Arte Urbana in Subbuglio prima dei loft (Pagina)

Un fugace assaggio di fantasia al potere nato dietro i cancelli di una vecchia fabbrica dismessa; un’esplosione di creatività favolosa, destinata a vivere soltanto trenta giorni. È “Sub Urb Art/ Arte Urbana in subbuglio”, un progetto dell’associazione culturale URBE–Rigenerazione Urbana, che da inizio luglio ha raccolto nell’ex stabilimento Aspira di via Foggia a Torino le opere di quaranta street artist italiani e stranieri.
I 1500 mq di locali concessi dalla società proprietaria dell’immobile prima di iniziare i lavori di abbattimento per la realizzazione di moderni loft, sono stati temporaneamente riconvertiti in un contenitore di arte contemporanea. Un laboratorio permanente di anarchica espressione in cui non solo gli artisti invitati, ma anche i visitatori occasionali, possono disegnare e scrivere sui muri, creare murales e altre installazioni senza alcun limite. Una bomba ad orologeria creativa che scomparirà, insieme all’intera struttura, già alla fine del mese. Ma prima di allora per gli appassionati di street art, nonché per gli amanti dell’archeologia industriale torinese, in via Foggia c’è davvero di che divertirsi.
Varcato il portone di ingresso di quella che un tempo fu una fabbrica di impianti di areazione ci si trova subito immersi in una specie di paese delle meraviglie post industriale. Qui le mura, che prima dell’abbandono conoscevano soltanto il rumore delle macchine e la frenesia del lavoro degli operai, sono oggi popolate da esseri fantastici, mostruosi o grotteschi. Parassiti futuristici, apparentemente senza logica, sono il virus che attaccando ogni angolo di questi luoghi gli dona l’ultima ebbrezza, prima che le ruspe entrino in azione.

Nel cortile, qualche divano datato e i suoni psichedelici della musica tecno danno il benvenuto ai visitatori e li spingono a esplorare i magazzini, gli uffici e le stanze che sono stati il banco di lavoro per i disegni degli artisti. Nemmeno il tetto e la facciata dell’edificio sono stati risparmiati dai pennelli dagli instancabili writers, alcuni addirittura venuti per l’occasione da oltreoceano.
Girovagando per i locali che portano ben visibili i segni di un irreversibile decadimento, le nuove forme colorate che tappezzano i muri generano un continuo stupore e a volte provocano una incontrollabile inquietudine.
Strani personaggi in divisa da carabiniere guardano con le forchette in spalla le evoluzioni di abilissimi skaters, questa volta in carne ed ossa, lungo quella che doveva essere una linea di produzione.
Anche gli obsoleti cartelli “magazzino spedizioni” e “ricevimento merci” sono stati attaccati da uno strano scarafaggio con il corpo a forma di cervello umano. Così, dopo teschi e mostri piangenti, bambini mangiafuoco e banali tag colorate su porte, finestre e pavimenti, l’incontro con figure conosciute quasi rincuora: c’è Louis Amstrong che suona la sua tromba, Yuri Gagarin in plastica posa da cosmonauta e c’è addirittura un improbabile Lenin pacifista che incita a legalizzare le droghe leggere.
Infine zigzagando tra bottiglie di birra e calcinacci è possibile anche salire fino alla terrazza. Qui anche la normalità del paesaggio cittadino di zona Regio Parco, fatto di case di ringhiera e nuovi palazzi borghesi, sembra contagiata dall’atmosfera di insistente e spregiudicata anormalità creativa della ex Aspira. Ingredienti di una selvaggia e disordinata libertà di espressione. Una brevissima parentesi tra realtà e fantasia, tra passato e futuro che potrebbe essere replicata in altre industrie in disuso. Questo e molto altro è “Sub Urb Art/Arte Urbana in subbuglio”, originale esperimento di riqualificazione urbana che merita la pena di vedere coi propri occhi.

