede?”

Trafugata la salma di Mike Bongiorno (Pagina.to.it)

La notizia viene battuta dall’Ansa quando sono da poco passate le 13:00: “Rubata salma Mike Bongiorno”. L’episodio, che ha dell’incredibile, è avvenuto nel cimitero di Degnente, piccola frazione alle porte di Arona, dove ignoti hanno forzato la notte scorsa la tomba del noto presentatore, impossessandosi poi della bara.
Bongiorno, scomparso nel settembre del 2009, era stato seppellito nel piccolo camposanto per volontà della moglie. Tutte le ipotesi sono per ora al vaglio degli investigatori, anche se la pista più probabile rimane quella di furto a scopo di estorsione, una circostanza non del tutto nuova in quella zona del Piemonte. Dieci anni fa, le cronache si occuparono infatti del sequestro di un altro defunto illustre avvenuto a Meina, località poco distante da Arona. La bara del presidente di Mediobanca Enrico Cuccia venne trafugata da due improvvisati malviventi e trasportata in un fienile della Val di Susa.
Si parlò di messe nere, del coinvolgimento dei servizi segreti e di fantomatici documenti che il taciturno banchiere avrebbe ordinato di far chiudere nella sua tomba. Nulla di più falso. Arrivò invece la richiesta di una ingente somma di denaro per la restituzione della cassa, ma le indagini della polizia portarono ben presto alla cattura dei responsabili.
Una storia ai limiti del grottesco, che finì per diventare la sceneggiatura di un film interpretato da Richy Tognazzi ed Enzo Iacchetti: “L’ultimo Crodino”.
Nel caso di Mike Bongiorno, non è ancora giunta al momento nessuna rivendicazione per questo folle e inconsueto sequestro. «Siamo sgomenti e increduli», è stato il primo commento del figlio del presentatore, Michele Jr.
Anche questa volta sembra la trama di un film. Si spera con un lieto fine.
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Depressione CASPICA

Depressione CASPICA è il titolo della pagina che raggrupperà i miei articoli sull’Asia Centrale pubblicati (o ripubblicati) da  EaST Journal :

Una pagina che va ancora più a est, dove i resti diruti dell’impero sovietico si mescolano alle vestigia dei timuridi, all’eredità di Tamerlano, alle cavalcate di Gengis Khan, e alle moderne guerre americane. Dal Kazakhstan all’Afghanistan, dal Kirghizistan all’Iran fino alla Turchia, congiunzione tra Europa e Oriente. Realtà che si intersecano (con gasdotti, forniture militari, tensioni diplomatiche, influenze culturali) con quella parte del continente europeo che fu al di là del Muro. E al di qua.

La first lady dal Niclin (Pagina)

