Serve una boccata d’aria dietro le sbarre (Pagina)

Se il livello di qualità della vita raggiunto da una città si dovesse valutare dalle condizioni dei suoi cittadini in soggiorno coatto nelle carceri, Torino non eccellerebbe di certo. Nel supercarcere delle Vallette il sovrappopolamento ha già mostrato degli effetti allarmanti: cinque episodi tra suicidi (tre) e tentati suicidi nell’ultimo mese. Con 1560 detenuti ospitati su una capienza massima che sarebbe di soli 1023, la struttura penitenziaria torinese è afflitta da un male comune agli altri istituti di pena italiani, strapieni fino all’inverosimile, a corto di personale e di risorse. Ciò porta a condizioni di vita ai limiti della disumanità che sempre più spesso si concludono tragicamente.
In quei casi, solo poche, scarne, righe d’agenzia riportano la notizia, come lo scorso 16 giugno quando un detenuto egiziano è stato trasportato d’urgenza all’ospedale Maria Vittoria di Torino, dopo aver provato a uccidersi impiccandosi con un lenzuolo. L’intervento tempestivo del personale del carcere è riuscito a salvargli la vita. Soltanto pochi giorni prima, per altre tre persone non c’è stato invece nulla da fare. È il caso di A. G., che all’inizio di giugno ha atteso che il compagno di cella uscisse per l’ora d’aria per infilare la testa in un sacchetto di plastica e morire soffocato. A maggio si era suicidato V. L. e appena una settimana prima un altro detenuto era morto impiccato.
«È una strage continua – ha commentato Leo Beneduci, segretario del sindacato della polizia penitenziaria Osapp – e la polizia penitenziaria è sempre più abbandonata al destino di prendere atto del disastro delle carceri italiane». Per l’Osapp l’unica soluzione sarebbe aumentare l’organico con un provvedimento straordinario che permetta l’assunzione di altro personale. Un provvedimento già più volte promesso dal Guardasigilli Alfano e mai concretamente realizzato. A Torino in particolare il personale di polizia penitenziaria è composto da 600 agenti, 300 unità in meno del numero minimo richiesto dai sindacati. Troppo spesso questa penuria di personale si traduce nell’impossibilità di un’assistenza adeguata, delegata implicitamente ai cosiddetti “concellini”, i compagni di cella, che non di rado hanno impedito il compiersi di gesti estremi.
L’allarme lanciato dai sindacati sembra confermato anche dai dati nazionali sulle morti in carcere: secondo l’associazione Ristretti Orizzonti, che da anni si batte per sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche della pena e del carcere, negli ultimi undici anni sono morti per suicidi, assistenza sanitaria carente, overdose e cause non chiare oltre 1800 detenuti.
Eppure per quanto riguarda il capoluogo piemontese una buona notizia c’è. Torino avrà presto una nuova struttura carceraria, nuovi spazi per permettere ai detenuti condizioni di vita più dignitose. Il nuovo penitenziario sorgerà sempre nel quartiere Vallette, al confine con il comune di Venaria e dovrebbe garantire altri seicento posti. Una boccata d’aria dietro le sbarre.

.null  –  Quotidiano Pagina, 26/06/2011

San Giovanni 2011

Torino, 24 giugno 2011 – Fuochi d’artificio per la festa del santo patrono della città.


foto © http://www.massim.tk

È un’esondazione di uomini, donne, bambini, cani e saltimbanchi, età diverse, facce di tutti i tipi, tacchi vertiginosi, scarpe comode, piattini pieni di pasta, gelati, cannucce, canottiere e baci. In coda per un trancio di pizza. In coda per un pezzo di festa. Giù da via Po, chilometri a piedi, pur di avere almeno un angolo di marciapiede da cui guardare il cielo di Torino. E quando uno applaude i fuochi d’artificio, applaude sempre anche un po’ se stesso. Qui si festeggia il com’eravamo e il come siamo diventati. Torino, nello specifico, una città pazzesca.  [...]
Non c’è nulla di simile a Genova, Firenze, Napoli o Roma, bisognerebbe avere il coraggio di dirlo senza retorica, ma anche senza pudore.