Toxic Somalia, gli effetti del traffico illegale di rifiuti nel Corno d’Africa (Narcomafie)


null  -  Narcomafie, 19/07/2011 *

* Pubblicato anche su Politicamentecorretto.com del 24/07/2011

 

Addio alla “ciambella” di piazza Baldissera (Pagina)

È iniziata in zona Aurora la demolizione dell’ultimo tratto della sopraelevata di piazza Baldissera. L’intervento, parte del grande progetto che in questi anni sta vedendo realizzarsi il ridisegno urbanistico della zona nord di Torino, permetterà la riunione dei quartieri ad ovest della città, finora separati dalla ferrovia (ormai interrata).
Costruita nel 1970, la cosiddetta “ciambella” ha permesso fino al 2006 di scavalcare i binari provenienti dallo scalo ferroviario Valdocco, quando l’attuale zona di Parco Dora era quasi completamente costituita da stabilimenti industriali (Ferriere, Teksid, Officine Savigliano, Michelin, Ingest, Superga).
Quella in corso in questi giorni è la terza ed ultima fase di demolizione dopo quelle concluse nel 2006 e nel 2009 per permettere l’avanzamento dei lavori di costruzione delle gallerie del passante ferroviario. Secondo i piani del Comune le operazioni di smantellamento dureranno circa quattro settimane ma renderanno necessarie soltanto delle piccole modifiche alla viabilità proveniente dai corsi Mortara, Vigevano e Principe Oddone. Sostanzialmente invariati anche i percorsi delle linee di trasporto pubblico ad eccezione della linea 10 deviata da via Cecchi a corso Vigevano. Al termine dei lavori la sopraelevata sarà sostituita da una grande rotonda che fungerà da raccordo per l’immissione dei flussi stradali sul nascente boulevard della Spina Centrale: ambizioso progetto dell’architetto Vittorio Gregotti che permetterà di attraversare la città da nord a sud seguendo un unico grande viale.
Sempre in piazza Baldissera era stata abbattuta a fine marzo, non senza qualche polemica (vedi articolo di Pagina del 22/03/2011 http://www.pagina.to.it/index.php?method=section&action=zoom&id=9123 ), la vecchia Stazione Dora. Nemmeno una petizione spontanea di cittadini nata su Facebook per risparmiare l’ottocentesco edificio ferroviario era riuscita a fermare le ruspe.
 

Ponte Amedeo IX, cento anni dopo (Pagina)

«Ogni volta che vengo qui mi guardo intorno e misuro con la memoria quanto qui ci sia la rappresentazione della trasformazione di Torino». È un Piero Fassino orgoglioso dell’evoluzione urbanistica delle ex aree industriali portata avanti dalla precedente amministrazione di centrosinistra, quello che ha inaugurato nella zona di Spina 3 un nuovo ponte sulla Dora.
 Costruito per permettere il passaggio dei veicoli tra via Orvieto e via Livorno, a cavallo tra le circoscrizioni 4 e 5, il nuovo ponte è caratterizzato da una imponente struttura in acciaio Corten che con il suo color ruggine, richiamo voluto per sottolineare i trascorsi industriali del luogo, gli dona un particolare stile retrò.
 Un anno e mezzo di lavori, sei milioni e trecentomila euro di spesa per un’opera che, secondo Fassino, «consente di migliorare la qualità della vita di questo territorio».
 
 
Prima del taglio del nastro, ammirando dal basso i 30 metri delle antenne asimmetriche a forma di V posizionate sulle banchine centrali delle sei carreggiate (ci sono anche due corsie destinate al trasporto pubblico e alle emergenze), il neo sindaco ha voluto sottolineare il notevole impegno mostrato dall’impresa costruttrice. Alla ditta Castaldo di Napoli sono quindi andati anche i ringraziamenti dell’assessore ai trasporti, Claudio Lubatti, per essere riuscita a superare le difficoltà sorte nel passaggio tra la progettazione e la realizzazione della struttura.
 Il nuovo ponte sulla Dora andrà a sostituire il ponte Amedeo IX, dal quale dista soltanto sette metri e del quale erediterà il nome.
 Varato nel 1912 con l’avvento dell’industrializzazione, il vecchio ponte è divenuto ormai inadeguato a sopportare i flussi di traffico ed il pericolo di eventuali piene della Dora. Grazie al particolare interesse storico-artistico (fu costruito in cemento armato ad un’unica campata ad arco ribassato, sul modello del ponte del Risorgimento di Roma), verrà comunque restaurato ed integrato come transito ciclo-pedonale nel nuovo Parco Dora.
 

