Steve Jobs, il visionario sotto la Mole (Pagina)

Correva l’anno 1974. Torino contava un milione e duecentomila abitanti, il sindaco era l’architetto democristiano Giovanni Picco e dalle officine di Mirafiori uscivano le prime Fiat 131. Proprio quell’anno un diciannovenne americano di nome Steve arrivò nella nostra città. Un episodio apparentemente banale ma che diventa assolutamente degno di nota se riguarda una persona che è riuscita a cambiare il mondo con il suo ingegno. Chi era quel ragazzo? Allora, semplicemente un diplomato dell’istituto Homestread di Cupertino, in California, che dopo appena un semestre di università decise di abbandonare gli studi trovando lavoro alla Atari, a quel tempo pionieristica azienda di videogiochi. Fu così che dopo essere stato mandato a Monaco di Baviera per riparare una partita di programmi difettosi, il futuro co-fondatore della Apple, Steve Jobs, decise di prendere un treno per Torino.
È ciò che rivela la biografia del compianto genio dell’informatica scritta da Walter Isaacson e pubblicata in Italia da Mondadori. Un libro che appena uscito è già un bestseller. Ottocento pagine frutto di due anni di lavoro, da leggere su carta o sui touch screen, nelle quali viene ripercorsa l’intera vita di Jobs.
La storia è curiosa. Steve Jobs soggiornò a Torino per due settimane, ospite di un distributore della Atari in Piemonte, e a quanto sembra rimase favorevolmente impressionato dalla città: «Passai due settimane meravigliose. Torino è una città industriale piena di vita». Poche parole ma precise e sicure per una descrizione che sembra stridere non poco con lo stereotipo della città-fabbrica grigia e noiosa, tanto in voga in quegli anni.
Scopriamo inoltre dal libro che il guru della Apple fu colpito dalla figura del distributore della Atari, colui che lo accompagnò in giro sotto la Mole. «Un tipo incredibile», lo descrisse Jobs. Nessuna indiscrezione, almeno per ora, sul nome di questo valevole cicerone, mentre qualche dettaglio emerso nella biografia di Isaacson potrebbe far individuare ai più assidui frequentatori dei ristoranti cittadini il locale esatto dove i due erano soliti cenare. «Mi portava tutte le sere a cena in un posto dove c’erano solo otto tavoli e nessun menù. Dicevi semplicemente all’oste ciò che volevi e lui lo preparava. Uno dei tavoli era riservato al presidente della Fiat. Fantastico».
Non sapremo mai se quei giorni torinesi furono o no una tappa importante nella futura vita di Steve Jobs. Di sicuro immediatamente dopo quel periodo egli si recò in India e una volta tornato in California decise di fondare insieme all’amico Steve Wozniak una società informatica chiamata Apple Computer. Era il 1 aprile 1976 e da quel giorno il mondo intero ha dovuto “sincronizzarsi” con le straordinarie idee del “visionario” della Silicon Valley.
Anche per questa ragione, nulla vieta di credere che già nel lontano 1974 Jobs avesse davvero riconosciuto nel capoluogo piemontese delle straordinarie doti nascoste. Tanto più che se rilette oggi, le sue parole fanno tornare in mente quanto molti anni dopo verrà affermato da un giornalista del New York Times: «Torino è l’equivalente turistico della “Lettera rubata” di Edgar Allan Poe», ovvero un segreto ben custodito lasciato in bella vista.
Forse, solo un visionario avrebbe potuto riconoscere sotto il cielo «scordato dalle fiabe» della Torino del 1974 la forza necessaria per una rinascita dalle ceneri industriali, la conquista delle Olimpiadi invernali del 2006 e l’impensabile vocazione turistica. Una città che ha saputo riscoprirsi affamata e folle al punto giusto da sapersi completamente reinventare. «Stay hungry, stay foolish», avrebbe detto Steve Jobs.

null - Pagina.to.it, 27/10/2011

I veleni della Malesia a Napoli Est (Ecoinchiesta)

Diecimila chilometri e un mistero. Sono ancora sconosciute le circostanze che hanno portato a Ponticelli, quartiere alla periferia est di Napoli, una grande quantità di sostanze chimiche provenienti dalla Malesia.
Il ritrovamento è avvenuto la scorsa settimana non distante dal cimitero di via Argine, dopo che alcuni cittadini avevano segnalato la presenza in strada di non meglio identificati rifiuti urticanti.
Gli uomini dell’unità operativa Ecologica intervenuti per isolare la zona hanno operato il prelievo di un campione del materiale, accertando che i veleni si presentavano sotto forma di sostanze liquide e gelatinose avvolte da un enorme sacco bianco. A quanto pare si tratterebbe di Flexitank, uno speciale contenitore utilizzato per il trasporto di liquidi all’interno dei containers.
Tre gli indizi principali per risalire ai responsabili di questo gravissimo episodio di smaltimento illegale di sostanze pericolose: un tagliando di spedizione dove è ben leggibile il nome di una società trasporti attiva in Asia sudorientale, la firma di un incaricato all’ispezione della merce (un tale Sam) e la data di partenza via mare dalla Malesia. Il carico sarebbe stato imbarcato l’8 giugno scorso su un cargo in partenza da un porto dello stretto di Malacca, la principale via di comunicazione tra gli oceani Indiano e Pacifico. Secondo quanto riportato da un articolo apparso sul quotidiano napoletano Il Mattino, altri dati ritenuti rilevanti sulla spedizione sono ancora al vaglio degli investigatori.
Il punto di partenza obbligato per ricostruire il viaggio del container che ha portato il materiale tossico fino in Italia sembra essere il porto di Napoli, dove si spera di trovare la spiegazione per l’apparizione a Ponticelli dei veleni della Malesia. Un episodio che va a sommarsi alla sempre più preoccupante situazione ambientale in cui versa la zona est di Napoli, un territorio flagellato dalle discariche abusive e minacciato dalle ecomafie.