[Niccolò Zancan - La Stampa]

Toxic Somalia: gli effetti del traffico illegale di rifiuti nel Corno d’Africa (Ecoinchiesta)

s5Sulla spiaggia di Mareeg, trecentocinquanta chilometri a nord di Mogadiscio, l’andirivieni monotono delle onde porta con sé la paura della morte. Un po’ tutti da queste parti si ricordano della cisterna lunga sei metri, corrosa dall’acqua salata, restituita dal mare in un giorno qualsiasi del 1997. Non fu certamente quello l’inizio del flagello che continua a mietere vittime in Somalia, ma è da allora che gli abitanti dei villaggi costieri hanno cominciato a trovare una spiegazione alle strane eruzioni cutanee, alle malformazioni di neonati e alle patologie tumorali che si verificavano in quelle zone. Sono le terribili conseguenze di decenni di smaltimento illegale di rifiuti tossici, compiuto al largo delle coste somale dalla criminalità organizzata con l’omertosa complicità dei governi occidentali. Approfittando del caos della guerra civile che fin dagli inizi degli anni ’90 ha dilaniato il Paese, essi non hanno esitato a stipulare dei patti diabolici con i Signori della Guerra locali: soldi o armi in cambio del consenso a scaricare indiscriminatamente in mare sostanze altamente inquinanti. Ciò accadeva nella Somalia di Ali Mahdi Mohamed, meta preferita di molte navi dei veleni. Centinaia di bidoni d’acciaio pieni di rifiuti speciali di ogni genere affondati in quel tratto di Oceano Indiano per soli 8 dollari la tonnellata (ma c’è anche chi parla addirittura di 2,5 dollari…), quando il costo di smaltimento in Europa sarebbe potuto arrivare fino a 1000 dollari. Un business colossale che ha trasformato il paese africano nella più grande discarica marina del mondo.
Le grandi navi mercantili europee apparivano all’orizzonte e gli abitanti dei villaggi costieri cominciavano a stare male e a morire. Eppure, terrorizzata dalle bande armate e stremata dalla carestia, la gente di Mareeg ha ignorato per molto tempo di essere vittima dei veleni. Anche le lamentele dei pescatori sugli strani frammenti metallici urticanti che a volte rimanevano impigliati nelle reti sembravano soltanto dicerie a cui non dare troppa importanza. In fondo si moriva spesso e in tanti modi in Somalia per stare a sottilizzare. Poi qualcuno cominciò a capire e a farsi delle domande.
Nel marzo del 1994 la reporter del TG3 Ilaria Alpi venne uccisa a Mogadiscio a colpi di kalashinikov, mentre stava portando avanti un’inchiesta su un traffico internazionale di veleni verso il Corno d’Africa. A novembre dello stesso anno era toccata uguale sorte al suo informatore, l’agente del Servizio Segreto Militare (SISMI) Vincenzo Li Causi, ucciso in circostanze mai del tutto chiarite nella città di Balad.
Tre anni dopo questi fatti il professor Mahdi Gedi Qayad, docente di chimica e consulente dell’Agenzia delle Nazioni Unite per la tutela dell’ambiente fu tra i primi a svolgere delle accurate indagini lungo la costa somala per verificare le voci di scarichi illegali di sostanze tossiche. Fu proprio lui a fotografare la cisterna sulla spiaggia tra Mareeg e Ige e a raccogliere le testimonianze della gente del posto secondo cui quel contenitore, così come molti altri, sarebbe stato scaricato in mare da navi straniere. Le prove raccolte, seppure importanti, non riuscirono tuttavia a rompere il muro di silenzio. In Somalia, paese allo sbando, a causa dello scarso livello di sicurezza non fu possibile valutare con esattezza l’entità di questo gravissimo crimine ambientale.
Nel 2005 il maremoto nell’Oceano Indiano è arrivato a colpire anche la costa somala. Le enormi onde hanno rivoltato il mare, distruggendo i barili arrugginiti seppelliti negli abissi e sparpagliando lungo le spiagge tonnellate di piombo, cadmio, mercurio, rifiuti ospedalieri e scorie nucleari. Uno scempio che secondo un recente studio, il primo promosso dal governo di Mogadiscio, ha compromesso gravemente la salute di migliaia di cittadini somali. Infezioni, malattie respiratorie e tumori sono di gran lunga superiori alla media nei villaggi che si affacciano sull’Oceano. Un caso emblematico rimane la regione di Puntland, dove in seguito allo tsunami sono state trovate delle discariche di rifiuti tossici coperte solo da pochi centimetri di sabbia.
I veleni non hanno risparmiato neppure il fragile ecosistema marino. Alcuni residenti delle zone a nord di Mogadiscio continuano a riferire di centinaia di pesci morti ogni giorno a causa del mare contaminato. Un fenomeno che ha ridotto alla fame migliaia di famiglie di pescatori somali.
Sembra quindi tragicamente ironico che la stampa internazionale si interessi alla Somalia soltanto quando una nave europea cade preda dei cosiddetti pirati nel golfo di Aden. I corsari di oggi sono i figli dei pescatori di ieri. Quelli che hanno inziato ad assaltare le navi che sospettavano trasportare il materiale nocivo e non di rado hanno chiesto svariati milioni di euro di riscatto promettendo di impegnare il denaro per bonificare la costa dai rifiuti. «Le nostre coste sono state distrutte» ha detto il capo del commando di somali che nel 2008 ha sequestrato il mercantile ucraino MV Faina, «crediamo che questi soldi non siano nulla rispetto alla devastazione che abbiamo visto sui mari».
Il quadro si fa confuso: chi sono i veri pirati?