La “pietra miliare” su Narcomafie

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La mia inchiesta sull’origine del traffico di rifiuti tossici tra Italia e Romania è stata pubblicata da Narcomafie ed è apparsa successivamente anche su EaSt Journal e Rifiuti Connection.

Un torinese alla guerra della monnezza (Pagina)

Per vincere una guerra occorrono ottimi soldati, e il neo sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, sa che la “guerra della monnezza” non fa eccezione. Per questo nel pieno di una nuova e allarmante emergenza rifiuti ha chiamato sotto il Vesuvio un ragazzo torinese di appena 37 anni. Si chiama Raphael Rossi e da poco più di due settimane è diventato il numero uno dell’Asia, l’azienda che si occupa della raccolta dei rifiuti nel capoluogo campano. Un ruolo importantissimo, fondamentale per non far nuovamente sprofondare Napoli sotto tonnellate di spazzatura.
Qualcuno sotto la Mole si ricorderà certamente di Rossi come il giovanissimo vice presidentedell’Amiat (l’omologa torinese dell’Asia) che nel 2007 denunciò pubblicamente un tentativo di corruzione ai suoi danni per l’acquisto di 4 milioni di euro di macchinari inutili.
Accade così che, mentre la regione Piemonte si smarca sulla possibilità di partecipare al trasferimento dei rifiuti, Torino, notoriamente città di guarnigione, sia presente sul fronte campano con uno dei suoi migliori esperti del settore. Un tecnico specializzato nello sviluppo della raccolta porta a porta, quella che assieme al no ad un nuovo inceneritore nella zona est di Napoli, era stato il cavallo di battaglia della trionfale avventura elettorale di De Magistris.
«Sono come un medico che viene chiamato di fronte a un caso grave, complicato», aveva dichiarato Rossi appena sbarcato all’aeroporto di Capodichino da Torino, mentre le strade di Napoli erano al collasso e i camion dell’Asia dovevano effettuare la raccolta dei rifiuti seguiti da una scorta armata.
Una situazione esplosiva che vedeva le notti partenopee illuminate da decine di roghi ai cassonetti. Protesta per una condizione inaccettabile o criminale sabotaggio? Al giovane tecnico torinese sono bastati pochi giorni per capire che i rifiuti sono il nuovo oro di Napoli. L’oro che interessa ai clan della camorra e per il quale si combatte questa incredibile guerra: «Quando contemporaneamente in dieci punti della città scoppiano incendi dei cumuli di rifiuti, ci sono persone che trascinano i cassonetti dai marciapiedi alla strada, e parallelamente esplodono problemi con le ditte appaltatrici, beh, parlare di pressioni indebite sull’amministrazione comunale non è affatto esagerato».
Oggi, grazie anche al giovane presidente torinese dell’Asia, la situazione a Napoli è migliorata. Soltanto alcune periferie sono ancora alle prese con le montagne di sacchetti di plastica mentre il centro e le altre aree della città appaiono miracolosamente pulite. «Lavoriamo 24 ore su 24. E la situazione sta tornando alla normalità».
Un ottimo risultato, eppure l’emergenza non può ancora dirsi superata. L’equilibrio faticosamente raggiunto si basa su un sistema ancora fragile e condizionato da troppi fattori. Il più preoccupante è lo smaltimento, non governato direttamente dall’azienda presieduta da Rossi ma da Provincia e Regione. In parole povere dopo aver raccolto i rifiuti per le strade bisogna sapere dove andare a sversarli, e se le discariche sono piene il meccanismo rischia di incepparsi di nuovo. Napoli continua quindi a rimanere sull’orlo del baratro, nell’attesa che si concretizzino i provvedimenti per trasferire centinaia di tonnellate di rifiuti fuori dalla Campania. D’altra parte quella della monnezza è una guerra di logoramento, estenuante e difficile, e chi come Raphael Rossi ha deciso di combatterla deve saper tenere i nervi saldi, resistendo agli inevitabili attacchi.
Solo la settimana scorsa di fronte al rischio, poi rientrato, di una nuova ondata di rifiuti sulle strade, c’era già chi su un giornale campano ironizzava sul metodo di lavoro del nuovo presidente dell’Asia: «Caro dottor Rossi, se fosse bastato solo fare un piano di raccolta differenziata ed ordinare di raccogliere i rifiuti in strada crede che l’avrebbero chiamata? Non si demoralizzi, ma fare l’amministratore a Napoli è un po’ più difficile che farlo a Torino».
Sarà, eppure nonostante le quotidiane difficoltà, Raphael Rossi sembra continuare ad avere le idee ben chiare su come portare la sua azienda a vincere la “guerra della monnezza”: «Noi stiamo dalla parte di chi lavora per uscire dall’emergenza e delineare un nuovo piano, altri sono aggrappati al vecchio sistema di interessi e privilegi che in questi anni è cresciuto proprio grazie all’emergenza».

