Il geloso Mitri in incognito a Torino (Pagina)

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Molti torinesi si sono appassionati alla sua storia grazie alla fortunata fiction “Il Campione e la Miss”, trasmessa su Raiuno, ma il legame tra la stella della boxe anni ‘50 Tiberio Mitri e Torino è nato molto prima che il volto del moncalierese Luca Argentero interpretasse il suo ruolo in tv.
Se sia stato amore a prima vista, se la proverbiale freddezza sabauda si sia o no sciolta con il calore che i tifosi riservavano ovunque al campione triestino, non è del tutto chiaro. Di certo si sa che i torinesi aspettavano Mitri dall’aprile del 1950, cioè da quando le voci su un suo possibile primo incontro sotto la Mole vennero accolte con speranzoso entusiasmo dagli appassionati di pugilato. Tiberio Mitri, numero uno europeo dei pesi medi, all’apice della sua carriera, avrebbe dovuto esibirsi alla fine dell’anno in un match da organizzare a Torino Esposizioni, ma non prima di aver affrontato Jake La Motta a New York per tentare l’assalto alla prestigiosa corona assoluta dei medi. In un pugilato in cui i titoli conquistati erano ancora veri, la possibilità di accogliere a Torino un campione del mondo italiano sembrò concreta. Tutto svanì, forse, dopo la sconfitta contro il Toro del Bronx. La Stampa ne diede notizia il 17 novembre del 1950: 1«È definitivamente sfumata l’ipotesi degli appassionati di vedere sul ring Tiberio Mitri».
I torinesi dovettero così attendere fino al 1953 per poterlo applaudire dal vivo. I campionati piemontesi di pugilato svolti in una palestra di Collegno il 5 febbraio lo videro infatti sulle gradinate come interessato spettatore degli incontri. «Mitri vorrebbe combattere a Torino», fu il titolo di un articolo pubblicato su La Stampa Sera nel quale l’amato boxeur esprimeva rammarico per la mancanza nella nostra città di «un’organizzazione in grado di sfruttare la passione per il pugilato». Nella stessa intervista affermò tra l’altro di essere venuto a Torino per la prima volta. Non era la verità. Lo confessò lui stesso nel suo libro autobiografico, “La botta in testa” (ed. Carroccio), raccontando del suo arrivo a Porta Nuova in una sera del 1952, praticamente in incognito. Colto da uno dei suoi incontrollabili attacchi di gelosia, gli stessi che secondo alcuni gli costarono la sfida contro La Motta e che sono stati citati anche nel copione de “Il Campione e la Miss”, venne in città unicamente per cercare sua moglie. La bella miss Italia 1948, Fulvia Franco, in quel periodo era infatti impegnata nelle riprese di un film sulle rive del Po. «Arrivai di sera, curioso e sospettoso. Diciamo geloso», scrisse il pugile, «all’albergo non c’era. Girai per la città invernale, col freddo umido, tracannai quattro o cinque cognac. Qualcuno mi conobbe e mi salutò».
Mitri trovò Fulvia in un night, in compagnia di Mario Amendola, Mario Bernandi e Alberto Sorrentino. A quanto pare, vendendolo comparire sulla soglia del bar notturno, l’accoglienza della Miss fu tiepida, per non dire distaccata. Secondo Tiberio quella sera Fulvia fece di tutto per farlo ingelosire mettendosi a ballare un ritmo brasiliano con un «gagà locale». Furente di gelosia, il Campione buttò all’aria quello che c’era su un tavolino, mise dei soldi sul bancone, girò i tacchi e uscì dal locale. L’indomani se ne tornò a Roma, ferito e sconsolato: «In treno pensavo che avevo fatto tutto quel casino per niente, considerato che mi ero ripromesso di lasciarla». Cosa che fece per davvero nel 1954, quando i due si separarono per sempre, ma a quanto pare senza mai divorziare formalmente. Quello fu per Mitri anche l’anno del ritorno alla gloria. Con un tremendo sinistro che stese dopo soli pochi secondi il mulatto Randolph Turpin, riconquistò a Roma la corona europea dei medi. La felicità per l’insperata resurrezione di un campione che sembrava ormai sul viale del tramonto durò però pochissimo, infrangendosi sotto i pugni del rude ex minatore francese Charles Humez, che lo privò nuovamente del titolo.
La carriera pugilistica di Tiberio Mitri si avviò per davvero verso la fine. Gli vennero organizzati una serie di incontri poco rilevanti e girò l’Italia in lungo e in largo come una trottola solo per far cassa degli ultimi scampoli di notorietà. In questo forsennato girovagare pensò di essere venuto anche a Torino nel 1953. «Combattei a Torino contro Aubignat», credette di ricordare, «e mi pare sia stata l’unica volta che mi si vide in televisione». Un errore, perché in realtà l’incontro si svolse a Milano.
Nei due anni successivi, nonostante quelle sconfitte che pesavano come un macigno sulla carriera sportiva di Mitri, l’affetto dei tifosi non accennò a diminuire, al punto che l’entusiasmo soffocato sul nascere cinque anni prima poté sbocciare finalmente proprio a Torino, alla fine del mese di marzo del 1955. «Mitri combatterà a Torino» annunciò orgogliosa La Stampa, comunicando l’organizzazione di una riunione pugilistica in aprile, in un ring allestito per l’occasione al Teatro Nuovo. Avversario di Tiberio avrebbe dovuto essere il francese Barbadoro, che diede forfait a causa del mancato ottenimento del nullaosta dalla sua federazione. Questa volta l’imprevisto non pregiudicò comunque il regolare svolgimento del match torinese. Il francese venne semplicemente sostituito con una vecchia conoscenza di Mitri, il pugile tunisino Tino Albanese. Avversario tutto sommato modesto, ma che poteva vantare qualche simpatia sotto la Mole per via di un cugino residente in via XX Settembre.
Il 14 aprile 1955, una piccola folla accolse tra gli applausi il campione triestino a Porta Nuova: «Per la prima volta Tiberio Mitri in un incontro pugilistico a Torino». In un’intervista fatta dalla Stampa per l’occasione si disquisì però più dei suoi problemi familiari che di boxe. «L’atleta parla dei suoi progetti e delle sue speranze, dei rapporti con la moglie e del tenero affetto per il figlio». Con «naturalezza e cortesia» rispose alle domande del cronista sulla ex moglie Fulvia Franco, riferendo dei loro rapporti divenuti corretti, ma limitati alle questioni riguardanti il loro figlio Alex.
Il quotidiano torinese definì ancora Mitri il pugile più popolare in Italia, sottolineando la «spontanea e immediata simpatia che suscita negli appassionati la sua boxe brillante e spettacolare». Il suo nome sul cartellone sembrò quindi una sicura garanzia di successo per la manifestazione, i cui retroscena raccontanti nella già citata autobiografia, rasentano a tratti la comicità. Si scopre che solo quattro giorni prima dell’incontro Tiberio aveva ancora grossi problemi con il peso: settantasei chili e mezzo. Aveva mangiato troppo nelle settimane precedenti ed il raggiungimento del limite per l’incontro con Albanese, fissato dalla bilancia a settantatré chili, sembrò impossibile.
«Prima di cena a Torino ci controllammo e Proietti (il suo manager) chiuse gli occhi dandosi una manata sulla testa pelata. Settantasette, annunciò. Avrei potuto pagare la penale che era, credo, di trentamila franchi, ma battere la bilancia faceva parte del gioco». Nei suoi centouno incontri da professionista Mitri non aveva mai passato i limiti di peso, ma quella volta dovette ricorrere a dei farmaci e ad un dottore per un’endovenosa per riuscire nell’impresa.
Arrivò poi finalmente la sera dell’evento. Quasi divertita appare la versione dei fatti fornita da La Stampa riguardo al clima nel teatro durante i match che precedettero l’ingresso sul quadrato del triestino: «C’è un gran viavai di gente: organizzatori, giornalisti, fotografi, agenti di P.S., pompieri di servizio, il pugile Baldini che cerca disperatamente la sua valigia; ma spettatori veri e propri (quelli che pagano) pochi, o almeno non quanti se ne attendevano i promotori della manifestazione». Gli stessi che cominciarono a mugugnare sulla notoria freddezza del pubblico torinese, «che non si muove se non gli presentano la boxe su un vassoio d’argento (con contorno di teleschermi)».
Alla fine il teatro si riempì e l’atmosfera si scaldò soltanto a pochi minuti dall’incontro principale con Mitri. In fondo a Torino, tutti aspettavano soltanto lui. Da anni. Come si presentò il Campione? Con una vistosa debolezza fisica le cui cause spiegate sopra erano ignote ai paganti.
Gong della prima riprese e via. Questa la breve cronaca dell’incontro: «Albanese attacca; Mitri è pronto a schivare il destro del tunisino, per partire alla offensiva verso il successo». Al termine delle dieci riprese di tre minuti ciascuna il triestino riuscì a vincere ai punti.
«Il ring di Torino porta fortuna a Mitri» scrisse la Stampa Sera. Anni dopo lo stesso Tiberio sembrò rispondere per iscritto a quella involontaria allusione che oggi appare tragicamente ironica: «Pensavo a quanti dicevano che ero un pugile fortunato. Costoro non sapevano nulla della fortuna. Se fossi stato scalognato sarei finito, morto al primo pugno».
Tiberio Mitri non sapeva ancora dell’amaro destino che il futuro gli avrebbe riservato. Problemi economici, lutti familiari e malattie che avrebbero offuscato negli anni a venire l’immagine di quel campione vincente, osannato dall’Italia del dopoguerra. A Torino, quella sera di cinquantasei anni fa, nemmeno lui sapeva molto sulla fortuna.

