Somalia: le navi dei veleni, una ferita ancora aperta (Ecoinchiesta)

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Risultati agghiaccianti quelli emersi dalla relazione finale sul pericolo di tossicità lungo le coste della Somalia. Lo studio, il primo promosso dal governo di Mogadiscio dall’inizio della crisi politica che affligge il paese dal 1991, è stato illustrato la scorsa settimana dal direttore generale del ministero dell’Aviazione e dei Trasporti, Mohammed O. Ali, confermando tutti i timori della comunità internazionale per le tonnellate di rifiuti tossici scaricati illegalmente negli scorsi decenni.
Centinaia di bidoni d’acciaio pieni di scorie pericolose sono stati gettati in mare o sotterrati sulle spiagge della Somalia da aziende occidentali con la compiacenza dei governi, in quella che era una pratica molto diffusa. Soldi o armi in cambio del permesso di scaricare indiscriminatamente sostanze altamente inquinanti.
Questo succedeva nella Somalia del dittatore Ali Mahdi Mohamed, meta preferita di molte navi dei veleni. Approfittando del caos generato degli scontri per cacciare il generale Farah Aideed, gli europei (ed in prima fila l’Italia) si sbarazzavano per soli 8 dollari la tonnellata rifiuti speciali il cui costo di smaltimento in Europa sarebbe potuto arrivare fino a 1000 dollari. Un crimine che avrebbe potuto rimanere in buona parte nascosto se lo tsunami del 2004 non fosse arrivato a flagellare anche la Somalia, portando alla luce le tracce di questa catastrofe ecologica.

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null - 28/05/2011, Ecoinchiesta

Genova, il container radioattivo dimenticato da 10 mesi (Ecoinchiesta)

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«Il container radioattivo? È ancora presente sul nostro territorio», mi scrivono sconsolati da Prà, il quartiere della zona ovest di Genova che da oltre dieci mesi sta convivendo con un ospite scomodo: un carico di cobalto-60 di cui non si sa quasi nulla. Non si sa chi l’ha spedito, non si sa a chi era destinato e soprattutto non si sa a che cosa dovesse servire.
Era il 14 luglio 2010 quando da una nave blu, la MSC Malaga, veniva sbarcato nel porto di Genova il misterioso container con all’interno la pericolosa sostanza radioattiva. Il suo lungo viaggio era iniziato nel mese di giugno dalla città di Ajiman, negli Emirati Arabi, da dove qualcuno aveva spedito in Iran una partita di materiali ferrosi e rame, utili per schermare la presenza nel carico di un isotopo radioattivo altamente tossico come il cobalto-60. Destinazione ufficiale: Alessandria, Italia.
Il container, partito via mare dal porto di Jeddah, giungeva in Italia il 13 luglio. Stranamente, la sosta tecnica nel terminal di Gioia Tauro non faceva ravvisare nessuna anomalia, permettendo così al carico di arrivare tranquillamente fino a Genova.

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null - Ecoinchiesta, 25/05/2011

Il Tar non decide sui treni con le scorie (Pagina)

GColpo di scena nella vicenda dei trasporti nucleari in Piemonte. Il TAR ha dichiarato la non competenza territoriale, passando il fascicolo al tribunale di  Roma. Il ricorso era stato promosso da Movimento 5 Stelle, Pro Natura e comune  di Villar Fiocchiardo per le presunte irregolarità nell’applicazione di alcune  direttive europee e di una legge regionale che renderebbero indispensabile l’informazione preventiva dei cittadini in merito al trasporto di sostanze  radioattive nei pressi delle loro abitazioni. Dall’inizio dell’anno, infatti, il Piemonte è stato attraversato da almeno due treni carichi di scorie provenienti  dalle vecchie centrali nucleari italiane che dal deposito di Saluggia (Vc) hanno  raggiunto il nord della Francia. Scopo dei viaggi è stato permettere il
riutilizzo del combustibile esausto tramite la separazione chimica dei suoi componenti (riprocessamento).
Almeno altri otto convogli ad alto rischio dovrebbero partire nei prossimi mesi attraversando più di cento comuni piemontesi. Trasporti che, secondo i tre  soggetti che si erano rivolti al TAR, andrebbero “immediatamente sospesi per poter permettere a sindaci e cittadini di essere messi al corrente dei protocolli di emergenza”.
Alla fine, quando tutti si aspettavano un pronunciamento della corte è arrivata la sorpresa: il giudice ha deciso di non decidere, impugnando un procedimento nazionale (il DPCM 44) e passando tutti gli oneri al TAR di  Roma.
“I tempi e la prudenza della giustizia fanno sì che i cittadini piemontesi possano continuare ad essere esposti a forti rischi di contaminazione in caso di emergenza”, si legge in un comunicato stampa del Movimento 5 Stelle. I Grillini  hanno rappresentato in questi mesi la parte moderata dei No-Nuke piemontesi, dei quali fanno parte anche alcuni gruppi di No-Tav valsusini. La parte dura del movimento ha già promesso battaglia, annunciando altri blocchi dei binari come quelli del 6 febbraio e del 9 maggio. Questa volta però, oltre alle zone a valle e a monte di Torino, dovrebbe formarsi un presidio anche ad Alessandria, dove i  due convogli dei mesi scorsi sono stati deviati per evitare il passaggio nel capoluogo.
La data del prossimo trasporto di scorie radioattive rimane tuttora segreta, anche se su alcuni siti No-Nuke si vocifera che il transito possa avvenire all’inizio di luglio. C’è da scommettere che anche questa volta arriverà la solita soffiata dalla Francia per annunciare la partenza da Saluggia di un nuovo treno e dare inizio ad un’altra lunga notte antinucleare in Piemonte.
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Gioia e veleni (Ecoinchiesta)