null - Ecoinchiesta, 26/10/2011

Chiude l’hotel del duca affabile (Pagina)

Addio Hotel Ligure. Dopo oltre 140 anni le 4 stelle di uno dei grandi alberghi della città si spegneranno per sempre. Fatale sembra essere stato il calo del 35% sulle presenze che ha indotto la NH, la società alberghiera spagnola proprietaria della struttura, a decidere la cessazione dell’attività. L’ultimo cliente lascerà l’hotel a dicembre, e alle sue spalle, oltre alla porta scorrevole, si chiuderà anche un pezzo di storia torinese. Perché se è vero che il prestigio di una città poggia anche sulla qualità delle sue strutture di ricezione, potete star certi che il Ligure ci mancherà.
Inaugurato nel 1870 nell’austerità architettonica di un palazzo di piazza Carlo Felice, di fronte alla stazione di Porta Nuova, il Grand Hotel Ligure è sempre stato uno degli alberghi più lussuosi di Torino. Lo scenario ideale per un incontro straordinario come quello tra Fred Buscaglione e Leo Chiosso, autore dei versi delle sue canzoni più famose. Pezzi come “Che bambola”, “Eri piccola così”, “Love in Portofino” e tanti altri motivi entrati nella leggenda della musica italiana grazie alla impareggiabile voce di Buscaglione, non sarebbero mai nati senza quel primo incontro avvenuto proprio all’Hotel Ligure.
«Era il 1937», ricordò Chiosso, «l’Hotel Ligure di piazza Carlo Felice angolo corso Vittorio aveva un bel dehors, dove si andava a sentire la musica americana».
Ferdinando Buscaglione, classe 1921, suonava a quei tempi nell’orchestra dell’hotel diretta dal maestro Gino Filippini. «Vidi un ragazzino che suonava il contrabbasso nell’orchestrina; durante gli intervalli improvvisava qualche brano jazz. Aveva stoffa».
Storie, storie, storie… Chissà quante potrebbero raccontarne i muri del Ligure. Come quella di uno dei suoi primissimi proprietari, Angelo Moriondo, inventore della macchina del caffè espresso. Nel 1884 ebbe l’idea di produrre il “caffè istantaneo” per soddisfare le richieste della sua frettolosa clientela.
Ma dopo il periodo romantico della Belle Époque, anche su piazza Carlo Felice cominciò ad arrivare l’eco sinistra dei cacciabombardieri. L’albergo venne colpito da una bomba durante la seconda guerra mondiale e fu necessario ricostruirlo parzialmente per riportarlo al suo antico splendore. Da allora sotto le sue quattro stelle, in 169 camere e due suite dotate di ogni comfort, hanno alloggiato migliaia di persone: uomini d’affari, professionisti, ereditieri e anche nobili.
Di sangue blu erano ad esempio due dei suoi più affezionati ospiti, i fratelli Filiberto e Adalberto di Savoia, rispettivamente duchi di Genova e di Bergamo. Soggiornarono all’Hotel Ligure per ben trent’anni, nel dopoguerra. Sempre elegantissimi: cappotto nero, cappello nero e guanti. Li si incontrava a passeggio sotto i portici dove non di rado si intrattenevano a parlare con la gente comune. Semplici e cordiali, soprattutto Filiberto che per i suoi modi gentili venne soprannominato il “duca affabile”. Morì nel 1990 alla veneranda età di 95 anni ed ora riposa nella cripta di Superga.
Nell’agosto del 1977 le cronache riportarono la notizia dell’assalto di quattro banditi all’hotel. I malviventi sequestrarono il facchino e riuscirono ad aprire tre cassette di sicurezza tra cui quella del duca di Bergamo. Quattro anni dopo il Ligure chiuse i battenti per permettere i lavori di restauro e ammodernamento dei locali dopo l’acquisto dell’attività da parte dalla catena Jolly. Se ne andò il duca di Genova, e se andarono anche i dipendenti tra cui la signora Delia, la storica centralinista, che pare fosse solita ripetere la frase: «Ho sposato il Ligure».
«Torino perde un compagno di un secolo di vita, acquisterà tra due anni un albergo fantastico. I tempi cambiano», scrisse invece La Stampa con velato disincanto.
La spesa per il restauro venne calcolata in 7 miliardi di lire e la data prevista per la nuova apertura fissata per il 1983. In realtà per veder entrare il primo cliente si dovette aspettare il 2 aprile 1985, quando il rinnovato Jolly Hotel Ligure tornò in attività come «uno degli alberghi più moderni d’Europa». Una camera singola costava ben 168 mila lire e una doppia 214 mila. Il prezzo della bellezza è sempre per pochi.
Nel 2007 è arrivato un nuovo cambio di proprietà. La Jolly Hotels è stata assorbita dalla società spagnola NH, e come di consuetudine anche il Ligure ha modificato il suo nome anteponendo quello dei nuovi proprietari al proprio. Avrebbe potuto essere il punto di partenza per un nuovo inizio, ma dopo solo due anni l’immobile è stato messo in vendita con il progetto di trasformarlo prossimamente in una residenza di alto livello. Operazione che, a detta de La Stampa, «sarebbe andata a segno per una cifra di 22 milioni». Nell’Italia della infinita crisi economica anche i ricordi sono compresi nel prezzo. I tempi cambiano.
 