null - Pagina.to.it, 29/09/2011

Una email per Tiberia

TMtiberia_a_cavallo_1982Ieri è stato un giorno un po’ speciale per questo blog, solitamente un angolo di web appartato che si è trasformato improvvisamente in una grande piazza virtuale con molte centinaia di accessi. Tutti a cercare notizie su Tiberio Mitri e Fulvia Franco, tornati nuovamente celebri grazie alla fiction di Raiuno Il campione e la miss. Ma non è del film che volevo parlavi.
Pochi minuti prima della sigla mi è arrivata una email molto toccante. A scrivermi è stata Serena, una ex compagna di classe di Tiberia, figlia secondogenita del Campione.
“Non so neanche io perchè scrivo”, diceva, “a chi scrivo e se mai questa mail è ancora attiva. Forse è come mandare una sorta di messaggio in una bottiglia sperando che raggiunga qualcuno a cui sia mai interessata Tiberia Mitri”.
Serena aveva appena appreso da questo blog della scomparsa di Tiberia. Di lei avevo pubblicato anche alcune foto che mi aveva spedito Domenico (ex fidanzato con Tiberia) tanti anni prima e da allora le avevo conservate gelosamente.
Beh, da ieri sera quella mail inaspettata ha dato il via ad una strana triangolazione: Serena mi ha espresso il desiderio di poter parlare con quelcuno che avesse conosciuto Tiberia e io ho ricontattato Domenico. Speriamo che mi risponda perché non ci sentiamo davvero da molti anni. La speranza è di poter mettere in contatto queste due persone che hanno conosciuto la figlia di Mitri in momenti diversi, ma che concordano nel ricordarla“splendida, dolcissima, e piena di vita”.
Ecco, tutto questo con la fiction non c’entra. Però ci tenevo lo stesso a raccontarvelo. O a raccontarmelo. Perché a volte devono per forza accadere delle cose perché ne succedano delle altre.

