Torino, 26 aprile 2011 – Piero Fassino, candidato sindaco di Torino del centrosinistra, al circolo De Angelis di via Foligno.
Qui il mio articolo.





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Torino, 26 aprile 2011 – Piero Fassino, candidato sindaco di Torino del centrosinistra, al circolo De Angelis di via Foligno.
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Devo scrivere un pezzo sui cento anni dalla morte di Emilio Salgari, il celebre scrittore di romanzi d’avventura che si suicidò proprio qui a Torino il 25 aprile del 1911. Decido così di provare a ricostruire quel giorno partendo dalla sua ultima dimora torinese, situata nella zona di Madonna del Pilone, vicino al lungopo.
Parcheggio la macchina davanti alla biglietteria del motovelodromo dedicato a Fausto Coppi e mi incammino a piedi lungo corso Casale, in direzione di Superga.
Il cielo è velato e promette pioggia.
Sono affascinato dalla struttura del motovelodromo. Sa molto di retrò e infatti non per niente ci fanno i mercatini dell’antiquariato. Salgari però non lo vide mai perché venne inaugurato solo nel 1920, 9 anni dopo la morte dello scrittore.
Sto cercando un indirizzo preciso: corso Casale 205. Emilio Salgari abitava lì, in quella che un cronista dell’epoca descriveva come una villetta a forma di piccolo castello. Mi suona strano. Non era morto povero questo Salgari?
Proseguo il mio giro camminando sul marciapiede che si trova sulla parte opposta al gradevole parco che costeggia il corso del Po. Madonna del Pilone è una bella zona. Sembra un paese con le sue belle botteghine e si respira aria di campagna. Si vedono bei condomini, ville e addirittura case rurali dove razzolano disinvolte le galline. Incredibile!
Nel 1911 poi, corso Casale non doveva essere certo trafficato come oggi. Solo ogni tanto doveva passarci qualche carrozza e molto più raramente un corteo funebre diretto alle cripte reali di Superga.
Attraverso la strada per comprarmi un gelato e per un attimo credo di aver raggiunto la mia meta. Vedo infatti una villetta a forma di castello, ma il numero non corrisponde affatto quello che sto cercando. Quando arrivo finalmente al civico 205 ho la conferma ai miei dubbi: non c’è nessuna villetta. C’è invece un caseggiato d’epoca modesto, bianco, a due piani e con sotto ad una finestra una lapide che dice:
Fra queste mura EMILIO SALGARI
visse in onorata povertà
popolando il mondo di personaggi
nati dalla sua inesauribile fantasia
fedeli ad un cavalleresco ideale
di lealtà e di coraggio
perchè gli italiani non dimentichino
la sua genialità avventurosa
il suo doloroso calvario
la rivista “Italia sul mare”
questo ricordo pose.
Ripenso all’anonimo cronista che il 26 aprile 1911 ricostruì il suicidio di Salgari e per l’occasione gli regalò la residenza in una lussuosa dimora che non aveva. Chissà poi perché… “Emilio Salgari si è ucciso a colpi di rasoio”, era il titolo dell’articolo, mentre la prima pagina di quel giorno era dedicata alla visita dei reali di Svezia a Roma.
L’uomo che cento anni fa uscì dal portone che ho di fronte ora non assomigliava per nulla al Sandokan interpretato da Kabir Bedi. Era basso, cicciottello, con un paio di imponenti baffoni da uomo di inizio secolo.
La vita fu strana per Salgari. A diffierenza di molti scrittori riuscì ad assaporare la sua gloria ma mai a goderne. Scrisse come uno schiavo per arricchire i suoi editori che in cambio non gli lasciarono che le bricciole.
Scriveva, scriveva, scriveva. Quando si riposava era per recarsi in biblioteca. Ma quale biblioteca? Mi guardo attorno e non ne vedo nemmeno una. Cerco di immaginarmi quando in questa parte di città non era ancora arrivato il minimo cenno di modernità. Salgari aveva deciso di viverci per allontarasi da tutti, specie dalla Torino salottiera. Il posto se l’era scelto bene, devo ammetterlo. Stando semplicemente qui, seduto al suo tavolo, ogni giorno creava le avventure della Tigre della Malesia e del Corsaro Nero. Poi arrivò quel giorno…
Emilio Salgari uscì di casa vestito da signore, come al solito, perché una volta anche i poveri tenevano al proprio decoro. Chissà, forse incontrò qualcuno che lo salutò: “Salve Cavaliere!”. Nessuno avrebbe sospettato che lo scrittore avesse appena messo il suo ultimo punto e fosse uscito con un rasoio in tasca con l’intenzione di farla finita.
