Correva l’anno 1974. Torino contava un milione e duecentomila abitanti, il sindaco era l’architetto democristiano Giovanni Picco e dalle officine di Mirafiori uscivano le prime Fiat 131. Proprio quell’anno un diciannovenne americano di nome Steve arrivò nella nostra città. Un episodio apparentemente banale ma che diventa assolutamente degno di nota se riguarda una persona che è riuscita a cambiare il mondo con il suo ingegno. Chi era quel ragazzo? Allora, semplicemente un diplomato dell’istituto Homestread di Cupertino, in California, che dopo appena un semestre di università decise di abbandonare gli studi trovando lavoro alla Atari, a quel tempo pionieristica azienda di videogiochi. Fu così che dopo essere stato mandato a Monaco di Baviera per riparare una partita di programmi difettosi, il futuro co-fondatore della Apple, Steve Jobs, decise di prendere un treno per Torino.
È ciò che rivela la biografia del compianto genio dell’informatica scritta da Walter Isaacson e pubblicata in Italia da Mondadori. Un libro che appena uscito è già un bestseller. Ottocento pagine frutto di due anni di lavoro, da leggere su carta o sui touch screen, nelle quali viene ripercorsa l’intera vita di Jobs.
La storia è curiosa. Steve Jobs soggiornò a Torino per due settimane, ospite di un distributore della Atari in Piemonte, e a quanto sembra rimase favorevolmente impressionato dalla città: «Passai due settimane meravigliose. Torino è una città industriale piena di vita». Poche parole ma precise e sicure per una descrizione che sembra stridere non poco con lo stereotipo della città-fabbrica grigia e noiosa, tanto in voga in quegli anni.
Scopriamo inoltre dal libro che il guru della Apple fu colpito dalla figura del distributore della Atari, colui che lo accompagnò in giro sotto la Mole. «Un tipo incredibile», lo descrisse Jobs. Nessuna indiscrezione, almeno per ora, sul nome di questo valevole cicerone, mentre qualche dettaglio emerso nella biografia di Isaacson potrebbe far individuare ai più assidui frequentatori dei ristoranti cittadini il locale esatto dove i due erano soliti cenare. «Mi portava tutte le sere a cena in un posto dove c’erano solo otto tavoli e nessun menù. Dicevi semplicemente all’oste ciò che volevi e lui lo preparava. Uno dei tavoli era riservato al presidente della Fiat. Fantastico».
Non sapremo mai se quei giorni torinesi furono o no una tappa importante nella futura vita di Steve Jobs. Di sicuro immediatamente dopo quel periodo egli si recò in India e una volta tornato in California decise di fondare insieme all’amico Steve Wozniak una società informatica chiamata Apple Computer. Era il 1 aprile 1976 e da quel giorno il mondo intero ha dovuto “sincronizzarsi” con le straordinarie idee del “visionario” della Silicon Valley.
Anche per questa ragione, nulla vieta di credere che già nel lontano 1974 Jobs avesse davvero riconosciuto nel capoluogo piemontese delle straordinarie doti nascoste. Tanto più che se rilette oggi, le sue parole fanno tornare in mente quanto molti anni dopo verrà affermato da un giornalista del New York Times: «Torino è l’equivalente turistico della “Lettera rubata” di Edgar Allan Poe», ovvero un segreto ben custodito lasciato in bella vista.
Forse, solo un visionario avrebbe potuto riconoscere sotto il cielo «scordato dalle fiabe» della Torino del 1974 la forza necessaria per una rinascita dalle ceneri industriali, la conquista delle Olimpiadi invernali del 2006 e l’impensabile vocazione turistica. Una città che ha saputo riscoprirsi affamata e folle al punto giusto da sapersi completamente reinventare. «Stay hungry, stay foolish», avrebbe detto Steve Jobs.
Archiviazioni mensili: ottobre 2011
I veleni della Malesia a Napoli Est (Ecoinchiesta)

Diecimila chilometri e un mistero. Sono ancora sconosciute le circostanze che hanno portato a Ponticelli, quartiere alla periferia est di Napoli, una grande quantità di sostanze chimiche provenienti dalla Malesia.
Il ritrovamento è avvenuto la scorsa settimana non distante dal cimitero di via Argine, dopo che alcuni cittadini avevano segnalato la presenza in strada di non meglio identificati rifiuti urticanti.