Il pugile e la miss, una storia tormentata (Pagina)

Prima o poi doveva succedere. Una vita straordinaria difficilmente sfugge alle attenzioni del cinema e la storia della stella del pugilato anni ’50, Tiberio Mitri, non poteva certo fare eccezione. Lunedì 26 e martedì 27 settembre verrà finalmente trasmessa su Raiuno “Il campione e la Miss”, fiction ispirata alla storia d’amore tra il campione di boxe e Miss Italia 1948, Fulvia Franco.
Il film, presentato ieri in anteprima al Prix Italia di Torino, arriva in tv dopo che lo scorso marzo un ricorso in tribunale degli eredi dei due personaggi ne aveva bloccato improvvisamente la messa in onda.
Da sottolineare che, come accade sempre più spesso, anche questa volta uno sceneggiato Rai porta sugli schermi un’anima un po’ torinese. Per il ruolo di Tiberio Mitri è stato scelto infatti il moncalierese Luca Argentero mentre Martina Stella interpreta la bella Fulvia Franco.
Proprio come gli attori che li hanno interpretati sul set, anche nella realtà Tiberio e Fulvia erano entrambi belli e famosi. Due celebrità che sembravano fatte apposta per far sognare l’Italia devastata del secondo dopoguerra.
Mitri era nato a Trieste nel 1926. Pugile coraggioso e dotato di una tecnica sopraffina esordì nel mondo della boxe all’età di vent’anni. Mentre era impiegato all’ufficio Economato del Comune di Trieste cominciò a frequentare una palestra, bruciando le tappe fino a diventare un pugile professionista. Nel 1948, nel giro di ventiquattro mesi, riuscì nell’impresa di conquistare prima il titolo italiano e poi quello europeo dei pesi medi. Tiberio Mitri divenne così tra gli sportivi simbolo dell’Italia di quegli anni. In quanto triestino, le sue vittorie sul quadrato divennero anche un simbolo patriottico, dal momento che la città di Trieste era all’epoca sotto commissariamento delle truppe americane e britanniche, in attesa della definitiva assegnazione all’Italia, uscita sconfitta dal secondo conflitto mondiale. Ma la sua popolarità si accrebbe notevolmente anche grazie al matrimonio con Miss Italia 1948, Fulvia Franco, un evento che finì sulle prime pagine di molti giornali dell’epoca. Si sposarono nel 1949, quando tutto sembrava facile: lei sognava Hollywood, lui il titolo mondiale dei pesi medi. Sogni destinati a rimanere tali.
Il 12 luglio 1950, nel giorno del suo ventiquattresimo compleanno, il pugile triestino salì sul ring del Madison Square Garden di New York per affrontare il mitico “Toro del Bronx”, Jake La Motta, in un incontro valido per il titolo mondiale dei pesi medi. Dopo quella sera, la vita dello stimato campione italiano non fu più la stessa. Come se avesse varcato una linea di confine, una frontiera ideale, oltrepassata la quale la sua fortuna improvvisamente svanì.
Il combattimento fu tremendo. Nel quinto tempo Tiberio perse molto sangue dal sopracciglio sinistro, barcollò, ma resistette eroicamente agli attacchi di Jake La Motta e ai suoi pugni «duri come pietre», evitando il K.O. Alla fine venne sconfitto ai punti dopo quindici riprese, guadagnandosi gli applausi del pubblico del Madison e la stima eterna del miglior picchiatore del Bronx. Eppure quando i riflettori si spensero, il pugile triestino venne sopraffatto dalla tristezza della sconfitta.
Rientrò in Italia solo a metà settembre, quando i cinegiornali avevano già proiettato all’infinito le immagini del match con La Motta, e gli esperti di boxe avevano dettato le loro sentenze. Ci fu chi esaltò l’orgoglio di Mitri, come Ranieri Nicolai («La linearità del suo pugilato è dote autentica e spontaneità genuina»), mentre altri contestarono la condizione mentale con cui il campione triestino affrontò quell’incontro: accecato dalla gelosia per il comportamento disinvolto della moglie Fulvia alla disperata ricerca di un contratto cinematografico a Hollywood, Mitri avrebbe affrontato La Motta distratto e nervoso.
Tutte chiacchiere, forse. Di certo c’è solo la versione dei fatti, estremamente realistica, che lo stesso Tiberio Mitri annotò anni dopo: «Molti avevano trovato scuse per le mie sconfitte incolpando situazioni e persone vicine a me, ma io no. Mai. Bisogna essere onesti con se stessi. Me stesso. Non ce l’avevo fatta a superare ostacoli più grossi».
Nel 1954 finì la sua storia con Fulvia Franco. Si lasciarono dopo continui litigi, ma a quanto si dice non divorziarono mai formalmente.
Nel maggio dello stesso anno Mitri riconquistò il titolo europeo in maniera rocambolesca, stendendo dopo pochi secondi con un poderoso sinistro l’inglese Randolph Turpin (uno dei pochi pugili ad essere riuscito a battere “Sua Maestà”, Ray Sugar Robinson).
Ma furono soltanto gli ultimi fuochi di una gloriosa carriera. Mitri non riuscì mai più a tornare il campione invincibile dei tempi d’oro, e infatti a pochi mesi dalla vittoria su Turpin dovette cedere nuovamente la corona europea.
Ancora giovane e famoso, sfruttò la sua notorietà tentando di riciclarsi nel cinema e nei varietà televisivi. Tuttavia intorno al 1975 anche la sua avventura come attore terminò quasi del tutto.
Le foto in posa da boxeur sbiadirono, i soldi terminarono, la gloria svanì. «Non pensavo che la vita fosse così lunga», scrisse pensando ai soldi sprecati con donne e auto americane. Come un George Best nostrano, Mitri visse tutto d’un fiato, non programmando e non preparandosi mai per il domani. Forse fu meglio così, perché negli anni a venire ciò che la vita gli riservò non fu che una festa mesta, fatta di drammi personali e familiari, che smontarono sempre di più la figura di quel campione invidiato da tutti. Assistette impotente alla morte dei suoi due figli, Alessandro e Tiberia. Devastato più nell’animo che dal sopraggiungere dal Parkinson e dall’Alzheimer, visse gli ultimi anni a Roma, nel quartiere di Trastevere. Morì infine nel 2001, travolto da un treno mentre comminava in stato confusionale lungo i binari della tratta Roma-Civitavecchia.
“Il campione e la Miss” darà al pubblico di Raiuno almeno un accenno a tutto questo, ripercorrendo in maniera non sempre fedele le fasi di una bella storia d’amore finita male. Eppure il giorno delle nozze di Tiberio e Fulvia qualcuno lo aveva predetto: «Due celebrità sotto lo stesso tetto staranno strette».
 