Dossier di Ecoinchiesta: Disastro ambientale in Nuova Zelanda

La Rena rischia di spezzarsi in due – Ecoinchiesta,12/10/2011
Le nuvole nere annunciano l’arrivo di una tempesta a largo della Nuova Zelanda, dove da sei giorni la nave Rena, una portacontainer di 236 metri battente bandiera liberiana, è incagliata è incagliata sulla barriera corallina a circa 22 chilometri dalla costa. Dopo la prima perdita di olio idraulico e la successiva fuoriuscita di trecento tonnellate di gasolio dai serbatoi, le cattive condizioni meteorologiche fanno ora temere il peggio. C’è rischio concreto che il cargo si spezzi in due a causa di una vistosa crepa nello scafo, riversando così in mare le 1700 tonnellate di carburante ancora contenute nei serbatoi. [continua]

Rena: la bassa marea mostra i gravi danni allo scafo – Ecoinchiesta, 12/10/2011
Le immagini diffuse pochi minuti fa dalle tv neozelandesi sono impressionanti:  una profonda crepa al centro dello scafo sta spezzando in due  la portacontainer Rena, arenata il 5 ottobre scorso sulla barriera corallina a largo di Tauranga in Nuova Zelanda.
La nave trasporta 1368 container, alcuni dei quali sono già caduti in acqua a causa del mare in burrasca. [continua]

1500 volontari per fronteggiare la marea neraEcoinchiesta, 13/10/2011
Peggiora la situazione a largo delle coste della Nuova Zelanda. L’inclinazione della nave Rena è arrivata a venti gradi e l’incubo che lo scafo si spezzi in due riversando in mare più di 1700 tonnellate di petrolio pare sul punto di avverarsi. Buona parte del carburante rimanente nei serbatoi si trova in un compartimento stagno nella parte posteriore della portacontainer. Se la nave dovesse spezzarsi a causa delle profonde crepe nelle scafo, il rischio maggiore sarebbe che il comparto si spacchi sul fondo rendendo in questo modo impossibile un tempestivo intervento di pulizia. [continua]

Via al rimpatrio dei marinai filippini, rabbia in Nuova ZelandaEcoinchiesta, 14/10/2011
L’olio nero della Rena, pesante, tossico, sta inquinando le spiagge della Nuova Zelanda uccidendo la fauna selvatica. Da ieri i detriti dalla portacontainer, ancora incagliata sulla barriera corallina Astrolabio, si possono vedere sparsi in tutta la Baia di Plenty. In mare i rimorchiatori spargono disperdenti liquidi e cercano i container alla deriva caduti dalla nave, mentre a terra sale la tensione per la decisione del tribunale di Tauranga di permettere il rimpatrio dell’equipaggio filippino della Rena (esclusi il comandante e il suo secondo, entrambi indagati per disastro ambientale). Le autorità Manila si stanno affrettando a far partire i marinai ai quali non sarebbe attualmente garantito un adeguato livello di sicurezza. La rabbia dei neozelandesi contro coloro ai quali attribuiscono la responsabilità per l’inquinamento del loro mare è rivolta in queste ore non solo verso l’equipaggio della portacontainer, ma in generale contro l’intera comunità filippina. [continua]

Scricchiolii e cedimenti: la Rena è “una nave morente”Ecoinchiesta, 15/10/2011
La situazione della Rena rimane precaria. In una conferenza stampa il responsabile delle squadre di soccorso Bruce Anderson ha dichiarato che le operazioni di pompaggio del petrolio dai serbatoi sono state interrotte nelle ore notturne perché la posizione della nave non permette ai sub di lavorare in sicurezza.
Alla prudenza si contrappone però la necessità di recuperare al più presto le 1300 tonnellate di petrolio ancora contenute nella pancia del colosso d’acciaio. [continua]

Rena, iniziato il recupero del petrolio – Ecoinchiesta, 16/10/2011
Le squadre di salvataggio hanno iniziato a pompare il petrolio presente nei serbatori dalla portacontainer Rena, incagliata dal 5 ottobre a circa 22 chilometri dalle coste delle Nuova Zelanda.
Nonostante la posizione assunta dalla nave possa mettere in pericolo l’incolumità dei soccorritori si è deciso ugualmente di proseguire al più a lungo possibile il lavoro di svuotamento. [continua]

null

 

 

Lista dei peggiori disastri petroliferi in mare

Disastro petrolifero/petroliera Luogo Data Tonnellate di greggio Fonti
Piattaforma petrolifera Gannet Alpha a 180 km da Aberdeen, Scozia 10 agosto 2011 200 [5][6][7]
Collisione tra Msn Chitra (petroliera)e Mv khalijia 3 (nave cargo) al largo di Mumbai, India 7 agosto 2010 > 50 [8]
Dalian (2 oleodotti) Porto mercantile di Dalian, Cina 16 luglio 2010 1.500 [9][10][11][12][13][14]
Collisione tra Bunga Kelana 3 (nave cisterna) e Mt Waily (nave cargo) al largo di Singapore, Malaysia 24 maggio 2010 2.000

Il resto della lista qui.