Perché si suicidò? Per via dei soldi, certo. Sempre troppo pochi. E poi c’era il dispiacere per la sorte di Ida, sua moglie, che era stato costretto a rinchiudere in manicomio. Forse si sentiva troppo solo, raggirato dagli editori. Uno stupido? No, solo un “vinto”, come lui stesso si definì nella sua ultima lettera.
Si incamminò per un sentiero di collina isolato, la strada del Lauro. Da lì entrò in un bosco di proprietà dei Rey, una famiglia di commercianti di origine francese che aveva fatto fortuna a Torino con il commercio di tessuti. Esiste ancora villa Rey… Nessuno sa quanto ci pensò, se esitò, se pianse. Quando lo trovarono grazie all’allarme dato da una lavandaia del borgo, il sole stava quasi tramontando: era a terra con il ventre e la gola squarciati. Il rasoio lo teneva ancora in mano.
Anche adesso si sta avvicinando l’ora del tramonto e vista da qui, per la prima volta, la collina mi sembra assomigliare un po’ all’esotica Mompracem.
… sur “La Méduse”.
Sembrava un guerriero d’altri tempi ed è morto nell’unico modo possibile per uno come lui: combattendo fino alla fine. Abdullo Rakhimov, meglio noto come Mullo Abdullo, comandante della milizia mussulmana attiva in Tagikistan, è rimasto ucciso in un raid delle forze governative lo scorso 15 aprile. L’operazione militare, condotta in grande stile dal governo tagiko con aerei e veicoli corazzati, ha portato anche all’uccisione di altri dieci mujaheddin, tra cui una donna non ancora identificata.
Nato a Kamongaroni Poyen, piccolo villaggio vicino alla capitale tagika Dushanbe, Mullo Abdullo aveva 61 anni. Era un combattente esperto, uno dei più importanti e discussi comandanti delle milizie islamiche ribelli. Un terrorista simile a Bin Laden secondo il presidente tagiko Emomali Rakhmon, sulla cui testa pendeva da dieci anni un mandato di cattura internazionale, un eroe per gli abitanti dei villaggi d’alta quota delle montagne del Pamir.
Dopo la fine della sanguinosa guerra civile tagika, che dal 1992 al 1997 vide scontrarsi i ribelli dell’Opposizione Unita Tagika con l’esercito del presidente Rakhmon, Mullo Abdullo fu tra i pochi che in nome dell’islam si rifiutò di deporre le armi. Dal 2000 al 2009 si rifugiò in Afghanistan, combattendo al fianco dei talebani fino a quando nel 2010 i servizi di sicurezza hanno segnalato il suo ritorno in Tagikistan. Proprio ai suoi uomini è stata attribuita la responsabilità nell’agguato del 19 settembre 2010 ai danni di un convoglio militare, costato 28 morti tra soldati ed ufficiali dell’esercito tagiko. Come un Butch Cassidy in salsa centroasiatica, ramingo tra valli e altopiani, Mullo Abdullo era braccato da sette mesi dalle forze filo-governative. Hanno aspettato l’arrivo della primavera e l’hanno scovato, solo grazie alla soffiata di un traditore, nell’unico luogo in cui un mujaheddin di quelle terre possa pensare di nascondersi: la Valle Rasht, remota zona montuosa a circa 200 km ad est di Dushanbe.
Secondo la tv di stato tagika i ribelli mussulmani erano in possesso di un gran numero di armi ed esplosivi, oltre che di mappe dettagliate di alcuni edifici di Dushanbe che sarebbero potuti divenire bersaglio di attacchi terroristici. Nessuno dei membri del gruppo facente capo ad Abdullo è stato catturato vivo; asserragliati in una grotta, hanno opposto fino alla fine una «resistenza selvaggia».