L’Italia e l’affare indiano delle scorie nucleari (Ecoinchiesta)

A marzo del 2006 il sottosegretario prova a tirare fuori il coniglio dal cilindro chiedendo «se gli Stati Uniti approverebbero l’invio del materiale in India». La risposta si può facilmente desumere da un dato di fatto: le barre sono ancora tutte a Rotondella.

Che le sessantaquattro barre radioattive stoccate nell’impianto Itrec di Rotondella (Matera) fossero una brutta gatta da pelare per il governo italiano non è una novità. Si tratta di materiale scomodo che nessuno Stato vorrebbe essere costretto a dover custodire. L’Italia lo fa dagli anni ’70, cioè da quando, nel pieno della corsa al nucleare, le barre sono state spedite in Basilicata dagli Stati Uniti per “esaminare la fattibilità tecnico-scientifica” del riprocessamento (il processo chimico che rende possibile il riutilizzo parziale delle scorie). Il contratto italo-statunitense prevedeva il rimpatrio negli Usa delle sostanze pericolose una volta terminati gli esperimenti, ma ciò non è mai avvenuto.
Gli scarti nucleari sono rimasti da allora in una piscina di stoccaggio dell’Itrec e rappresentano tutt’oggi per l’Italia un problema molto serio: secondo la legislazione vigente non possono essere trattati in nessun impianto europeo, e tenerseli “in casa” è altamente pericoloso.
A questo proposito il settimanale ambientalista Terra ha recentemente riportato le preoccupanti parole del procuratore Nicola Maria Pace, titolare di alcune importanti inchieste sulla gestione degli scarti radioattivi, secondo cui le barre di Rotondella sono conservate «in strutture che già vent’anni fa avevano mostrato i segni dell’usura». Da qui la comprensibile agitazione del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, emersa in alcuni cablogrammi pubblicati da Wikileaks.
In una accorata corrispondenza con l’ambasciata degli Stati Uniti a Roma si legge il tentativo del governo Berlusconi di convincere gli Stati Uniti a riprendersi le loro vecchie scorie.
Siamo nel 2004 e la risoluzione della controversia nucleare tra Italia e Usa era da poco stata ignorata da un tribunale americano, che si era limitato a destinare la questione alla diplomazie dei due stati. Letta, il “grande tessitore”, si mette quindi subito al lavoro per provare a sensibilizzare l’ambasciatore Ronald Spogli a quello che definisce «un problema molto importante, anche dal punto di vista psicologico, da risolvere con la massima urgenza».
L’Italia si dice disposta a sobbarcarsi tutte le costose spese di spedizione e, ci mancherebbe altro, a soddisfare interamente gli standard di sicurezza americani. Tuttavia, nonostante nel Sud Carolina siano stoccate altre 190 barre simili a quelle lucane, a Washington di riprendersi una simile patata bollente non ci pensano nemmeno. A nulla valgono i tentativi di Spogli di perorare la causa italiana e men che meno le timide minacce di Letta di inviare tutto in Russia per «i prossimi cinquant’anni».
A marzo del 2006 il sottosegretario prova a tirare fuori il coniglio dal cilindro chiedendo «se gli Stati Uniti approverebbero l’invio del materiale in India». La risposta si può facilmente desumere da un dato di fatto: le barre sono ancora tutte a Rotondella.
Al di là delle considerazioni più o meno di parte su un governo che da anni prova a sbandierare la presunta conquista del rispetto internazionale come uno dei suoi maggiori successi, lo scenario che emerge dai cablogrammi è sconcertante. L’Italia viene trattata dagli Usa come un paese coloniale di terza categoria con il quale si possono tranquillamente non rispettare gli impegni e per di più pretendere di  dettare legge sulla gestione dell’ingombrante eredità nucleare.
C’è per altro da sottolineare come nel 2006 Gianni Letta ignorasse che l’amministrazione “amica” di George W. Bush stesse gettando le basi in proprio per una collaborazione nucleare con Nuova Delhi. L’accordo, sarebbe poi stato siglato ufficialmente due anni dopo, contemplando proprio il ritrattamento delle scorie come elemento fondamentale della storica intesa.
La sensazione è che la notoria disattenzione indiana per il rispetto degli standard ambientali in materia di scarti radioattivi faccia comodo a molti. Al posto della scrupolosa gestione che richiederebbero, in India più che altrove c’è stata spesso l’abitudine di seppellire semplicemente i rifiuti nucleari sottoterra. Il caso più eclatante è stato portato alla luce pochi anni fa dal Times of India, che ha pubblicato la testimonianza di un docente universitario secondo cuil’università di Nuova Delhi avrebbe sepolto nel suo campus ben 20 chilogrammi di scorie.
A preoccupare più di tutto è la manifestata disponibilità della neo-potenza asiatica di prodigarsi nell’affare dei rifiuti radioattivi senza troppi freni morali. In ballo ci sono oltre 600 miliardi di euro. Un business colossale che l’India sta cavalcando già dal 2009, dopo la decisione della compagnia energetica di Stato di iniziare la costruzione di caverne sotterranee per depositare le scorie. Enormi magazzini di roccia a disposizione di chi può pagare. E liberarsi di uno dei fardelli più grandi dell’umanità costa molto caro.

null - Ecoinchiesta, 21/09/2011

Ghiaccio amaro per il Real Torino (Pagina)

