E-Magazine n°01

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EaST Journal compie un anno! e per festeggiare vi fa un regalino, sperando sia cosa gradita. A voi il secondo e-magazine, sessanta pagine di approfondimenti, inchieste e nuovi articoli. Lo potete scaricare in pdf o consultare direttamente on-line in forma elettronica.
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Che altro? Ah sì, da pagina 45 a pagina 49 ci sono anch’io…  ;-)

Il collier della Mole

La collana tricolore che illumina la Mole Antonelliana è diventata il simbolo delle celebrazioni di Italia 150. L’ho fotografata proprio ieri sera per provare il mio nuovo-vecchio obiettivo Minolta.
La decorazione luminosa dovrebbe rimanere sul monumento fino a novembre, quando si concluderanno festeggiamenti, ma c’è chi ha proposto di tenerla per sempre. Secondo un sondaggio della Stampa ben il 60% dei torinesi sarebbe favorevole.  Io non riesco ancora ad avere un’opinione. Uhm… mah… e visto che dei sondaggi non mi fido, me ne sono fatto uno in casa: VOTATE VOI! :-)

Bassolino aspetta nuove primavere (Pagina)

Due signori con i capelli bianchi chiacchierano come vecchi amici in un angolo della libreria Coop di piazza Castello. Sono Valentino Castellani e Antonio Bassolino: un’immagine da far venire i lacrimoni agli elettori del centrosinistra vintage.
Gli ex sindaci di Torino e Napoli, pionieri delle uniche due esperienze amministrative del centrosinistra ancora in atto dal 1993, si sono ritrovati alla presentazione del libro “Napoli Italia”, edito da Guida: un’accorata autodifesa in cui Bassolino ripercorre tutte le fasi della sua carriera politica. Dall’elezione a sindaco di Napoli allo scandalo rifiuti che lo ha travolto mentre era ancora presidente della Regione Campania. Dai trionfi al declino.
Pochi minuti prima dell’inizio della presentazione arriva in libreria anche Piero Fassino: «Antonio!», esclama allargando le braccia il candidato sindaco di Torino. È la conferma che la fama di Bassolino è riuscita in qualche modo a superare gli scandali, sopravvivendo in parte addirittura alla sua morte politica. Ma come è logico, è sui successi che l’ex governatore pone l’accento iniziando a parlare del suo libro, perché nonostante le feroci critiche che rendono discussa la sua figura «non c’è stato sempre il buio!».
Si comincia dagli albori dell’avventura bassoliniana, la vittoria della sinistra alle Comunali che nel 1993 accomunò Napoli e Torino. Un periodo piuttosto contraddittorio, che vide la nascita del primo governo di Silvio Berlusconi pochissimi mesi dopo l’elezione di Castellani e dello stesso Bassolino.
Per la città di Napoli fu l’inizio di quella esaltante e brevissima stagione nota come “Rinascimento napoletano”, della quale Antonio Bassolino fu il principale artefice e protagonista.