null  -  Quotidiano Pagina, 11/07/2011

Emergenza zero

Alle 23 salto giù dalla sedia. Il camion dell’Asia passa a prendere dei cassonetti mezzi vuoti in una piazzetta di zona Mater Dei. Tutto tranquillo. A Napoli di spazzatura non ce n’è. O almeno così mi è sembrato dopo un primo giro in città. Una sensazione da prendere con il beneficio del dubbio però, visto che ho girato solo nei quartieri Vomero, Camaldoli e Arenella. Quartieri “alti” insomma. Il problema, se ancora c’è, è in periferia ma per ora mi piace pensare che la cura torinese del dottor Rossi inizi a funzionare. Vedremo.
Che altro dire? Sto raccogliendo materiale per un articolo che spero di riuscire a pubblicare la prissima settimana. In giornata farò un giro in provincia, a Giugliano, dove dovrei incontrare il titolare di una azienda di smaltimento rifiuti che potrebbe avere qualcosa di interessante da raccontarmi.
Fa molto caldo, ma qui mi parlano di altre notti infuocate. Quelle dei roghi e dell’odore acre che si alzava quasi contemporaneamente da diverse zone della città. Forse è tutto passato. A Napoli si respira un bel profumo di mare.

Nella terra dei fuochi

Assente, assente, continuo ad essere troppo assente. Tra voi ci sarà di certo qualcuno che aspetta da mesi una mia mail, mentre qualcun altro si sarà offeso perché non gli ho più risposto.
Scusatemi ma sono tempi strani. Ho un sacco di lavoro da sbrigare e parecchi progetti in testa ai quali provare a dare forma. Per farvi capire meglio pensate a questo: domenica scorsa a pochi chilometri da Torino, in Val Susa (la mia Val Susa!), c’era una specie di guerra civile e io, invece di essere lì al fronte con reflex spianata, me ne stavo tranquillamente a passeggio per via Roma.
Ok, così non si può continuare. Ho così deciso di rimediare andandomene in vacanza: relax, aria pura e divertimento! Le Maldive? Macchè, vado a Napoli! Volete mettere delle noiosissime spiagge con l’ebbrezza di vivere minuto per minuto una situazione esplosiva nella terra dei fuochi?
Vi prego amici napoletani, non interpretate male queste mie ultime parole. Noi giornalari siamo emotivamente e irrimediabilmente attratti dall’essere testimoni di casini di varia natura. Ci interessano! Vogliamo vederli, studiarli e interpretarli. Siamo da manicomio, insomma. Ma se non fossimo così saremmo impiegati bancari pure noi, quindi tutto sommato dovreste ringraziare che ci sia ancora in giro qualcuno a cui non interessa il vostro posto, no?
Ma torniamo al discorso Napoli. Dopo gli spiragli positivi dei giorni scorsi pare che la città sia di nuovo sull’orlo di una nuova emergenza rifiuti. Si parla di 48 ore prima che una nuova ondata di monnezza sommerga i quartieri all’ombra del Vesuvio. Vedremo.
Dal canto mio torno in Campania dopo sei mesi (link ; link) e sul fronte spazzatura la situazione sembra pressoché la stessa:

Verso le dieci di sera arrivano i compattatori anche in zona Arenella. In casa ci sono scene di giubilo. Francesca quasi esulta. Poi ride da sola: “pensa come stiamo messi… pensa se uno deve essere felice perché tolgono i rifiuti!”
Massim. weblog – Napoli, 31/12/2010

Sono proprio curioso di vedere come se la caverà il mio concittadino , da poco nominato dal sindaco De Magistris presidente dell’Asia (l’azienda che si occupa della raccolta dei rifiuti nel capoluogo campano).
Tra monnezza e speranze, roghi e caldo estivo, sabotaggi e pizza margherita, so già che la domanda che mi ronzerà in testa per tutta la settimana prossima sarà più o meno questa: ce la farà il bravo e torinesissimo signor Rossi a vincere la guerra della monnezza e cambiare realmente le cose a Napoli? Detta così sembra vera utopia. Eppure la sfida, se così possiamo chiamarla, per essere affascinante è affascinante… Che volete farci, la piemontesizzazione è stata storicamente un fiasco in Campania, eppure nui bugianen non perdiamo mai l’occasione per riprovarci.
Ci leggiamo presto. Statemi bene. Anzi, statemi buò! ;-)

La “pietra miliare”: origine del traffico di rifiuti tossici tra Italia e Romania (Ecoinchiesta)

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Il porto franco di Sulina è stato la breccia che ha trasformato la Romania nel primo paese pattumiera d’Europa. Una“pietra miliare” dei traffici illeciti di rifiuti provenienti dall’Italia.

Ad est dell’est c’è Sulina, piccola cittadina del distretto di Tulcea: il punto più orientale della Romania e dell’intera Unione Europea. Quattromila anime sparse tra casette di legno e orribili condomini di epoca sovietica. Poche strade, alcune ancora in terra battuta che conducono quasi tutte al porto, situato allo sbocco del ramo centrale del Delta del Danubio. È stata questa la breccia che ha trasformato la Romania nel primo paese pattumiera d’Europa. Una “pietra miliare” dei traffici illeciti di rifiuti provenienti dall’Italia, come la definì in una lettera al settimanale Famiglia Cristiana lo 007 Guido Garelli (personaggio coinvolto nel progetto Urano per lo smaltimento di materiale pericoloso in una depressione dell’ex Sahara spagnolo). Di certo nella seconda metà degli anni ’80 il porto franco di Sulina rappresentava un salvacondotto per molti trasporti illegali e dal 1987 in poi divenne anche l’approdo privilegiato delle navi dei veleni provenienti dall’Italia.
Nella primavera del 1987 due mercantili carichi di rifiuti pericolosi, la Akbay I e la Corina, salparono dai porti di Marina di Carrara e di Chioggia diretti a Sulina. A commissionare i viaggi fu un’azienda italiana, la Sirteco Italia S.r.l. , che si impegnò a smaltire tramite la compagnia rumena Kimica ICE di Budapest varie centinaia di barili d’acciaio per mezzo di incenerimento o conferimento in discarica. Ma era tutto falso: a Sulina non esistevano né inceneritori né discariche adatte a smaltire materiali tossici. Dopo essere state stoccate in via provvisoria nei magazzini del porto, le sostanze nocive dovevano semplicemente essere gettate nel Mar Nero. A questo proposito il capitano turco Mustafa Aygor, imbarcato sulla nave Faz 1 Mete ha dichiarato che «fra giugno e luglio del 1988 furono caricati sulla nave turca Munzur, ormeggiata nel porto di Sulina, dei barili sigillati con la lettera “R”. In quell’occasione parteciparono anche chimici italiani come supervisori delle operazioni di carico».
Da un dossier di Greenpeace del 2002 si apprende che la Corina giunse in Romania l’11 aprile 1987 con 2796 fusti e solo cinque giorni più tardi la Kimika ICE emise un falso certificato attestante la distruzione dei rifiuti. Il 26 di aprile dello stesso anno la seconda nave, la Akbay I, scaricò nel porto rumeno 828 tonnellate di rifiuti industriali.
Il disegno criminoso prevedeva l’arrivo in Romania di 150.000 tonnellate di scorie all’anno pagate, così pare, dalla Sirteco alla Kimika ICE circa 600 lire al chilo, quando lo smaltimento legale in Italia sarebbe arrivato a costare oltre 2000 lire al chilo. Un business colossale stimabile secondo l’Agenzia Ambientale delle Nazioni Unite in 100 miliardi di lire (circa 50 milioni di euro) che ancor prima dello sbarco all’est della criminalità organizzata vide protagoniste alcune aziende italiane con la complicità delle alte sfere del regime di Nicolae Ceausescu. Ma non tutti si mostrarono d’accordo perché Sulina ospitasse una bomba ecologica. Nel corso di una dichiarazione rilasciata nel 1995, Aldo Anghessa, legato ai servizi segreti, affermò che il comandante del porto venne fucilato per essersi opposto al traffico di rifiuti.