Napoli-Juve, calcio o guerra nord-sud? (Pagina)

Cari juventini torinesi, segnatevi questo giorno sull’agenda: 6 novembre 2011. È la data in cui la Juventus scenderà in campo allo stadio San Paolo per il posticipo serale di campionato contro il Napoli. Una partita che, vista la posizione in classifica occupata dalle due squadre, si preannuncia piuttosto interessante. Ma se vi sembra comunque esagerato riservargli troppa importanza, sappiate che sotto il Vesuvio c’è addirittura chi considera questo appuntamento sportivo come una vera e propria resa dei conti tra nord e sud Italia.
Il guanto della sfida l’ha lanciato Walter Mazzarri, allenatore dei partenopei, che solo pochi giorni fa intervistato da Enrico Varriale in una libreria di Napoli ha dichiarato testualmente: «Juve-Napoli è come il sud contro il nord». Insomma Torino contro Napoli, Piemontesi contro Borbonici, ricchi contro poveri, cowboy contro indiani e chi più ne ha più ne metta. Esageruma nen, verrebbe da dire. Eppure il tecnico azzurro si è mostrato sicuro che la partita contro la Vecchia Signora rappresenti per i napoletani «una rivalsa sociale», perché la Juventus significa il nord, il potere.
Molto bene. In un momento estremamente complicato per il Paese come quello attuale, in cui l’unità della nazione è messa in discussione più o meno giornalmente, si sentiva proprio il bisogno di un moderno Masaniello. Un livornese che per contratto si professa «figlio di Napoli» e si erge a paladino del meridione. Se fossimo sul rettangolo di gioco potremmo almeno parlare di una inutile entrata a gamba tesa, uno di quei falli a centrocampo che oltre a non portare alcun vantaggio nel gioco, mettono in discussione la stessa intelligenza tattica di chi li commette. Purtroppo invece Mazzarri è sembrato serio quando, sommerso dallo stesso calore napoletano che l’ha costretto a lasciare la libreria con la scorta, ha affermato che è proprio la concorrenza tra nord e sud rappresentata nella partita a dargli «la carica emotiva per combatterla». Ha detto proprio «combatterla», come se Napoli-Juventus fosse per davvero il remake moderno dello scontro tra Piemontesi e truppe borboniche. Una contesa “giocata” in altre epoche e su altri campi (di battaglia), che dopo 150 anni sarebbe quanto mai opportuno archiviare.
Speriamo quindi che il 6 novembre le parole del tecnico non vengano interpretate alla lettera dagli ultras partenopei, il cui fondamentalismo calcistico non ha certo bisogno di essere ulteriormente fomentato. Soprattutto se si pensa che girare dalle parti dello stadio di Piedigrotta con al collo una sciarpa di colore diverso da quello azzurro può portare non di rado a conseguenze poco piacevoli.
Dal canto loro i torinesi di fede bianconera non hanno dato troppa importanza alle sparate di Mazzarri, puntualmente riportate da Tuttosport. Come dargli torto? Sono troppo impegnati a sperare nella riscossa della squadra di Antonio Conte dopo due anni orribili per decidere di perdere in questo modo il loro solito aplomb. Un’indifferenza che non viene scalfita nemmeno dalla «storica rivalità» tirata in ballo da Mazzarri e che dalle parti di Torino suona del tutto nuova. Perché se è vero che a Napoli «ogni giorno dell’anno» ci sono tifosi che sperano di sconfiggere la Juventus, sotto la Mole degli azzurri non si parla mai.
Per carità, i torinesi sanno bene che Napoli è “il paese d’ ‘o sole”, che c’è il mare, che Gigi D’Alessio è il miglior cantante del mondo, che com’è buona la pizza a Napoli… Ma calcisticamente parlando, una vera rivalità tra bianconeri e partenopei non c’è mai stata. Almeno nell’ultimo quarto di secolo, anni in cui è facile perdere il conto dei trionfi ottenuti dalla squadra torinese. Un conto invece che se riferito al Napoli è fin troppo semplice. Tutte le volte (due…) che gli azzurri hanno dimostrato la loro superiorità in campo nazionale, la Juventus non è mai stata competitiva al punto da essere un avversario temibile. Stiamo parlando del periodo che va dal 1987 al 1990, quando cioè al Napoli delle meraviglie di Maradona e Careca si contrapponeva una Juve appannata, in piena fase di transizione tra i successi dell’era Trapattoni e quelli successivi di Lippi.
Dove ricercare dunque l’origine della rivalità tanto cara a Mazzarri? Magari proprio nella fortunata avventura bianconera di mr. Lippi, che prima di accasarsi a Torino allenava il Napoli. Oppure ancor prima nel tradimento di quel “core ingrato” di Altafini. Certo, anche l’arrivo in Piemonte dell’amato Quagliarella potrebbe aver fatto la sua parte, ma a ben vedere sembrano tutte cose di poco conto. «Quisquilie», direbbe quel grande napoletano che di tanto in tanto si vantava di aver fatto il militare a Cuneo. Così, per provare a trovare finalmente una risposta a tanto astio, dobbiamo ricorrere nuovamente all’aiuto di Mazzarri che ha voluto ricordare il Napoli di Vinicio. Quello «che venne applaudito nonostante una sconfitta con la Juve».
Alzino la mano i tifosi bianconeri a cui è rimasta impressa quella partita. Ora alzino la mano quelli che sanno almeno chi sia Vinicio! Se fosse un sondaggio i risultati sarebbero sconfortanti a tal punto che non resterebbe che confidare, per cotanta smemoratezza, nella clemenza dei napoletani.
Non è facile per un tifoso della Juventus ricordare tette le sue innumerevoli vittorie. E nemmeno i motivi per cui qualcuno dice di portarle rancore.
  

