Piero Fassino

Ho incontrato Piero Fassino sabato pomeriggio, cioè ventiquattro ore prima che venisse battuta questa notizia:

TORINO, 27 febbraio 2011 – Piero Fassino ha vinto le primarie di Torino come candidato sindaco per il centrosinistra alle elezioni amministrative di maggio. L’ex segretario dei Ds ha ottenuto 29.297 voti, pari al 55,28%. Lo riferiscono dal Centro Operativo delle primarie che ha elaborato i dati ufficiali della consultazione. Alle spalle di Fassino ci sono Davide Gariglio (14.516 voti; 27,39%), Gianguido Passoni (6.585 voti; 12,42%); Michele Curto (2.199 voti; 4,15%) e Silvio Viale (405 voti; 0,76%).

«LIBIA, rivoluzione fino alla vittoria» (Pagina.to.it)

Il vento della rivoluzione che soffia nel nord Africa è arrivato anche a Torino, dove ieri pomeriggio una sessantina di persone, per lo più immigrati, hanno dato vita a un corteo contro il regime di Muammar Gheddafi e per la libertà dei popoli arabi.
Bandiere tunisine, egiziane e palestinesi al vento sotto la Mole. Da San Salvario, cuore multietnico della città, la manifestazione ha raggiunto lentamente piazza Castello, facendo sentire per le vie di Torino le ragioni che nell’ultimo mese hanno portato alla fine dei decennali regimi tirannici di Ben Alì e Mubarak.
Davanti a due lenzuoli bianchi con la scritta «Fermiamo il massacro, via Gheddafi», due bambine, tenendosi per mano, hanno aiutato a diffondere con il megafono slogan per la libertà in Libia, ripetuti sia in italiano che in arabo.
Alcuni applausi hanno accolto il passaggio dei manifestanti in via Po che con i loro cartelli hanno chiesto solidarietà e accoglienza per gli immigrati sbarcati in queste ore sulle coste italiane.
Ma nel giorno che i ribelli libici avevano annunciato poter essere l’ultimo al potere per il Colonnello, la notizia che i partecipanti al corteo di Torino aspettavano non è arrivata: a Tripoli è stata una giornata contraddittoria, caratterizzata per buona parte da una sostanziale calma ma terminata con altri morti. Gheddafi è ancora lì, eppure la risposta del popolo libico all’assurda resistenza di una dittatura sanguinaria ormai giunta al tramonto è stata chiara anche a Torino: «Rivoluzione fino alla vittoria».
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 null  -   Pagina, 27/02/2011

Buonanotte, signor Gheddafi (photogallery)

TORINO, 26 febbraio 2011 – Il vento della rivoluzione che soffia nel Nord Africa è arrivato anche a Torino, dove ieri pomeriggio una sessantina di persone, per lo più immigrati, hanno dato vita ad un corteo contro il regime di Muammar Gheddafi e per la libertà dei popoli arabi.

Buonanotte, signor Gheddafi (12)

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Buonanotte, signor Gheddafi (8)

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Buonanotte, signor Gheddafi (6)

Buonanotte, signor Gheddafi (5)

Buonanotte, signor Gheddafi (4)

Buonanotte, signor Gheddafi (3)

Buonanotte, signor Gheddafi (2)

Buonanotte, signor Gheddafi (1)

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I 200 metri più lunghi del mondo (Pagina.to.it)