Gli affari dell’ecomafia nel porto di Gioia Tauro

Il megaporto di Gioia Tauro appare in lontananza percorrendo il lungomare di San Ferdinando. All’ora del tramonto, nel silenzio desolante della Piana, le sue vertiginose gru sembrano mostri mitologici messi a guardia di chissà quale regno proibito.
A settanta chilometri da Reggio Calabria, il primo terminal per il transhipment del Mediterraneo inizia oltre la recinzione metallica da dove si scorgono le prime pile di container grigi con la stella della Maersk Line. Tutto attorno c’è un paesaggio da profondo sud, fatto di terreni aridi e lontani viadotti autostradali che contemplano quel colosso di cemento e acciaio mentre accoglie di continuo navi mercantili grandi come montagne. Circa tre milioni di container vengono movimentati nel porto ogni anno; scovare quelli usati per lo smaltimento illegale di sostanze tossico-nocive è come trovare un ago in un pagliaio.

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null - Ecoinchiesta, 17/05/2011

I bogianen premiano il centrosinistra (Pagina)

Tutto secondo programma, nessuna sorpresa: Piero Fassino è il nuovo sindaco di Torino.
Il candidato del centrosinistra centra la vittoria al primo turno raccogliendo oltre il 57% dei voti, mentre il suo avversario, Michele Coppola, si ferma esattamente trenta punti sotto, 27%.
«Sarò il sindaco di tutti» ha detto Fassino commentando la vittoria che tutti si aspettavano. Un trionfo frutto in buona parte dell’eredità positiva in termini di consensi e di popolarità lasciata da Sergio Chiamparino.
L’ormai ex primo cittadino si è adoperato non poco per sostenere da vicino il nuovo candidato, spesso facendogli da scudo nei mercati e nei quartieri caldi della città dove una contestazione fuori luogo sarebbe potuta costare molti voti. Il risultato finale, anche se ancora distante dalle percentuali bulgare raccolte dall’amatissimo Chiampa nelle passate elezioni comunali, è stata un’affermazione netta, di quelle che la Direzione Nazionale del PD può scrivere sul calendario. Fassino incassa inoltre la soddisfazione di aver vinto lo scetticismo iniziale di chi, anche all’interno del suo stesso partito, lo considerava troppo “romano” per la poltrona di Palazzo Civico.
Così, la Torino che “non sta mai ferma”, ha deciso ancora una volta di continuare l’esperienza di centrosinistra iniziata da Valentino Castellani ben diciotto anni fa. Politicamente parlando, i torinesi sono dei bogianen felici e contenti.
Capitolo centrodestra: dopo Raffaele Costa, Roberto Rosso e Rocco Buttiglione, anche Michele Coppola può scrivere il suo nome tra quelli degli sconfitti berlusconiani sotto la Mole.
Ieri sera il giovane assessore ha veltronicamente telefonato a Fassino per congratularsi, poi davanti alle telecamere della Rai non si è trattenuto dal polemizzare su quel 3,7% di voti sottratti ad arte alla sua lista dal quasi omonimo Domenico Coppola. Forse, l’unico vero neo di una campagna elettorale molto corretta, e a detta di molti osservatori, condotta da PdL e Lega in maniera quasi rassegnata. Lo striminzito 27% di Coppola ha però già risvegliato gli animi all’interno della coalizione, in attesa di una rivoluzione interna che qualcuno già prima del voto si prefigurava.
Infine ci sono da analizzare i dati dei due outsider, Musy e Bertola.
L’esponente del Terzo Polo si ferma sotto il 5%, un risultato modesto, immagine di una città che non ha simpatia per le mezze misure.
Bertola è forse la maggiore sorpresa di questa tornata elettorale. Anche lui porta a casa solo un 5%, ma per il Movimento Cinque Stelle si tratta di un traguardo al di sopra di ogni aspettativa.
Dopo l’ultimo spoglio, in via Pietro Micca, sede del comitato per Fassino, c’è stato anche il tempo per guardate ai risultati che arrivavano da oltre i confini cittadini. La riconferma di Bologna al centrosinistra e i ballottaggi di Giuliano Pisapia a Milano e Luigi De Magistris a Napoli, rendono felici anche i simpatizzanti del centrosinistra torinese. Ma è una felicità moderata, esageruma nen. In città si respira un’aria di normalità, mentre altrove sembra stia sorgendo il sol dell’avvenire.

