Dall’Albania il presidente anti spazzatura (Pagina)

Diciamo la verità: avere ospite a Torino un capo di stato straniero non è cosa di tutti i giorni.
Era successo nel 2009 quando il presidente francese Nicolas Sarkozy si era fatto vedere al cimitero monumentale in compagnia della premièr dame di sangue torinese Carla Bruni, riempiendo di curiosità e pettegolezzi le pagine della cronaca locale.
Sabato 26 novembre rischia invece di passare pressoché inosservata la visita sotto la Mole del presidente dell’Albania, Bamir Topi. Sarebbe un peccato perché, seppur leader di una nazione politicamente e economicamente meno rilevante della Francia, il capo di stato albanese ha un legame particolare con Torino. Negli anni ’80 frequentò presso l’Università degli Studi un master in scienze veterinarie. «Ho studiato due anni a Torino», ha ricordato Topi nel 2008, nel corso della sua ultima apparizione in città, «allora come adesso ho trovato un ambiente ospitale, sempre pronto ad accogliere nuovi cittadini». Bamir Topi verrà a Torino in occasione della Festa nazionale albanese (il 28 novembre) per celebrare una giornata di riflessione sull’immigrazione del Paese delle Aquile. Alle 15.00 di sabato sarà presente al Centro Interculturale di corso Taranto 160 per inaugurare la rassegna fotografica “Albania prima e dopo”. La mostra che ricostruisce i mutamenti avvenuti a Tirana e dintorni dopo il 1991, sarà anche un momento importante per ricordare la presenza in città di oltre 5.000 cittadini albanesi, una delle comunità straniere più numerose tra quelle presenti a Torino. Infine alle 20.30 il presidente si sposterà al Conservatorio Giuseppe Verdi per una serata di gala a cui parteciperà anche il sindaco Piero Fassino.
Classe 1957, tre volte deputato del Partito Democratico al parlamento albanese, due volte vice primo ministro, una volta ministro, Bamir Topi è oggi uno statista molto apprezzato per le sue posizioni equilibrate in un clima politico spesso molto teso. Un mediatore capace di rappresentare il sentimento dei cittadini anche contro le posizioni della sua stessa maggioranza parlamentare, come accaduto recentemente nel caso della legge “sulla gestione integrata dei rifiuti”. La norma, approvata lo scorso 3 novembre dal governo del premier Sali Berisha per permettere l’importazione di rifiuti stranieri, ha fatto molto discutere dentro e fuori dall’Albania. L’opposizione socialista ha accusato l’esecutivo di voler trasformare il paese in una pattumiera per i rifiuti provenienti da mezza Europa e centinaia di cittadini hanno duramente contestato l’approvazione del provvedimento. Il timore è che Tirana entri nel mirino dell’ecomafia, soprattutto italiana, che potrebbe vedere nell’altra sponda dell’Adriatico un luogo perfetto per disfarsi di ogni genere di spazzatura.
Le proteste della gente non hanno lasciato insensibile il presidente Topi, che dopo aver respinto una prima volta il disegno di legge, reputandolo non conforme alla disciplina di tutela ambientale in vigore nel paese, ha dovuto però cedere alla volontà della maggioranza parlamentare. Ma il duello con “l’amico” Berisha (i due militano nello stesso partito) sembra essere solo rinviato. Topi ha avuto parole di approvazione per il referendum che i socialisti hanno intenzione di promuovere per abrogare la legge. «Tocca ai cittadini reagire contro questa legge», è stata la dura replica del presidente, «perché il loro interesse è primario rispetto a quello dei profittatori».
Bamir Topi arriverà quindi sotto la Mole in un momento molto delicato della sua carriera politica, lasciando in patria gli echi di uno scontro inaspettatamente aspro. E di certo per addolcirlo non basterà qualche buon gianduiotto.

null -  Pagina.to.it,24/11/2011

Oceano Atlantico, marzo 1987: prova generale di una guerra negli abissi (Ecoinchiesta; EaST Journal)


L’operazione“Atrina” fu pensata per dimostrare la leadership dell’Unione Sovietica negli oceani. Ma fu soprattutto una azione sconsiderata che rischiò di provocare l’inizio di un conflitto nucleare