Brutte notizie per gli appassionati di hockey torinesi: il Real Torino Hockey Club ha annunciato con un comunicato stampa di aver rinunciato all’iscrizione al campionato di serie A2 di quest’anno.
“Ritenendo che non ci siano le condizioni economiche necessarie alla disputa del Campionato anzidetto, la società” si legge sul sito ufficiale “ha assunto, con doveroso senso di responsabilità, questa sofferta decisione al fine di non andare ad intaccare nessuna risorsa da utilizzare per la Senior Femminile, e sopratutto per il proprio settore Giovanile”.
Peccato, perché ai torinesi mancherà una squadra che stava cercando faticosamente, ma con determinazione, di conquistare sempre di più il cuore degli sportivi. Nemmeno il modesto ottavo posto, rimediato nello scorso campionato dal Real, aveva intaccato la consapevolezza dei ragazzi allenati da Drahoslav Zurek di essere parte di un bel progetto da portare avanti nel tempo. “Di certo ormai è chiaro a tutti che Torino merita anche di più di una semplice A2”, ha sottolineato il vice presidente del Real, Traversa, “le strutture ci sono e i torinesi hanno dato prova che quando ci sono eventi importanti sono presenti”. Per cercare di diffondere sotto la Mole la passione per il disco nero, l’anno scorso la società aveva persino trovato un testimonial d’eccezione: il centrocampista della Juventus Claudio Marchisio. Una mossa di marketing che aveva lasciato ben sperare, confidando che l’aumento di pubblico sugli spalti del PalaTazzoli potesse essere accompagnato anche da un miglioramento dei risultati sportivi. Ora questo improvviso stop lascia tutti comprensibilmente con l’amaro in bocca, soprattutto perché alcuni pezzi pregiati hanno già lasciato la squadra.
Il nazionale estone Aleksandr Petrov si è accasato in Francia, nelle file dei Montpelliers Vipers, mente i due portieri Tura e Platè si sono trasferiti rispettivamente nelle file dell’Asiago e del Valpellice. Ad arricchire la compagine biancorossa arriverà anche l’attaccante David Stricker, che dopo due stagioni nel Real Torino ha firmato un biennale con i valligiani.
Ma i supporter torinesi devono anche incassare un ulteriore dispiacere, e questa volta da far venire i lacrimoni. Frank De Frenza, il numero 39, uno dei beniamini del pubblico, ha dato il suo addio dopo quattordici stagioni dall’hockey professionistico. Il giocatore italo-canadese era amato in tutto il Piemonte per la determinazione e la tenacia che ha sempre dimostrato, sia sul ghiaccio del Tazzoli che con la maglia del Valpellice.
Tante cose si potrebbero scrivere sul conto di un campione come De Frenza, ma ciò che meglio riesce a descrive la sua filosofia sportiva sono le parole con le quali lui stesso ha voluto salutare i suoi tifosi. “L’hockey per me non è un diritto ma un privilegio”, ha scritto in una lettera al sito Hockeyonline, “e spero che la nuova generazione di giocatori capisca questo”. Forza, spirito di sacrificio e umiltà. Di certo quando il Real tornerà sul ghiaccio lo straordinario apporto tecnico e personale del numero 39 mancherà davvero a tutti.
 

Di Pietro, il Trota e San Gennaro

L’alternativa sarebbe dunque Di Pietro che mette suo figlio in lista, come neanche Mastella. L’alternativa sarebbe De Magistris che si inchina davanti al cardinale per baciare la teca con il sangue liquefatto di San Gennaro. E se il demagogo molisano dice che suo figlio «non è il Trota», comportandosi come quel padre che giustifica i favori concessi al pargolo denigrando quello altrui, il demagogo napoletano discetta sulla «natura identitaria» della festa del santo patrono. Finge di non sapere che l’immagine del sindaco di Napoli che omaggia l’ampolla tesagli dal cardinale ha da secoli un significato ben preciso: la sottomissione dell’autorità civile a quella ecclesiastica. Bel risultato davvero, per uno che si presentava come il sovvertitore delle abitudini sclerotizzate della città. Non pretendevamo che disertasse la cerimonia del finto miracolo che tutto il mondo ci spernacchia. Sarebbe bastato il silenzio. E un po’ di dignità. Ecco il miracolo che molti elettori si aspettavano da lui e dal partito suo e di Di Pietro. Quell’Italia dei Valori che attraverso le gesta dei suoi volti più noti ci ha appena ricordato quali siano i valori a cui l’Italia non è disposta a rinunciare: familismo e superstizione.

Massimo Gramellini - La Stampa, 20/09/2011

Russia: Mosca bocciata in riciclo e qualità dell’acqua (Ecoinchiesta)

Nella capitale russa soltanto il 6% dei rifiuti viene riciclato e anche la qualità dell’acqua potabile risulta spesso insoddisfacente.

Il principale metodo di smaltimento dei rifiuti nella Federazione Russa è il conferimento nelle discariche. L’urgenza di migliorare la  politica ambientale  in Russia è tornata recentemente alla ribalta con i dati diffusi dalla Duma sul riciclo nell’area metropolitana di Mosca.
All’ombra del Cremlino si riciclano soltanto il 6% dei rifiuti prodotti, mentre il resto finisce nelle 48 discariche presenti a Mosca e nei comuni limitrofi.
Per il presidente della Duma cittadina di Mosca, Valeriy Skobelev, ben l’81% dei rifiuti solidi urbani della città viene interrato e il 12% incenerito. Per ora, il progetto di costruire nuovi impianti di trasformazione va di pari passo con quelli di aprire nuove discariche che andranno a sommarsi ai 738 ettari già utilizzati a tale scopo. Per protestare contro la disattenzione all’ambiente mostrata dalla politica russa, lo scorso 7 settembre circa 300 persone provenienti dalla cittadina di Dedenevo si sono radunate di fronte al palazzo del governo di Mosca. Lo scopo della  manifestazione è stato quello di chiedere la definitiva chiusura della discarica di Dmitrov, a 15 chilometri dalla capitale. Secondo i manifestanti il sito, utilizzato fino al 1991 per seppellire rifiuti militari e riconvertito nel 1996 per ospitare rifiuti urbani, sarebbe responsabile della contaminazione dei suoli vicini alle loro case e dell’alta concentrazione di piombo nelle acque di un torrente distante pochi metri dalla discarica. Un fatto preoccupante visto che il corso d’acqua in questione è anche un affluente del fiume Moscova che scorre attraverso il centro di Mosca.
Come se non bastasse, un’ulteriore bocciatura della capitale russa è arrivata recentemente anche dall’Agenzia Federale per la tutela dei consumatori (Rospotrenbadzor) che ha denunciato la scarsa qualità di oltre il 20% dell’acqua potabile distribuita dall’acquedotto cittadino. La maggiore fonte di preoccupazione riguarderebbe la presenza di ferro e fluoro in quantità troppo elevate rispetto ai limiti consentiti. In questo caso tuttavia, la percentuale di campioni di acqua con parametri insoddisfacenti sembrerebbe in leggera diminuzione rispetto ai risultati degli stessi prelievi diffusi tre anni fa.