 null -  Ecoinchiesta, 24/06/2011

Cibo contro carburanti: retromarcia Usa sull’etanolo (Ecoinchiesta)

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L’era del sostegno degli Stati Uniti allo sviluppo dell’etanolo sta finendo. Non basterebbe ricoprire di campi di mais la metà degli Stati Uniti d’America per sopperire al reale fabbisogno energetico della nazione.

L’era del sostegno degli Stati Uniti ai biocarburanti sta finendo. E’ ciò che emerge dalla seduta del senato di Washington che la scorsa settimana ha votato per la riduzione dei finanziamenti all’industria dell’etanolo. Un’inversione di tendenza giustificata con la crescente attenzione al bilancio in momenti di grave crisi, ma potrebbe avere in realtà ragioni diverse.
La Banca Mondiale e molte altre organizzazioni internazionli hanno recentemente lanciato un appello ai governi per fermare i loro sussidi all’etanolo, preoccupati dal rialzo dei prezzi del cibo conseguenti alla produzione intensiva di questo carburante alternativo. Il livello di attenzione è alto in particolare per il mais, cereale utilizzato per produrre l’etanolo, ma la polemica non è affatto nuova: cibo contro carburanti, “un odioso dilemma” secondo il Sole 24 Ore.
Negli Stati Uniti i coltivatori di mais hanno fatto affari d’oro negli ultimi anni, mentre gli allevatori di bestiame hanno denunciato da tempo l’aumento dei costi di alimentazione degli animali. Un costo che arriverebbe di fatto a pesare sui consumatori americani.
Per molti, la nuda e cruda verità sull’etanolo è che esso consuma una enorme dose di acqua per produrre una quantià modesta di energia. Non basterebbe inoltre ricoprire di campi di mais la metà degli Stati Uniti d’America per sopperire al reale fabbisogno energetico della nazione.
Ovviamente di parere opposto sono gli imprenditori impegnati nel settore dei biocarburanti, che sottolineano come l’uso di questi combustibili serva a tagliare la dipendenza dal petrolio del Medio Oriente e a migliorare l’ambiente.
L’ago della bilancia potrebbe essere l’amministrazione di Barack Obama, non del tutto insensibile alla possibilità di tenere in cassa i 6 miliardi di dollari l’anno elargiti ai produttori di carburanti alternativi, ma ancora restia a venir meno alle promesse di sviluppo del settore. La Casa Bianca ha fatto sapere che potrebbe usare il suo potere di veto sull’emendamento del Congresso, nonostante l’ipotetico vantaggio che ne trarrebbero i conti pubblici.
Intanto l’atteggiamento ostile del Senato americano verso l’etanolo ha già prodotto le prime conseguenze. Il prezzo del mais statunitense ha subito la scorsa settimana un brusco ridimensionamento, segnando un calo complessivo del 12%.
L’anno scorso anche Al Gore, uno dei primi sostenitori dell’etanolo, ha ammesso pubblicamente di aver commesso un errore a sponsorizzare lo sviluppo di questo prodotto.