Salparono all’improvviso, senza sapere per dove e perché. Nel marzo del 1987 cinque sommergibili nucleari sovietici lasciarono la penisola di Kola per una misteriosa operazione di ricognizione. Una missione preparata in condizioni di segretezza senza precedenti. I comandanti delle unità sottomarine ricevettero gli ordini solo dopo la partenza, in modo da evitare il rischio di qualsiasi possibile contatto con l’Occidente: il nemico. Nemmeno i livelli più alti della nomenklatura sovietica, compreso il segretario generale Mikhail Gorbachev, vennero informati di quanto stava accadendo. A Mosca, solo una manciata di generali erano al corrente dell’azione: nome in codice, “Atrina”.
Appena i sommergibili sovietici raggiunsero l’Atlantico vennero intercettati dai radar delle navi militari statunitensi. La loro rotta non aveva nulla di anormale e per questo gli Usa si limitarono a seguirli senza particolare preoccupazione, utilizzando dei sistemi di rilevamento a distanza. Poi, successe l’impensabile. Tra l’Islanda e la Groenlandia le unità sovietiche cambiarono improvvisamente direzione, puntando verso sud. Ci fu giusto il tempo di registrare quel repentino cambio di coordinate e i sottomarini sparirono dai radar. Inspiegabilmente. In America scoppiò il panico.
Erano passati solo tre anni dall’uscita della prima edizione del libro di Tom Clancy, “La grande fuga di Ottobre Rosso”, la storia di un sommergibile nucleare sovietico in grado di muoversi nelle profondità marine sfuggendo al rilevamento dei sonar. In quel momento, ignorando quali fossero le reali intenzioni del Cremlino, l’incubo di un attacco a sorpresa agli Stati Uniti sembrò avverarsi nella maniera più folgorante e inaspettata.
Il presidente Ronald Regan, informato a riguardo, ordinò di fare tutto il possibile per rintracciare i battelli sovietici. Tutta la Flotta Atlantica della Marina degli Stati Uniti venne messa in allarme: sottomarini nucleari, portaerei, incrociatori e cacciatorpedinieri iniziarono a pattugliare l’Atlantico.
Passarono ore e giorni senza che gli americani trovassero nulla. Superando la fantasia di Clancy, un’intera divisione di sottomarini nucleari sovietici passò una settimana in prossimità delle principali basi navali degli Stati Uniti d’America, tempo in cui le forze antisommergibile Usa si dimostrarono completamente impotenti.
«Per loro fu un vero shock», ha ricordato alla tv russa Valdimir Chernavin, comandante in capo della Marina Sovietica tra il 1985 e il 1991, «il pedinamento fu così intenso che i nostri comandanti furono costretti a usare estrema cautela per evitare di far scoppiare per davvero una guerra».
Tra Usa e Urss si giocò insomma una specie di nascondino nelle profondità oceaniche, mettendo in serio pericolo la pace nel mondo.
Il primo battello sovietico venne finalmente trovato solo l’ottavo giorno, o forse venne fatto trovare apposta al solo scopo di passare alla seconda fase di “Atrina”: riuscire a sfuggire agli inseguitori americani senza essere affondato.
Per la prima volta in tempo di pace ai comandanti sovietici venne data la possibilità di compiere manovre contro i sommergibili Usa come in un conflitto. Secondo Chernavin, a volte gli americani inseguirono l’unità uscita allo scoperto ignorando di essere un facile bersaglio delle altre quattro. Nel momento più difficile i sottomarini sovietici vennero aiutati da alcuni aerei decollati dalle basi cubane. Dopo due mesi tutti i sottomarini rientrarono alla base senza aver subito alcun danno: missione compiuta.