null - Ecoinchiesta, 14/09/2011 *

*pubblicato anche su EaST Journal il 16/09/2011

Buona la prima: Juventus-Parma 4-1 (photogallery)

Torino, 11/09/2011 – Nella prima partita ufficiale giocata nel nuovo Juventus Stadium di Torino, i bianconeri superano il Parma per 4-1. In gol: Lichstainer, Pepe, Vidal e Marchisio. Giovinco al ’90 segna il gol della bandiera gialloblu su rigore.

Juventus-Parma 4-1 (11)

Juventus-Parma 4-1 (10)

Juventus-Parma 4-1 (8)

Juventus-Parma 4-1 (7)

[ © www.massim.tk ]

11 settembre 2001. Torino (Pagina)

“L’attacco all’America, come lo abbiamo seguito in diretta, in un clima di allarme da guerra che s’è rapidamente diffuso in tutto il mondo, era talmente impensabile fino a ieri che neppure i film più spietati e spettacolari lo avevano mai descritto così”. Con queste parole Marcello Sorgi aprì il suo editoriale su La Stampa del 12 settembre 2001. Dall’impensabile, gli attentati di al-Qaeda dell’11 settembre, erano trascorse appena poche ore. Ore frenetiche come non mai nella redazione di via Marenco, dove le luci erano rimaste accese per tutta la notte.
Nessuno, a Torino come altrove, avrebbe mai potuto immaginare che quell’anonimo martedì sarebbe entrato nella storia senza che ce ne fossero le premesse.
All’alba le prime copie dei giornali arrivarono come sempre nelle edicole del centro, pronte per essere sfogliate ai tavolini degli eleganti caffè di piazza San Carlo. “Lettera bomba al prefetto di Firenze Serra” titolò La Stampa di quel giorno. Affianco, una colonna dedicata al nascente fenomeno dei reality show metteva in guardia dagli effetti collaterali del Grande Fratello, mentre a centro pagina un articolo sulla pessima giornata delle borse mondiali sembrò tenere in serbo una dose di preveggente humor nero: “Wall Street argina il crollo”.
All’interno del giornale una scarna cronaca cittadina annunciava l’inizio dei lavori di restauro del Museo Egizio, ma ci sarebbe voluto un veggente per immaginare le migliaia di turisti stranieri che avrebbero varcato il portone di via Accademia delle Scienze dalle Olimpiadi del 2006 in avanti. Gli unici stranieri la cui presenza a Caselle veniva data per certa erano i giocatori della Juventus, che un pezzo nella pagina sportiva descriveva pronti per la trasferta di Champions League a Oporto: “Lippi lancia Trezeguet tra Del Piero e Salas”.
La giornata sotto la Mole si era presentata soleggiata, poco nuvolosa con temperature gradevoli. Tutto era sembrato tranquillo fino alle 14.45 quando a migliaia di chilometri di distanza un aereo di linea si schiantò contro una torre del World Trade Center di New York. Passarono solo pochi minuti e le prime notizie vaghe, quasi insignificanti, gracchiarono dalle radio degli automobilisti in fila al semaforo di corso Massimo D’Azeglio. Quindici minuti dopo arrivò un aggiornamento: un altro aereo, contro un’altra torre. Solo allora qualcuno sospettò che dall’altra parte dell’Oceano, in quella città che conoscevamo dai film, stesse accadendo qualcosa di spaventoso. La certezza arrivò quando un terzo aereo colpì come un missile il Pentagono. Chi poté corse ad accendere la televisione dove il nefasto giornalista di una rete privata stava già conducendo una drammatica diretta degli eventi. Le immagini terrificanti di quei grattacieli simbolo dell’Occidente, devastati dagli incendi innescati dal carburante degli aerei dei kamikaze, vennero replicati decine di volte dai televisori in vendita nel centro commerciale di corso Romania. Uscendo nel parcheggio qualcuno si voltò a guardare le torri Di Vittorio, grigie, basse, modeste, ma gli unici grattacieli che a quei tempi un torinese medio riusciva ad immaginarsi.
Alle 16.07 la prima delle Torri Gemelle crollò lasciando tutti senza fiato. Si videro persone disperate lanciarsi dalle finestre del grattacielo affianco, da sole o tenendosi per mano. Altri sventolarono disperatamente fazzoletti bianchi verso qualcuno o qualcosa. Forse anche verso di noi, disorientati e impotenti di fronte a quella crudeltà trasmessa in mondovisione.
Passarono altri minuti e un quarto aereo dirottato, con 45 persone a bordo, mancò il suo bersaglio schiantandosi al suolo nei pressi di Pittsburg. Tra noi ci fu chi pensò a quell’amico di un amico partito due settimane prima per un viaggio negli States, chi chiamò la fidanzata bloccata all’aeroporto di Hidrow dopo lo stop del traffico aereo, e chi andò a cercare l’indirizzo di un parente emigrato tanti anni prima in quella città americana… Già, ma quale città?
Dalla Crocetta a Santa Rita, da Barriera di Milano alla collina, ogni televisore collegato ad una antenna parabolica si sintonizzò sulla CNN. C’era una scritta sul video, pazzesca, scioccante, che rimase in sovrimpressione per molto tempo: “America under attack”.
La seconda torre crollò alle 16.27. Ad alcuni Torino sembrò svuotata, deserta, come nei ferragosto di una volta. Soltanto la sirena di un’ambulanza lanciata verso il San Giovanni Bosco parve interrompere quel cupo incantesimo che dalla Grande Mela si era propagato ovunque. Mezz’ora più tardi le strade si ripopolarono di gente smaniosa di tornare a casa dopo la solita giornata di lavoro. Chi era già al corrente di tutto si prodigò di informare amici e vicini di casa: «Hai sentito cos’è successo a New York?».
Alle 18.39 sempre la CNN annunciò al mondo che erano migliaia le vittime degli attentati. Non c’era ancora una rivendicazione, ma cominciò a circolare con insistenza il nome di un certo Osama Bin Laden.
 