La cascina che il tempo non ha sconfitto (Pagina)

Maestosa, austera, la cascina Airale domina la distesa verde del Parco Colletta, in zona Regio Parco. Immersa nel silenzio di un angolo rialzato di via Zanella, circondata dalla foschia densa che in queste mattine d’autunno sale dai prati e si dissolve alzando gli occhi verso Superga, assomiglia all’immagine della casa maledetta di un racconto dell’orrore di George Stroup.
Ogni tanto si scorge in lontananza la sagoma di qualche pensionato che porta a spasso il cane o di un corridore dedito all’allenamento quotidiano nel parco, ma la vicinanza al Cimitero Monumentale non aiuta comunque a rendere l’atmosfera rassicurante. Raramente infatti la gente del quartiere si avvicina a questa antichissima casa rurale, ridotta ormai ad un rudere pericolante, frequentato a quanto si dice da individui poco raccomandabili. Anche per questo, qualche anno fa la cascina era stata completamente recintata, murando porte e finestre con grossi blocchi di cemento grigio, alcuni dei quali spiccano ancora come delle ferite sull’architettura di origine medievale costituita da mattoncini rossi. Ma l’isolamento non è durato a lungo. La recinzione è stata divelta in più punti e le stanze dell’Airale si sono ripopolate di persone. Tossicodipendenti, barboni, anime senza nome che arrivano di notte fino alla vecchia cascina per ripararsi sotto un tetto che non c’è. È crollato già da molti anni, dopo l’abbandono dell’edificio dei suoi ultimi proprietari, avvenuto nel 1982 in seguito ad un esproprio da parte del comune. Da allora le crepe si sono allargate, alcuni muri interni sbriciolati e la vegetazione si è rimpossessata della struttura al punto da farla quasi scomparire sotto il peso del suo passato pluricentenario. Un passato che riemerge dagli archivi e dai trafiletti di cronaca cittadina, ma che oggi non interessa più a nessuno.
Sembra incredibile ma quando nel 1567 il duca Emanuele Filiberto acquistò dei terreni lungo le rive del Po, per edificarvi una residenza di caccia, nell’area era già compreso «il restetto del’Ayralle col suo ricetto». La cascina venne poi menzionata esplicitamente nel Testimoniale di Stato dell’anno 1681, ancora conservato presso l’archivio di Torino. Successivamente durante l’assedio di Torino del 1706 i francesi rasero al suolo la palazzina di caccia, ma non la cascina Airale che continuò a rifornire di viveri le truppe piemontesi fino alla vittoria finale. Da allora nonostante alcuni rimaneggiamenti, la casa mantenne pressoché inalterato il suo disegno che ha attraversato i secoli, facendo ogni tanto capolino tra le righe della cronaca locale per fatti più o meno grandi. Ad esempio sulla Gazzetta Piemontese del 1882 viene riportata la vicenda di un tale Lorenzo, di anni 15, sorpreso in fragranza di reato, mentre rubava delle noci dal terreno antistante la cascina. Lo stesso quotidiano riferisce di «due giovinotti» che nel 1884 trovandosi nei pressi dell’Airale rinvennero un feto umano ormai senza vita. Mentre il 15 luglio 1901 La Stampa dava notizia della denuncia spiccata dai carabinieri ai danni di Pietro Negro, venticinquenne di Saluggia e di due suoi compaesani che «ferirono a colpi di coltello tal Favaro Simone» nel cortile antistante la casa rurale. A quanto pare si trattò di una questione d’onore…
Nel corso del Novecento la cascina fu anche teatro di due episodi inquietanti. Il primo datato 8 aprile 1957, quando secondo le cronache per qualche tempo «l’atmosfera di un fosco delitto è aleggiata attorno al cadavere di un uomo», un operaio di 56 anni, rinvenuto con la gola squarciata. Il giallo venne poi risolto dopo un’inchiesta che ne accertò il suicidio volontario. Stessa sorte anche per un altro operaio trovato impiccato nei cespugli vicini alla proprietà Airale nel 1960. Ma se qualcuno ha deciso di morire accanto alla vecchia cascina, la stessa è sopravvissuta nonostante un progetto che prevedeva il suo abbattimento per realizzare un porto fluviale sul Po. Nel 1989, dopo che le ultime mucche avevano lasciato le stalle da sette anni, si era pensato di trasformarla in un centro sociale e darla in mano ai punk, ma le precarie condizioni della struttura fecero abbandonare anche questa ipotesi. Tuttavia negli ultimi 15 anni alcune associazioni hanno chiesto di poter trasferire qui la propria sede ed il Comune stesso, proprietario dell’immobile dal 1978, avrebbe voluto destinare la cascina come sede di servizi per il vicino cimitero monumentale. Inutile dire che nulla di tutto questo è mai stato realizzato e l’edificio continua a versare in uno stato di desolante abbandono.
È un problema perché il Comune non sa come trovare il denaro per provvedere ad un progetto di ristrutturazione sulla falsariga di quelli che hanno già interessato altre cascine urbane. Di certo un destino mortificante per un monumento che, seppure di scarso pregio, appartiene di diritto a quel patrimonio storico-artistico cosiddetto “minore” che non sembra giusto dimenticare.
Dal canto suo l’Airale, di crollare da sola e togliere il disturbo, non sembra volerne proprio sapere. Per ora si regge ancora in piedi per miracolo, mettendo in serio pericolo la vita dei suoi disperati avventori notturni e continuando ad essere un luogo poco sicuro anche per i frequentatori del parco.
Rimane lì, perseverando chissà ancora per quanto nella sua ostinata resistenza alla definitiva disgregazione.
 