Come nei film
Ne “La grande fuga di Ottobre Rosso”, un gigantesco sottomarino nucleare della classe Akula/Typhoon riusciva a muoversi silenziosamente grazie ad una rivoluzionaria tecnologia (la propulsione magnetoidrodinamica).
Nella realtà gli Stati Uniti si interrogarono a lungo su “Atrina”, scoprendo il presunto coinvolgimento di una azienda sussidiaria della giapponese Toshiba, la Toshiba-Kongsberg, nella fornitura di tecnologie innovative all’Unione Sovietica. Materiale che potrebbe essere stato utilizzato nella produzione di silenziosissime eliche per sottomarini, spiazzando così gli Stati Uniti che avevano sempre fatto affidamento sulla notoria rumorosità dei battelli sovietici.
Gli Stati Uniti accusarono l’azienda nipponica di aver violato l’embargo internazionale in vigore per alcuni paesi del Comecon, considerando quella vendita come una grave minaccia alla sicurezza dell’America. L’episodio rese inoltre molto tesi i rapporti diplomatici tra Usa e Giappone e portò all’arresto di due dirigenti della Toshiba. Alla società vennero inoltre inflitte delle sanzioni da parte di entrambi gli stati.
Il senatore americano John Heinz affermò che quanto avvenne nel marzo del 1987 comportò a Washington una spesa di 517 milioni di dollari per adeguare i sistemi di sicurezza.

La guerra sfiorata
L’operazione“Atrina” fu pensata per dimostrare la leadership dell’Unione Sovietica negli oceani, la prova che la marina militare di Mosca poteva svolgere azioni audaci in qualsiasi parte del mondo.
Gli americani non furono all’altezza di capirne né l’obiettivo, né il numero di unità impiegate né la rotta che seguirono. In definitiva, ci fu per l’Unione Sovietica la quasi certezza che in condizioni di guerra i sottomarini del presunto nemico sarebbero stati rapidamente distrutti. Per la Marina degli Stati Uniti tutto ciò si tradusse nella peggiore umiliazione mai subita dopo Pearl Harbour.
Ma “Atrina” fu soprattutto una azione sconsiderata, compiuta all’insaputa dell’intera umanità, che rischiò di provocare l’inizio drammatico di un conflitto nucleare mettendo in pericolo la vita di milioni di persone. Una palese violazione dell’accordo “sulle misure per ridurre il rischio di conflagrazione di un conflitto nucleare”, firmato nel 1971 a Washington da Usa e Urss. Un documento che aveva il preciso scopo di limitare il rischio di uno scoppio accidentale di un conflitto atomico. I suoi nove articoli stabilivano una serie di misure per favorire la comunicazione, presupposto essenziale per evitare che una circostanza inaspettata potesse sfociare, per mancanza di dialogo o per reciproca paura, in una guerra. L’esatto contrario di quanto accadde nel marzo del 1987, nel silenzioso scenario degli abissi oceanici.

null - Ecoinchiesta, 23/11/2011 ;  EaST Journal, 30/11/2011

Le ossa che riportano i misteri a galla (Pagina)