La fuga di notizie.
Nell’estate del 1987 una fuga di notizie dall’Urss (probabilmente dall’Ucraina) rivelò che nei magazzini del porto sul Danubio veniva conservata da diversi mesi una quantità importante di rifiuti industriali provenienti da paesi del Patto Atlantico. Il quotidiano francese Liberation pubblicò un articolo sulla vicenda, subito rilanciato da altri media internazionali.
Lo scoppio dello scandalo provocò la dura reazione di Nicolae Ceausescu che si attivò per punire i responsabili degli accordi segreti che avevano permesso lo stoccaggio dei rifiuti tossici. La notte successiva all’uscita della notizia sul giornale francese, infatti, un commando composto da decine di uomini fece irruzione negli uffici dell’autorità portuale di Sulina. Alcuni dipendenti vennero prelevati da casa e interrogati per diverse ore. Al mattino il direttore del porto, Mihai Macu, e il contabile, Dumitru Gavanescu, vennero arrestati insieme ad altre cinque persone e condannati a pene detentive comprese tra gli 11 e i 18 anni. Uscirono dal carcere a dicembre del 1989 perché ritenuti, forse a ragione, vittime del regime.
In Romania alcune fonti sostengono infatti che i rifiuti vennero introdotti nel Paese su ordine diretto di Elena Ceausescu, moglie del presidente, vice primo ministro e fautore dello sviluppo dell’industria chimica rumena. La stampa internazionale fornì tuttavia una versione diversa, affermando che l’affare venne organizzato da alti funzionari del ministero del commercio e trascurando il coinvolgimento della consorte del dittatore.
La verità, probabilmente non del tutto svelata, potrebbe essere ancora sepolta negli archivi del Partito Comunista Rumeno. «Ho sempre pensato che le prove si trovassero in Romania» dichiarò a tal proposito al quotidiano The European il giudice Ivano Nelson Salvarani, che alla fine degli anni ’80 aprì a Venezia un’inchiesta sul caso, «sfortunatamente il nostro ministero degli Esteri non è riuscito a trovare i canali diplomatici necessari ad ottenere certi documenti dalle autorità rumene».

La città dipinta con i rifiuti italiani.
Mentre in Europa si diffondevano gli echi dello scandalo internazionale, a Sulina la propaganda del regime fece sì che la notizia dei rifiuti tossici custoditi nei magazzini del porto arrivasse alla popolazione in maniera distorta. Corse voce che in città venissero conservate sostanze misteriose, e nonostante i barili d’acciaio scaricati dalle navi provenienti dall’Italia emettessero un forte odore, i residenti ignorarono il pericolo. Più volte i depositi vennero saccheggiati. Il materiale di scarto altamente nocivo contenuto nei fusti venne addirittura utilizzato come pittura per dipingere case, cancelli e mobili di legno.
Intanto le autorità della città si accorsero che il bestiame lasciato a pascolare vicino alla zona in cui erano custoditi i fusti si era ammalato. Il sindaco vietò quindi esplicitamente di utilizzare quelle strane sostanze come vernice, ma quasi nessuno lo ascoltò al punto che tracce di quei rifiuti si trovano ancora oggi nelle case e nelle strade di Sulina.
Almeno tre degli uomini che parteciparono al saccheggio dei magazzini del porto morirono poco dopo. Come causa del decesso il regime rumeno fece scrivere “sconosciuta”.