Anni di successi per il centrosinistra partenopeo e, rivolgendosi alla platea, O’ Governatore ha voluto sottolinearne due su tutti: «L’investimento di fiducia verso la cittadinanza e l’aver posto la cultura come fondamento dello sviluppo civile delle città». Uno sviluppo, quello della Napoli del primo quinquennio degli anni ’90, confermato anche dal direttore della Galleria d’Arte Moderna di Torino, Danilo Eccher, che ha ricordato le bellissime opere artistiche realizzate nella metropolitana, fiore all’occhiello di quella giunta. Un’opera che ha permesso di avvicinare un quartiere disagiato come Scampia all’aristocratico Vomero e viceversa, realizzando una delle utopie della sinistra come la mobilità sociale. Almeno su rotaia… Il vecchio comunista Bassolino, uno che per dirla come Rino Gaetano è stato un «Piccì Piccì», non ha negato di esserne tutt’oggi molto orgoglioso: «Siamo riusciti a costruire, in un paese come il nostro, ben 54 chilometri di metropolitana, mentre nello stesso periodo a Roma ne terminavano solo 3».
“Napoli Italia” è anche la cronaca di una scalata al potere che sembrava essere inarrestabile: da sindaco alla presidenza della Regione Campania, passando anche per una breve parentesi come ministro del governo D’Alema. Gesticolando, con una mimica facciale degna del compaesano Eduardo De Filippo, Bassolino è arrivato così a parlare anche del suo periodo più nero, quello che paradossalmente ha avuto avvio con la sua riconferma come governatore. «Nel 2005 ho sbagliato, non avrei più dovuto ricandidarmi», ha affermato a malincuore, indicando come causa del tramonto della sua stella l’alleanza con Mastella e con la sinistra più radicale. Un’alleanza non cercata e «non necessaria», ma imposta dalle alte sfere del centrosinistra come funzionale e strategica per consentire quegli accordi elettorali che hanno permesso la vittoria al fotofinish di Romano Prodi nelle elezioni politiche del 2006. «Sapete quante notti sono stato sveglio, pensando se non sarebbe stato meglio per tutti perdere quelle elezioni?». Per Antonio Bassolino sicuramente sì. Impotente di fronte allo scoppio dell’emergenza rifiuti che ha portato la monnezza campana sulle prime pagine dei quotidiani di tutto il mondo, capro espiatorio ideale di nemici e amici per tutti i mali della Campania, il declino dell’artefice del Rinascimento napoletano viene raccontato in “Napoli Italia” con molto meno rancore di quanto non si penserebbe.
«Mi piace guardare al futuro», ha concluso Bassolino, apparso sempre sereno e rilassato, «torneranno primavere».
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O’ Governatore a Torino