null - Ecoinchiesta, 17/06/2011

Continua il diboscamento illegale in Madagascar (Ecoinchiesta)


Dal 2009 l’abbattimento illegale delle foreste ha subito una triste e sconsiderata rinascita. Il business dei legni pregiati vede la Cina in prima fila tra i paesi importatori, soprattutto per quel che riguarda l’ebano e il palissandro.

«Che ammirevole paese il Madagascar!» scriveva nel 1771 l’esploratore francese Philebert Commerson. Duecentoquaranta anni dopo, sembrano lontanissimi i tempi in cui questo stato insulare dell’Oceano Indiano era considerato la terra promessa dei naturalisti.
Con più di 20.000 ettari di foreste devastate all’interno di aree protette e oltre 100.000 alberi di legno pregiato abbattuti illegalmente ogni anno, il Madagascar conferma il suo triste primato nella pratica del diboscamento illegale.
Il Paese, che possiede uno dei patrimoni forestali più ricchi del mondo, era riuscito fino al 2009 a portare avanti una politica di tutela ambientale bruscamente interrotta dal colpo di stato che ha portato al potere il giovane Andry Rajoelina. Da allora, denunciano i gruppi ambientalisti internazionali, l’abbattimento illegale delle foreste ha subito una triste e sconsiderata rinascita.
Il business dei legni pregiati vede la Cina in prima fila tra i paesi importatori, soprattutto per quel che riguarda l’ebano e il palissandro. Il commercio di quest’ultimo tipo di legname continua a fiorire sul mercato nero nonostante il divieto emanato recentemente dal governo di Antananarivo. Mezzo milione di tronchi di alberi tagliati illegalmente galleggiano come enormi cadaveri sui corsi d’acqua, mentre le lobby del legno continuano a fare pressioni sulle autorità nella speranza di riottenere le autorizzazioni per l’esportazione.
La situazione più critica sembra essere nella zona nord-orientale dell’isola, dove l’attività di diboscamento sta mettendo in serio pericolo le foreste pluviali e con esse anche il turismo, da sempre fonte di ricchezza della popolazione locale.
In risposta alle proteste degli ambientalisti il presidente Rajoelina aveva promesso dei provvedimenti idonei a fermare la mattanza di alberi e annunciato un piano per garantire la futura sopravvivenza delle foreste. Parole rimaste per ora senza un seguito.

null- Ecoinchiesta, 16/06/2011

Addio a Chernogorov, sognava di disarmare la Lepse (Ecoinchiesta)

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Yury Chernogorov aveva dedicato la sua vita all’oggetto più pericoloso del mondo, la Lepse, la nave di stoccaggio nucleare ancora in attesa di demolizione nel porto di Murmansk. È morto lo scorso 18 maggio a San Pietroburgo all’età di 76 anni.
Chernogorov era nato a Leningrado nel 1935, un anno esatto dopo il varo della motonave dedicata a Ivan Lepse (sindacalista lettone e bolscevico della prima ora). Si era diplomato all’Istituto tecnico militare di Leningrando e nel 1980 aveva iniziato a interessarsi di navi come capo tecnico di un gruppo di lavoro speciale del Murmansk Shipping Company.
Dal 1996 al 2000 era stato assunto presso l’Istituto di Ricerca Scientifica Centrale per la costruzione navale ed in seguito dall’Environmental Rights Centre (ERC) Bellona di San Pietroburgo, dove ha lavorato fino all’ultimo giorno della sua vita.
Grande esperto della tecnologia nucleare sovietica, Chernogorov si era specializzato nella disattivazione dei sottomarini, dei rompighiaccio e delle centrali nucleari obsolete. In particolare aveva fornito un importantissimo supporto tecnico per individuare la modalità di disarmo della Lepse, un’operazione complessa e molto pericolosa.