Origini della resistenza islamica in Asia Centrale
L’eliminazione di Mullo Adbullo non riesce in ogni caso a tranquillizzare del tutto il presidente Rakhmon, sempre alle prese con la fragilità di uno stato artificioso, il più povero tra quelli post-sovietici dell’Asia Centrale. Ampie zone del Paese sono ancora sotto il controllo dei ribelli mussulmani, la cui strenue resistenza contro il governo affonda le radici in tempi molto lontani, ben prima della lotta internazionale al terrorismo islamico iniziata l’11 settembre 2001 e sfruttata abilmente da Rakhmon come cavallo di battaglia per la sua permanenza al potere. Per trovarne le origini bisogna tornare indietro al 1916, al sogno di un grande stato islamico indipendente nell’Asia Centrale chiamato Turkestan incarnato dai bassmacci mussulmani (nome che deriva dal russo “baskinji”, cioè banditi), che si opposero al dominio dell’impero russo sulle loro terre. Inizialmente appoggiati dai bolscevichi di Lenin, divennero ben presto un pericolo anche per il nascente stato sovietico. Guidati dal leggendario Sultan Galiev, i bassmacci subirono violenze e massacri ma continuarono a guerreggiare sui monti del Pamir fino a quando nel 1931 la loro rivolta venne domata da Stalin. Il Turkestan venne quindi diviso in cinque repubbliche tra cui il Tagikistan, nel tentativo in parte riuscito di creare spaccature e rancori tra i popoli centroasiatici.
Tuttavia, nemmeno l’implacabile repressione dell’Uomo d’Acciaio georgiano riuscì mai a piegare del tutto lo spirito ribelle dei bassmacci. Seguendo una strategia che ricorda molto il detto di Cosa Nostra “calati juncu ca passa la china”, i guerrieri islamici tornarono sempre a colpire nei pochi momenti in cui l’Unione Sovietica mostrò dei segni di debolezza: alla morte di Stalin e all’inizio della perestrojka di Gorbaciev.
Infine, il crollo dell’Urss e la nascita delle repubbliche indipendenti dell’Asia Centrale coincise con il definitivo ritorno armato dell’islam, soprattutto nei villaggi più isolati dove il mito dei bassmacci è sopravvissuto persino all’indottrinamento comunista. I loro eredi presero parte alla guerra civile tagika e ancora oggi, resi potenti dal controllo del narcotraffico che ha origine dalle piantagioni di oppio afghane, rappresentano una spina nel fianco del governo locale. Il sogno del Turkestan è lontano ma c’è da credere che tra le montagne del Tagikistan un altro mujaheddin abbia già preso il posto di Mullo Abdullo, lo stesso che un tempo fu di Sultan Galiev. La storia insegna e Emomali Rakhmon non fa certo paura quanto Stalin.
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La prima cosa che ho pensato appena ho saputo della sentenza sul rogo della Thyssen è stata che l’Italia, a volte, sa ancora essere un bel Paese in cui vivere. Succede di rado ultimamente, d’accordo, ma ieri sera è stato così: il pubblico ministero aveva chiesto la condanna dei manager del più importante colosso siderurgico d’Europa per omicidio volontario e l’ha ottenuta.
Una sentenza che farà storia, una “svolta epocale” si è detto, ma forse sarebbe meglio sperare semplicemente che questo verdetto serva a riaffermare una volta per tutte la linea di condotta della buona giustizia italiana, quella che all’occorrenza sa difendere i deboli e punire i potenti. Quella che non si misura dal conto in banca degli imputati.
Nel processo Thyssen la legge è stata davvero UGUALE PER TUTTI, nonostante i supporto dei grandi avvocati che hanno difeso l’ad Esphenhahn e le manovre della multinazionale tedesca per uscire indenne da questo procedimento.
Forse c’eravamo dimenticati che quella scritta bellissima, solenne, ripetuta in tutti i tribunali italiani avesse ancora un reale significato. Così c’è voluta la storia triste del sacrificio sconfinato, impagabile, di sette operai torinesi per ricordarcelo. ”Giustizia”, non deve essere solo una bella parola.
[foto La Stampa]
Di fronte al tribunale di Torino è pronto un banchetto con pizza e acqua minerale. Nel giorno dell’udienza finale del processo sul rogo della Thyssen Krupp, la parola d’ordine per familiari e colleghi delle vittime è “aspettare”. La lettura della sentenza della Corte D’Assise è prevista per le 21 ma molti di loro sono fuori dal palazzo di giustizia già dalle 9 di questa mattina. Stanno fermi con le braccia conserte sotto alle bandiere rosse della Federazione della Sinistra e della Confederazione Unitaria di Base, oppure passeggiano su e giù per il marciapiede di via Giovanni Falcone, sfiorati dal viavai di avvocati con le cartelle di cuoio.