niSono quasi le 18 e io sto andando in piazza Castello per incontrare Antonio Bassolino.  O’ Governatore è a Torino per presentare alla libreria Coop il suo “Napoli Italia”, un libro con cui vuole togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Non nascondo di essere piuttosto curioso di sentire ciò che dirà.
La storia politica di Bassolino è fatta di alti e bassi incredibili. E’ stato considerato per un po’ il paladino del rinascimento napoletano, e successivamente il primo imputato per tutti i mali che affliggono la Campania.  Prima un esempio di come il centrosinistra può stravincere le elezioni (il “metodo Bassolino”…), dopo un sinonimo di cattiva amministrazione.
L’ultima volta che l’ho visto è stato a Roma, qualche anno fa, prima che lo scandalo dei rifiuti a Napoli travolgesse lui e la sua giunta. Lo ricordo mentre sorseggiava un caffè in un bar di via dei Portoghesi: alto, carismatico, con un cappotto color cammello. Sembrava il Don Rafaé di De Andrè. E per qualcuno, forse,  lo era davvero.

Borgo Vittoria rivuole la lapide di Cianito (Pagina)

Dov’è finita la lapide di Cianito? A Borgo Vittoria, storico quartiere operaio della periferia di Torino, se lo domandano in molti. La targa marmorea in ricordo del vice comandante partigiano Luciano Torre, noto come Cianito, era stata apposta nel dopoguerra sulla parete perimetrale della stazione Dora di piazza Baldissera, uno dei punti cruciali nella lotta di liberazione della città dal nazifascismo. È rimasta lì per decenni, fino a quando il Comune ha deciso di rimuoverla per abbattere l’edificio. Operazione già iniziata sabato scorso allo scopo di far posto nel 2012 a una stazione della metropolitana. È uno dei prezzi da pagare a quella Torino “che non sta mai ferma” e che in questo caso non riesce a risparmiare nemmeno i centocinquantadue anni e le mille storie che hanno visto protagonista lo snodo ferroviario più antico della città. Una di queste storie è certamente conservata nella lapide scomparsa di Cianito, un ragazzo torinese che quando morì tragicamente nel 1945 aveva soltanto 22 anni.
Una fotografia in bianco e nero conservata sul sito dell’ANPI ci mostra il suo volto: sguardo deciso, fronte alta e una folta chioma di capelli bruni pettinati all’indietro.
Luciano Torre era un paracadutista che dopo lo sbandamento dell’8 settembre 1943, decise di diventare partigiano e di combattere per la libertà dell’Italia dal nazifascismo. Si impegnò nella propaganda clandestina contro il regime di Mussolini, lavorando negli stabilimenti cinematografici Fert di corso Lombardia. Successivamente, per sfuggire ai fascisti che gli davano la caccia, si rifugiò in Val Susa, dove si distinse per il coraggio dimostrato nei combattimenti contro le forze tedesche. Fu così che per tutti divenne Cianito, il suo nome di battaglia.
Nei lunghissimi giorni che precedettero la liberazione di Torino, Luciano Torre si trovò a operare nei pressi della stazione Dora, come vicecomandante della 17ª Brigata Garibaldi. «In Borgo Vittoria gli scontri tra partigiani e nazifascisti furono violentissimi», ricorda la signora Anna C., oggi ottantatreenne, residente all’epoca dei fatti in via Vittoria 24, «da via Chiesa Della Salute fino alla stazione Dora correvano fiumi di sangue». Era il sangue dei tredici soldati tedeschi uccisi durante i furiosi combattimenti per la conquista del quartiere, ma anche quello dei partigiani che li fronteggiarono a viso aperto come Cianito.
Il 26 aprile 1945 i combattenti delle Squadre di Azione Patriottica presero il controllo della stazione Dora, mentre altri patrioti si stabilirono a difesa delle Officine Savigliano di corso Mortara e della Elli Zerboni di corso Venezia. Dopo un primo fallito contrattacco dei nazifascisti, il 27 aprile alcuni carri armati Tiger raggiunsero il piazzale antistante la stazione, sparando raffiche di mitra contro le fabbriche occupate. Furono le ultime ore di sofferenza prima della completa insurrezione del borgo, grazie all’azione congiunta delle brigate partigiane supportate dall’artiglieria pesante arrivata a dar man forte dalle valli.
«Finalmente scendemmo in strada», ricorda ancora la signora Anna, «i partigiani, tutti con la barba lunga, percorsero a piedi via Chiesa della Salute, mentre noi ragazze li salutavamo tenendo un nastro rosso tra i capelli».
Cianito tutto questo non lo vide mai. Uno dei proiettili sparati dai Tiger lo raggiunse durante la battaglia per difendere l’importantissimo scalo di piazza Baldissera, uccidendolo solo poche ore prima della vittoria finale.
Nel dopoguerra, quando la città volle apporre delle lapidi per commemorare gli uomini che caddero per la sua liberazione, una di queste toccò anche a lui, Cianito. È la stessa che fino a poco tempo fa ha ricordato il suo sacrificio e quello dei suoi compagni Serra e Mulatero, sul muro della stazione Dora.
«Non sappiamo dove abbiano messo quella lapide, ma deve tornare al suo posto» protestano in Borgo Vittoria, ma intanto il Comune non ha ancora reso noto se e dove essa verrà ripristinata. Così sulla memoria di Cianito continua a incombere il rischio dell’oblio. Un altro triste scherzo del destino per il giovane partigiano che sfiorò soltanto quella libertà che aveva tanto sognato, e per la quale aveva tanto combattuto.
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Semplicemente il papà di Amalia. Ciao Vittorio.