Gli uomini dell’unità operativa Ecologica intervenuti per isolare la zona hanno operato il prelievo di un campione del materiale, accertando che i veleni si presentavano sotto forma di sostanze liquide e gelatinose avvolte da un enorme sacco bianco. A quanto pare si tratterebbe di Flexitank, uno speciale contenitore utilizzato per il trasporto di liquidi all’interno dei containers.
Tre gli indizi principali per risalire ai responsabili di questo gravissimo episodio di smaltimento illegale di sostanze pericolose: un tagliando di spedizione dove è ben leggibile il nome di una società trasporti attiva in Asia sudorientale, la firma di un incaricato all’ispezione della merce (un tale Sam) e la data di partenza via mare dalla Malesia. Il carico sarebbe stato imbarcato l’8 giugno scorso su un cargo in partenza da un porto dello stretto di Malacca, la principale via di comunicazione tra gli oceani Indiano e Pacifico. Secondo quanto riportato da un articolo apparso sul quotidiano napoletano Il Mattino, altri dati ritenuti rilevanti sulla spedizione sono ancora al vaglio degli investigatori.
Il punto di partenza obbligato per ricostruire il viaggio del container che ha portato il materiale tossico fino in Italia sembra essere il porto di Napoli, dove si spera di trovare la spiegazione per l’apparizione a Ponticelli dei veleni della Malesia. Un episodio che va a sommarsi alla sempre più preoccupante situazione ambientale in cui versa la zona est di Napoli, un territorio flagellato dalle discariche abusive e minacciato dalle ecomafie.
Chiude l’hotel del duca affabile (Pagina)
Dossier di Ecoinchiesta: Disastro ambientale in Nuova Zelanda
La Rena rischia di spezzarsi in due – Ecoinchiesta,12/10/2011
Le nuvole nere annunciano l’arrivo di una tempesta a largo della Nuova Zelanda, dove da sei giorni la nave Rena, una portacontainer di 236 metri battente bandiera liberiana, è incagliata è incagliata sulla barriera corallina a circa 22 chilometri dalla costa. Dopo la prima perdita di olio idraulico e la successiva fuoriuscita di trecento tonnellate di gasolio dai serbatoi, le cattive condizioni meteorologiche fanno ora temere il peggio. C’è rischio concreto che il cargo si spezzi in due a causa di una vistosa crepa nello scafo, riversando così in mare le 1700 tonnellate di carburante ancora contenute nei serbatoi. [continua]
Rena: la bassa marea mostra i gravi danni allo scafo – Ecoinchiesta, 12/10/2011
Le immagini diffuse pochi minuti fa dalle tv neozelandesi sono impressionanti: una profonda crepa al centro dello scafo sta spezzando in due la portacontainer Rena, arenata il 5 ottobre scorso sulla barriera corallina a largo di Tauranga in Nuova Zelanda.
La nave trasporta 1368 container, alcuni dei quali sono già caduti in acqua a causa del mare in burrasca. [continua]1500 volontari per fronteggiare la marea nera – Ecoinchiesta, 13/10/2011
Peggiora la situazione a largo delle coste della Nuova Zelanda. L’inclinazione della nave Rena è arrivata a venti gradi e l’incubo che lo scafo si spezzi in due riversando in mare più di 1700 tonnellate di petrolio pare sul punto di avverarsi. Buona parte del carburante rimanente nei serbatoi si trova in un compartimento stagno nella parte posteriore della portacontainer. Se la nave dovesse spezzarsi a causa delle profonde crepe nelle scafo, il rischio maggiore sarebbe che il comparto si spacchi sul fondo rendendo in questo modo impossibile un tempestivo intervento di pulizia. [continua]
Via al rimpatrio dei marinai filippini, rabbia in Nuova Zelanda – Ecoinchiesta, 14/10/2011
L’olio nero della Rena, pesante, tossico, sta inquinando le spiagge della Nuova Zelanda uccidendo la fauna selvatica. Da ieri i detriti dalla portacontainer, ancora incagliata sulla barriera corallina Astrolabio, si possono vedere sparsi in tutta la Baia di Plenty. In mare i rimorchiatori spargono disperdenti liquidi e cercano i container alla deriva caduti dalla nave, mentre a terra sale la tensione per la decisione del tribunale di Tauranga di permettere il rimpatrio dell’equipaggio filippino della Rena (esclusi il comandante e il suo secondo, entrambi indagati per disastro ambientale). Le autorità Manila si stanno affrettando a far partire i marinai ai quali non sarebbe attualmente garantito un adeguato livello di sicurezza. La rabbia dei neozelandesi contro coloro ai quali attribuiscono la responsabilità per l’inquinamento del loro mare è rivolta in queste ore non solo verso l’equipaggio della portacontainer, ma in generale contro l’intera comunità filippina. [continua]Scricchiolii e cedimenti: la Rena è “una nave morente” – Ecoinchiesta, 15/10/2011
La situazione della Rena rimane precaria. In una conferenza stampa il responsabile delle squadre di soccorso Bruce Anderson ha dichiarato che le operazioni di pompaggio del petrolio dai serbatoi sono state interrotte nelle ore notturne perché la posizione della nave non permette ai sub di lavorare in sicurezza.