Misteri che riemergono dal passato. Ossa umane, e quasi sicuramente di una donna, sono state ritrovate nei giorni scorsi in via Mercantini, nel centro di Torino. Si tratta di un teschio, mandibola, un femore e altre ossa, appartenuti con tutta probabilità ad un individuo di circa 20-30 anni. Il ritrovamento, avvenuto durante gli scavi per la posa dei cavi per le fibre ottiche, è avvenuto a meno di un mese da un’altra macabra scoperta di resti umani sulla collina di Moncalieri. Il 21 ottobre scorso un operaio aveva notato la presenza di un sacchetto di plastica di colore nero abbandonato in strada Santa Brigida, nella zona di Revigliasco. All’interno, anche stavolta, un teschio e delle ossa. Due veri e propri gialli che riportano inevitabilmente l’attenzione degli inquirenti sui casi insoluti delle scomparse di Camilla Bini e Marina Di Modica. La Bini, padre italiano e madre somala, è svanita nel nulla nell’agosto del 1989 all’età di 34 anni. Tranquilla e riservata, Camilla lavorava alla Bolaffi Francobolli e viveva da sola in un appartamento in via Limone. Quando sparì era sul punto di partire per le vacanze con amici in Puglia, fatto che ritardò le sue ricerche, iniziate solo a fine agosto. Nell’appartamento di via Limone venne trovato il frigorifero pieno e due paia di stoviglie sporche, ma di Camilla Bini nessuna traccia, nonostante le approfondite indagini dei carabinieri. Di Marina Di Modica, logopedista, non si hanno invece più notizie dall’8 maggio 1996. Uscì dal lavoro, fece una tappa in via Madama Cristina per fare acquisti e rientrò a casa per prendere la sua auto, una Y-10 ritrovata in ordine tre giorni dopo davanti all’ospedale Mauriziano. Successivamente si scoprì che l’unica cosa mancante dalla sua casa era una scatola di vecchi francobolli che la donna aveva deciso di vendere. Francobolli e scomparse, un binomio dietro al quale, almeno nella scomparsa della logopedista, la Corte di Cassazione ha appurato un nesso. Nell’aprile scorso è stata infatti confermata la condanna definitiva a 14 anni di reclusione per omicidio preterintenzionale a Paolo Stroppiana, filatelico della Bolaffi. Un omicidio ancora senza cadavere, almeno fino a quando le indagini dei carabinieri sulle ossa rinvenute non confermeranno i sospetti circolati in queste ore. Ma la condanna di Stroppiana ha soprattutto riacceso la speranza di risolvere l’enigma di Camilla Bini, collega di lavoro dell’uomo. «Nell’indagine su Marina era emerso qualche collegamento con la scomparsa di Camilla», è la dichiarazione dell’avvocato Stefano Castrale, legale della famiglia Bini, riportata sul sito della trasmissione di Rai3 “Chi l’ha visto?”. Nonostante Stroppiana dal canto suo abbia sempre negato ogni addebito sulla vicenda Bini, i pm Viglione e Noce hanno aperto da un anno e mezzo un fascicolo contro ignoti.
Un altro collegamento tra le due storie lontane sette anni l’una dall’altra arrivò nel 2005, quando una telefonata anonima avvertì lo stesso avvocato Castrale che la Bini e la Di Modica erano «sepolte in strada Santa Brigida». Una strana casualità: si tratta della stesso luogo in cui un mese fa sono stati rintracciati i primi reperti. «Ho fatto presente alla procura che potrebbero essere i resti di Camilla Bini» ha dichiarato a La Stampa l’avvocato Castrale.
Per le ossa riemerse dal sottosuolo di via Mercantini la questione sembra invece più complessa. Dalle prime sommarie considerazioni potrebbero appartenere a una persona sepolta lì da almeno cinquant’anni. Ipotesi si mischiano ad altre ipotesi. A chi apparteneva quello scheletro? Almeno per ora, come direbbe Tommaso Besozzi, «di sicuro c’è solo che è morto».

 

Rena, si passa alla fase due: “non eravamo sicuri che questo giorno sarebbe arrivato” (Ecoinchiesta)

L’operazione di salvataggio della nave arenata al largo della Nuova Zelanda entra nella fase due e si concentra sulle centinaia di container rimasti a bordo. Ma l’operazione richiederà dei mesi…

La maggior parte dell’olio combustibile in posizione pericolosa non è più nei serbatoi della Rena.  “Questa è una pietra miliare” ha detto Arthur Jobard, ispettore delle squadre di salvataggio che dal 5 ottobre lavorano per evitare che il disastro ambientale in Nuova Zelanda raggiunga livelli irreparabili. Ora le operazioni passano alla fase due, cioè la rimozione dei 1280 container rimasti a bordo. 

Una speciale chiatta dotata di gru raggiungerà il relitto per dare inizio ad un processo piuttosto lento che durerà alcuni mesi. Si parla di circa cinque container portati sulla terraferma ogni giorno, una media variabile a seconda delle condizioni meteo e delle difficoltà che via via si presenteranno. 
La nave ha delle profonde crepe su entrambi i lati dello scafo e si trova ancora inclinata su un lato, il che  potrebbe complicare lo sgombero. Ma dopo settimane di altissima tensione in cui il rischio dell’affondamento e della dispersione in mare di migliaia di tonnellate di petrolio era sembrato sul punto di concretizzarsi, oggi il morale tra  i soccorritori è alto. “Questo è il giorno che molti di noi non erano sicuri che sarebbe arrivato” ha detto Jobard.
Più di 350 tonnellate si erano riversate in mare nei giorni successivi al naufragio, uccidendo più di 1300 uccelli e contaminado decine di chilometri di spiagge nella Baia di Plenty.

null - Ecoinchiesta, 14/11/2011


Qui  tutto il dossier di Ecoinchiesta sulla marea nera in Nuova Zelanda.