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Ci sono uomini che sanno uscire di scena, dopo averla a lungo dominata, senza offrirsi al clamore mediatico e con la forza di una straordinaria dignità. Uomini che tuttavia vengono continuamente evocati, anche rimpianti: perché hanno scritto pagine indelebili di storia dell’industria italiana.
Vittorio Ghidella era uno di questi. La «sua» Fiat è rimasta, comunque, un punto di riferimento con cui confrontarsi. Lui la seppe guidare in momenti difficili, la salvò e rilanciò quando sembrava avviata al declino, inventandosi nel 1983 un’utilitaria innovativa come la Uno. [...]
Ci capiva, di macchine. Sotto la sua regia arrivarono tanti fortunati modelli, basterebbe ricordare la prima Croma, le Lancia Delta e Thema, la Fiat Tipo e la Autobianchi Y10.
Pensava a una Fiat diversa, per questo (anticipando un futuro oltreoceano) suggerì un accordo con la Ford che però all’ultimo sfumò. Forse anche per questo ebbe conflitti storici, come quello con Cesare Romiti sulle visioni strategiche del Gruppo. Così nel 1988 Ghidella lasciò la Fiat per altre esperienze manageriali. Scelse un volontario esilio in Svizzera, dove fino all’ultimo è stato titolare della holding finanziaria VG.SA. Ma non era più lo stesso, dopo aver perso nel ‘93 in un incidente stradale l’adorata figlia ventenne Amalia. Un po’ morì anche lui.

(La Stampa 18/03/2011)

Niente rock, siamo uzbeki (EaST Journal)

“Il rock e il rap sono esempi di musica satanica creata dalle forze del male per deviare le menti dei giovani uzbeki”. Incredibile ma vero, non si tratta di un’affermazione estrapolata dai deliri di qualche sedicente santone residente dalle parti di Tashkent, ma è ciò che ha recentemente affermato un documentario trasmesso dalla televisione di stato dell’Uzbekistan, lanciando una campagna di moralizzazione contro la musica contemporanea.
Nel più popoloso stato dell’Asia centrale, il rock e il rap non sono che le ultime vittime illustri messe all’indice dal regime nel tentativo di frenare la doppia minaccia di russificazione e occidentalizzazione che incombe ormai sul paese.
Il problema del governo uzbeko sono soprattutto i giovani, sempre più simili ai loro coetanei russi. In tempi dove da più parti viene paventata la possibilità che il virus rivoluzionario magrebino possa contagiare le vetuste autocrazie centroasiatiche, la predisposizione delle nuove generazioni alle varie forme di modernità comincia quindi a preoccupare non poco il regime di Islom Karimov, il quale fin dall’indipendenza dell’Uzbekistan dall’Urss ha cercato di imporre i costumi locali alla popolazione come forma di tutela per il suo potere.
Sempre più spesso i media filogovernativi provano a condizionare il comportamento della gente, suggerendo stili di vita distanti dagli eccessi di Oriente e Occidente. “Purtroppo, abbiamo osservato delle ragazze indossare gonne con l’orlo sopra il ginocchio oppure mostrare l’ombelico senza vergognarsi”, ha denunciato il quotidiano Halq Sozi, “questo stile non è solo è estraneo alle nostre tradizioni secolari ma è anche direttamente nocivo per la salute delle donne”. Un altro giornale, l’Uzbekistan Ovozi, si è invece scagliato contro la cultura di massa: “più pericolosa del terrorismo”, in quanto non influenza la vita delle persone solo in una determinata zona ma “punta a cancellarne l’identità e i valori”. Allo stesso modo, per il documentario della tv uzbeka, anche la musica contemporanea avrebbe come fine ultimo quello di portare i ragazzi di Tashkent e di Samarcanda ad emigrare, soggiogandoli al degrado morale tipico di europei e americani.
Verrebbe da domandarsi se tutto questo astio verso certi ritmi non sia stato in qualche modo condizionato dalla storia di Gulnara Karimova, figlia del presidente uzbeko e secondo i file di Wikileaks “donna più odiata di tutto l’Uzbekistan”, che si diletta ad esibirsi con il nome d’arte di GooGooSha in singolari concerti occidentalizzanti. Dai risultati, visibili su Youtube, è innegabile che nel suo caso la cultura straniera abbia senza dubbio avuto degli effetti devastanti.
Piuttosto curiosa è infine la ricostruzione fatta dal documentario sulle origini del rock e del rap. Il primo sarebbe stato inventato dagli africani per i loro riti tribali, il secondo dai detenuti: “Ecco perché i cantanti rap portano i pantaloni larghi e lunghi”.
Una considerazione da cui si potrebbe dedurre che la fama di Eminem sia arrivata anche in Uzbekistan.