Narcomafie di ottobre 2011

L’EDITORIALE
Contro il degrado del costume e la rimozione dell’interesse pubblico di Livio Pepino

IL CASO RIGEL
La nave dei veleni che nessuno vuole ritrovare di Massimiliano Ferraro

I GIORNI DELLA CIVETTA
Brevi di mafia a cura di Marco Nebiolo

CRIMINALITÀ ORGANIZZATA IN PUGLIA
L’estate mafiosa del Salento di Emilio F. Torsello

COSE NOSTRE
Imprenditori, combattere l’isolamento per favorire l’economia di Giovanni Tizian

CORSICA, OMICIDI IRRISOLTI
Nicolas Giudici, vittima dimenticata di Carlo Ruta

STROZZATECI TUTTI
La paura americana di Marcello Ravveduto

INCHIESTA: YAKUZA
La terra trema e arriva la carità mafiosa di Scilla Alecci
La lotta alla criminalità organizzata giapponese dopo l’11 marzo di Alessia Cerantola
Yakuza, sulla via degli antichi samurai di Massimiliano Aceti
Lo Shinogi, tutti gli affari della mafia giapponese di M.A.
Il Botaiho, contromisure al crimine organizzato di M.A.

ALTARISOLUZIONE
Storie di ordinaria onestà testo e foto di Alessandro Ummarino

OCCIDENTI
Rassegna stampa internazionale a cura di Stefania Bizzarri

SFRUTTAMENTO E TRATTA DI MIGRANTI
L’esercito degli schiavi di Maria Luisa Mastrogiovanni

FORTRESS EUROPE
Perdonami mamma di Gabriele Del Grande

CRONACHE SOMMERSE
Sinai, il terrorismo accende la miccia di Andrea Giordano

SEGNALI
Il boss rampante e il giornalista inesistente di Francesca Viscone

SEGNALIBRO
I colori di una vita di Davide Pecorelli

SHARE
Le segnalazioni del mese a cura di Elena Ciccarello

L’OPINIONE
La Costituzione come programma politico-morale di Diego Novelli

Aurora criminale (Narcomafie)