Penelope Cruz nella villa del ’500 (Pagina)

Rimarrà a Torino per un mese e abiterà in una dimora splendida. Penelope Cruz, attrice spagnola e premio Oscar, arriverà in città il 19 novembre per le riprese torinesi di “Venuto al mondo”, film della premiata ditta Castellitto-Mazzantini. «Sergio e Margaret mi hanno mandato la versione spagnola del libro – ha raccontato la Cruz, anche coproduttrice della pellicola – e io l’ho letta tutta d’un fiato, incantata. Ho subito pensato che dovevo fare questo film, raccontare questa storia al mondo. Non mi capita spesso».
Da qui la scelta di stabilirsi a Torino il tempo necessario per girare le scene sotto la Mole e l’esigenza di trovare una casa degna di una star internazionale. Scartata l’opzione degli alberghi di lusso cittadini, si è pensato di andare alla ricerca di una casa vera e propria, dove Penelope e famiglia (con lei ci saranno anche il marito Javier Bardem e il figlio Leo) potranno godere a pieno della riservatezza che Torino, e solo Torino, sa offrire anche alle stelle del cinema mondiale. Ecco allora far ricadere la scelta su una meravigliosa magione collinare di seicento metri quadrati con annesso parco di 2400, situata nell’esclusiva tranquillità di strada del Nobile. Costruita nel Cinquecento, la dimora ha subito dei lavori di restauro e ampliamento nel Settecento, quando era abitata da un’altra “star”: il ministro delle finanze dei Savoia.
L’esterno della villa si presenta di colore giallo pastello, con un bel prato all’inglese contornato da siepi e alberi secolari. Un ampio ingresso lascia accedere al piano terra dove c’è anche una sala da pranzo, uno studio e altri due salotti minori oltre che la tavernetta e il locale lavanderia.
Al primo piano, collegato con un’imponente scala interna, si trovano la camera padronale, un salottino, lo spogliatoio, altre quattro camera da letto con tre spogliatoi, tre bagni e un terrazzo. Completano la proprietà i circa duecento metri quadrati di mansarda e un garage per tre auto.
Basterà questo per non far rimpiangere a Penelope le palme hollywoodiane di Beverly Hills?
Di certo Torino si conferma ancora un set in grado di suscitare interesse anche nei grandi nomi del cinema. Era già successo nel 2009, quando Dario Argento era riuscito a far recitare sotto la Mole un altro premio Oscar, Adrien Brody.
Ma una capitale del cinema che si rispetti, oltre a vedersi palcoscenico per produzioni importanti, ha senz’altro la necessità di avere un festival con ospiti altrettanto di primo piano. Ecco perché nei trenta giorni torinesi di Penelope Cruz ci sarà anche il tempo per una sua apparizione alla ventinovesima edizione del Torino Film Festival, in programma la sera del 25 novembre al Teatro Regio. Un risultato ottenuto solo dopo un braccio di ferro tra l’assessore regionale alla Cultura Michele Coppola e il direttore del TFF Gianni Amelio, il quale non aveva gradito la presenza dell’attrice e di Sergio Castellitto al Festival concorrente di Roma.
«Mi spiace, ma per noi non sono più guest-star» aveva detto Amelio sfoderando a sorpresa un lampo di orgoglio subalpino «capisco cedere il posto ai romani sul calendario, ma che si consideri Torino una città in cui capitare dopo essersi fatti vedere ovunque, questo no…».
Dopo lunghi giorni di mediazioni e trattative la scorsa settimana è finalmente arrivato l’annuncio che in molti attendevano: Amelio ci ha ripensato, la star sarà sul tappeto rosso del TFF.
«Non c’è dubbio che la partecipazione di Penelope Cruz sia una bella notizia per il 29° Torino Film Festival», ha dichiarato Coppola. Insomma: benvenuta Penelope, arrivederci orgoglio subalpino.
 