Sono passati tre anni e mezzo dalla notte del 6 dicembre 2007, quando la linea 5 della stabilimento Thyssen di corso Regina Margherita si trasformò all’improvviso nella trasposizione terrena dell’inferno. Un fiume di olio bollente in pressione travolse sette operai, i cui volti sono oggi riprodotti in fila in uno striscione bianco appeso accanto all’ingresso del tribunale. C’è Giuseppe De Masi, il più giovane tra le vittime, accanto a Rosario Rodinò che quel giorno maledetto aveva appena 26 anni, poi tutti gli altri.
Mancano ancora molte ore al verdetto, ma sembra che ogni minuto che passa l’atmosfera si faccia più tesa. La voce di un megafono racconta una delle tante storie di lavoro e sofferenza nelle fabbriche italiane, poi se la prende con «i padroni assassini della Thyssen». Si riferisce a Harald Espenhahm, amministratore delegato della società tedesca, per cui i PM hanno chiesto la condanna a 16 anni di carcere per omicidio doloso con dolo eventuale. Gli altri presunti responsabili di quella che viene ricordata come la più grave tragedia sul lavoro italiana sono Gerard Priegnitz, Marco Pucci, Raffaele Salerno e Daniele Moroni, a cui oltre all’omicidio colposo sono stati contestati i reati di incendio e omissione dolosa delle cautele antinfortunistiche.
Il cielo di Torino si copre di nuvole nere. Forse pioverà. Il tempo sembra non passare mai, ma è solo un’impressione e la gente davanti al tribunale lo sa. Hanno atteso 94 udienze prima di vivere questa lunga attesa.
“Vedere una volta è meglio che sentire cento volte”, recita un vecchio proverbio turkmeno. Una frase calzante per spiegare l’indole del Turkmenistan, paese centrasiatico austero e rigoroso, dove si preferiscono di gran lunga i fatti alle parole. C’è da prenderli sul serio i turkmeni, specialmente ora che hanno deciso di dire la loro nella annosa questione riguardante il controllo dei giacimenti energetici del mar Caspio. La notizia, decisamente passata in sordina, è che il governo di Ashgabat stia tranquillamente costituendo una sua flotta militare in grado di tutelare i suoi interessi economici nel lago salato più grande del mondo.
Dopo la firma del presidente del Turkmenistan, generale Gurbanguly Berdimuhamedov, di un decreto per la creazione di una accademia navale sotto il controllo del Ministero della Difesa, è arrivato nei giorni scorsi anche l’annuncio di un ordine di 55 milioni di euro per la fornitura alcune motovedette di nuova generazione. Due delle barche, costruite nei cantieri navali della società turca Dearsan, sarebbero già state consegnate e secondo quanto riportato da Eurasianet.org, anche un’azienda italiana sarebbe coinvolta nell’affare. E’ la Oto Melara, società del gruppo Finmeccanica specializzata nella produzione di artiglierie navali di piccolo e medio calibro che, secondo il sito, avrebbe fornito i cannoni da 40 millimetri montati sulla parte anteriore dei nuovissimi scafi turkmeni. In questo modo anche l’Italia si inserisce, anche se indirettamente, nella disputa per il controllo del petrolio e del gas naturale presente nel sottosuolo del Caspio. Una questione complessa che interessa il Turkmenistan ed altri quattro stati (Russia, Iran, Azerbaigian e Kazakistan), con il rischio di uno scontro militare costantemente dietro l’angolo, e che stagna sui tavoli diplomatici da ormai vent’anni.
Prima del 1991 il controllo del Mar Caspio era regolato dagli accordi stipulati tra gli unici due stati rivieraschi dell’epoca, l’Unione Sovietica e l’Iran, i quali prevedevano lo sfruttamento congiunto delle fonti energetiche presenti nel sottosuolo. In seguito, l’emergere di interessi divergenti tra i cinque nuovi stati nati dopo lo scioglimento dell’Urss, ha segnato l’inizio di un’aspra contesa sul regime di condominio delle acque. Uno scontro arrivato fino al punto di non trovare un accordo nemmeno sullo status giuridico del Caspio: lago o mare?
Il chiarimento definitivo di quest’ultima questione non rappresenta affatto un punto secondario come invece si potrebbe essere portati a pensare.