Alla prudenza si contrappone però la necessità di recuperare al più presto le 1300 tonnellate di petrolio ancora contenute nella pancia del colosso d’acciaio. [continua]Rena, iniziato il recupero del petrolio – Ecoinchiesta, 16/10/2011
Le squadre di salvataggio hanno iniziato a pompare il petrolio presente nei serbatori dalla portacontainer Rena, incagliata dal 5 ottobre a circa 22 chilometri dalle coste delle Nuova Zelanda.
Nonostante la posizione assunta dalla nave possa mettere in pericolo l’incolumità dei soccorritori si è deciso ugualmente di proseguire al più a lungo possibile il lavoro di svuotamento. [continua]
Lista dei peggiori disastri petroliferi in mare
| Disastro petrolifero/petroliera | Luogo | Data | Tonnellate di greggio | Fonti |
|---|---|---|---|---|
| Piattaforma petrolifera Gannet Alpha | a 180 km da Aberdeen, Scozia | 10 agosto 2011 | 200 | [5][6][7] |
| Collisione tra Msn Chitra (petroliera)e Mv khalijia 3 (nave cargo) | al largo di Mumbai, India | 7 agosto 2010 | > 50 | [8] |
| Dalian (2 oleodotti) | Porto mercantile di Dalian, Cina | 16 luglio 2010 | 1.500 | [9][10][11][12][13][14] |
| Collisione tra Bunga Kelana 3 (nave cisterna) e Mt Waily (nave cargo) | al largo di Singapore, Malaysia | 24 maggio 2010 | 2.000 |
Il resto della lista qui.
Napoli-Juve, calcio o guerra nord-sud? (Pagina)
La cascina che il tempo non ha sconfitto (Pagina)
Narcomafie di ottobre 2011
L’EDITORIALE
Contro il degrado del costume e la rimozione dell’interesse pubblico di Livio Pepino
IL CASO RIGEL
La nave dei veleni che nessuno vuole ritrovare di Massimiliano Ferraro
I GIORNI DELLA CIVETTA
Brevi di mafia a cura di Marco Nebiolo
CRIMINALITÀ ORGANIZZATA IN PUGLIA
L’estate mafiosa del Salento di Emilio F. Torsello
COSE NOSTRE
Imprenditori, combattere l’isolamento per favorire l’economia di Giovanni Tizian
CORSICA, OMICIDI IRRISOLTI
Nicolas Giudici, vittima dimenticata di Carlo Ruta
STROZZATECI TUTTI
La paura americana di Marcello Ravveduto
INCHIESTA: YAKUZA
La terra trema e arriva la carità mafiosa di Scilla Alecci
La lotta alla criminalità organizzata giapponese dopo l’11 marzo di Alessia Cerantola
Yakuza, sulla via degli antichi samurai di Massimiliano Aceti
Lo Shinogi, tutti gli affari della mafia giapponese di M.A.
Il Botaiho, contromisure al crimine organizzato di M.A.
ALTARISOLUZIONE
Storie di ordinaria onestà testo e foto di Alessandro Ummarino
OCCIDENTI
Rassegna stampa internazionale a cura di Stefania Bizzarri
SFRUTTAMENTO E TRATTA DI MIGRANTI
L’esercito degli schiavi di Maria Luisa Mastrogiovanni
FORTRESS EUROPE
Perdonami mamma di Gabriele Del Grande
CRONACHE SOMMERSE
Sinai, il terrorismo accende la miccia di Andrea Giordano
SEGNALI
Il boss rampante e il giornalista inesistente di Francesca Viscone
SEGNALIBRO
I colori di una vita di Davide Pecorelli
SHARE
Le segnalazioni del mese a cura di Elena Ciccarello
L’OPINIONE
La Costituzione come programma politico-morale di Diego Novelli
Aurora criminale (Narcomafie)
È il buio il peggior nemico dell’Aurora: in questo antico borgo torinese il cui nome induce a immaginare visioni color rosa non si tratta di un gioco di parole. Quando cala la notte nel quartiere scatta una specie di coprifuoco. I negozi chiudono prima che in altre zone della città e i residenti rimangono in ostaggio delle risse tra immigrati e dello spaccio di droga che si svolge senza sosta sotto ai loro balconi.