Juventus, il bianconero per errore (Pagina)

Chissà cosa penserebbe oggi John Savage, uno dei primissimi soci della Juventus Football Club, nell’apprendere che il frutto di un suo errore sarà celebrato a 108 anni di distanza come la più fortunata delle circostanze. Si tratta dell’errore che portò la Vecchia Signora ad indossare per la prima volta la maglia bianconera, di certo uno degli episodi più leggendari della sua ultracentenaria epopea sportiva, che torna di attualità proprio nel giorno dell’inaugurazione del nuovo stadio.
Non è un caso infatti che il debutto assoluto dei bianconeri sotto i vertiginosi pennoni della Continassa avvenga con una suggestiva partita contro il Notts County, la squadra inglese di cui la Juventus ha preso in prestito i colori.
L’antico legame tra le zebre di Torino e le gazze di Nottingham è una storia che affonda le sue radici nei tempi pionieristici del calcio italiano, all’inizio del secolo scorso. L’anno preciso è il 1903, cioè quando la Juventus, fondata sei anni prima, giocava le sue partite sul terreno di piazza D’Armi, in zona Santa Rita. Il gioco del pallone, quello di cuoio marrone, duro come un sasso, cominciava lentamente a fare breccia nel cuore dei torinesi. Così alla decisione di trasferire il campo da gioco nel più funzionale Velodromo Umberto I di corso Casale, seguì quella di sostituire le vecchie e sgualcite camiciole rosa con delle più moderne casacche in stile inglese. Venne quindi presa l’iniziativa di ordinare le nuove divise proprio in Inghilterra, la terra madre del football, e di incaricare dell’acquisto Sir John Savage. Un socio che oltre ad essere di madrelingua inglese poteva vantare una certa esperienza di tessuti come commerciante all’ingrosso.
Savage si mise in contatto con un maglificio di Nottingham con la precisa idea di far adottare alla Juve una divisa simile a quella indossata da una delle squadre locali, il Forest. Soltanto una sua leggerezza, o forse l’incompetenza di un anonimo commesso, evitò alla Vecchia Signora di vestire per sempre delle maglie rosse con bordi bianchi. Per un equivoco infatti gli inglesi pensarono che la maglia rosa, scolorita e macchiata, che Savage aveva spedito come campione, assomigliasse di più a quella bianconera dell’altra squadra della loro città, il Notts County.
Quando in piazza D’Armi venne aperto lo scatolone, il proverbiale scetticismo torinese alle novità non mancò di farsi sentire. Molti soci contestarono quello strambo abbinamento di colori e quelle strisce verticali strette. Qualcuno fece notare che quelle maglie facevano assomigliare i giocatori a delle… zebre. C’erano poi anche delle motivazioni più profonde. «Chi indossa la nostra divisa, le rimarrà fedele malgrado tutto e la terrà come prezioso ricordo» aveva detto nel 1898 Eugenio Canfari, fondatore della Juventus, quindi la possibilità di cambiare drasticamente look venne interpretata inizialmente quasi come un’eresia. Che fare dunque? Rimandare le maglie in Inghilterra era fuori discussione per via degli alti costi e ai soci non rimase che tenere le maglie bianconere. Da quel momento in poi, proprio quel fortunato contrasto cromatico ha scandito decenni di vittorie juventine.
Ma si sa, per la matematica legge del contrappasso, la sfacciata fortuna di alcuni corrisponde quasi sempre alla implacabile jella di altri: mentre i bianconeri di Torino cominciarono a collezionare trofei italiani e internazionali, il Notts County iniziò ad annaspare nell’anonimato calcistico senza troppi clamori. Attualmente le gazze di Nottingham militano in terza divisione, e considerano l’episodio dello scambio di maglie un vero e proprio motivo di orgoglio: «La Juve indossa le maglie bianconere da allora, considerando i colori aggressivi e forti», recita un articolo sulla storia del club inglese, «un esempio di come il Notts ha contribuito a modellare uno dei più grandi club al mondo e prova di questo è che la Juventus è immediatamente riconoscibile in tutto il mondo».
Alla fine, anche i supporter del Notts County hanno imparato a prendere con filosofia l’ingombrante paragone con la Juventus. «It’s just like watching Juve», intonano allo stadio quando la loro squadra fa una bella partita: “E’ proprio come guardare la Juve”.
 

