
Dov’è finita la lapide di Cianito? A Borgo Vittoria, storico quartiere operaio della periferia di Torino, se lo domandano in molti. La targa marmorea in ricordo del vice comandante partigiano Luciano Torre, noto come Cianito, era stata apposta nel dopoguerra sulla parete perimetrale della stazione Dora di piazza Baldissera, uno dei punti cruciali nella lotta di liberazione della città dal nazifascismo. È rimasta lì per decenni, fino a quando il Comune ha deciso di rimuoverla per abbattere l’edificio. Operazione già iniziata sabato scorso allo scopo di far posto nel 2012 a una stazione della metropolitana. È uno dei prezzi da pagare a quella Torino “che non sta mai ferma” e che in questo caso non riesce a risparmiare nemmeno i centocinquantadue anni e le mille storie che hanno visto protagonista lo snodo ferroviario più antico della città. Una di queste storie è certamente conservata nella lapide scomparsa di Cianito, un ragazzo torinese che quando morì tragicamente nel 1945 aveva soltanto 22 anni.
Una fotografia in bianco e nero conservata sul sito dell’ANPI ci mostra il suo volto: sguardo deciso, fronte alta e una folta chioma di capelli bruni pettinati all’indietro.

Luciano Torre era un paracadutista che dopo lo sbandamento dell’8 settembre 1943, decise di diventare partigiano e di combattere per la libertà dell’Italia dal nazifascismo. Si impegnò nella propaganda clandestina contro il regime di Mussolini, lavorando negli stabilimenti cinematografici Fert di corso Lombardia. Successivamente, per sfuggire ai fascisti che gli davano la caccia, si rifugiò in Val Susa, dove si distinse per il coraggio dimostrato nei combattimenti contro le forze tedesche. Fu così che per tutti divenne Cianito, il suo nome di battaglia.
Nei lunghissimi giorni che precedettero la liberazione di Torino, Luciano Torre si trovò a operare nei pressi della stazione Dora, come vicecomandante della 17ª Brigata Garibaldi. «In Borgo Vittoria gli scontri tra partigiani e nazifascisti furono violentissimi», ricorda la signora Anna C., oggi ottantatreenne, residente all’epoca dei fatti in via Vittoria 24, «da via Chiesa Della Salute fino alla stazione Dora correvano fiumi di sangue». Era il sangue dei tredici soldati tedeschi uccisi durante i furiosi combattimenti per la conquista del quartiere, ma anche quello dei partigiani che li fronteggiarono a viso aperto come Cianito.
Il 26 aprile 1945 i combattenti delle Squadre di Azione Patriottica presero il controllo della stazione Dora, mentre altri patrioti si stabilirono a difesa delle Officine Savigliano di corso Mortara e della Elli Zerboni di corso Venezia. Dopo un primo fallito contrattacco dei nazifascisti, il 27 aprile alcuni carri armati Tiger raggiunsero il piazzale antistante la stazione, sparando raffiche di mitra contro le fabbriche occupate. Furono le ultime ore di sofferenza prima della completa insurrezione del borgo, grazie all’azione congiunta delle brigate partigiane supportate dall’artiglieria pesante arrivata a dar man forte dalle valli.
«Finalmente scendemmo in strada», ricorda ancora la signora Anna, «i partigiani, tutti con la barba lunga, percorsero a piedi via Chiesa della Salute, mentre noi ragazze li salutavamo tenendo un nastro rosso tra i capelli».
Cianito tutto questo non lo vide mai. Uno dei proiettili sparati dai Tiger lo raggiunse durante la battaglia per difendere l’importantissimo scalo di piazza Baldissera, uccidendolo solo poche ore prima della vittoria finale.
Nel dopoguerra, quando la città volle apporre delle lapidi per commemorare gli uomini che caddero per la sua liberazione, una di queste toccò anche a lui, Cianito. È la stessa che fino a poco tempo fa ha ricordato il suo sacrificio e quello dei suoi compagni Serra e Mulatero, sul muro della stazione Dora.
«Non sappiamo dove abbiano messo quella lapide, ma deve tornare al suo posto» protestano in Borgo Vittoria, ma intanto il Comune non ha ancora reso noto se e dove essa verrà ripristinata. Così sulla memoria di Cianito continua a incombere il rischio dell’oblio. Un altro triste scherzo del destino per il giovane partigiano che sfiorò soltanto quella libertà che aveva tanto sognato, e per la quale aveva tanto combattuto.
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