More about Il mondo in una piazza

Tutto ha inizio con un’aggressione, quella che il giovane Fiorenzo subisce una sera d’estate del 2002 al parco del Valentino di Torino. Trovatosi suo malgrado nel bel mezzo di una guerra tra bande di nordafricani a colpi di acido, il ragazzo rimane ferito e finisce in ospedale.
Con questo antefatto inizia Il mondo in una piazza – Diario di un anno tra 55 etnie, opera prima e ben riuscita dello scrittore torinese Fiorenzo Oliva, pubblicata da Stampa Alternativa.
Per vincere il comprensibile senso di timore verso il diverso che un’esperienza così traumatica potrebbe generare, Fiorenzo sceglie un’originale terapia d’urto: andare a vivere per un anno a Porta Palazzo, il quartiere più multietnico della città.
«Ogni torinese può raccontare vicende notturne ambientate tra queste strade. Si tratta sempre di narrazioni avvincenti, ai confini tra realtà e fantasia. Automobilisti solitari fermi ai semafori rossi, a cui vengono tagliate le gomme: tempo di accorgersene, di scendere dall’auto e prendere il cric nel bagagliaio, che qualcuno entra in macchina rubando quel che può».
Appena trasferito nel quartiere, la vita del pur volenteroso Fiorenzo diventa fin da subito molto difficile. Tra turbolente notti di guerriglia urbana, spacciatori petulanti e bande di ragazzini di colore sempre pronti alla Zidane (micidiale mossa degli scippatori nordafricani), anche il solo rincasare dopo una giornata di lavoro diventa un’impresa non immune da rischi.
Fiorenzo dovrà così inevitabilmente fare i conti con la realtà turbolenta di un quartiere storico, da cui però gli italiani se ne sono andati quasi tutti. Chi rimane lo fa a suo rischio e per amore incondizionato di un luogo, senza dubbio affascinante, come Porta Palazzo: una grande piazza che di giorno ospita il mercato scoperto più grande d’Europa, popolata da voci, colori e odori, ma che di notte diventa un luogo malfamato dove addirittura le volanti della polizia si avventurano controvoglia. Un mondo a parte, che dista però solo duecento metri dalle strade della movida torinese: «I duecento metri più lunghi del mondo…».
Il racconto di Fiorenzo Oliva è, per buona parte del libro, un’ostinata cronaca della costante tensione che si respira ogni notte nei dintorni di piazza della Repubblica. Un ring in cui si «incontrano e si scontrano l’Europa, l’Africa e l’Asia». Altre volte il racconto diventa un interessante esperimento sociologico, dove il protagonista e autore cerca in tutti i modi di capire le diversità, confrontandosi accanitamente con le persone che vivono quell’angolo ingrato del cuore di Torino. E con quelle che lo subiscono…
“Il mondo in una piazza” è un libro di poco più di duecento pagine che si legge in una serata e non si scorda più. Da consigliare a chi vive a Torino, ma anche a chi vive in qualsiasi altra città italiana in cui c’è un ghetto. Un mondo a parte qualsiasi con cui si rischia prima o poi di dover fare i conti.
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RUSSIA: Krasnoyarsk-26, la città segreta progettata per l’apocalisse (EaST Journal)

Zheleznogorsk è una cittadina della Russia orientale, affacciata sul fiume Yenisei. Si chiama così solo dal 1992, nonostante la sua costruzione sia avvenuta nel 1950, quando la zona su cui sorge non era nient’altro che un territorio desolato al confine della foresta siberiana. Per oltre 40 anni, fino alla disintegrazione dell’impero sovietico, quasi nessuno è stato al corrente della sua esistenza. Eppure la città era popolata da centinaia di ingegneri, fisici e soldati che chiamavano il posto in cui vivevano con il nome in codice di Krasnoyarsk-26.
Sotto la bandiera rossa dell’Urss issata nella inospitale Siberia, centomila fantasmi hanno vissuto e lavorato ogni giorno in una città altrettanto fantasma, non segnata sulle carte geografiche, difficile da raggiungere e mantenuta appositamente isolata dal mondo. Krasnoyarsk-26 era una delle città segrete dell’Unione Sovietica. Una delle meraviglie moderne dell’ingegneria militare, il complesso nucleare segreto più grande del mondo. Pochi palazzi residenziali costruiti attorno a tre reattori per la produzione di plutonio per le armi atomiche che avrebbero dovuto servire ai russi per vincere la Terza guerra mondiale contro gli Stati Uniti.
Per decenni, in silenzio, la città si è preparata all’apocalisse.

[ CONTINUA ]

null - EaST Journal, 15/02/2011
(originariamente pubblicato su Il Giornale del Friuli)

Tiberio Mitri inedito (2)

Questo post è un approfondimento al mio articolo sui dieci anni dalla morte di Tiberio Mitri.


(La Stampa 13.05.1983 - numero 112 pagina 7)

Quella che segue è la lettera autografa che Tiberio Mitri scrisse dal carcere di Firenze al suo amico Pippo Bertoni. Ringrazio anche in questo caso Mimmo Bertoni, che circa sette anni fa mi ha spedito questo documento inedito.