«Parlapà, avuma na first lady del Niclin!». In questi giorni a Nichelino non si parla d’altro che di lei, Roberta Bonasia, la ventiseienne aspirante miss salita improvvisamente alla ribalta come la presunta fidanzata ufficiale di Silvio Berlusconi. Una notizia-bomba che è stata accolta dai nichelinesi con un misto di stupore e incredulità.
A dire il vero, nessuno può dire di aver mai visto il presidente del Consiglio passeggiare in dolce compagnia per le strade della cittadina torinese, eppure il nome della nichelinese Roberta Bonasia continua a circolare insistentemente su giornali e tv. Il primo a tirarla in ballo nella torbida inchiesta sui presunti festini nella villa del premier è stato Lele Mora. «Vestiti da infermiera», le consigliava malizioso il chiacchieratissimo manager delle subrettine nel corso di una telefonata intercettata dalla Procura di Milano. Ma la bella Roberta un’infermiera lo era per davvero, con tanto di contratto all’ospedale Santa Croce di Moncalieri. A quanto pare la sua professionalità era ben valutata da Nicole Minetti, consigliere regionale della Lombardia ed ex igienista dentale di Berlusconi, entrata anche lei nell’inchiesta che fa tremare Palazzo Chigi: «Si è laureata in infermieristica ti dico… Secondo me è avanti». Così avanti che, secondo un preoccupato Emilio Fede, «ha preso possesso di tutto. Prende tutto. Lui è preso…».
Sarà, eppure i concittadini di Miss Nichelino fanno ancora fatica a credere che i testi delle intercettazioni, che raccontano di un Silvio Berlusconi «innamorato» e che «ha perso la testa di brutto», non siano soltanto uno scherzo ben riuscito.
«Bela l’è bela…», osserva concorde un gruppetto di anziani riunito fuori da un’edicola dalle parti di viale Kennedy, «còs it dise, Cecu?».
Cecu, che a occhio e croce avrà settant’anni, risponde con un indecifrabile grugnito. Non alza nemmeno gli occhi verso chi gli ha rivolto la domanda e continua a leggere impassibile un articolo dell’Unità sul futuro dello stabilimento Fiat di Mirafiori: i problemi reali. Almeno lui, alla telenovela sulla fidanzata di Berlusconi, non sembra essere per nulla interessato.
«Pensatela come volete» dice una ragazza sulla trentina inserendosi nel capannello di attempati signori, «ma se fosse vero sarebbe comunque un gran bel ritorno di immagine per la nostra Nichelino».
Uno degli anziani comincia a ridere, forse interpretando quella frase come una battuta, e lei se la prende a male: «Non c’è nulla da ridere, sa!».
Proprio in quel momento Cecu distoglie per la prima volta lo sguardo dall’Unità. «È vero» sentenzia serissimo, «in questa storiaccia non c’è proprio nulla da ridere».
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null Pagina, 21/01/2010

Kvint, il sapore del socialismo reale in Transnistria (Il Giornale del Friuli)