Non siamo nel Bronx ma in una delle zone più problematiche di Torino: da corso Principe Oddone a corso Novara, da corso Regina Margherita fino al lungodora. Borgata Aurora è un quadrilatero che per suo il ingombrante passato industriale i torinesi tendono a confondere un po’ con borgo Dora e un po’ con Barriera di Milano. Oggi più che la toponomastica è la cronaca nera a distinguere questo luogo dagli altri: è il borgo dell’omicidio col machete, quello che la scorsa settimana ha insanguinato via Chivasso. L’orrendo delitto del giovane romeno Daniel Cimpoesu, massacrato da un connazionale di appena 19 anni che gli ha spaccato il cranio e amputato una mano con un coltellaccio da macellaio. Il macabro emblema di una situazione ormai fuori controllo che gli abitanti del quartiere denunciano da anni. Perché la grave crisi di Borgata Aurora parte da lontano, dalla chiusura delle industrie, un tempo situate lungo le sponde della Dora. La trasformazione del panorama che un cronista degli anni ’30 descriveva su La Stampa, «d’un bel grigio fatto di fumo di officine: simpatico segno di attività».
Scomparse le fabbriche, spariti gli impiegati e «l’esercito di soldatini blu» cantati da Gipo Farassino, il vuoto lasciato da chi ha potuto trasferirsi altrove è stato riempito dall’arrivo massiccio di immigrati dall’Africa e dall’Europa dell’Est. La zona ha quindi cambiato faccia all’improvviso. Il degrado ha invaso gli stabilimenti dismessi divenuti ricovero di sbandati e tossicodipendenti, le botteghe nostrane sono state rimpiazzate dalle gastronomie arabe, dagli alimentari romeni e dai parrucchieri cinesi.
Attualmente su un totale di circa 20.000 residenti gli stranieri sono il 36%, un numero in continua crescita e che a causa dell’inevitabile presenza di qualche mela marcia provoca spesso delle aspre tensioni sociali.
Borgata Aurora si è trasformata così nell’immagine più lampante della Torino da incubo emersa recentemente da una statistica de Il Sole 24 Ore. Una città violenta e insicura, peggio di Napoli e Palermo, che sinceramente si fa fatica a credere reale. Ma non meno singolare, almeno se vista da Aurora, appare la dichiarazione del Questore di Torino Aldo Faraoni, che all’indomani del delitto del machete ha definito il capoluogo piemontese come una città che «non ha zone franche».
Invece, a partire dell’ora di cena chi si trova a dover scavalcare il cantiere del passante ferroviario e scendere oltre piazza Baldissera può notare uomini che bivaccano tra stuoli di bottiglie di birra e liquore. Grida e liti tra sbandati si ripetono frequentemente sui marciapiedi di corso Vigevano e via Aosta, come nei giardini di piazza Alimonda, il luogo in cui ha avuto origine la lite tra Cimpoesu e il suo assassino.
Eppure nel borgo c’è chi sostiene che qualche anno fa la situazione fosse addirittura peggiore, con pusher e sentinelle sugli angoli di molte strade del rione.
Nell’ottobre del 2007 uno spacciatore giustiziato nell’ex area industriale di via Cigna aveva gettato su Aurora l’ombra inquietante della mafia nigeriana. L’uomo era stato ritrovato chiuso in un sacco e con i piedi legati e delle ferite alla schiena che hanno fatto pensare ai rituali di tortura delle confraternite nigeriane come i Black Axe e gli Eiye. Dal 2003 le due gang rivali si sono spartite il controllo del traffico di stupefacenti in questa zona della città a colpi di lama e di bottiglie rotte. Proprio attorno al mercato della droga ruotano anche i più recenti fatti di cronaca di Borgata Aurora. Nel 2008 una retata dei carabinieri ha portato all’arresto di una decina di spacciatori. Il successivo impiego dell’esercito ha restituito alla zona una parziale tranquillità, senza però mettere la parola fine al disagio nel quartiere, ma ad aprile del 2009 la guerra notturna tra pusher e forze dell’ordine ha causato la tragica morte di Marino Ferraro. Il vicebrigadiere dei Carabinieri è stato travolto da un treno mentre stava inseguendo uno spacciatore lungo i binari della ferrovia nei pressi della vecchia stazione Dora.