L’oggetto più pericoloso del mondo

Nel 1934, cinque anni dopo la morte del compagno Lepse, nei cantieri navali di Nikolaev, in Ucraina, s’iniziò la costruzione di una nave in suo onore: la Lepse appunto, motonave da manutenzione, metà bianca e metà nera, lunga 87 metri con 5600 tonnellate di stazza.
Affondata in Ucraina durante la seconda guerra mondiale in un bombardamento del fiume Hoper, la Lepse venne recuperata e riparata, rientrando in attività nel 1961 come nave d’appoggio per il rifornimento dei rompighiaccio nucleari al largo della glaciale Murmansk.
Nei successivi ventisette anni, la nave rimase in servizio, raggiungendo così il primato della più lunga vita operativa nella flotta atomica sovietica: dal 1966 al 1981 la stiva della Lepse venne riconvertita a deposito galleggiante per tonnellate di combustibile nucleare della flotta sovietica: 639 botti di combustibile esausto con 680.000 curie di radioattività totale stimata.
Nel 1988 la motonave venne definitivamente dimessa dal servizio, momento che paradossalmente segnò l’inizio di un’altra travagliata fase nella storia del vecchio cargo russo: ormeggiato per l’ultima volta ad una banchina del porto di Murmansk e abbandonato per oltre vent’anni. Una nave fantasma che non ha mai più navigato, isolata dal mondo da un semplice quanto inquietante cartello giallo: “pericolo nucleare”.
Attualmente, le precarie condizioni del natante rendono ancora difficoltoso il recupero del materiale ospitato nel suo ventre di metallo. Molti cassoni zeppi di sostanze nucleari hanno evidenziato un’elevata corrosione, deformazione o danneggiamento con la conseguente fuoriuscita di liquidi.
I lavori per la completa dismissione della Lepse dovrebbero terminare nel 2013, data in cui i rifiuti nucleari verranno rimossi dalla stiva e trasferiti in un impianto chimico degli Urali. Solo a quel punto la nave fantasma verrà demolita, sezionandola in blocchi di metallo.
Yury Chernogorov sognava di poter vedere quel momento.

null - Ecoinchiesta, 15/06/2011

Mario Rossi, tranquillo ma non troppo (Pagina)

Un tipo tranquilloChi è veramente il ragionier Mario Rossi? Attorno a questa domanda ruota “Un tipo tranquillo”, l’ultimo appassionante romanzo di Marco Vichi, tra i più apprezzati al Salone del Libro di Torino.
Il libro, edito da Guanda, descrive la nuova vita di un sessantenne fiorentino, impiegato in una ditta di imballaggi. Il signor Rossi è un uomo comune proprio come il nome che porta. Ogni giorno per quarantatre anni esce di casa alla stessa ora, prende lo stesso
autobus, lavora otto ore e torna a casa. Una ripetizione infinita delle solite abitudini che scandiscono la vita monotona di un tipo davvero tranquillo. Poi, di colpo, tutto cambia. Sua moglie Lella muore improvvisamente e la vita di Mario viene sconvolta, ma in maniera del tutto imprevedibile e ben diversa da quella che il lettore potrebbe immaginare. Il protagonista quasi si vergogna ma non è affranto per quella perdita. Anzi, si sente bene e forse non è mai stato meglio. Quell’evento tragico diventa per lui l’inattesa possibilità di poter vivere finalmente un’esistenza diversa: “Doveva ricominciare da capo un’altra volta. Ormai si stava quasi affezionando a quella sensazione di smarrimento. Del suo futuro non sapeva nulla, non immaginava nulla. Poteva succedere qualunque cosa”.
Mario decide così di andare finalmente in pensione e di partire da solo per un avventuroso viaggio a Roma. È qui che, proprio come una nave alla deriva, il tranquillo ragionier Rossi si trasforma in un uomo dissoluto, frequentatore di locali notturni e prostitute. Nemmeno il ritorno nella nativa Firenze corregge quel suo nuovo stile di vita.
Marco Vichi si conferma bravissimo a indagare negli angoli più segreti della psiche del classico “italiano medio”. Uomini stritolati dalla routine, solo in apparenza “per bene”, ma che in realtà possiedono desideri nascosti, devastanti e pericolosi come il fuoco che cova sotto la cenere. L’abilità dell’autore sta nel narrare la lenta cronaca di una inesorabile e clamorosa autodistruzione che trasforma un uomo comune in un vero e proprio mostro: solitario, lunatico, tormentato dal passato e ossessionato dalle donne più
giovani. Una metamorfosi totalmente compiuta solo nelle pagine finali del libro, quando il lettore non riuscirà più a riconoscere nulla dei tratti distintivi che sembravano caratterizzare il protagonista.
Nel complesso “Un tipo tranquillo” è l’ennesima ottima prova di Marco Vichi, sempre molto apprezzato anche in Piemonte e considerato non per nulla tra i migliori narratori. Una vera “Vichimania” che vede lo scrittore fiorentino ormai del tutto emancipato dalla fortunata serie del Commissario Bordelli, e quindi capace di cimentarsi nella creazione di nuovi e singolari personaggi per
la gioia del suoi affezionati lettori.
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Asia centrale, i confini dell’impero