Russia ed Iran, che nell’area occupano la posizione territorialmente più marginale, hanno da sempre l’interesse che il Caspio rimanga un lago, così che la distribuzione delle riserve energetiche continui a rimanere equa. Per contro, gli altri stati ex-Sovietici vorrebbero che al grande specchio d’acqua venisse attribuito lo status di mare, sottoponendo in questo modo il Caspio alla convenzione Onu del 1982 che attribuisce la rilevanza territoriale a seconda dell’estensione costiera di ogni paese.
Il Turkmenistan, che dispone di 2,67 trilioni di metri cubi di gas naturale (pari all’1,5% delle riserve mondiali), ha espresso negli anni passati una posizione piuttosto confusa sul regime legale da dare al Mar Caspio. Dapprima favorevole alla condivisione delle ricchezze del sottosuolo, il governo del generale Berdimuhamedov è divenuto successivamente sostenitore della suddivisione delle acque. Un cambio di rotta che si spiega con la crescente preoccupazione di un paese sull’orlo della bancarotta che oggi avverte come una necessità vitale la risoluzione di una disputa che gli garantirebbe la sopravvivenza politica ed economica. Ma a contrastare le ambizioni di Ashgabat è soprattutto il Cremlino. Quella Russia-matrigna che ha tutto l’interesse di sospendere ogni trattativa sulla ridistribuzione dei confini per salvaguardare i suoi interessi economici e geopolitici.
Come se non bastasse, a far salite ulteriormente la tensione sulle rive del Caspio ci sono i rapporti storicamente tesi tra Turkmenistan e Azerbaigian sullo sfruttamento, all’interno di quello che dovrebbe essere il futuro confine marino turkmeno, dell’area che circonda il ricco giacimento di Kyapaz-Serdar.
Fattori che, nonostante le rassicuranti dichiarazioni del consiglio di sicurezza turkmeno sull’impiego delle nuove motovedette per la “protezione affidabile delle frontiere marittime e per la lotta efficace contro contrabbandieri, terroristi e di altri elementi criminali”, non cancellano del tutto il sospetto che il Paese abbia iniziato a muovere le sue pedine per poter affermare con più decisione i suoi diritti.
In questo scenario di latente tensione il primo proiettile della futura guerra del Caspio potrebbe essere sparato da un cannone made in Italy. Proprio uno di quelli che alcune foto mostrano montati sulle barche nuove di zecca consegnate ad Ashgabat.
“Vedere una volta è meglio che sentire cento volte”, dice quel detto turkmeno…
Cinquant’anni fa, il 12 aprile del 1961, il cosmonauta sovietico Yuri Gagarin divenne il primo uomo a compiere un viaggio nello spazio.
Nell’edizione di oggi, La Stampa di Torino ricorda qull’evento con un articolo dedicato ai fratelli torinesi Achille e Giovanni Judica Cordiglia, all’epoca giovani radioamatori che riuscirono nell’impresa di captare la voce di Gagarin in orbita nello spazio, prima dell’annuncio ufficiale di Mosca.
Circa otto anni fa ebbi l’occasione di conoscere personalmente uno di loro. Ricordo il signor Judica Cordiglia come un uomo simpatico e cordiale che, a dire il vero, socializzò prima con Benny ( il pechinese di mia madre) che con me.
Allora non sapevo nulla del suo passato di radioamatore e soltanto qualche tempo dopo, vedendolo tra gli ospiti di una trasmissione televisiva, scoprì che nei primi anni ‘60 lui e suo fratello erano stati dei pionieri dell’ascolto spaziale. Con un ricevitore un po’ artigianale ma molto efficiente, riuscirono a captare i segnali e le voci provenienti dalle capsule dei primi cosmonauti mandati in orbita da sovietici e americani. Si trattava di tentativi segretissimi, spesso finiti tragicamente, effettuati prima di quello di Gagarin.
Per anni infatti venne tenuta nascosta la verità sulla sorte toccata a quegli astronauti che non riuscirono a fare ritorno sulla Terra. Uomini utilizzati come dei veri e propri agnelli sacrificali nella corsa spasmodica delle due superpotenze per la conquista dello spazio, al pari della cagnetta Laika.
In uno di questi voli morì una donna rimasta senza nome: la cosmonauta sovietica che aprì la strada a Valentina Tereskhova. Mentre nel novembre del 1960, sempre i due straordinari radioamatori torinesi, captarono il rantolo disperato di un astronauta russo prossimo alla fine, probabilmente a causa di un problema di depressurizzazione della sua rudimentale capsula spaziale.