Esiste la Transnistria? In Moldavia se lo chiedono da vent’anni, e ultimamente la stessa domanda risuona sempre più spesso anche a Bruxelles.
La Transnistria è uno stato che non dovrebbe esistere, eppure c’è. È lì, sempre lì, protetto ancora dai soldati dalla cara Madre Russia, con la sua frontiera non contemplata nella cartografia ufficiale, che si ostina a considerare ancora questa striscia di terra ad est di Chisinau come una parte della repubblica moldava. Cioè, quello che di fatto non è mai stata.
Non è facile avere le idee chiare sullo status della piccola repubblica fantasma. C’è o non c’è?
Solo su una cosa si può essere tutti concordi: che esista oppure no, in Transnistria si producono delle ottime bevande alcoliche.
Quella della distilleria Kvint (Kon’iaki Vina I Napitki Tiraspol’ia) è appunto una storia di alcool e di socialismo reale. Un ingrediente quest’ultimo composto a quanto pare dalla felicità per le vittorie e dall’amarezza delle sconfitte, da orgoglio e crudeltà, da vera ottusità cronica e da falsa ostinazione ideologica. Secondo alcuni sarebbe proprio questa ricetta segreta a permettere ancora oggi alla fabbrica transnistriana di produrre delle bevande eccezionali.
Fondata nel lontano 1897, nell’attuale capitale della Transnistria, allo scopo di produrre vodka, la Kvint è riuscita a sopravvivere a due guerre mondiali ed al crollo di tutta l’Unione Sovietica. Nel 1918 nemmeno un terribile incendio, divampato nello storico stabilimento di Lenin Street a Tiraspol (fantasiosa capitale della Transnistria), riuscì a cancellare la gloriosa storia della distilleria. Ricostruiti gli impianti nel 1938, la Kvint ampliò la sua attività con quella che sarebbe diventata un’altra sua specialità: il brandy. Non uno qualsiasi, ma il primo brandy marchiato dell’Unione Sovietica. Una piccola rivoluzione che vide la Kvint iniziare a distinguere i propri prodotti da quelli di tutti gli altri produttori. Prima infatti quello che i francesi chiamano cognac veniva etichettato in URSS senza un nome preciso, o al massimo con la generica dicitura di “brandy”. Ancora oggi i cittadini della Transnistria sono molto orgogliosi del loro brandy. Basta offrirne un goccio a qualcuno per farsi un amico, basta dire “Kvint” per ricevere un sorriso. Una leggenda dice che addirittura Vladimir Putin abbia voluto festeggiare il suo cinquantesimo compleanno con un brindisi nello stabilimento di Tiraspol. Forse è vero, forse no.
Di certo, con una produzione stimabile attorno a dieci milioni di litri di bevande alcoliche annui, la Kvint è il maggiore esportatore transnistriano e l’unico a poter vantare una fama che va ben oltre gli immaginari confini della sua fantasiosa madrepatria. Per questo motivo, il logo della fabbrica è considerato una specie di simbolo nazionale, al pari delle statue di Lenin che da quelle parti indicano ancora l’avvenire con le loro dita di pietra.
Nei bar di Tiraspol e di Bender, bicchieri di vodka pieni fino all’orlo vengono serviti sotto i manifesti dell’onnipotente presidente-dittatore locale, Igor Smirnov, e pagati con biglietti da cinque rubli su cui è raffigurato, guarda caso, proprio lo stabilimento della distilleria. Sbronze garantite e incredibilmente a buon mercato, addirittura più che nella sorellastra Moldavia.
Ma la Kvint è però anche un’anomalia. Una perla di efficienza e qualità che funziona bene anche se con sede nella misteriosa Transnistria, accusata più volte dall’Interpol di essere leader mondiale nella produzione di altre merci, molto meno nobili del superbo brandy nazionale: armi e missili.
È una vecchia storia, mai del tutto verificata, e che chiama spesso in causa la repubblica fantasma quando si parla della provenienza occulta delle armi da contrabbando vendute a gruppi terroristici e ad organizzazioni criminali di ogni sorta. Per chi ha a cuore le sorti dell’indomita Transnistria, queste voci non sono altro che delle speculazioni messe in giro dall’ignoranza degli occidentali, oppure da chi vorrebbe che la Russia togliesse per sempre le mani anche da quell’ultima fetta di territorio moldavo.
«Figuriamoci!» disse una volta un alto ufficiale del regime transnistriano interrogato sull’argomento del contrabbando, «le uniche “armi di distruzione” prodotte in Transnistria sono i quaranta tipi di brandy della Kvint. Ma sono ugualmente molto efficienti, hanno un gusto che non dimenticherete facilmente». Una battuta scherzosa, che però nasconde una verità scomoda: la distilleria Kvint, da sempre di proprietà statale, è stata acquistata dall’unica azienda privata del regime di Igor Smirnov. Un’azienda in odore di malavita, fondata da degli ex militari e da sempre sospettata di fare profitti con delle attività illecite. Il suo nome è lo stesso con il quale in Transnistria si chiama quasi tutto: Sheriff.
Sheriff è import-export, supermercati, telecomunicazioni (tv, radio, editoria), stazioni di benzina, concessionarie di auto di lusso, alimentari, costruzioni, pubblicità, alberghi, casinò, una squadra di calcio che mira alla Champions League. Da qualche anno la società ha messo le mani anche sulla premiata distilleria Kvint, suscitando l’apprensione di molti affezionati consumatori in tutto il mondo. La preoccupazione riguarda non tanto il timore che dallo stabilimento di Tiraspol comincino ad uscire casse di pistole al posto di quelle di brandy, quanto più prosaicamente che la qualità dei prodotti Kvint, da sempre tutelata dalle amministrazioni statali, venga ora trascurata dalla nuova proprietà privata. Le solite speculazioni degli occidentali, ovviamente.
In Transnistria l’alcool della Kvint continua ad insaporire gli ultimi sprazzi del comunismo, rimasti appiccicati chissà come mai a questo piccolo avanzo di URSS che non vuol saperne di morire.
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null -  Il Giornale del Friuli, 15/01/2011