La nave fantasma.
La Stampa di Torino del 13 agosto 1988 riportò la notizia delle dimissioni del ministro del Commercio del regime di Ceausescu in seguito allo scandalo del traffico di rifiuti tra Italia e Romania. Nello stesso articolo si apprese anche dell’esistenza di una terza nave, la Kapitan Fehmi, battente bandiera turca, che avrebbe scaricato a Sulina altre duemila tonnellate di rifiuti italiani. Ciò confermerebbe i sospetti di Greenpeace circa l’esistenza di altre navi dei veleni attraccate nel porto franco. Una di queste, la meno conosciuta e misteriosa, è la Prahova.
Di questo cargo e del suo carico si sa pochissimo. Arrivò in Romania, non si sa da dove, nell’estate del 1987. I lavoratori del porto scaricarono dalla nave barili d’acciaio con scritte di pericolo in italiano e in tedesco ed alcuni di loro svennero a causa dei fortissimi odori rilasciati dai contenitori. Forse proprio a causa di questi malori l’operazione di scarico non venne completata. I barili già arrivati sulla banchina vennero lavati con l’acqua pompata dal Danubio e poi trasportati nei magazzini del porto, altri rimasero nella stiva del mercantile a causa del clamore suscitato dal caso, che proprio in quei giorni investì alcuni importanti esponenti del governo rumeno. La successiva interruzione dei traffici spinse le autorità portuali (o altre compagnie intermediarie) a sbarazzarsi dei rifiuti scaricandoli direttamente nel Danubio o sul fondo del mar Nero. I fusti rimanenti trovarono alloggiamento per ben quattro anni nella stiva della Prahova, ancorata, o meglio abbandonata, nel porto di Sulina con il suo carico di veleni senza che nessuno ne reclamasse la proprietà. Finché il 24 febbraio del 1991 la nave scomparve nel nulla. Quasi si dissolse, nella nebbia di una notte d’inverno.
Ma dove finirono i centinaia di fusti zeppi di sostanze tossico-nocive?
Alcuni abitanti di Sulina dichiararono che dopo la fine del regime di Ceausescu le voci sulle presunte malattie provocate dalle scorie stoccate nel porto convinsero le autorità a disfarsi della nave. C’è chi dice che la nave venne demolita nel porto turco di Aliagra dopo aver scaricato i suoi veleni al largo. Secondo un’altra versione dei fatti il cargo misterioso venne prelevato da un rimorchiatore turco, l’Ocean Asli, e poi affondato nelle acque internazionali del Mar Nero. Un destino comune a quello della Akbay I, una delle prime navi dei veleni arrivate in Romania, che non venne mai più ritrovata.

I veleni sulle coste turche.
In Italia l’inchiesta di Venezia sul traffico di rifiuti con la Romania rivelò che la Sirteco (già sottoposta a procedura di liquidazione) aveva raccolto e trasportato rifiuti tossici sversati nel Mar Nero. Ma dietro la verità giudiziaria c’è una ancor più triste realtà: centinaia di contenitori metallici provenienti dall’Italia e transitati per Sulina vengono ancora restituiti dal mare sulla costa turca, tra Istanbul e Rize.
Nel luglio del 2000 il Ministero dell’Ambiente turco dichiarò che fino a quel momento erano stati ritrovati in Turchia 367 barili con stampigliata la lettera “R” e le cui etichette indicano senza ombra di dubbio la presenza di rifiuti tossici prodotti in Italia.
Secondo Greenpeace l’80% dei 367 fusti spiaggiati sarebbero stati stoccati in due magazzini del villaggio di Souksu (località Sinop) e ad Alacam (località Samsun). Il rimanente 20% pare sia stato recuperato dalla popolazione locale e riutilizzato proprio come in Romania, la “pietra miliare”…
«Nella regione in cui sono stati stoccati i barili», ha riferito Musa Uzunkaya, membro del parlamento turco, «i decessi causati da forme tumorali sono aumentati, le acque di falda sono state inquinate, la produzione agricola è diminuita, i casi di morte per ragioni sconosciute sono aumentate fra gli animali selvatici ed infine, come conseguenza ovvia, il numero di turisti in visita nella regione è diminuito negli ultimi anni».
Nel 1989, il ministero dell’Ambiente italiano dichiarò che avrebbe riportato i barili in Italia se si fosse provata l’origine dei rifiuti. Una copia della documentazione relativa alle scorie venne inviata al governo italiano che nonostante l’evidenza valutò di non aver ricevuto sufficienti prove per dimostrare l’origine italiana del materiale nocivo.
Attualmente, l’appoggio italiano all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea impedisce di fatto al governo di Ankara di chiedere una bonifica delle zone contaminate.