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Tiberio Mitri inedito (1)

Questo post è un approfondimento al mio articolo sui dieci anni dalla morte di Tiberio Mitri.

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Dal 2003 in poi ho raccolto un po’ di materiale su Tiberio Mitri, ma ahimè in modo molto confusionario. Comunque, alcune delle immagini che pubblicherò sono inedite e per questo devo ringraziare l’ottimo musicista Domenico Bertoni, con cui per un po’ di tempo ho avuto una bella corrispondenza (a proposito Mimmo, se ci sei batti un colpo!).
Domenico è il figlio di Pippo Bertoni, uno dei più grandi amici di Tiberio. Le fotografie sono state scattate nella seconda metà degli anni ’70  a Brucoli (Sr). Sono belle, perché ritraggono l’ex campione triestino in un periodo ancora tutto sommato felice.
  
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1La ragazza bionda che vedete accanto a Mitri è Tiberia, sua figlia. Anche lei è purtroppo prematuramente scomparsa.
Anni fa ho ricevuto una mail da una ragazza americana che mi chiedeva notizie di Tiberia. Non ho avuto il coraggio di dirle che non c’era più e ho girato la mail a Mimmo che forse la conosceva.

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Tiberio Mitri, 10 anni dalla scomparsa della Tigre di Trieste (Il Giornale del Friuli)