Tagikistan: la nuova prima linea dell’estremismo isalmico (EaST Journal)

Il Tagikistan è un paese misterioso. Così misterioso che perfino il nostro “venerabile” Licio Gelli, uno che di misteri se ne intende, non ha disdegnato di ricoprire cariche diplomatiche internazionali per questo piccolo paese dell’Asia Centrale. Sette milioni di abitanti, nessuno sbocco al mare, il Tagikistan è lo stato più povero dell’ex Unione Sovietica. Solo apparentemente marginale nella lotta dell’Occidente contro Al-Qaida, è proprio qui che l’estremismo islamico sembra in grado di rialzare pericolosamente la testa.
L’ultimo degli episodi a sostegno di questa tesi risale alla notte del 22 agosto scorso, quando un numero imprecisato di uomini armati appartenenti ad un gruppo militare islamico ha assaltato la prigione di massima sicurezza di Dushanbe, uccidendo sei ufficiali della polizia penitenziaria e permettendo la fuga di ameno 25 detenuti già condannati per tentato colpo di stato e terrorismo.
Tra di loro ci sarebbero anche i figli di Mirzo Ziyoev, ex comandante delle forze di ispirazione islamica nella guerra civile che ha insanguinato il Tagikistan tra il 1992 e il 1997, morto lo scorso anno in un blitz delle truppe fedeli al Partito Democratico del Popolo Tagiko del presidente in carica, Enomalii Rahmon.
Nonostante le poche righe battute dalle agenzie di stampa, la gravità dell’accaduto è tale da aver scomodato persino i servizi speciali russi nell’ardua impresa di riacciuffare i fuggiaschi. È tuttavia probabile che essi abbiano già raggiunto la Valle Rasht, a circa duecento chilometri dalla capitale e a breve distanza dal confine afgano sulle montagne del Pamir. Un’area remota del Tagikistan orientale, dominata da vette che superano i 7000 metri, e da sempre roccaforte dei militanti islamici.
Proprio le pattuglie di frontiera con l’Afghanistan sono state messe in allerta per scongiurare lo sconfinamento del gruppo di evasi. Tuttavia, anche la Valle Rasht sembra già divenuta di per sé un rifugio ideale per i guerriglieri islamici, non solo tagiki ma anche afgani. Da un anno a questa parte infatti, proprio i talebani sembrano preferire la sicurezza delle montagne tagike alle impenetrabili caverne del Pakistan, quelle per intenderci, dove dal 2001 la CIA tenta di scovare Osama Bin Laden.
È proprio nella Valle Rasht che l’affermazione secondo cui il piccolo Tagikistan sarebbe il paese più pericoloso del mondo trova la sua più cruda spiegazione. Con paesaggi irreali che rimandano ad una Terra di Mezzo rocciosa e inospitale, tra carcasse di carri armati e piantagioni di oppio, il fantasma della guerra civile non sembra aver mai abbandonato questa valle.
I pochi abitanti, di fede ismaelita (variante esoterica dell’Islam), hanno già combattuto al fianco dei militanti islamici negli anni Novanta. Per questo motivo, in seguito alle offensive americane sulle montagne del Pakistan, molti analisti temono ora un allargamento del conflitto afgano in Asia Centrale, a cominciare proprio dal Tagikistan. In questo caso la Valle Rasht, da sempre tappa privilegiata nella “rotta del nord” dell’eroina proveniente dai territori talebani, sarebbe di fatto una vera e propria prima linea.
Nel delicatissimo contesto che va velocemente delineandosi, l’azione del presidente Rahmon per impedire l’organizzazione di bande di guerriglieri islamici nel Tagikistan, appare sempre più inadeguata. Anche gli sforzi mirati del suo governo per estirpare la piaga del fondamentalismo con frequenti operazioni militari nella Valle Rasht, sembrano aver prodotto fino ad ora pochissimi risultati concreti. Così, ad est di Dushanbe, il paese continua ad essere di fatto un invitante far-west.
La popolazione del Tagikistan è formata da musulmani per il 95%. Secondo l’International Religious Freedom Report, l’osservanza attiva dell’Islam è ancora in aumento. Il terreno ideale per il reclutamento di combattenti nell’interminabile guerra santa di Al-Qaida.