null -  EaST  Journal, 18/03/2011

Uzbekistan: una radio sfida il regime (EaSt Journal)

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La vera notizia è che se ne parli. In Uzbekistan, dove il governo ha vietato ai mezzi di informazione ogni accenno alla rivoluzione in atto in Libia, una radio sta continuando a trasmettere l’evolversi della crisi.
L’emittente Poytakht-Inform di Tashkent, 107,2 Mhz FM, sembra aver deciso di sfidare la censura del regime uzbeko, imposta per timore che il vento della rivoluzione magrebina arrivi a soffiare anche in Asia Centrale.
I coraggiosi speaker della radio hanno deciso da qualche giorno di inserire tra le notizie internazionali gli aggiornamenti sui tumulti di Tripoli e Bengasi, forse proprio nella speranza di portare il popolo alla rivolta contro la ventennale autarchia di Islom Karimov. Una voce maschile definisce Gheddafi un “dittatore che umilia i diritti dei suoi cittadini”, parole che sembrano calzare a pennello anche al presidente uzbeko, accusato dalla comunità internazionale di violare i diritti umani e di non garantire la libertà di stampa.
Sorprendentemente, le autorità non sono ancora intervenute per soffocare quest’unica, flebile, voce indipendente del paese. Ma cosa succederebbe se le notizie provenienti dalla sponda sud del Mediterraneo convincessero per davvero gli uzbeki a scendere in piazza? Da più parti emerge il timore che il regime sarebbe implacabile come nel 2005, quando i soldati spararono su un pacifico corteo di protesta, uccidendo nove persone.
Un anno prima, nel 2004, l’ex ambasciatore britannico a Tashkent, Craig Murrav, svelò in un libro alcuni dei metodi utilizzati dal regime per punire gli oppositori, tra i quali spiccava l’orrenda pratica della bollitura a morte.
Secondo l’Onu, l’Uzbekistan ha attuato negli anni la tortura “istituzionalizzata, sistematica e dilagante” dei dissidenti, accettandola come parte integrante del proprio ordinamento giuridico.

null - EaSt Journal, 14/03/2011

L’anti juventino amico di Platini (Pagina.to.it)