UZBEKISTAN: Un social network per scovare i dissidenti

Immaginate uno dei regimi più repressivi del mondo, da sempre sulla lista nera per il mancato rispetto dei diritti umani, che improvvisamente decide di impegnarsi a promuovere la libertà di informazione attraverso i social network. Sembra una follia, eppure è ciò che sta accadendo proprio in questi giorni nell’Uzbekistan di Islom Karimov. Ma è meglio non farsi troppe illusioni. Sotto gli altissimi cieli dell’Asia Centrale in pochi credono alla favola del tiranno dalla vecchia nomenklatura sovietica convertito di colpo ai valori della generazione-Facebook.
Ecco perché il 1° settembre un comprensibile e diffuso scetticismo ha accolto la nascita dell’imitazione uzbeka del più noto social network californiano. Si chiama Muloqot, un nome che suona curioso dalle parti di Tashkent, perché significa “dialogo”, ovvero quello che Karimov ha sempre dimostrato di non voler avere con i dissidenti uzbeki. Una contraddizione troppo evidente per non far sorgere qualche sospetto. Nonostante infatti la piattaforma sia stata presentata al pubblico come “un mezzo di comunicazione comodo e conveniente”, secondo i critici la convenienza sarebbe tutta del regime che d’ora in poi potrà contare su un nuovo mezzo per monitorare il flusso delle informazioni.
Che cos’è dunque Muloqot? “Un progetto che aiuta le persone ad esprimersi e a socializzare”, oppure una subdola esca pensata per scovare ribelli e cyber spie? I dubbi sulla improvvisa folgorazione democratica di Karimov aumentano andando ad analizzare il funzionamento del sito tanto sponsorizzato dalle autorità. Per aprire un account su Muloqut l’utente deve necessariamente fornire il proprio numero di cellulare uzbeko, una precauzione pensata per immunizzare il sistema da possibili infiltrati stranieri che potrebbero propagandare sul web idee democratiche e filo-occidentali. Ma c’è di più, l’unico modo per ottenere un numero di telefono uzbeko necessario alla registrazione è quello di presentare un documento di identità.
Il risultato è scontato: grazie a Muloqot il regime saprà sempre chi scrive e cosa… Una trappola bella e buona insomma, che Karimov, notoriamente nemico di internet, avrebbe teso ai dissidenti per paura che anche in Uzbekistan possa nascere una rivoluzione sul web. Come dargli torto? È ormai dimostrato che da Twitter ai kalashnikov il passo sia breve. Lo sanno bene nel Nord Africa ma anche in Asia Centrale. È proprio qui, nella solo apparente loquacità delle cinque artificiose repubbliche volute da Stalin, che si può rintracciare il primo seme della rivolta diffusa dai social network.
I gerarchi uzbeki non hanno certo dimenticato che nel vicino Kirghizistan il tam tam delle tastiere è servito per eliminare il presidente Kurmanbek Bakiev già nella primavera del 2010. Un evento avvertito ancora come un precedente inquietante, al punto che nei grigi palazzi del potere di Tashkent nemmeno un’informazione già ferocemente controllata sembra bastare più. Da qui il bisogno impellente di informatizzare la repressione. Molti siti web stranieri risultano inaccessibili agli oltre sette milioni di utenti uzbeki che navigano in internet. Di questi soltanto ottantacinquemila possiedono un account su Facebook. Un numero ancora esiguo ma che ad uno come Karimov, abituato da vent’anni a eliminare con ogni mezzo i suoi pochi, coraggiosi oppositori, sembra davvero un’enormità.

 null - EaST Journal, 05/09/2011

Russia: blogger smentiscono le autorità sull’incidente di Chelyabinsk

In Russia funziona così: quando le autorità dicono di stare calmi, che va tutto bene e non c’è nessun pericolo, la gente si agita. Succede soprattutto nelle periferie dello Stato, in quelle città distanti dal Cremlino dove questa regola non scritta sembra una delle poche eredità lasciate da decenni di spudorata bugiarderia sovietica.
Giovedì scorso, gli anticorpi della diffidenza popolare sono tornati a funzionare nella città di Chelyabinsk, negli Urali, quando alle sette di mattina una nube giallo-marrone si è alzata nel cielo.
Stando alle ricostruzioni ufficiali, una improvvisa fuoriuscita di bromo trasportato in un vagone ferroviario ha reso necessaria l’evacuazione di alcune zone della città. L’agenzia di stampa Interfax ha riferito che l’incidente sarebbe stato provocato dalla rottura di alcuni recipienti di vetro che contenevano il prodotto a causa della sospetta violazione delle norme di trasporto. Circa venti litri di sostanza chimica si sono trasformati in gas appena venuti in contatto con l’aria, provocando difficoltà respiratorie, mal di testa e irritazione agli occhi. Per oltre cento persone è stato disposto il ricovero in ospedale e nonostante l’amministrazione comunale si sia prodigata a tranquillizzare la cittadinanza sui rischi derivati dall’inalazione di bromo, alcuni blogger hanno smentito le informazioni ufficiali.
«Lo spettacolo è terribile» ha scritto Maya sul suo blog, «c’è una nebbia maleodorante e si incontrano persone con le maschere antigas. Gli altri tossiscono e lacrimano con le mani alla gola».
Secondo le voci del web a Chelyabinsk non ci sarebbe stata soltanto una perdita di bromo ma, particolare deliberatamente nascosto, anche di cloro. Se ciò venisse confermato si tratterebbe di un gas estremamente velenoso, usato come arma chimica già nella seconda guerra mondiale, che quando arriva ai polmoni provoca bruciore e soffocamento.
La presenza dell’odore acre del cloro sarebbe stata confermata anche da alcune persone che la mattina del primo settembre erano in strada per le celebrazioni di inizio dell’anno scolastico. Alcuni raccontano ora di uccelli e animali morti nelle strade della città, mentre gli ambientalisti non escludono che le persone contaminate siano molte di più delle cento risultanti dalle cartelle cliniche.
Sull’accaduto è stata aperta un’inchiesta per accertare le esatte circostanze dell’incidente. L’ipotesi di reato è la violazione dell’articolo 247 del codice penale russo sulle regole per “la gestione di materiali pericolosi e rifiuti”.
Intanto però a Chelyabinsk la gente rimane in preda all’inquietudine. Tv e giornali ripetono che la nube sprigionata dal vagone è completamente innocua per la salute umana, ma nessuno riesce a crederci fino in fondo. In mancanza di dati certi sulle emissioni tossiche nell’aria i sospetti aumentano di ora in ora. Ipotesi e dicerie si diffondono e nell’incertezza ogni dettaglio sembra opinabile: il vagone trasportava 2000 litri di sostanze chimiche, «siamo certi che ne siano usciti solo venti?».

null - Ecoinchiesta, 04/09/2011