null - Ecoinchiesta, 05/07/2011

Il tram storico già dimezzato (Pagina)

È stato bello finché è durato: pochissimo. Dal 1 luglio la linea tranviaria numero 7, quella nota per l’utilizzo di vetture storiche, rimarrà attiva soltanto il sabato, la domenica e i giorni festivi.
 L’annuncio di GTT ha colto in contropiede un po’ tutti, specie i tanti torinesi che si erano già affezionati a veder transitare tutti i giorni sui binari del centro i bellissimi tram d’epoca rossi, verdi e blu.
 Ma andiamo con ordine. L’idea di far diventare Torino, notoriamente affamata di primati, la prima città d’Italia a possedere una linea di tram gestita unicamente da mezzi storici era nata dall’Associazione Torinese Tram Storici ed aveva trovato il sostegno di GTT e del Comune. Così lo scorso 27 marzo, in concomitanza con le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, l’ex sindaco Sergio Chiamparino aveva inaugurato il percorso circolare della “nuova” 7: sette chilometri di suggestioni storiche lungo il centro cittadino a bordo di motrici tranviarie costruite dagli anni ’30 agli anni ’60, con partenza e arrivo in piazza Castello. Tre quarti d’ora di puro relax, riassaporando gli scorci di quella che era l’ottocentesca “Linea dei Viali”, una tratta circolare entrata in servizio il 15 aprile 1893 e gestita allora dalla Società Belga che aveva in concessione una parte delle linee tranviarie cittadine.
 Per i torinesi che in questi tre mesi si sono goduti questa esperienza si è trattato di un viaggio nel tempo a buon mercato: per andare a zonzo anche durante la settimana sulla circolare storica 7 era sufficiente possedere un normale biglietto del tram del costo di 1 euro.
 Fin qui tutto bene. Se non se ne conoscesse il finale, anche l’iniziativa dei tram d’epoca potrebbe entrare a pieno titolo nell’elenco delle fortunate trovate made in Turin che in questi ultimi anni hanno saputo rilanciare l’immagine del capoluogo piemontese. Invece, uno scarno comunicato di GTT ne ha annunciato precipitosamente la fine, almeno in parte. Pare che la linea circolare storica, seppur apprezzata, non abbia trovato in questi tre mesi un numero di viaggiatori giornalieri necessario alla sua sopravvivenza. È la triste realtà: i torinesi che usano tutti i giorni i mezzi pubblici per andare al lavoro hanno preferito i soliti, anonimi tram grigi o arancioni (orrore!), alla bellezza della centenaria vettura 116 con la livrea rossa e crema.
 È forse la solita, vecchia abitudine dei torinesi essere tendenzialmente restii alle novità. O forse, più probabilmente, tre mesi sono stati davvero troppo pochi per far metabolizzare ai viaggiatori delle linee urbane, finalmente ubriachi di velocità grazie anche alle nuove stazioni della metropolitana, il cambio di passo, indiscutibilmente affascinante, proposto dalla linea 7. D’altro canto si sa, il tempo è tiranno e spesso non concede il lusso di un lento giro panoramico all’ombra dei palazzi liberty.
Vita frenetica contro piacere della vita. A ben vedere dietro lo stop della 7 nei giorni feriali c’è un gran bel dilemma contemporaneo.
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