Asia Centralescarica pdf

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Esce un numero speciale del magazine di East Journal. Un numero monografico sull’Asia centrale, area apparentemente distante dai rivolgimenti della politica internazionale e invece sempre più rilevante sia nelle strategie energetiche che per quelle militari. L’Asia centrale, con i suoi giacimenti di metano, è per la Russia di Gazprom una preda ambita e dittature come quelle del Turkmenistan si mantengono grazie al denaro proveniente dall’esportazione o dalla concessione dei giacimenti. Non solo Gazprom però, anche Eni è in prima fila nella regione, e gli interessi italiani sono molti e vanno dall’esportazione di armi all’impegno militare in quell’Afghanistan dove è in progetto la costruzione del gasdotto Tapi, destinato a passare dalla provincia di Herat. L’Asia centrale è strategica per la politica estera americana che, infatti, ha una base militare in Kirghizistan, necessaria per il rifornimento di aerei diretti in Afghanistan. E ancora: narcotraffico, fondamentalismo islamico, e inattesi sviluppi democratici. L’Asia centrale riserva molte soprese.
Un dossier di Christian Eccher, docente di italianistica all’Università di Novi Sad, impreziosisce questo numero in cui troverete anche dei miei articoli.

Gioia e veleni (Narcomafie)

Gioia e veleni, il mio reportage publicato da Ecoinchiesta (link) sul business dell’ecomafia nel porto di Gioia Tauro (Rc) è stato riproposto questa settimana dal mensile Narcomafie.
Dopo avervene dato un assaggio circa una settimana fa, ora ve lo posto per intero.