Georgia: Contesa con gli Stati Uniti per il vino di Stalin (EaST Journal)

Colore rosso rubino, gusto vellutato e profumo piacevolmente fruttato, il Khvanchkara è il più popolare tra i vini prodotti in Georgia. E’ particolarmente adatto ad accompagnare piatti a base di carne, formaggi e per le sue eccellenti qualità ha anche ricevuto due medaglie d’oro e quattro d’argento in importanti concorsi vinicoli internazionali. Eppure il Khvanchkara è celebre soprattutto per essere stato il vino preferito di Iosif Stalin.
Da qualche mese questa piacevole bevanda è al centro di un vero braccio di ferro tra la Georgia ed una società statunitense che attualmente detiene l’uso esclusivo del marchio, la Dozortsev Enterprises & Soons LTD con sede nel New Jersey, il primo importatore americano di vini provenienti dalla Repubblica di Georgia.
La trattativa, motivata dall’ufficio brevetti georgiano con la necessità di tutelare i produttori locali, ha fatto discutere in virtù di ciò che ancora oggi ricollega il nome dell’amabile Khvanchkara con la fama del suo estimatore più spietato.
Originario della città georgiana di Gori, Stalin aveva una vera predilezione per questo prodotto della sua terra ed era solito farlo servire abitualmente alle feste di partito. Rifiutare un brindisi con il Khvanchkara offerto dal leader sovietico non era prudente e chi uno volta ci provò fece una brutta fine. È il caso del compagno Ciumiatski, un bolscevico della prima ora, che nel 1937 nel corso di una serata con i vecchi amici rivoluzionari si rifiutò di bere alla salute dell’Urss. «Te ne pentirai!» lo minacciò Stalin, che infatti il giorno successivo lo fece arrestare e fucilare.
Pare inoltre che la “perla” dei vini georgiani sia stato un silente testimone dell’incontro cruciale di Yalta del 1945, dove venne servito niente di meno che a Franklin Delano Roosvelt e Winston Churchill. Se i due capi di stato gradirono o no il suo bouquet intenso non ci è dato sapere, ma è probabile che quella stappata in Crimea sia stata una delle ultime bottiglie di Khvanchkara la cui qualità non era stata ancora stata compromessa dalla sfrenata coltura della vite imposta dai soviet per aumentare la produzione.
Un sapore unico, per certi versi stucchevole, che ha convinto la Georgia a puntare sul fascino commerciale un po’ macabro che ancora oggi questo particolare vino rosso sa esercitare su alcuni, nostalgici o semplici curiosi, disposti a spendere 26,99 dollari per portarsi a casa una bottiglia in ceramica da 750ml. Quisquiglie se pensiamo al povero Ciumiatski. A lui rifiutare un sorso di buon Khvanchkara costò molto più caro…

null  - EaST Journal, 16/05/2011

Nasce Ecoinchiesta!

Ecoinchiesta  nasce con la finalità di proporre inchieste e approfondimenti su tematiche ambientali internazionali.
Trascurata dalle ideologie del Novecento, la tutela ambientale rischia di entrare oggi in rotta di collisione con il modello di sviluppo economico dei paesi industrializzati. A causa della sua drammatica attualità, essa sta assumendo sempre maggiore rilevanza agli occhi dell’opinione pubblica, diventando uno dei grandi temi di confronto mondiale dei prossimi decenni.
Ecoinchiesta si occupa nello specifico di trasporti nucleari, inquinamento, traffico di rifiuti pericolosi,  mancate bonifiche di aree industriali, emergenza rifiuti, discariche abusive. Ma non vogliamo essere un periodico strettamente ambientalista. Ciò che vogliamo è semplicemente raccontare e analizzare la realtà senza manipolarla per scopi ideologici.
Non ci limitiamo a commentare la stretta attualità, ma seguiamo l’evoluzione degli eventi anche nei momenti successivi al clamore delle cronache. Proviamo a farvi conoscere fatti ignorati o trascurati dai grandi media, coscienti che le problematiche legate all’ambiente sono spesso argomenti di scontro sociale.
Abbiamo deciso di intraprendere questa avventura con tanto coraggio e un pizzico di ingenuità. Vogliamo arrivare lontano, ma per riuscirci abbiamo soprattutto bisogno di voi.  Aiutateci a crescere e a migliorare: leggeteci, scriveteci, seguiteci su Twitter, consigliateci agli amici, diffondete le nostre notizie (citandone la fonte) sul vostro blog o sito.
Da parte nostra, saremo lieti di accogliere in queste pagine chiunque vorrà offrirci  il suo contributo. Cerchiamo blogger, giornalisti, fotoreporter, videomakers. Persone che condividano con noi la passione di documentare le problematiche legate all’ambiente. Soprattutto, uomini e donne che abbiano voglia di  conoscere e di indagare in virtù del loro naturale status di cittadini di questo grande villaggio chiamato mondo

La lunga notte degli antinuclearisti (Pagina)