MItriLaMottaAlle sette del mattino del 12 febbraio del 2001, il treno Roma-Civitavecchia travolse all’altezza di Porta Maggiore un uomo dall’aspetto trasandato, mentre in stato confusionale camminava lungo i binari. Circa settant’anni, pantaloni grigi, camicia bianca e un cappello beige. Il cadavere giunse verso mezzogiorno all’obitorio di Roma dove gli venne applicato un cartellino con la scritta “sconosciuto”.
Soltanto qualche ora dopo si scoprì che quello che a prima vista era sembrato essere un anonimo senzatetto era in realtà l’ex stella del pugilato degli anni ’50, Tiberio Mitri.
A dieci anni esatti dalla sua morte, il ricordo della “Tigre di Trieste” è ancora vivo nel cuore di tutti i veri appassionati della noble art, che lo ricordano per il coraggio mostrato sul ring e per la sua tecnica sopraffina.
Nato a Trieste nel 1926, Mitri esordì nel mondo della boxe all’età di vent’anni senza neppure accorgersene. Mentre era impiegato all’ufficio Economato del comune di Trieste cominciò a  frequentare una palestra di via Rigutti, bruciando le tappe fino a diventare un pugile professionista.
Nel 1948, nel giro di ventiquattro mesi, riuscì nell’impresa di conquistare prima il titolo italiano e poi quello europeo dei pesi medi.
Giovane e bello, Tiberio Mitri divenne tra gli sportivi simbolo dell’Italia di quegli anni. In quanto triestino, le sue vittorie sul quadrato divennero anche un simbolo patriottico, dal momento che la città di Trieste era all’epoca sotto commissariamento delle truppe americane e britanniche, in attesa della definitiva assegnazione all’Italia, uscita sconfitta dal secondo conflitto mondiale. Ma la sua popolarità si accrebbe notevolmente anche grazie al matrimonio con Miss Italia 1948, Fulvia Franco, un evento che finì sulle prime pagine di molti giornali dell’epoca.
Il 12 luglio 1950, nel giorno del suo ventiquattresimo compleanno, il pugile triestino salì sul ring del Madison Square Garden di New York per affrontare il mitico “Toro del Bronx”, Jake La Motta, in un incontro valido per il titolo mondiale dei pesi medi. Dopo quella sera, la vita dello stimato campione italiano non fu più la stessa. Come se avesse varcato una linea di confine, una frontiera ideale, oltrepassata la quale la sua fortuna improvvisamente svanì.
Il combattimento fu tremendo: il Toro contro la Tigre.
Su sette riprese le prime cinque si conclusero a favore dell’italiano, poi la furia di La Motta prese il sopravvento.
«C’era fumo, faceva caldo» ricordò Mitri nel suo libro autobiografico (“La botta in testa” – Ed. Carroccio), «chissà se potevo rovesciare tutto. Ci provavo. Tentavo. Senza armi contro il Toro. Nella mischia senza risparmio, incassavo, colpivo. L’ho cercato e voluto io questo incontro e adesso vado fino in fondo…».
Nel quinto tempo Tiberio perse molto sangue dal sopracciglio sinistro, barcollò, ma resistette eroicamente agli attacchi di Jake La Motta e ai suoi pugni «duri come pietre», evitando il K.O. Alla fine venne sconfitto ai punti dopo quindici riprese, guadagnandosi gli applausi del pubblico del Madison e la stima eterna del miglior picchiatore del Bronx. Eppure quando i riflettori si spensero, il pugile triestino venne sopraffatto dalla tristezza della sconfitta.
Rientrò in Italia solo a metà settembre, quando i cinegiornali avevano già proiettato all’infinito le immagini del match con La Motta, e gli esperti di boxe avevano dettato le loro sentenze. Ci fu chi esaltò l’orgoglio di Mitri, come Ranieri Nicolai («La linearità del suo pugilato è dote autentica e spontaneità genuina»), mentre altri contestarono la condizione mentale con cui il campione triestino affrontò quell’incontro: accecato dalla gelosia per il comportamento disinvolto della moglie Fulvia alla disperata ricerca di un contratto cinematografico a Hollywood, Mitri avrebbe affrontato La Motta distratto e nervoso.
Tutte chiacchiere, forse. Di certo c’è solo la versione dei fatti, estremamente realistica, che lo stesso Tiberio Mitri annotò anni dopo: «Molti avevano trovato scuse per le mie sconfitte incolpando situazioni e persone vicine a me, ma io no. Mai. Bisogna essere onesti con se stessi. Me stesso. Non ce l’avevo fatta a superare ostacoli più grossi».
La “Tigre di Trieste” non disputò mai più un incontro per il titolo mondiale, ma combatté ancora per sette anni con alterne fortune.
Nel 1954 divorziò da Fulvia Franco e nel maggio dello stesso anno riconquistò il titolo europeo in maniera rocambolesca, stendendo dopo pochi secondi con un poderoso sinistro l’inglese Randolph Turpin (uno dei pochi pugili ed essere riuscito a battere “Sua Maestà”, Ray Sugar Robinson). 
Ma furono soltanto gli ultimi fuochi di una gloriosa carriera. Mitri non riuscì mai più a tornare il campione invincibile dei tempi d’oro, e infatti a pochi mesi dalla vittoria su Turpin dovette cedere nuovamente la corona europea. Questa volta il suo liquidatore fu il francese Charles Humes, un ex minatore tutto muscoli e zero tecnica. Mitri la prese con filosofia: «Lui era un ex minatore? Io ero un ex impiegato all’ufficio Economato del comune di Trieste. In altre situazioni nessuno si sarebbe stupito se le avessi prese da uno così».
Appese definitivamente i guantoni al chiodo nel 1957 con un score di tutto rispetto: 101 incontri disputati con 88 vittorie, 7 pareggi e solo 6 sconfitte.
Ancora giovane e famoso, sfruttò la sua notorietà tentando di riciclarsi nel cinema e nei varietà televisivi. Recitò ne “I soliti ignoti” con Totò e ne “La grande guerra” al fianco di Vittorio Gassman e Alberto Sordi. Ma dal 1975 in poi anche la sua avventura come attore terminò quasi del tutto. Le foto in posa da boxeur sbiadirono, i soldi terminarono, la gloria svanì.  «Non pensavo che la vita fosse così lunga», scrisse pensando ai soldi sprecati con donne e auto americane. Come un George Best nostrano, Mitri visse tutto d’un fiato, non programmando e non preparandosi mai per il domani. Forse fu meglio così, perché negli anni a venire ciò che la vita riservò alla “Tigre di Trieste” non fu che una festa mesta, fatta di drammi personali e familiari, che smontarono sempre di più la figura di quel campione invidiato da tutti. Quello che un tempo, a soli 24 anni, sembrò avere il mondo ai suoi piedi.
Assistette impotente alla morte dei suoi due figli, Alessandro e Tiberia, lasciandosi divorare dall’alcool e dalla droga. Devastato più nell’animo che dal sopraggiungere dal Parkinson e dall’Alzheimer, visse gli ultimi anni a Roma, nel quartiere di Trastevere.
Sopravvisse grazie ad una piccola pensione, aspettando  che il Parlamento approvasse una legge a favore delle vecchie glorie dello sport come lui. Un decreto a cui il Senato diede però il via libera soltanto il venerdì successivo alla sua scomparsa. Fu l’ennesimo scherzo del destino, l’ultimo, per il dimenticato campione triestino.
Poco prima di morire, un cronista gli chiese di parlargli dell’incontro di New York. Il vecchio Tiberio, con la mente ormai offuscata dagli anni e dalle botte,  rispose sorpreso: «Jake La Motta? Questo nome non mi dice niente».
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null - Il Giornale del Friuli, 12/02/2010