Il megaporto di Gioia Tauro appare in lontananza  percorrendo il lungomare di San Ferdinando. All’ora del tramonto, nel  silenzio desolante della Piana, le sue vertiginose gru sembrano mostri  mitologici messi a guardia di chissà quale regno proibito.
A settanta chilometri da Reggio Calabria, il primo terminal per il transhipment del Mediterraneo inizia oltre la recinzione metallica da dove si scorgono le prime pile  di container grigi con la stella della Maersk Line. Tutto attorno c’è un  paesaggio da profondo sud, fatto di terreni aridi e lontani viadotti  autostradali che contemplano quel colosso di cemento e acciaio mentre  accoglie di continuo navi mercantili grandi come montagne. Circa tre milioni di container vengono movimentati nel porto ogni anno; scovare quelli usati per lo smaltimento illegale di sostanze tossico-nocive è come trovare un ago in un pagliaio.
Le origini delle vicende legate al traffico di rifiuti a Gioia Tauro  risalgono agli anni immediatamente successivi alla costruzione di  quest’opera faraonica, concessa in contropartita ai reggini dopo gli  scontri che misero a ferro e fuoco la città per l’assegnazione del  capoluogo a Catanzaro. Il porto venne realizzato in una vasta area  costiera, dove alla fine degli anni settanta c’erano ancora uliveti  centenari e spettacolari aranceti. Una fetta di lussureggiante natura  calabrese spazzata via al solo scopo di creare una cattedrale nel  deserto, lontana centinaia di chilometri dalle industrie del nord e  trasformata ben presto dalle cosche ‘ndranghetiste in  un crocevia strategico per i traffici illeciti. Armi e droga  soprattutto, senza trascurare il ricco affare dei rifiuti pericolosi  spediti verso paesi-pattumiera africani. Un fenomeno ancora in buona  parte misterioso che frutta alla criminalità organizzata una enorme mole  di denaro.
L’ecomafia sa soddisfare le esigenze di un mercato dove i broker di rifiuti illegali sono per lo più imprenditori legati alla criminalità organizzata, ed i clienti le aziende bisognose di smaltire grandi quantità di materiali tossico-nocivi. A loro le ‘ndrine reggine sanno offrire a  buon mercato un servizio che vale oro: far scomparire i rifiuti  spedendoli in paesi lontani. Ogni anno, violando le leggi nazionali e  comunitarie che ne imporrebbero la preventiva trasformazione, spariscono  dall’Italia circa quaranta milioni di tonnellate di scorie pericolose e  nonostante le settemilaquattrocento tonnellate di rifiuti sequestrati nel 2009 le cosche riescono ancora ad aggirare il controllo degli scanner ai container.
Molte le operazioni delle forze di polizia compiute nel porto di Gioia  Tauro negli ultimi cinque anni. Nel gennaio del 2006 la scoperta di un  carico illegale di materiale plastico portò sei mesi dopo al sequestro  di ben centotrentacinque container diretti in Asia e Africa del nord. All’interno: settecentoquaranta tonnellate di rifiuti di plastica,  millecinquecento tonnellate di metalli, centocinquanta tonnellate di  contatori elettrici, settecento tonnellate di carta e dieci tonnellate  di componenti automobilistici e pneumatici usurati. Episodi che hanno  progressivamente cancellato le ipotesi di fatti isolati, mettendo in  luce un mercato clandestino di notevoli proporzioni.
Nel 2008 finì nel mirino dei carabinieri del NOE (Nucleo Operativo Ecologico) un’altra spedizione di ventuno tonnellate di rifiuti speciali destinata al Pakistan,  mentre per il Ghana, l’Egitto e la Somalia, sarebbero partiti quattro  container zeppi di parti ferrose di veicoli demoliti. Ma è soprattutto  la Cina ad accogliere le quantità più rilevanti di  rifiuti tossici spediti da Gioia Tauro. Le mastodontiche portacontainer  post-Panamax lasciano l’Italia dirette ad Hong Khong, dove gli odiati materiali di scarto delle aziende italiane vengono lavorate nei sudici laboratori delle province cinesi, diventando giocattoli e merce della più svariata natura. Prodotti potenzialmente pericolosi per la salute che invadono i mercati  europei e, come per vendetta, tornano in Calabria. Reti per  l’agricoltura made in China con un’alta concentrazione di piombo sono  arrivate a contaminare anche le gustose olive calabresi. «Noi forniamo la materia prima per auto-inquinarci di ritorno», ha detto il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, «questo è veramente assurdo».
Il suono di una sirena. Una nave rossa si stacca dalla banchina e  comincia lentamente a prendere il mare. Per Giuseppe C, da sempre  abitante della Piana di Gioia Tauro, le sirene delle  navi mercantili avrebbero dovuto rappresentare lo squillo di tromba per  il riscatto economico di queste terre. «Invece…».