null - EaST Journal, 11/01/2010 (originarimanete pubblicato su Il Giornale del Friuli)

Kirghizistan: nasce la prima democrazia parlamentare dell’Asia centrale (Il Giornale del Friuli)

Buone nuove in Asia Centrale. L’agenzia di stampa Interfax ha recentemente annunciato la nascita della prima democrazia parlamentare di questa tormentata regione: il Kirghizistan.
Dopo il violento golpe che lo scorso aprile ha rovesciato il regime di Kurmanbek Bakiev, il parlamento ha approvato in questi giorni la riforma costituzionale che ha permesso il passaggio di consegne tra il governo provvisorio, presieduto in questi mesi da Roza Otunbajeva, ed il nuovo esecutivo democraticamente eletto.
Il nuovo Primo Ministro è il socialdemocratico Almazbek Atambayev, appoggiato da una coalizione di forze di centrosinistra di cui fa parte anche il partito Respublika di Omurbek Babanov. Atambayev è stato un acceso sostenitore della controrivoluzione di aprile, che ha cancellato quella filo-occidentale del 2005 che aveva portato Bakiev al potere.
Tra le tante emergenze che il nuovo esecutivo dovrà affrontare c’è quella di ristabilire l’ordine, spegnendo i focolai di violenza etnica che hanno attraversato il paese negli scorsi mesi. Un altro tema scottante è la presenza di truppe straniere sul territorio kirghiso. Il Kirghizistan occupa una posizione strategica per la lotta al terrorismo islamico ed è l’unico stato al mondo in cui sia gli Stati Uniti che la Federazione Russa posseggono una base militare.
Dalla base americana di Manas partono ogni giorno i voli di rifornimento delle truppe schierate in Afghanistan, mentre nella base di Kant la Russia ha a disposizione centinaia di militari per ribadire la sua storica influenza nella regione.
Proprio questa tormentata neutralità del Kirghizistan ha segnato di fatto la fine politica dell’ex presidente Bakiev, reo di essere stato troppo sensibile alle pressioni di Mosca per ottenere la chiusura della base Usa. Ma oltre alle due superpotenze storicamente rivali, un altro grande paese sembra smanioso di dire la sua in Asia Centrale. È la Cina, che secondo Wikileaks avrebbe offerto 3 miliardi di dollari al governo del Kirghizistan per ottenere l’immediato smantellamento di Manas.
L’inizio della delicata presenza militare degli Stati Uniti sul territorio kirghiso risale a circa vent’anni fa, quando il crollo dell’Unione Sovietica incoraggiò Washington a creare una sorta di cuscinetto di contenimento, utile proprio per contrastare l’avanzata cinese nella regione.
La situazione che attende il nuovo premier kirghiso non è quindi delle più semplici. Troppo spesso le potenze straniere hanno utilizzato il paese come campo neutro per le loro prove di forza, pregiudicandone gravemente la stabilità interna. Il rischio concreto è che questo mix di ingerenze esterne finisca per trasformarsi in una zavorra decisamente troppo pesante per lo sviluppo di questa giovane ed ancora fragile democrazia.
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null - Il Giornale del Friuli, 08/01/2011

Foto presidio Fiom a Torino

Queste sono le foto che ho scattato sabato 8 gennaio in piazza Castello, a Torino, durante il presidio organizzato dalla Fiom contro l’accordo su Mirafiori. Il mio articolo è qui.