E quando la criminalità organizzata non c’entra, a creare problemi ad Aurora ci pensa un’integrazione che stenta a realizzarsi a causa di numerose presenze moleste. Individui violenti come il marocchino ventitreenne che ad agosto del 2010 in corso Principe Oddone ha sfigurato con l’acido muriatico una connazionale per aver respinto il suo corteggiamento.
La cittadinanza si è più volte mobilitata con raccolte di firme e cortei per chiedere quella legalità e quella sicurezza che per ora rimangono una chimera. Si scommette sul futuro. L’arrivo di nuovi insediamenti residenziali e l’abbattimento dei capannoni fatiscenti che in questi anni sono serviti da rifugio per la criminalità legata all’immigrazione clandestina dovrebbero migliorare la situazione. Tuttavia, nel luogo dove un tempo si diceva si potesse ammirare meglio che altrove il meraviglioso spettacolo del sorgere del sole, la speranza per un domani migliore ha un disperato bisogno di un impegno più incisivo delle istituzioni per non tramontare per sempre.
Bestie

Sono sincero: dell’ultima partita giocata della Nazionale di calcio contro la Serbia mi ricordo solo lui, la Bestia. Sto parlando di Ivan Bogdanov, l’hooligans serbo con il passamontagna che l’anno scorso a Marassi è stato lungamente ripreso dalle telecamente mentre tagliava la rete del settore ospiti di Marassi con un paio di forbici. Ne avevo scritto qui.
In realtà questa volta Bogdanov non sarà sugli spalti perché è ancora in galera. Dopo i disordini di Genova è stato riconosciuto, arrestato e si è fatto ben sette mesi in un carcere femminile italiano per paura che le sue sbandierate idee ultranazionaliste portassero qualche italiano, qualche serbo o qualche albanese a fargli la pelle. Successivamente è stato espulso in Serbia dove ha continuato a stare in carcere con l’accusa di disordini, possesso non autorizzato di fumogeni e di un pittbull senza museruola. Sì, lo so che sembra incredibile ma per la legge serba è il cane che doveva portare la museruola e non Bogdanov… Ad ogni modo pare il prossimo 12 ottobre, proprio nell’anniversaio del suo corso di taglia e cuci in diretta, potrebbe essere rimesso in libertà grazie ad una perizia psichiatrica.
Detto questo, confesso di non essere un esperto dell’ultranazionalismo xenofobo made in Serbia, ma l’episodio di Bogdanov mi ha fatto tornare in mente una conversazione avuta qualche anno fa con un tizio. Si chiamava Alessandro e sosteneva di avere un passato come trafficante di armi nei Paesi dell’Est. Appena ci siamo conosciuti si è preoccupato di mostrarmi alcuni articoli di giornale che parlavano della sua gang. Sul momento non l’avevo capito ma si trattava del suo curriculum vitae. Checcavolo, uno fa tanto per diventare delinquente affermato e poi non se ne può nemmeno vantare?
Comunque una parola tira l’altra e una volta mi aveva detto in tono confidenzale di aver conosciuto personalmente Zeljko Raznatovic, meglio noto come Arkan, il leader serbo autore di numerosi crimini di guerra commessi durante la Guerra in Jugoslavia negli anni novanta. Poi aveva terminato il discorso con una frase un po’ strana: “Adesso c’è chi dice che sia morto…”. Facendomi intendere che non era così. Non gli ho mai creduto. Ma chissà che cosa ne penserebbe Bogdanov.
Russia: il destino segnato degli ultimi Squali nucleari (Ecoinchiesta)

Gli occidentali li chiamano Typhoon, i russi Akula, squali. Progettati dall’Unione Sovietica negli anni ’70 sono tutt’oggi i più grandi sommergibili nucleari mai costruiti. Colossi d’acciaio pensati per affermare la superiorità della Marina sovietica negli oceani che sono riusciti addirittura ad ispirare la fantasia di Hollywood.