È il buio il peggior nemico dell’Aurora: in questo antico borgo torinese il cui nome induce a immaginare visioni color rosa non si tratta di un gioco di parole. Quando cala la notte nel quartiere scatta una specie di coprifuoco. I negozi chiudono prima che in altre zone della città e i residenti rimangono in ostaggio delle risse tra immigrati e dello spaccio di droga che si svolge senza sosta sotto ai loro balconi.
Non siamo nel Bronx ma in una delle zone più problematiche di Torino: da corso Principe Oddone a corso Novara, da corso Regina Margherita fino al lungodora. Borgata Aurora è un quadrilatero che per suo il ingombrante passato industriale i torinesi tendono a confondere un po’ con borgo Dora e un po’ con Barriera di Milano. Oggi più che la toponomastica è la cronaca nera a distinguere questo luogo dagli altri: è il borgo dell’omicidio col machete, quello che la scorsa settimana ha insanguinato via Chivasso. L’orrendo delitto del giovane romeno Daniel Cimpoesu, massacrato da un connazionale di appena 19 anni che gli ha spaccato il cranio e amputato una mano con un coltellaccio da macellaio. Il macabro emblema di una situazione ormai fuori controllo che gli abitanti del quartiere denunciano da anni. Perché la grave crisi di Borgata Aurora parte da lontano, dalla chiusura delle industrie, un tempo situate lungo le sponde della Dora. La trasformazione del panorama che un cronista degli anni ’30 descriveva su La Stampa, «d’un bel grigio fatto di fumo di officine: simpatico segno di attività».
Scomparse le fabbriche, spariti gli impiegati e «l’esercito di soldatini blu» cantati da Gipo Farassino, il vuoto lasciato da chi ha potuto trasferirsi altrove è stato riempito dall’arrivo massiccio di immigrati dall’Africa e dall’Europa dell’Est. La zona ha quindi cambiato faccia all’improvviso. Il degrado ha invaso gli stabilimenti dismessi divenuti ricovero di sbandati e tossicodipendenti, le botteghe nostrane sono state rimpiazzate dalle gastronomie arabe, dagli alimentari romeni e dai parrucchieri cinesi.
Attualmente su un totale di circa 20.000 residenti gli stranieri sono il 36%, un numero in continua crescita e che a causa dell’inevitabile presenza di qualche mela marcia provoca spesso delle aspre tensioni sociali.
Borgata Aurora si è trasformata così nell’immagine più lampante della Torino da incubo emersa recentemente da una statistica de Il Sole 24 Ore. Una città violenta e insicura, peggio di Napoli e Palermo, che sinceramente si fa fatica a credere reale. Ma non meno singolare, almeno se vista da Aurora, appare la dichiarazione del Questore di Torino Aldo Faraoni, che all’indomani del delitto del machete ha definito il capoluogo piemontese come una città che «non ha zone franche».
Invece, a partire dell’ora di cena chi si trova a dover scavalcare il cantiere del passante ferroviario e scendere oltre piazza Baldissera può notare uomini che bivaccano tra stuoli di bottiglie di birra e liquore. Grida e liti tra sbandati si ripetono frequentemente sui marciapiedi di corso Vigevano e via Aosta, come nei giardini di piazza Alimonda, il luogo in cui ha avuto origine la lite tra Cimpoesu e il suo assassino.
Eppure nel borgo c’è chi sostiene che qualche anno fa la situazione fosse addirittura peggiore, con pusher e sentinelle sugli angoli di molte strade del rione.
Nell’ottobre del 2007 uno spacciatore giustiziato nell’ex area industriale di via Cigna aveva gettato su Aurora l’ombra inquietante della mafia nigeriana. L’uomo era stato ritrovato chiuso in un sacco e con i piedi legati e delle ferite alla schiena che hanno fatto pensare ai rituali di tortura delle confraternite nigeriane come i Black Axe e gli Eiye. Dal 2003 le due gang rivali si sono spartite il controllo del traffico di stupefacenti in questa zona della città a colpi di lama e di bottiglie rotte. Proprio attorno al mercato della droga ruotano anche i più recenti fatti di cronaca di Borgata Aurora. Nel 2008 una retata dei carabinieri ha portato all’arresto di una decina di spacciatori. Il successivo impiego dell’esercito ha restituito alla zona una parziale tranquillità, senza però mettere la parola fine al disagio nel quartiere, ma ad aprile del 2009 la guerra notturna tra pusher e forze dell’ordine ha causato la tragica morte di Marino Ferraro. Il vicebrigadiere dei Carabinieri è stato travolto da un treno mentre stava inseguendo uno spacciatore lungo i binari della ferrovia nei pressi della vecchia stazione Dora.
E quando la criminalità organizzata non c’entra, a creare problemi ad Aurora ci pensa un’integrazione che stenta a realizzarsi a causa di numerose presenze moleste. Individui violenti come il marocchino ventitreenne che ad agosto del 2010 in corso Principe Oddone ha sfigurato con l’acido muriatico una connazionale per aver respinto il suo corteggiamento.
La cittadinanza si è più volte mobilitata con raccolte di firme e cortei per chiedere quella legalità e quella sicurezza che per ora rimangono una chimera. Si scommette sul futuro. L’arrivo di nuovi insediamenti residenziali e l’abbattimento dei capannoni fatiscenti che in questi anni sono serviti da rifugio per la criminalità legata all’immigrazione clandestina dovrebbero migliorare la situazione. Tuttavia, nel luogo dove un tempo si diceva si potesse ammirare meglio che altrove il meraviglioso spettacolo del sorgere del sole, la speranza per un domani migliore ha un disperato bisogno di un impegno più incisivo delle istituzioni per non tramontare per sempre.

null - Narcomafie, 07/10/2011

Bestie

Sono sincero: dell’ultima partita giocata della Nazionale di calcio contro la Serbia mi ricordo solo lui, la Bestia. Sto parlando di Ivan Bogdanov, l’hooligans serbo con il passamontagna che l’anno scorso a Marassi è stato lungamente ripreso dalle telecamente mentre tagliava la rete del settore ospiti di Marassi con un paio di forbici. Ne avevo scritto qui.
In realtà questa volta Bogdanov non sarà sugli spalti perché è ancora in galera. Dopo i disordini di Genova è stato riconosciuto, arrestato e si è fatto ben sette mesi in un carcere femminile italiano per paura che le sue sbandierate idee ultranazionaliste portassero qualche italiano, qualche serbo o qualche albanese a fargli la pelle. Successivamente è stato espulso in Serbia dove ha continuato a stare in carcere con l’accusa di disordini, possesso non autorizzato di fumogeni e di un pittbull senza museruola. Sì, lo so che sembra incredibile ma per la legge serba è il cane che doveva portare la museruola e non Bogdanov…  Ad ogni modo pare il prossimo 12 ottobre, proprio nell’anniversaio del suo corso di taglia e cuci in diretta, potrebbe essere rimesso in libertà grazie ad una perizia psichiatrica.
Detto questo, confesso di non essere un esperto dell’ultranazionalismo xenofobo made in Serbia, ma l’episodio di Bogdanov mi ha fatto tornare in mente una conversazione avuta qualche anno fa con un tizio. Si chiamava Alessandro e sosteneva di avere un passato come trafficante di armi nei Paesi dell’Est. Appena ci siamo conosciuti si è preoccupato di mostrarmi alcuni articoli di giornale che parlavano della sua gang. Sul momento non l’avevo capito ma si trattava del suo curriculum vitae. Checcavolo, uno fa tanto per diventare delinquente affermato e poi non se ne può nemmeno vantare?
Comunque una parola tira l’altra e una volta mi aveva detto in tono confidenzale di aver conosciuto personalmente Zeljko Raznatovic, meglio noto come Arkan, il leader serbo autore di numerosi crimini di guerra commessi durante la Guerra in Jugoslavia negli anni novanta. Poi aveva terminato il discorso con una frase un po’ strana: “Adesso c’è chi dice che sia morto…”. Facendomi intendere che non era così.  Non gli ho mai creduto. Ma chissà che cosa ne penserebbe Bogdanov.