Non ha la giacca e si vanta di non averne mai posseduta una, Gian Paolo Ormezzano. Infatti solo con camicia e pullover ha presentato sabato scorso alla libreria Coop di piazza Castello il suo ultimo libro, “Non dite a mia mamma che faccio il giornalista sportivo (lei mi crede scippatore di vecchiette)”, edito da Limina. «Un titolo che già mi preclude future edizioni estere, in quanto la parola scippatore non è traducibile» scherza l’ex direttore di Tuttosport, creando fin da subito un’atmosfera piacevole con il pubblico.
Il libro è un’autobiografia che ripercorre i cinquant’anni di carriera di una delle firme più celebri del giornalismo sportivo italiano, dagli inizi nelle pionieristiche redazioni torinesi, fino alla tormentata direzione del quotidiano di corso Svizzera. Un racconto fatto di aneddoti a volte divertenti e altre volte tristi, in cui compaiono molti personaggi leggendari dello sport italiano e mondiale. «Due su tutti? Coppi e Platini», ovvero il ciclismo e il calcio, i due grandi amori di Ormezzano. Sul perché un noto cuore granata come lui abbia citato in primis una delle bandiere della Juventus, il giornalista si lascia andare a uno sfogo scherzoso: «Gli juventini nella mia vita sono stati una malattia, ne ho trovati dappertutto». Ricorda così l’amicizia con Marina Coppi, figlia juventina del Campionissimo… «di fede granata». Con Platini invece parlava in francese «ma di formaggi, di tartufi e qualche volta di donne, di calcio mai».
Straordinario il racconto dell’intervista a Mohammad Alì prima dello storico match di Kinshasa contro George Foreman del 1974: «Quella volta c’erano migliaia di giornalisti che volevano intervistare Alì, ma io grazie a Gianni Minà sono riuscito ad averlo due ore faccia a faccia, tutto per me».
La dimostrazione di come non sia facile relegare per molto tempo un giornalista nei panni di uno scrittore è arrivata quando Ormezzano ha voluto rivolgere delle domande ad alcuni spettatori speciali presenti in sala: i due ciclicti Balmamion e Zilioli. Doveva essere del gruppo anche Giampiero Boniperti, un altro juventino grande amico dell’autore, ma la sua assenza è stata ben rimpiazzata da alcune simpatiche vicende che lo hanno visto come protagonista. «Boniperti? Nonostante stesse bene economicamente mi diceva che il caffè dovevo pagarglielo io perché avevo la mutua». Per non parlare della promesse mancate: «Mi ha detto che mi rilascerà un’intervista che stravolgerà la storia del calcio. Ma sono cinquant’anni che me l’ha promessa».
I rapporti di amicizia narrati con naturalezza nel libro sembrano fatti apposta per suscitare l’invidia dei giornalisti di oggi, abituati a rapporti quasi inesistenti con le celebrità del mondo dello sport. Storia di un giornalismo molto diverso, «né migliore né peggiore, solo diverso». Ma quanto diverso? Significativa è l’immagine evocata da Ormezzano di un viaggio Roma-Torino con un’auto a metano in compagnia di Livio Berruti, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma del 1960: «Trentadue anni dopo quel viaggio, Alberto Tomba mi ha detto, lamentandosi, che a causa del maltempo doveva aspettare l’arrivo di un elicottero più tecnologico per tornare a casa. In quel momento ho capito in pieno la definizione di anno luce. Cioè quello che ha separato l’auto a metano di Berruti dall’elicottero di Tomba».
La brillante carriera giornalistica dell’autore scivola via nelle 180 pagine del libro in una sequenza avvincente di situazioni degne di un romanzo: «Potevo anche non essere qui oggi. In Argentina, nel 1978, ho seriamente rischiato di finire tra i desaparecidos. Eravamo io, Nestor Rossi e Omar Sivori a Buenos Aires…».
Una vita vissuta spesso lontano dalla sua Torino, quella di Giampaolo Ormezzano, tra grandi eventi sportivi e note spese gonfiate ad hoc dal giornalista granata nel bizzarro tentativo di impedire all’avvocato Agnelli di acquistare l’ennesimo campione per l’odiata Juventus: «Quando ero a La Stampa ho mangiato molto e nei migliori ristoranti per raggiungere questo obiettivo. Ma visti i risultati non è servito».

null  -  Pagina, 08/03/2011

Turkmenistan, dove internet vale oro (Il Giornale del Friuli)