Come ovvio, a causa di tutto ciò che ascoltarono e registrarono sui nastri magnetici, i fratelli Judica Cordiglia si tirarono addosso le ire di Mosca. Un generale sovietico li definì addirittura dei “banditi dello spazio, schiavi del bieco imperialismo americano”.
Grazie a loro oggi sappiamo con certezza che Gagarin fu senza dubbio il primo uomo nello spazio… a tornare sano e salvo sulla Terra.

Così da giorni la maxi tendopoli è in fase di empasse. Ufficialmente è tutto fermo, in attesa che domani a Roma una riunione della cosiddetta cabina di regia sblocchi la situazione, siglando un accordo sull’accoglienza tra tutte le regioni. Tuttavia tutto porta a pensare che i giochi siano fatti e che il destino dell’Arena Rock sia stato deciso. Al di là del muro perimetrale sono già state piazzate lunghe file di tende blu con lo stemma della protezione civile per ospitare 2400 persone, con buona pace dei residenti della zona che nei giorni scorsi si sono mobilitati con una raccolta di firme per opporsi alla tendopoli. Perché dalla parte opposta di corso Ferrara, a due passi dall’area della Continassa, c’è infatti la difficile realtà del quartiere Vallette, che dopo il carcere, la centrale di trasformazione dell’energia, il campo nomadi e il parcheggio per giostrai, pensa di aver già collaborato abbastanza a risolvere le problematiche della città.
«Non vorrei che l’Arena Rock venisse trasformata in un CIE per migliaia di persone, sarebbe una soluzione fuori dal mondo» ha dichiarato ancora Roberto Cota, gettando ulteriore benzina sul fuoco.
Si sono organizzati sul web per portare sulle rive del Caspio il seme della rivolta che infiamma i Paesi arabi. Alcuni dissidenti fuggiti all’estero dall’Azerbaijan si sono serviti di Facebook per mobilitare centinaia di persone contro il regime della famiglia Aliyev.
Nato inizialmente come forma di protesta virtuale, il gruppo è riuscito ad organizzare a Baku una manifestazione antigovernativa senza precedenti. L’hanno chiamata la “Grande Giornata del Popolo” e sono scesi in piazza l’11 marzo, data che ha segnato un mese esatto da quando le dimostrazioni pubbliche in Egitto hanno spodestato Hosni Mubarak. Un simbolo per indicare le tutto ciò che accomuna l’insurrezione egiziana con la voglia di libertà dell’Azerbaijan. Anche i rivoltosi di Baku sono per lo più giovani di buona cultura, esasperati dalla povertà e dalla repressione politica e religiosa. Sanno usare Facebook, Twitter e Youtube. Soprattutto, sanno che il loro paese è ricco di risorse energetiche e povero di libertà.
Dopo aver ottenuto l’indipendenza, lo sviluppo democratico dell’Azerbaijan è stato fortemente condizionato dalla corruzione diffusa e dai brogli elettorali che hanno consolidato sempre di più il potere dell’ex segretario del partito comunista azero Heydar Aliyev, alla cui morte è succeduto nel 2003 il figlio Ilham. Una solida autarchia ereditaria, che teme di essere messa in crisi dall’onda lunga dei tumulti scoppiati sulle coste del Mediterraneo, spinti fino in Caucaso dall’incessante tam tam dei social network.
Annunciando la loro presenza al corteo di Baku, circa 4000 utenti di Facebook hanno segnalato con un click la loro intenzione di “porre fine al regime dittatoriale”. Solo degli “avventurieri stranieri”, secondo il ministero degli Interni azero, “che cercano di approfittare degli eventi del Nord Africa, ma che dimenticano la capacità dei giovani azeri di non essere ingannati da questi squilibrati”.
Eppure le immagini girate con i telefonini dai manifestanti documentano una buona partecipazione di popolo repressa con la forza dalla polizia. Il bilancio finale è stato di 43 giovani arrestati e di decine di feriti tra cui un fotografo di Radio Free Europe, colpito in faccia e nello stomaco dagli uomini in uniforme per impedirgli di scattare immagini della protesta.
Dai controlli effettuati in carcere è emerso che la maggior parte dei giovani fermati non ha mai militato in nessun partito politico. La battaglia degli azeri contro la tirannia di Aliyev è appena cominciata.