Approfondimenti:
Tiberio Mitri inedito (1)
Tiberio Mitri inedito (2)

Recuperato cadavere nel Po (Pagina.to.it)

Aveva bevuto qualche bicchiere di troppo o forse è rimasto vittima di un malore l’uomo annegato la scorsa notte nel Po. Il corpo è stato recuperato questa mattina poco prima di mezzogiorno, sotto gli occhi dei molti cittadini in giro per la città.
L’allarme è scattato dopo che alcuni testimoni hanno raccontato di aver visto una persona cadere in acqua dalla riva dei Murazzi. Nonostante il tempestivo intervento, i soccorritori non sono riusciti per molte ore a individuare il punto esatto in cui l’uomo è scomparso.
Un elicottero dei Vigili del Fuoco ha continuato a sorvolare la zona per tutta la mattinata fino a quando i sommozzatori non sono riusciti a recuperare il cadavere. Ancora ignota la sua identità.
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BIELORUSSIA: Il ministro degli Interni: «Contro i manifestanti potevamo usare armi letali» (EaST Journal)

«Non ho infranto nessuna legge, quindi non mi scuso». Durante la conferenza stampa del 26 gennaio, il ministro degli Interni bielorusso, Anatoly Kuleshov, è tornato a parlare dei durissimi scontri tra manifestanti e polizia avvenuti a Minsk la notte del 19 dicembre scorso.
La protesta di piazza Indipendenza, organizzata contro i brogli elettorali che hanno riconfermato Aleksander Lukashenko alla presidenza della Bielorussia, ha visto l’adesione di decine di migliaia di persone. Alla richiesta della folla di nuove consultazioni, libere e democratiche, sono seguite le cariche dei poliziotti in assetto antisommossa che hanno portato al fermo di circa seicento persone. Anche sei dei nove sfidanti di Lukashenko sono stati malmenati e rinchiusi nei centri di detenzione del Kgb bielorusso. Nonostante le molte testimonianze che documentano le violenze ingiustificate compiute delle forze di sicurezza, Kuleshov si è detto convinto che «la polizia abbia agito correttamente, opponendo una reazione proporzionata al comportamento scorretto di coloro che hanno partecipato ai disordini».
Secondo il ministro degli Interni, nella notte più lunga del regime bielorusso, non ci sarebbe stata da parte dei suoi uomini nessuna provocazione tale da giustificare la minacciosa pressione dei manifestanti fuori dal Palazzo del Governo. L’intervento degli agenti a colpi di manganello sarebbe iniziato soltanto dopo il terzo tentativo d’assalto ed al solo scopo di impedire ai rivoltosi di impadronirsi dell’edificio. Kuleshov ha addirittura voluto sottolineare la sua magnanimità: «Avrei potuto ordinare l’utilizzo di armi letali contro i manifestanti, la legge me lo consentiva. C’era in atto un tentativo di golpe».
L’ostinata difesa dell’operato del regime ha spinto il ministro fino al punto di contestare apertamente anche la versione dei fatti fornita dagli operatori dei media presenti in piazza Indipendenza. «La polizia era disarmata contro una folla di uomini violenti», ha affermato, provocando indignazione e qualche amara risata tra i pochi giornalisti indipendenti presenti alla conferenza stampa.
«Sono orgoglioso della mia professione», ha concluso Anatoly Kuleshov, «non mi vergogno di quello che fatto perché grazie ai miei ordini si è mantenuta la pace, la tranquillità e la stabilità. Ho agito nell’interesse del popolo e non devo scusarmi con nessuno per questo».

null  - EaST Journal, 01/02/2011