Alla stazione di Avigliana la lunga notte degli ambientalisti in attesa del treno nucleare termina alle 5:10. Tre convogli passano sfrecciando a distanza di pochi minuti uno dall’altro, accompagnati dai fischi delle duecento persone che fin da ieri sera avevano dato vita ad un presidio antinuclearista. Il primo serve da staffetta, l’ultimo è un locomotore militare, in mezzo c’è il treno infernale: quello con i container zeppi di materiale radioattivo da spedire in Francia.
Anche quello che doveva essere il secondo dei dieci trasporti di combustibile nucleare esausto dal deposito di Saluggia alla centrale di La Hague è riuscito a lasciare il Piemonte, nonostante le proteste dei gruppi NO-NUKE, gli stessi che in sole 72 ore sono riusciti nell’impresa di organizzare ben tre manifestazioni lungo il tragitto del treno.
A seguire l’evento ci sono soprattutto alcuni siti di informazione antagonista come Infoaut, che trasmette via Twitter le notizie dai vari presidi. Da Torino anche la storica Radio Blackout segue l’evolversi delle manifestazioni e per completare la stupefacente copertura dell’evento c’è anche una improvvisata diretta streaming.
La notizia della partenza del primo locomotore da Vercelli arriva quando è già notte fonda. A Chivasso qualche decina di persone controllate da pochissimi poliziotti aspetta vicino ai binari un treno che non arriverà mai. Alle 2:30 il presidio si scioglie appena giunge voce che il convoglio con i vagoni radioattivi non passerà da Torino nemmeno questa volta, seguendo i binari che da Alessandria portano alle montagne olimpiche. Alcuni attivisti decidono di spostarsi in Val di Susa, altri arrivano da Torino, altri ancora sono del posto e rappresentano lo zoccolo duro dei NO-TAV. In tutto si radunano alla stazione di Avigliana circa duecentocinquanta manifestanti che occupano i binari per arrestare la corsa del locomotore. Questa volta, però, la risposta delle forze dell’ordine è durissima, così come era già successo a febbraio per un’altra occupazione dei binari, e come sempre più spesso accade durante le proteste in Val di Susa. I circa 400 uomini di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza sembrano avere un conto aperto con i NO-TAV. Verso le 4:00 scatta la prima carica e le versioni dei fatti si fanno confuse. Sulla pagina Facebook di Blackout compare la notizia dello “sgombero violento dei binari”, aggiungendo “ci sono feriti”.
Alle 4:35 la maggior parte degli attivisti viene spinta fuori dalla stazione, molti vengono identificati, ma il treno non può ancora passare. Ci sono ancora due persone sui binari di cui una incatenata. Trascorre un’altra mezz’ora di altissima tensione poi i treni arrivano veloci, uno dopo l’altro. Infoaut parla di un tasso di radioattività “molto significativo” rilevato con un contatore geiger.
La manifestazione termina subito dopo, lasciando il consueto strascico di polemiche sull’operato delle forze di polizia. E mentre nella notte di Avigliana gridano le sirene di due ambulanze, qualcuno si ricorda di quel «sarà dura…» che sarebbe stato pronunciato da alcuni poliziotti al termine dell’ultimo presidio antinuclearista per ironizzare sul celebre motto dei NO-TAV. «Sì, sarà düra» era stata la risposta degli ambientalisti. Tutto lascia pensare che anche al passaggio del prossimo treno gli uni e gli altri siano di parola.

nullquotidiano Pagina, 10/05/2011


Sull’argomento vedi:
-
Si muove su rotaia l’incubo Fukushima – Pagina, 14/04/2011
- Passa da Torino il treno della paura – Pagina, 08/05/2011
- Fotogallery La Stampa

Passa a Torino il treno della paura (Pagina)