Il servizio internet più costoso del mondo? È in Turkmenistan! Questo semi-sconosciuto stato dell’Asia Centrale ha recentemente fatto registrare un vero primato da guinness: quasi 7000 dollari al mese per avere a disposizione un numero illimitato di ore di connessione ad alta velocità.
A proporre agli sfortunati abitanti del Turkmenistan questa offerta di discutibile convenienza è stata la Turkmen Telekom, compagnia che opera sul mercato delle telecomunicazioni turkmeno in regime di monopolio. Leggendo i dettagli pubblicati sul sito della società (www.online.tm), si scopre che il fornitore del servizio addebita 6821,05 dollari USA al mese per essere sempre connessi alla rete ad una velocità di 2 KB al secondo.
In un paese dove il reddito pro capite medio supera di poco i 600 dollari al mese, la proposta è rivolta esclusivamente a pochissimi individui, per lo più signori del gas, personale di ambasciate, alberghi di lusso e multinazionali, disposti a non badare a spese per godere finalmente di una connessione rapida ed efficiente. Fino ad ora infatti, accedere ad internet dal Turkmenistan è sempre stato molto complicato: una qualsiasi pagina web poteva risultare bloccata per ore per poi tornare raggiungibile dopo innumerevoli tentativi e comunque con una lentezza snervante. Il nuovo servizio di Turkmen Telekom promette di risolvere per lo meno il disagio della bassa velocità, ma ad un prezzo salatissimo per i poveri turkmeni che le statistiche descrivono ancora più avvezzi alla coltivazione del cotone piuttosto che all’hobby dell’informatica: nel 2005 solo lo 0,7% della popolazione usava internet. Tutta colpa di una dittatura soffocante che, dopo lo scioglimento dell’Urss, ha fatto ripiombare il paese in un cupo medioevo di stampo stalinista, ma in salsa kitsch.
Nel 2000, l’ex presidente Saparmurat Niyazov vietò tutti i provider privati ad eccezione della monopolista Turkmen Telekom, la quale ha sempre cercato di rendere difficile l’accesso alla rete, così da assecondare il desiderio del regime di mantenere ai minimi i livelli di penetrazione delle notizie dall’estero. Un modo come un altro per non far capire ai turkmeni che nel resto del mondo era arrivato il XXI secolo. Così mentre miliardi di persone utilizzavano già Google e la posta elettronica, Niyazov fu prodigo di leggi e dictat oltre il limite del grottesco. Cambiò nome ai giorni e ai mesi dell’anno (dedicando febbraio a sua madre), vietò l’opera in quanto non necessaria alla cultura turkmena, licenziò medici e infermieri sostituendoli con coscritti militari, costruì in palazzo di ghiaccio in pieno deserto, vietò autoradio e videogiochi e fece erigere nel centro della capitale Ashgabat una statua dorata alta 15 metri raffigurante se stesso.
Nel 2006 la morte dello spietato tiranno sembrò poter segnare l’inizio di una nuova era per il Turkmenistan. La gigantesca statua d’oro venne abbattuta e nel suo primo discorso alla nazione il nuovo presidente, Kurbanguli Berdymukhamedov, promise al popolo maggiori libertà individuali a cominciare proprio dal libero accesso alla rete. Nel centro della capitale vennero anche inaugurati due internet-point. Effimere chimere di progresso che ingannarono più i media internazionali che i disincantati cittadini centro-asiatici. Ben presto dei soldati vennero incaricati di sorvegliare i computer, pronti ad arrestare chiunque si fosse collegato a siti non graditi al regime. Oltre il danno la beffa, visto che anche l’inquietante statua del dittatore tornò a vegliare sui giorni tristi di Ashgabat: ne costruirono semplicemente una addirittura più gigantesca.
Nel 2008 la Cina, nazione maestra di censura, insegnò ai servizi di sicurezza del Turkmenistan come bloccare le pagine non gradite, rallentando terribilmente la navigazione allo scopo di contrastare lo scambio di informazioni tra i dissidenti in esilio e la popolazione locale. Qualche residente delle zone di confine con l’Uzbekistan provò a utilizzare sim straniere per le sue connessioni. Per un po’ il trucco funzionò, poi la polizia segreta se ne accorse e come al solito arrestò i trasgressori.
Attualmente soltanto l’1% dei quasi sette milioni di cittadini turkmeni sa cos’è un browser e la tariffa supercostosa di Turkmen Telekom non va certo nella direzione giusta per permettere al paese di aprirsi finalmente al mondo. Tuttavia, un’alternativa per essere ugualmente online c’è. Spulciando tra le offerte della compagnia si trova anche un abbonamento a basso costo: appena 43 dollari, ma per soli due gigabyte di traffico al mese e per di più a bassissima velocità. Così più che navigare, i turkmeni si limitano ad annaspare nel grande mare del web. Provano a rimanere a galla tra le onde della censura, che in Turkmenistan sembra una tempesta infinita che nemmeno la modernità è riuscita ancora a placare.