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La Fiom e il “contratto della vergogna” (Pagina)

TORINO – La Fiom sceglie piazza Castello per dire ancora una volta no all’accordo su Mirafiori del 23 dicembre scorso.
Il primo sabato di saldi a Torino si trasforma in questo modo in una metafora con cui Giorgio Airaudo, responsabile auto della Fiom, descrive la difficile situazione degli operai Fiat: «Il lavoro non è una merce e quindi non può essere in saldo».
La preoccupazione delle decine di lavoratori presenti al presidio per quello che chiamano “l’accordo della vergogna” è palpabile, ma il clima in piazza Castello non è più quello delle grandi adunate operaie degli anni Sessanta. Il sindacato deve dividersi l’area all’ombra di palazzo Madama con la piccola folla radunata da un artista di strada, e con il viavai distratto dei cacciatori di svendite invernali. Attaccati a dei fili che corrono lungo i lampioni, ci sono però i testi delle quarantamila adesioni a sostegno dell’azione della Fiom raccolte dalla rivista Micromega. Una partecipazione virtuale. Ormai si usa fare così.
Nel suo intervento, Giorgio Airaudo chiama più volte in causa il nuovo “signor Fiat”, Sergio Marchionne: «Se ne è capace, produca ancora automobili a Torino senza mettere in discussione i diritti dei lavoratori». Parla poi della comprensibile paura che si respira ai cancelli di Mirafiori per l’ipotesi di chiusura, la stessa che ha spinto le altre organizzazioni sindacali a sottoscrivere l’accordo. «È normale avere paura quando un signore che guadagna quattrocento volte più di te e che è amico del presidente degli Stati Uniti minaccia di farti perdere il lavoro, ma se un’organizzazione sindacale cerca di convincerti che non ha più senso lottare allora quel sindacato non serve più».
La cancellazione del Contratto Nazionale è il primo tema caldo per la Fiom. Il responsabile auto lo dice chiaramente e ripercorre la storia del sindacato metalmeccanico «nato prima della Cgil e prima della Fiat». Un sindacato che ha sottoscritto il primo Contratto Nazionale e che quindi «ora non accetterà di firmare l’ultimo».
Airaudo ha anche annunciato per il 12 gennaio una fiaccolata, con partenza da piazza Statuto, a cui parteciperanno anche il segretario generale della Fiom Maurizio Landini e il direttore di Micromega Paolo Flores D’Arcais. «Sarà una fiaccolata per la libertà del lavoro. Noi faremo in modo che i lavoratori non si sentano mai soli. Continueremo a informare la cittadinanza anche se l’opinione pubblica dimostra di aver già capito che la questione non riguarda solo i lavoratori di Mirafiori, ma riguarda tutti».

 

 

 

 

 

 

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null  - Pagina, 09/01/2011

Massim. su EaST Journal

Prima delle vacanze natalizie, l’amico Matteo Zola mi ha proposto di aggregarmi all’allegra brigata di EaST Journal. “Vado dritto al sodo”, mi ha detto, “mi piace come tratti i temi a noi cari, e ancor di più mi piace che siano argomenti che su Ej non riusciamo a trattare, di un est “marginale” (Bielorussia, Asia centrale, Transdniestria).
Ho accettato l’offerta di diventare uno dei redattori del sito con entuasiamo, anche perché “l’est marginale” (come un po’ tutte le cose marginali a dire il vero) mi è decisamente congeniale.
Se non conoscete East Journal leggete questo estratto del manifesto:

EaST Journal nasce per contribuire a una maggiore comprensione delle dinamiche politiche e sociali dei Paesi che si trovavano al di là dalla cortina di ferro. [...]
Libero da pregiudizi, da certezze, da verità, East Journal si rivolge a un pubblico composto non solo da addetti ai lavori. Raccontare l’est, spiegarlo con semplicità ma senza banalità, partecipando così a un’integrazione europea che non può che passare attraverso la conoscenza dell’altro. La redazione di East Journal è composta da giovani giornalisti -sottopagati, emigrati, precari- che si sono uniti nella passione per l’est ‘Europa e per un’informazione diversa: attenta e rispettosa del lettore, democratica ed equilibrata, veramente indipendente.