tnIl momento in cui trattenere il respiro sarà alle 02.48 di questa notte. Mentre la città dormirà, mentre i netturbini staranno ripulendo le strade dalla pacifica invasione degli Alpini, un treno carico di scorie radioattive attraverserà Torino.
Si tratta di uno dei dieci trasporti messi in programma per consentire il parziale riutilizzo del materiale nucleare esausto delle vecchie centrali italiane (vedi http://www.pagina.to.it/index.php?method=section&action=zoom&id=9252). Dal deposito di Saluggia (Vc) alla centrale francese di Le Hague, nel nord della Francia, tutti viaggi ad alto rischio che sarebbero rimasti segreti se tre mesi fa non fosse arrivata la prima allarmata segnalazione da parte di un sindacato francese di ferrovieri. Quattordici vagoni e due speciali container Castor (in inglese: cask for storage and transport of radioactive material) carichi di 13 tonnellate di liquido radioattivo transitarono infatti lungo le ferrovie piemontesi già il 6 febbraio scorso. Quella volta venne presa la decisione di non far passare il treno per Torino e di deviarlo verso Alessandria a causa del lunghissimo tratto sotterraneo che comprende Porta Susa. Ciò che invece verrà deciso stanotte non si sa. Tutto dipenderà dalla sosta tecnica alla stazione di Chivasso, dove il convoglio arriverà da Vercelli alle 02.43, preceduto da un treno staffetta.
Le informazioni diffuse a riguardo dal network indipendente Indymedia Piemonte non permettono però di chiarire come, anche questa volta, si sia venuti a conoscenza della data di transito del convoglio sulla tratta italiana. Questi sono gli orari stimanti, ma non ufficiali, di passaggio nei comuni piemontesi: 2h00 Vercelli; 2h48 Torino; 3h08 Collegno; 3h14 Alpignano; 3h22 Rosta; 3h29 Avigliana; 3h35 Sant’Ambrogio; 3h37 Condove-Chiusa; 3h41 Sant’Antonino-Vaie; 3h45 Borgone; 3h48 Bruzolo; 3h52 Bussoleno; 3h59 Meana; 4h05 Chiomonte; 4h08 Exilles; 4h13 Salbertrand; 4h18 Oulx-Cesana-Cl.; 4h22 Beaulard; 4h26 Bardonecchia; 4h50 Modane.
Secondo le associazioni ambientaliste il pericolo derivante da questi trasporti è duplice: da una parte c’è il rischio che questi treni possano subire un attentato o di un deragliamento che potrebbe ripeterebbe in maniera amplificata il terrificante scenario della strage di Viareggio, dall’altra rimangono gli interrogativi sui danni alla salute dei cittadini esposti alle radiazioni emanate al passaggio delle carrozze piene di scorie nucleari. “Le irradiazioni radioattive Gamma emesse dal container Castor”, si legge nel comunicato congiunto diffuso dalla Rete Nazionale Antinucleare e dall’associazione francese Sortir du Nucléaire (http://www.nonukes.it/rna/news251.html), “si propagano a parecchie decine di metri dal vagone ed espongono alle radiazioni ionizzanti le persone che vivono nelle prossimità, provocando un rischio per gli abitanti ed i ferrovieri”.
Nel 1998 la Commissione di Ricerca e Informazione Indipendente sulla Radioattività (CRIIRAD) esaminò un vagone di combustibile irradiato molto simile a quelli in transito di notte sulle rotaie piemontesi, rilevando ad un metro di distanza un flusso di radiazioni Gamma 500 volte superiori al normale.
Forti perplessità sulla legalità dei trasporti di materiale radioattivo in Piemonte permangono nonostante il testo dell’accordo firmato il 26 novembre 2006 tra governo italiano e francese per consentire questo particolarissimo scambio di merci. La legge regionale del 18 febbraio 2010 che regola la protezione dai rischi da esposizione a radiazioni ionizzanti, sembrerebbe infatti assoggettare la Regione Piemonte all’obbligo di informare i cittadini sui trasporti nucleari e sui piani di emergenza connessi. Ma secondo un’altra interpretazione, tale obbligo non si concretizzerebbe in comunicazioni preventive, ma in indicazioni sul comportamento da adottare dopo un eventuale incidente.
Per protestare contro la segretezza e la pericolosità dei trasporti nucleari è stata organizzata alle 21 di questa sera una manifestazione alla stazione di Vercelli, mentre ad Avigliana è in programma una notte bianca promossa dal movimento NO-TAV. La Valle di Susa è stata in prima linea anche contro il passaggio del treno del 6 febbraio, quando a Chiusa San Michele le dure cariche della polizia hanno disperso un gruppo di persone che aveva occupato per protesta i binari.
Sarà per tutti una lunga, lunghissima notte.

nullQuotidiano Pagina, 08/05/2011

- Sull’argomento vedi:

Si muove su rotaia l’incubo Fukushima – Pagina, 14/04/2011

Fotoreportage: 94° Giro d’Italia (Libero)

Torino, 7 maggio – Prima tappa cronometro a squadre, Venaria Reale-Torino vinta da Marco Pinotti della HTC-Highroad. Nelle foto il passaggio in corso Potenza.

null  – Libero-news, 08/05/2011

Chiamparino scommette su Parco Dora (Pagina)

Arriva all’inaugurazione del nuovo parco Dora con la leggerezza dell’ultimo giorno di scuola, Sergio Chiamparino, ignaro del fuori programma che lo attende appena mette piede in via Nole per una delle sue ultime uscite pubbliche come sindaco di Torino. Un gruppo di lavoratori della Eutelia lo attende indossando delle maschere da fantasma per protestare contro la disattenzione delle istituzioni verso la crisi che da tempo affligge l’azienda di telecomunicazioni. «Sergio, fai per noi qualcosa di sinistra» gli gridano, e Chiamparino non si sottrae a un confronto. Gli animi sono tesi, i lavoratori gli rimproverano di non aver tenuto in vita un appalto comunale, lui si difende spiegando con calma le sue ragioni. Tra la folla c’è anche chi non esista a sostenere l’operato del primo cittadino: «Andate da Cota!».