Questo è tutto, gente!

Quando arriva la notizia il boato esplode. La folla radunata sotto il Quirinale accoglie con grida di gioia, musica e brindisi con lo spumante l’ufficializzazione delle dimissioni di Silvio Berlusconi. I manifestanti dal Quirinale si sono poi spostata sotto Palazzo Grazioli al grido di «In galera, in galera…». La festa è proseguita con un vero e proprio tifo da stadio e caroselli di auto. (La Stampa)

Tutti i siti della stampa estera aprono sulle dimissioni di Silvio Berlusconi e alcuni si chiedono anche quale sarà il suo futuro.
“Berlusconi si è dimesso. La crisi gli toglie il potere”, titola El Pais, che pubblica anche un intervento dello scrittore italiano Antonio Tabucchi intitolato “‘Deberlusconizzare’ l’Italia”. Tabucchi analizza l’eredità di Berlusconi nella politica e nella società italiana, sottolineando come abbia creato “un mondo di finzione grazie al suo impero televisivo e mediatico”.
“Berlusconi si dimette e lascia il passo a un altro governo per evitare il fallimento dell’Italia”, è il titolo di El Mundo, che dice “Addio al politico degli scandali e dello show”.
“Berlusconi si è dimesso”, titola Le Monde, sottolineando in un pezzo di analisi come dopo “anni di regno Silvio Berlusconi lascia l’Italia come l’ha trovata”. Come a dire, nessun significativo cambiamento, nessuna riforma importante, nessuna svolta (a parte quelle relative ai suoi affari e ai suoi processi). E questo, spiega Le Monde, a causa del “conflitto di interessi”. Stesso titolo per le Figaro, che poi punta i riflettori su “l’impero di Berlusconi nell’incertezza”, evidenziando come, lasciata la guida del governo, Berlusconi perda “appoggi preziosi” per il suo gruppo Mediaset, colpito dalla crisi.
Il quotidiano francese Liberation si chiede: “Dopo le dimissioni, quale sarà il futuro di Berlusconi?”. Il quotidiano elenca quindi alcune opzioni: pensione ai tropici, un eventuale ritorno sulla scena politica o gestione dei suoi affari o della sua squadra di calcio. “Un suo ritorno in politica è l’ipotesi più probabile”, sottolinea.
“Berlusconi alla fine si è dimesso dalla guida del governo, tra applausi e scherni”, titola il britannico Telegraph, secondo cui “le dimissioni non metteranno fine alla presenza di ‘Papi’ nel Paese, amato o odiato che sia”, per cui il mondo sentirà ancora parlare di Silvio Berlusconi. “Ciao Silvio!” scrive il Times. “Berlusconi si dimette e apre la strada a un nuovo governo”, titola il Financial Times.
“Berlusconi fuori”, scrive il tedesco Bild, mentre la tv araba al Jazeera titola: “Berlusconi si dimette dalla guida dell’indebitata Italia.
“Berlusconi si è dimesso dopo l’approvazione delle misure di austerità”, apre il New York Times. “In Italia è finito lo show di Berlusconi” ha scritto oggi Alexander Stille sul Washington Post, sottolineando come l’ex Presidente del Consiglio abbia “dominato la vita italiana per 17 anni giocando un sorprendente numero di ruoli: tycoon della tv, proprietario di una squadra di calcio, primo ministro, imputato, playboy internazionale”. (TMNews)

L’uomo che ha mandato a rotoli un’intera valuta
Mentre il destino dell’euro era riposto sulla testa trapiantata di Berlusconi, le possibilità di successo erano molto esili. Amava descriversi come un riformatore liberale pro-business, ma sotto il suo governo l’Italia non è riuscita assolutamente ad abbandonare il sistema che prevedeva la svalutazione della lira per compensare l’inflazione e la produttività stagnante o in calo.
Tra il 2001 e il 2010 i costi del lavoro in Italia sono saliti, mentre l’economia è cresciuta meno di quella di ogni altra nazione, tranne Haiti e Zimbabwe. The Economist ha a lungo sostenuto che Berlusconi fosse inadatto a governare, ma anche noi siamo rimasti molto sorpresi da come lui continuasse indisturbato a politicheggiare e a fare feste, ignorando la necessità di riforme mentre la crisi dell’euro si avvicinava sempre più all’Italia.
Senza Berlusconi, l’Italia ha una possibilità.
( The Economist,  “That’s all, folks” – traduzione di italiadallestero.info )