null  Il Giornale del Friuli, 05/03/2011

Tiberio e Fulvia: il Campione e la Miss di Raiuno

mitttttDomenica e luendì prossimo andrà in onda su Raiuno Il campione e la Miss, fiction ambientata negli anni ’50 e ispirata alla storia d’amore tra il campione di boxe Tiberio Mitri e la bella miss Italia 1948, Fulvia Franco. Di loro avevo già scritto qui.
Il ruolo di Mitri sarà interpretato da Luca Argentero, mentre Martina Stella sarà la Franco. Non ho idea come verrà raccontata la storia e se ci saranno oppure no le grossolane storpiature, camuffate da necessari adattamenti cinematografici, alle quali Rai Fiction ci ha abituato (vedi Il campione e il bandito con Beppe Fiorello).
Per ora l’unica cosa sicura sono le polemiche che rischiano di bloccare la messa in onda. Sembra  infatti che gli eredi del Campione e della Miss non siano soddisfatti del ritratto di Miss Italia ’48 venuto fuori dalla pellicola di RaiUno. Staremo a vedere.
Nella realtà Tiberio e Fulvia erano entrambi belli, famosi e… triestini. Due personaggi che sembravano fatti apposta per far sognare l’Italia devastata del secondo depoguerra.
Si sposarono nel 1949, quando per entrambi tutto sembrava facile: lei sognava Hollywood, lui il titolo mondiale dei pesi medi. Sogni destinati a rimanere tali. Si lasciarono nel 1954 dopo continui litigi, ma a quanto si dice non divorziarono mai formalmente. 
Insomma, una bella storia d’amore finita male. Eppure il giorno delle loro nozze qualcuno l’aveva predetto: “Due celebrità sotto lo stesso tetto staranno strette…”.


Aggiornamento del 6 marzo 2011:

A seguito delle indicazioni della Direzione Affari legali della Rai, Rai1, in previsione di un atto giudiziario inibitorio, ha deciso di sospendere cautelativamente  la messa in onda della fiction “Tiberio Mitri – il Campione e la Miss” in programma domenica e lunedì prossimi“. 

Azerbaijan: Inseguendo l’ombra del terrorismo (EaST Journal)

Pericolo imminente nel Caucaso. L’ambasciata degli Stati Uniti a Baku ha recentemente ribadito il timore per un potenziale attacco terroristico in Azerbaijan, già espresso in un comunicato ufficiale del 29 gennaio scorso. “La minaccia resta grave” recita un avviso del Dipartimento di Stato americano. Sulla base delle informazioni raccolte su possibili azioni terroristiche, ai cittadini degli Stati Uniti presenti in Azerbaigian viene chiesto di “rimanere vigili, in particolare nei luoghi pubblici connessi con la comunità occidentale”, e  di variare i propri itinerari in modo da mantenere “un programma giornaliero imprevedibile”.
La conferma che l’ombra del fondamentalismo islamico si aggiri per le strade di Baku arriva da Israele. Prima di chiudere l’ambasciata per qualche giorno a causa di non meglio precisate “ragioni tecniche”, le autorità di Tel Aviv hanno consigliato ai propri cittadini di non recarsi in Azerbaijan.
In risposta alle preoccupazioni straniere è arrivata una dichiarazione, tutt’altro che rassicurante, del ministero degli Interni azero, il quale ha osservato in una nota che “nessun paese è al sicuro contro il terrorismo”.
Al momento l’Ambasciata d’Italia a Baku non ha pubblicato online nessun comunicato riguardante la sicurezza dei cittadini italiani presenti nel paese. L’ultimo avviso risale al 4 febbraio,  ma riguarda l’approvazione della legge che ha introdotto il divieto di indossare il velo nelle scuole pubbliche. Il contestato provvedimento del governo ha scatenato manifestazioni di protesta da parte dei gruppi religiosi islamici in tutto l’Azerbaijan. “Anche se, in generale, la situazione  di sicurezza nel Paese è soddisfacente”, si legge su ambbaku.esteri.it,  “si consiglia  di evitare le zone interessate da eventuali manifestazioni e di adottare la massima cautela nella frequentazione di raduni religiosi”.
In altre parole anche gli italiani devono stare molto attenti.  Le indicazioni dell’ambasciata di Baku bisogna saperle interpretare.

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null  -   EaST Journal, 04/03/2011