Dopo qualche minuto di accesa discussione Chiamparino si allontana in compagnia dell’assessore Tricarico e della presidente della quinta circoscrizione Paola Bragantini, salendo sulla passerella d’acciaio creata accanto alla parrocchia del Santo Volto per ammirare dall’alto il panorama del nuovo parco.
Sotto il vertiginoso scheletro rosso dell’ex capannone di stoccaggio Teksid di corso Mortara, la banda dei Vigili Urbani suona l’Inno di Mameli anche senza il presidente Napolitano, già rientrato a Roma, e il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, la cui presenza era data per certa solo poche ore prima. «Vi porto i saluti del Sottosegretario Letta», spiega Chiamparino, «avrebbe voluto essere qui con noi ma la questione libica lo ha costretto a rimanere a Roma».
Il sindaco uscente è così la massima autorità al momento del taglio del nastro degli oltre quattrocentocinquantamila metri quadrati del nuovo parco. Spazi occupati un tempo da sterminati capannoni industriali dismessi e ora restituiti alla città con un progetto discutibile, ma che ha l’ambizione di creare un parco pubblico unico in Italia. Prati, alberi e aree gioco si integrano con elementi di archeologia industriale in un mix di verde, cemento e acciaio, al quale bisognerà fare l’occhio. Per ora qualcosa di simile esiste soltanto nel Bacino della Ruhr, dove le strutture fatiscenti delle vecchie acciaierie Thyssen sono state trasformate in un parco dallo stesso architetto che ha operato a Torino, Peter Latz.
Dei cinque lotti di parco previsti ne sono stati inaugurati ieri soltanto tre, mentre per gli altri si dovrà attendere l’autunno. Ma quello che già si può vedere a cavallo tra le circoscrizioni 4 e 5 basta e avanza per far diventare il parco Dora una importante meta di interesse. Chiamparino è convinto di voler puntare su questa sua ultima scommessa: «Questo è un parco che dovrà essere una delle attrattive per il turismo nazionale ed internazionale di Torino».
Infine, in quello che assomiglia davvero al suo ultimo giorno di scuola, il sindaco prova a togliersi un sassolino dalla scarpa. Risponde a Beppe Grillo che ha attaccato recentemente la giunta torinese per il debito lasciato in eredità alla città: «Torino è indebitata perché in questi anni ha investito su opere che servono ai cittadini».
Mancano pochi giorni alle elezioni e nonostante l’esperienza del centrosinistra alla guida del capoluogo piemontese sembri destinata a continuare, al parco Dora aleggia un’aria di strisciante malinconia. «Qualcuno mi ha chiesto come mai non mi ricandido», dice Sergio Chiamparino dopo un attimo di commozione, «a parte che non si può, penso sia meglio essere rimpianti che sopportati».
Applausi. Sipario.

nullPagina, 05/05/2011

Welcome to parco Dora

Ci siamo. Mancano poche ore all’inaugurazione di 3 dei 5 lotti del Parco Dora: 450.ooo mq sui quali un tempo sorgevano alcune tra le più importanti fabbriche torinesi (Teksid, Savigliano, Michelin…), finalmente pronti per essere restituiti alla città.
Un  nuovo parco quindi, ma meglio chiarici subito: scordatevi la Pellerina o il Valentino! La bellezza di Parco Dora bisognerà saperla… interpretare. Sarà infatti il primo parco post-industriale d’Italia, vagamente simile a quello sorto sulle ceneri delle acciaierie Thyssen nel Bacino della Rohr. Stesso architetto e stessa mentalità per un progetto già criticatissimo ma indubbiamente affascinante, almeno per gli appassionati di archeologia industriale come me. 
Detto questo, la presentazione di oggi pomeriggio conserva anche altri motivi di interesse. Parco Dora sarà (spero di non sbagliare!) l’ultima opera pubblica inaugurata da Sergio Chimparino in questi suoi ultimi giorni di permamenza a Palazzo di Città.
Altra cosa interessante sarà la presenza del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Sua Eminenza, Gianni Letta. In realtà il parco doveva essere inaugurato dal presidente Napolitano, ma immagino che il completamento solo parziale dell’opera abbia convinto lo staff del Quirinale a cambiare programma, concentrandosi sul centocinquantenario dell’Esercito. Ecco spigata la presenza  a Torino Ovest di Letta.
Sono un po’ curioso di vedere da vicino l’uomo che secondo alcuni è addirittura più potente di Silvio Berlusconi. Il grande tessitore dei rapporti tra le istituzioni e il governo, il numero uno tra i papabili alla carica di prossimo Presidente della Repubblica.
Chissà se il Sottosegretario arriverà a bordo della sua Maserati di stato, quella che la Fiat aveva donato a Berlusconi ma che lui non si è mai filato. 
Gianni Letta è di un personaggio piuttosto taciturno, il che non ha fatto che accrescere negli anni l’ombra di mistero che avvolge il suo ruolo. Chissà cosa dirà. Se parlerà…

Perché scrivo

Ecco, a volte mi chiedo perché scrivo, se nella vita non sarebbe meglio fare altro, e mi vengono sempre in mente le parole di gente migliore di me. Chessò, il “per paura di perdere il ricordo della vita delle persone di cui scrivo” di De Andrè, oppure il più semplice “perché mi piace” di Umberto Eco.
Altre volte mi chiedono perché scrivo, se nella vita non sarebbe meglio fare altro e bla bla bla, e quasi sempre non mi viene in mente nemmeno una risposta accettabile. La verità è che non lo so perché scrivo. Perché l’ho sempre fatto? Perché è una delle poche cose nella vita che mi riesce più o meno decentemente? O magari perché, come direbbe Camilleri, “è sempre meglio che scaticare casse al mercato centrale”.
I dubbi rimangono e rimarranno. Forse invecchieremo insieme. Già mi immagino: io, arzillo ottantenne che per allora potrà vantare favolose collaborazioni  pure con L’Eco della Bidonville di Jakarta e Il Corriere di Vladivostok!
Eppure stasera, leggendo la presentazione su EJ del mio ultimo articolo mi è sembrato, almeno per un attimo, che un buon motivo per continuare a scrivere ci sia. Ci sia davvero.

Grazie a Matteo per aver scritto ciò che leggerete qui sotto.