Albania: referendum contro import rifiuti esteri (Ecoinchiesta;EaST Journal;Narcomafie)

In Albania l’opposizione socialista si ribella e chiede un referendum per abrogare al più presto la legge che permette di importare nel paese rifiuti tossici di provenienza straniera. La norma, promossa dal governo di Sali Berisha e approvata lo scorso mese di gennaio da una ristretta maggioranza parlamentare, aveva sollevato fin da subito forti polemiche. Gli ambientalisti erano insorti denunciando l’intenzione di trasformare l’Albania «in un paese di stoccaggio di rifiuti» e anche il presidente della Repubblica, Bamir Topi, aveva in un primo momento respinto il testo reputandolo non conforme alle leggi ambientali in vigore nel paese.
Secondo il premier Berischa invece, Tirana «non riesce a fornire materia prima per l’industria del riciclo» quindi è costretta ad importare rifiuti. Tranquillizzanti erano sembrate a questo proposito le parole del ministro dell’Ambiente che aveva assicurato che il Paese delle Aquile non avrebbe importato «materie prime nocive, radioattive o non riciclabili».
Nonostante ciò la giornalista Marjola Rukaj ha documentato il sequestro nel porto di Bari di circa centocinquanta elettrodomestici usati già pronti a partire per l’Albania.

La pattumiera d’Europa
L’Albania è uno dei paesi più inquinati d’Europa. Una pattumiera molto più vicina dei soliti paesi africani, entrata da vent’anni nel mirino delle ecomafie. Ma non solo, anche le nazioni più ricche, in primis l’Italia, hanno cercato in passato di approfittare il più possibile delle discutibili scelte dei governi locali. In particolare l’esecutivo presieduto da Berisha non è nuovo allo studio di progetti a forte impatto ambientale: dall’esportazione di sabbia per le coste leccesi al discusso mega-impianto eolico nel parco nazionale di Karaburum con l’obiettivo di fornire energia all’Italia, fino ad arrivare al “favoloso” sogno di impianti nucleari italo-albanesi.
Nel 2004 erano stati invece i socialisti a concludere un contestatissimo accordo con l’Italia per consentire il trasferimento di rifiuti. Un’intesa poi annullata grazie all’intervento della destra dell’attuale premier Berisha.
L’anno scorso una tv di Zagabria ha denunciato la portata dell’emergenza rifiuti albanese che provocherebbe, tra l’altro, il continuo arrivo di spazzatura sulle coste croate.

Storie di rifiuti “umanitari”
Già ai tempi del regime comunista di Hoxha si sono verificati i primi episodi di importazione di rifiuti, in particolare alimenti scaduti e tabacco. Caduto il Muro di Berlino e terminato l’isolamento del Paese, i traffici di rifiuti verso l’Albania hanno paradossalmente registrato un’impennata. Molte spedizioni mascherate dai Paesi europei come aiuti umanitari al settore agricolo albanese, erano in realtà solo un mezzo per esportare a buon mercato dei carichi ingenti di rifiuti tossici.
Un caso su tutti: tra il 1991 e il 1992 l’azienda tedesca Schnidt spedì a Tirana 480 tonnellate di sostanze chimiche pericolose vietate nella Comunità Europea. Tra queste il toxafene, sostanza altamente tossica, un litro della quale può avvelenare fino a due milioni di metri cubi d’acqua.
Nel 1993 l’arrivo in Albania dei rifiuti tedeschi provocò forti proteste da parte di Greenpeace. Si scoprì che le sostanze pericolose non erano state adeguatamente trattate e avevano iniziato a rilasciare liquidi tossici nel terreno, contaminando pozzi d’acqua e bacini idrici.
Oltre al danno la beffa: nessuna sanzione poté attuarsi contro la Germania in quanto il trasferimento di materiale operato dalla Schmidt avvenne rispettando tutte le normative CE in vigore a quel tempo. Un invio di rifiuti tossici assolutamente legale, anche se moralmente discutibile.