Russia: il destino segnato degli ultimi Squali nucleari (Ecoinchiesta)

Gli occidentali li chiamano Typhoon, i russi Akula, squali. Progettati dall’Unione Sovietica negli anni ’70 sono tutt’oggi i più grandi sommergibili nucleari mai costruiti. Colossi d’acciaio pensati per affermare la superiorità della Marina sovietica negli oceani che sono riusciti addirittura ad ispirare la fantasia di Hollywood.
La notizia del disarmo degli ultimi Akula rimasti ha fatto il giro del mondo. La progressiva riduzione dei mezzi navali sottomarini decisa da Mosca in virtù dei nuovi equilibri mondiali ha già sacrificato tre dei sei super-sottomarini, mentre per le ultime unità è stata decisa la definitiva demolizione nel 2014. «La fine di un’epoca» per il Daily Teleghaph, eppure in molti non riescono a provare nemmeno un pizzico di nostalgia per l’annunciata scomparsa di una micidiale macchina da guerra con numeri impressionanti: 171 metri di lunghezza (una volta e mezza un campo da calcio), 24 di larghezza e un dislocamento in immersione pari a 33.800 tonnellate. Ma oltre ad essere straordinariamente giganteschi gli Akula sono anche molto pericolosi essendo armati di sei tubi lanciasiluri di calibro compreso tra i 533 e 650mm e di 20 missili balistici intercontinentali tri-stadio SS.N-20 Sturgeon con un raggio di azione di oltre 8000 km.
Il varo del primo esemplare, il TK208, avvenne nel 1981, mentre nel 1983 prese il mare dalla base di Murmansk il TK202. Nel 1984 fu il turno del TK12, nel 1985 del TK13, nel 1987 del TK17 e infine nel 1989 del TK20. Tutti i vascelli ancora in servizio rispettano il programma di costruzione del 1972 denominato “Progetto 941” che prevedeva un particolare scafo costituito da una serie di cinque sottoscafi, studiato per ottimizzare gli spazi a bordo e consentire una migliore sistemazione dei reattori.
Nel 1973 il Cremlino ordinò l’esecuzione del progetto di un incrociatore lanciamissili sottomarino per compiti strategici, annunciato ufficialmente l’anno seguente in un discorso da Leonid Breznev. In quell’occasione il Segretario del Partito Comunista dell’Unione Sovietica chiamò il nuovo sommergibile con il nome provvisorio di “Tajfùn”, episodio da cui deriva probabilmente la scelta della Nato di indicare gli Akula con la denominazione Typhoon per non confonderli con gli Ščuka-B (che hanno appunto il nome NATO di Classe Akula).


Gli Akula possono navigare per 4 mesi senza ricevere rifornimenti e grazie alla torre rinforzata sono capaci di spettacolari emersioni con cui riescono agevolmente a sfondare il ghiaccio dell’artico fino ad uno spessore di circa 3 metri. È tuttavia innegabile che la notorietà di questo sommergibile sia dovuta soprattutto allo scrittore americano Tom Clancy, che nel 1984 ha descritto nel suo libro “Caccia a Ottobre Rosso” una enorme nave da guerra sottomarina dotata di motori silenziosissimi e difficili da rilevare. Una inquietante minaccia per le forze Nato, molto simile alla temuta Classe Typhoon, con cui per molto tempo gli occidentali si sono rassegnati a giocare a nascondino negli abissi.
Nel 1990 la storia ha debuttato sul grande schermo con un fortunato film in cui Sean Connery ha interpretato il comandante di un sommergibile sovietico intenzionato a disertare negli Stati Uniti.
Nella realtà, dopo la fine della Guerra Fredda i primi tre Akula sono stati demoliti secondo gli accordi per il disarmo nucleare. Agli ultimi esemplari è attualmente affidato il compito di pattugliare le zone a nord della Russia, dal mare di Barents al mare di Okhotsk. Tuttavia la Marina russa li considera già da tempo superati da una nuova generazione di sommergibili nucleari, più piccoli e più economici da mantenere. Si tratta dei Classe Delta III e Delta IV, costruiti apposta per essere armati con missili nucleari Buliva.
La dismissione delle testate nucleari presenti sugli Akula verrà inserita con tutta probabilità dalla Russia nel programma “Start” per la riduzione delle armi strategiche, firmato lo scorso anno a Mosca con gli Stati Uniti.

null - Ecoinchiesta, 05/10/2011

Una email per Tiberia (2)

Alla fine la triangolazione si è chiusa felicemente. Domenico ha risposto positivamente alla mia email nella quale gli parlavo di Serena e del suo dediderio di palrare con qualcuno di Tiberia. Così due persone che hanno conosciuto di persona la figlia secondogenita di Tiberio Mitri potranno dialogare. Bene.
Serena mi ha anche spedito questa foto di classe in cui compare Tiberia. Siamo a Firenze nei primissimi anni ’80.
Visto che ogni tanto questo scarsissimo blog serve a qualcosa? :-)