Il Tagikistan è invaso dalla droga (Limes)

Quando nel 329 a.C. giunse nell’odierno Tagikistan, Alessandro Magno fondò su quella terra rossastra, spazzata dal vento, la città più remota dei suoi possedimenti, Alessandria Eskate, “L’ultima Alessandria”: un estremo brandello d’Occidente oltre il quale iniziava l’Est più sconosciuto, in quella distesa sconfinata ed affascinante di valli e pianure chiamata Asia Centrale.
Oggi come allora il Tagikistan è un paese misterioso, il più povero tra le repubbliche ex Sovietiche. Sette milioni di abitanti, nessuno sbocco al mare e un territorio prevalentemente montuoso protetto da vertiginose alture che superano i settemila metri. Un enorme scoglio di roccia che funge da avamposto per la narco-aggressione che dalle piantagioni di oppio afgane arriva, attraversando l’Asia Centrale, fino ai ricchi mercati di Europa e Russia.
Nato all’indomani del crollo dell’Urss, quello tagiko è uno Stato palesemente artificioso, governato da istituzioni deboli e corrotte, dove oltre l’80% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Quasi la metà del pil è guadagnata da migranti che lavorano all’estero e a parte Dushanbe, la capitale, il resto del territorio sfugge ancora al controllo della legge. È questo quadro desolante ad aver consegnato il paese nelle mani dei signori del narcotraffico. Almeno un quinto di tutta l’immensa produzione di droga dell’Afghanistan transita dal Tagikistan, la prima tappa di un lungo viaggio attraverso quella che viene definita una moderna Via della Seta.
Una volta giunto ai confini settentrionali delle province afghane, il frutto delle piantagioni di oppio viene preso in consegna dai gruppi tagiki, ormai ben più numerosi e meglio organizzati dei trafficanti internazionali. La droga entra ufficialmente in Tagikistan da sud-est, attraverso la catena montuosa del Pamir: oltre milletrecento chilometri di valichi di frontiera spalmati su un altopiano aspro, ricoperto di neve per la maggior parte dell’anno, che è diventato il paradiso dei trafficanti.
Noti localmente con il nome di Bam-i-Dunya, il “tetto del mondo”, queste montagne sono sempre rimaste pressoché un deserto, nonostante per settant’anni i sovietici abbiano provato a popolarle. I pochi abitanti dei villaggi d’alta quota, di fede musulmana-ismaelita, si prestano ormai sempre più volentieri a diventare dei corrieri a basso costo. Gli anziani coltivano l’oppio, impegnando il denaro guadagnato per arrotondare le piccole donazioni elargite dal loro capo spirituale, l’Aga Khan, un uomo d’affari svizzero che nel Pamir è venerato come una vera divinità.
Sfruttando le carenze del sistema normativo, il network dei trafficanti tagiki recluta spesso giovani al di sotto dei 14 anni, immuni dai procedimenti giudiziari. In questo modo il redditizio business della droga è arrivato a coinvolgere direttamente anche le popolazioni delle regioni più remote. Anche esse sono ormai parte integrante del micidiale meccanismo della narco-aggressione di cui il Tagikistan è al contempo vittima e carnefice.
Le droghe hanno fatto la loro comparsa a queste latitudini solo alla fine dell’occupazione sovietica dell’Afghanistan. Nel corso degli anni Novanta la presenza di sostanze stupefacenti è aumentata drasticamente per la contrapposizione tra il governo e la guerriglia islamica lungo i confini meridionali. Nel 1999 il fenomeno è esploso in tutta la sua drammaticità: buona parte delle 4700 tonnellate di oppio raccolte in Afghanistan (quantità equivalente a tutto l’oppio prodotto nel mondo nei primi anni Novanta) ha letteralmente travolto il Tagikistan. Nel 2001 i primi sequestri di anidride acetica hanno svelato l’esistenza di laboratori e depositi di oppio grezzo adiacenti alle zone di confine e due anni dopo un rapporto dell’agenzia Onu che si occupa del controllo del narcotraffico – la Unodc – ha classificato lo Stato centro-asiatico al terzo posto tra quelli più colpiti dal narcotraffico dopo Iran e Pakistan (56 tonnellate di eroina intercettata).
I trafficanti varcano il confine tagiko con auto e camion, ma molto spesso anche a dorso di muli e cammelli. La maggior parte delle spedizioni è organizzata da Kurdoz, città afgana quartier generale del potentissimo re dell’oppio, Gulboddin Hekmatyar. Da qui le bisacce degli animali da soma e i portabagagli delle vecchie Lada guidate dai corrieri partono per il loro viaggio lungo i sentieri impervi che conducono alla pericolosa e suggestiva Valle Rasht. Rifugio dei basmachi musulmani durante le rivolte antizariste, questa zona è stata anche la roccaforte dei guerriglieri dell’Oto (Opposizione unita del tagikistan) nella guerra civile che ha sconvolto il paese dal 1992 al 1997.