La notizia del disarmo degli ultimi Akula rimasti ha fatto il giro del mondo. La progressiva riduzione dei mezzi navali sottomarini decisa da Mosca in virtù dei nuovi equilibri mondiali ha già sacrificato tre dei sei super-sottomarini, mentre per le ultime unità è stata decisa la definitiva demolizione nel 2014. «La fine di un’epoca» per il Daily Teleghaph, eppure in molti non riescono a provare nemmeno un pizzico di nostalgia per l’annunciata scomparsa di una micidiale macchina da guerra con numeri impressionanti: 171 metri di lunghezza (una volta e mezza un campo da calcio), 24 di larghezza e un dislocamento in immersione pari a 33.800 tonnellate. Ma oltre ad essere straordinariamente giganteschi gli Akula sono anche molto pericolosi essendo armati di sei tubi lanciasiluri di calibro compreso tra i 533 e 650mm e di 20 missili balistici intercontinentali tri-stadio SS.N-20 Sturgeon con un raggio di azione di oltre 8000 km.
Il varo del primo esemplare, il TK208, avvenne nel 1981, mentre nel 1983 prese il mare dalla base di Murmansk il TK202. Nel 1984 fu il turno del TK12, nel 1985 del TK13, nel 1987 del TK17 e infine nel 1989 del TK20. Tutti i vascelli ancora in servizio rispettano il programma di costruzione del 1972 denominato “Progetto 941” che prevedeva un particolare scafo costituito da una serie di cinque sottoscafi, studiato per ottimizzare gli spazi a bordo e consentire una migliore sistemazione dei reattori.
Nel 1973 il Cremlino ordinò l’esecuzione del progetto di un incrociatore lanciamissili sottomarino per compiti strategici, annunciato ufficialmente l’anno seguente in un discorso da Leonid Breznev. In quell’occasione il Segretario del Partito Comunista dell’Unione Sovietica chiamò il nuovo sommergibile con il nome provvisorio di “Tajfùn”, episodio da cui deriva probabilmente la scelta della Nato di indicare gli Akula con la denominazione Typhoon per non confonderli con gli Ščuka-B (che hanno appunto il nome NATO di Classe Akula).

Gli Akula possono navigare per 4 mesi senza ricevere rifornimenti e grazie alla torre rinforzata sono capaci di spettacolari emersioni con cui riescono agevolmente a sfondare il ghiaccio dell’artico fino ad uno spessore di circa 3 metri. È tuttavia innegabile che la notorietà di questo sommergibile sia dovuta soprattutto allo scrittore americano Tom Clancy, che nel 1984 ha descritto nel suo libro “Caccia a Ottobre Rosso” una enorme nave da guerra sottomarina dotata di motori silenziosissimi e difficili da rilevare. Una inquietante minaccia per le forze Nato, molto simile alla temuta Classe Typhoon, con cui per molto tempo gli occidentali si sono rassegnati a giocare a nascondino negli abissi.
Nel 1990 la storia ha debuttato sul grande schermo con un fortunato film in cui Sean Connery ha interpretato il comandante di un sommergibile sovietico intenzionato a disertare negli Stati Uniti.
Nella realtà, dopo la fine della Guerra Fredda i primi tre Akula sono stati demoliti secondo gli accordi per il disarmo nucleare. Agli ultimi esemplari è attualmente affidato il compito di pattugliare le zone a nord della Russia, dal mare di Barents al mare di Okhotsk. Tuttavia la Marina russa li considera già da tempo superati da una nuova generazione di sommergibili nucleari, più piccoli e più economici da mantenere. Si tratta dei Classe Delta III e Delta IV, costruiti apposta per essere armati con missili nucleari Buliva.
La dismissione delle testate nucleari presenti sugli Akula verrà inserita con tutta probabilità dalla Russia nel programma “Start” per la riduzione delle armi strategiche, firmato lo scorso anno a Mosca con gli Stati Uniti.
Una email per Tiberia (2)

Alla fine la triangolazione si è chiusa felicemente. Domenico ha risposto positivamente alla mia email nella quale gli parlavo di Serena e del suo dediderio di palrare con qualcuno di Tiberia. Così due persone che hanno conosciuto di persona la figlia secondogenita di Tiberio Mitri potranno dialogare. Bene.
Serena mi ha anche spedito questa foto di classe in cui compare Tiberia. Siamo a Firenze nei primissimi anni ’80.
Visto che ogni tanto questo scarsissimo blog serve a qualcosa?