La sfida di Matteo e di tutti noi è quella di trasformare il blog in una testata giornalistica entro quest’anno.

Viaggio nel parco della monnezza (Pagina)

NAPOLI – Arrivo a Terzigno a bordo di un fuoristrada arancione, seguendo la strada che da Torre Annunziata porta fino alle pendici del Vesuvio. L’asfalto è cosparso di spazzatura da entrambi i lati, quasi voglia ricordarmi, metro dopo metro, il motivo che mi ha spinto a venire fin qui.
Con le sue interminabili notti di guerriglia tra polizia e manifestanti, Terzigno in questi mesi è stata la capitale della protesta. Il luogo simbolo dell’emergenza rifiuti in Campania. Al centro del problema ci sono sempre loro, i rifiuti, quelli che nessuno vuole ma che qualcuno si deve per forza tenere. Migliaia di tonnellate di immondizia che ancora in questi giorni coprono le strade di Napoli e della provincia. Così la piccola Terzigno, appena 17.000 abitanti, è stata chiamata insieme ad altri siti “disgraziati” a essere parte della prima linea dell’emergenza.
Il fuoristrada rallenta nei pressi della famosa rotonda di via Panoramica, quella del presidio contro l’apertura di nuove discariche nel territorio del Parco Nazionale del Vesuvio. Il presidio è rimasto nella rotonda per un bel po’, seguito giornalmente dai telegiornali di mezzo mondo. Persino in Russia hanno parlato di Terzigno e dei rifiuti di Napoli. Poi una notte, a telecamere spente, è arrivata la polizia e ha effettuato lo sgombero con un’azione di forza.Oggi la rotonda è vuota e desolata ma sui bordi sono rimaste le lenzuola sbiadite con gli slogan dell’autunno caldo sotto il Vesuvio. Uno dice: “Benvenuti al Parco Nazionale della monnezza”.
Prendo la strada di sinistra che porta al centro del paese. Dopo poche centinaia di metri ecco Cava Sari, uno dei siti che sono stati destinati a essere riempiti di immondizia. A sorvegliare la cava c’è un mezzo blindato della polizia e un’auto verde con la sirena sul tetto. Vista dal satellite, Cava Sari è un buco. Un enorme buco in cui sono state sversate tonnellate di immondizia, ma anche un buco situato nel pieno di un parco nazionale ridotto a una specie di cloaca, con il percolato infiltrato ormai così in profondità nel terreno da arrivare alle sorgenti e ai pozzi circostanti.
Addirittura l’ex Mr. Protezione Civile, Guido Bertolaso, è rimasto colpito per la criticità di Cava Sari, e ha ammesso che occorrerebbero interventi urgenti per la bonifica della prima discarica di Terzigno. La prima, perché poi ce ne sono altre. C’è Cava Vitiello, per esempio, che è a pochi passi. Poi ci sono le discariche illegali. Tante. Chissà quante. C’è chi parla di dodici o tredici.
Scendo per fare qualche foto. Sono sotto il versante sud-est del vulcano, quello che scende più dolcemente per via delle colate di lava uscite dal cono nelle ultime eruzioni.
E’ strano. Pensi a Terzigno, all’immondizia, agli odori nauseabondi e alla terra avvelenata e ti immagini un luogo brutto e isolato. Invece, soltanto undici chilometri separano la Capitale dell’Immondizia da uno dei golfi più belli d’Italia. Da via Panoramica si vede la costiera sorrentina: Vico Equense, Sorrento e l’oasi protetta di Punta Campanella. Addirittura l’aristocraticissima Capri è proprio lì di fronte, a poche miglia di mare dalla rotonda del presidio.
E’ molto strano. Pensi a Terzigno e, se ci sei stato, sai che è l’ultimo posto al mondo in cui si dovrebbe mettere una discarica.
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null - Pagina, 04/01/2011