Proprio nella Valle Rasht l’affermazione secondo cui il Tagikistan sarebbe il paese più pericoloso del mondo appare corroborata; coi suoi paesaggi irreali che rimandano a una terra di mezzo malvagia e inospitale, tra carcasse di vecchi blindati e tribù isolate, la valle è diventata un corridoio attraversato dai trafficanti che portano la loro preziosa merce verso nord, in quel lembo di terra pianeggiante dove il clima tagiko incontra la siccità delle steppe. Dushanbe è l’ultima tappa prima che la droga lasci definitivamente il paese dirigendosi a ovest, vesto l’Uzbekistan, oppure ad nord-est verso la città kirghiza di Osh. La meta successiva è il Kazakistan, dove grazie a un discutibile accordo doganale qualunque merce può circolare liberamente verso la Russia, la Bielorussia e l’Ucraina. Da lì, la porta dell’Europa, ricca e affamata di droga, è aperta.
L’avvicendarsi dei paesi di transito fa lievitare in modo esponenziale il valore della droga: l’eroina vale quattrocento dollari al chilogrammo quando si trova ancora nei confini afghani, mille una volta superato il confine tagiko, duemila a Dushanbe e diecimila al mercato nero di Mosca.
La Unodc calcola che circa 100 tonnellate di eroina attraversino ogni anno i confini del Tagikistan, una quantità paragonabile al consumo annuo in Europa e Nord America. Pertanto, si può stimare che il reddito annuale del traffico dell’eroina afghana oscilli attorno al miliardo di dollari, a fronte di un pil che in Tagikistan raggiunge a stento i 2 miliardi. Ma in un paese dove la metà della popolazione è al di sotto dei diciotto anni, la narco-aggressione all’Occidente provoca anche dei gravi effetti collaterali legati alla tossicodipendenza.
Circa cinquantacinquemila tagiki fanno uso abitualmente di droghe, due terzi di essi hanno meno di trent’anni e oltre diecimila sono affetti dal virus dell’Aids. In mancanza di comunità destinate al recupero dei tossicodipendenti, le uniche strutture disposte ad accogliere i malati sono i disumani penitenziari governativi. In futuro, a meno che il governo non si impegni concretamente per impedire l’uso del proprio territorio come canale fondamentale per il traffico di stupefacenti, la situazione è destinata a peggiorare. Nonostante ciò, il presidente Enomalii Rahmon si è recentemente complimentato per il lavoro svolto dalla polizia, affermando che il Tagikistan ha compiuto l’85% di tutti i sequestri di droga effettuati in Asia Centrale. Le agenzie internazionali considerano questa percentuale assolutamente insoddisfacente, dal momento che la droga sequestrata non supera il 10% di quella effettivamente transitata per le montagne del Pamir.
Impotente di fronte alle continue offensive dei signori dell’oppio, Rahmon guida ininterrottamente il paese dal 1994 e attraverso alcuni membri della sua famiglia esercita un controllo pressoché totale delle maggiori aziende nazionali. Rieletto per la terza volta con un referendum farsa che gli consentirà di governare indisturbato fino al 2020, il presidente appare sempre più concentrato nell’occuparsi con accanimento di problemi marginali. Nei suoi discorsi rimprovera ai tagiki di avere le mani bucate, e ordina di abolire le feste di compleanno, di matrimonio e ogni altra ricorrenza dannosa all’economia delle famiglie. Bandita anche l’usanza di incapsulare i denti con l’oro: «Come si può convincere le organizzazioni internazionali ad aiutarci se ci presentiamo con i denti rivestiti d’oro?».
Rahmon, il “cultore della civilizzazione indo-europea”, come egli stesso ama definirsi, parla di tutto ma non di ciò che ha ridotto il Tagikistan ad un narco-Stato satellite dell’Afghanistan: la droga. Dal canto suo, anche la comunità internazionale sembra spiazzata di fronte all’impressionante aumento dei traffici illeciti in Asia Centrale. Fino al 2003, un accordo bilaterale consentiva alla Russia di pattugliare i 1344 chilometri della frontiera tagiko-afghana. Alla scadenza del decennio di validità le autorità di Dushanbe si sono incomprensibilmente rifiutate di rinnovare il concordato. Per sette anni la lunghissima zona di confine è stata protetta per soli 70 chilometri dal mal equipaggiato esercito locale, per la felicità dei signori dell’oppio.
Per porre un freno al degenerare del problema, nel settembre del 2005 l’Unione Europea ha accettato di pagare trenta milioni di dollari per migliorare la sicurezza dei valichi tagiki. Nello stesso anno gli Stati Uniti hanno stanziato sedici milioni di dollari per attività di contrasto al traffico illecito di stupefacenti nel paese. Nessuna di queste iniziative ha però raggiunto i risultati sperati: nel 2009 la quantità di droga sequestrata in Tagikistan è stata notevolmente inferiore rispetto al 2008. 
Soltanto a dicembre 2010 la Russia, il paese più danneggiato dalla rotta seguita dalle droghe afghane, è riuscita finalmente a siglare un serio accordo antinarcotici con Tagikistan, Afghanistan e Pakistan, allo scopo di consentire uno “scambio di informazioni sui canali del traffico di droga e sulle persone coinvolte nei traffici illeciti”. Difficile per ora dire se ciò sarà sufficiente a porre un freno alla narco-aggressione, spina nel fianco di Mosca e dell’Occidente, nonché grave minaccia per l’avvenire dei popoli dell’Asia Centrale.

null  - Limes, 29/04/2011