La promessa di un grande polo siderurgico, mai realizzato, strettamente collegato al porto aveva illuso un po’ tutti. «All’inizio la gente di qui era entusiasta dell’idea del  porto. Diciamo che lo considerava come casa propria», sorride Giuseppe,  raccontandomi di alcuni furti di materiale edile avvenuti durante la  costruzione del terminal calabrese: blocchi di cemento riapparsi per  magia nei giardini di alcune villette della zona sotto forma di  fioriere.
Ma la vera padrona del porto è stata fin da subito la ‘ndrangheta. Negli anni ’80 molte assunzioni erano soggette al pagamento di un pizzo di dieci milioni di lire ai padroni della piana: la cosca Piromalli-Molè. Le infiltrazioni della criminalità hanno pesato fortemente sullo  sviluppo di Gioia Tauro e negli ultimi anni l’arrivo della crisi  economica ha sollevato dei seri timori sul futuro dello scalo. La  riduzione dei flussi di movimentazione dei container cominciano a dare  segnali preoccupanti a causa dall’agguerrita concorrenza di Tangeri e  Genova, mentre continua la preoccupante crescita del business dell’ecomafia legato al traffico di materiali pericolosi per l’ambiente. Un fenomeno che è riuscito a mettere in allarme addirittura gli Stati Uniti D’America. Secondo alcuni file pubblicati da Wikileaks l’amministrazione americana considera il porto di Gioia Tauro una vera e propria  falla nei controlli doganali europei. Funzionari “disponibili a guardare dall’altra parte mentre si compiono  illegalità” e “doganieri spesso riluttanti a fermare i container per i  controlli” fanno temere agli USA che dal porto baricentrico del  Mediterraneo riesca ad entrare ed uscire di tutto, compreso del  materiale nucleare. Un sospetto che troverebbe una conferma nella  scoperta, a luglio 2010, di un container contentente cobalto-60 nel porto di Genova.  Un carico misterioso, proveniente dall’Iran e destinato formalmente ad  una ditta di Alessandria, transitato tranquillamente dalla Calabria.
C’è da sottolineare però che in questo caso i controlli effettuati a  Gioia Tauro non sono stati del tutto inefficaci e sono serviti anzi ad  intercettare un’altra parte del materiale pericoloso: sette tonnellate di esplosivo T4 che, insieme al cobalto-60, sarebbe probabilmente dovuto servire alla costruzione di una “bomba sporca”. A chi era realmente destinato quel carico? A cosa sarebbe servito l’ordigno? Tutte domande che rimangono ancora senza risposta.
Per ora, il timore che dei gruppi terroristici riescano a far arrivare  negli Stati Uniti del materiale nucleare tramite i porti italiani ha  dato vita ad un progetto del Dipartimento per l’ Energia USA denominato “Megaport”. Una misura sperimentale, secondo quanto riferisce il Secolo XIX, che prevede l’installazione di uno speciale mexi-scanner per ispezionare a fondo tutte le merci destinate all’esportazione e che sarà presto attiva anche a Gioia Tauro.
Basterà per cambiare la storia di un porto in cui, leggendo Wikileaks, “ci sono occhi dappertutto”?
Passeggiando per le banchine l’impressione di essere sempre sotto  controllo è evidente. Ci sono le telecamere, tante, e la security. Ma  c’è anche quello che non si vede: il controllo della mafia. E ancora, la quasi certezza che ciò che non si vede non sia tutto.
Un documento scoperto dal magazine Terra all’inizio del  2011 e ancora coperto da segreto di stato, confermerebbe infatti che la  ‘ndrangheta non sia stata l’unica ad utilizzare Gioia Tauro come scalo  per lo smaltimento illegale di rifiuti tossici. Anche i servizi segreti sarebbero stati degli abituè della zona di Reggio Calabria ed avrebbero  avuto a disposizione centinaia di milioni per provvedere allo “stoccaggio di rifiuti radioattivi ed armi”. Il documento datato 11 dicembre 1995 è ora agli atti della commissione sul ciclo dei rifiuti (protocollo 294/55) presieduta dall’On. Pecorella e al vaglio della commissione per controllo dei servizi segreti (Copasir).
Sono passati quindici anni ed il documento potrebbe (e  dovrebbe) essere presto desecretato, svelandoci finalmente una storia  di collusioni tra stato e criminalità organizzata. Una storia di navi cariche di veleni che sono partite, anche da Gioia Tauro, senza mai arrivare da nessuna  parte. Navi affondate, inghiottite dal Mediterraneo. Ma questa è  un’altra storia.
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null- Narcomafie, 03/06/2011