null - Ecoinchiesta, 10/11/2011 ; EaST Journal,14/11/2011 ; Narcomafie, 15/11/2011

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Allora, pensieri disordinati. Questa mattina la situazione è la seguente: a Torino piove e c’è vento forte.
Dovrei rispondere a delle email ma purtroppo non so se ne avrò il tempo. Ho 5 finestre aperte sul browser per seguire l’evoluzione dell’allerta meteo in Piemonte.
E’ in questi momenti che si vedono i giornali che valgono. Alcuni, anche piccoli, stanno facendo un lavoro di informazione straordinario. Altri no. Altri dormono proprio. Le notizie andrebbero messe online più velocemente, ma non è il momento di fare polemiche. Noi di Ecoinchiesta che non siamo ancora un giornale, con i nostri umili mezzi, ci barcameniamo. Adesso qualcuno deve uscire e qualcun altro stare al computer e postare quello che succede. Mi candido per essere quello che esce.
Dove si va? Facciamo brainstorming. La Dora è qui a due passi ma c’è poco da dire. Anche nella curva dalle parti di via Nole mi pare non ci siano problemi. La piena del Po arriva o questo pomeriggio o staserta. La Stura invece è in piena già adesso, dice Fassino. Sono quindi molto contento che si sia provveduto a sgomberare il campo rom di Lungo Stura Lazio perché già ieri mattina mi ero accorto di quanto fosse pericoloso rimanere lì.
Ho bisogno di una cuffia trasparente per capelli di quelle che danno negli alberghi. GNE GNE GNE, non è per i miei capelli! :-P  Devo avvolgerci la reflex.

La paura del fiume nel campo dei rom (Pagina; Ecoinchiesta)

Sale il livello del fiume e cresce la paura in Lungo Stura Lazio. Nel nord-ovest italiano dove si muore ancora di pioggia, il maltempo che in queste ore tiene il Piemonte in stato d’allerta spaventa soprattutto gli ultimi: rom, disperati e famiglie senza fissa dimora. Sono quelli che con il fiume sono obbligati a conviverci, in una sponda malsana sulle rive della Stura di Lanzo, dove Torino assomiglia ad una bidonville di Caracas.
La distesa di baracche è nascosta dagli arbusti di uno stradone della periferia nord-est. Mimetizzata come per pudore dal bel giardinetto curato che si affaccia su Strada Settimo, dedicato ai caduti in Guerra. È l’ultima frontiera prima di immergersi in un paesaggio di degrado impensabile fatto di pozzanghere e spazzatura.
Alle otto e mezza del mattino Lungo Stura è animata da uomini e donne che si mettono in cammino per raggiungere semafori e marciapiedi dove chiedere l’elemosina. Chi rimane nel campo accende il fuoco per scaldarsi come può. Qui di inverno il rischio di incendi è sempre altissimo, ma in questi giorni di emergenza meteo a far più paura non è il fuoco ma l’acqua. La Stura è vicina, vicinissima*. Scorre sempre più impetuosa a pochi metri dallo spiazzo con le auto targate “RO” e dal terreno fangoso dove giocano i bambini.
In questo groviglio di catapecchie vivono oltre 600 persone. Circa 130 sono minori. Numeri che distinguono Lungo Stura Lazio dalle altre zone che a Torino potrebbero essere a rischio alluvione. Solo lungo le sponde di questo torrente ci sono così tanti soggetti che non vivono in vere case e che in caso di esondazione si troverebbero in un reale stato di pericolo. Eppure nell’accampamento questa mattina la vita sembra continuare come sempre, scandita da un viavai incessante tra le baracche. C’è chi arriva e chi va, come in un condominio. Solo che qui al posto del tetto c’è il cielo grigio di questi giorni.
Sul ponte della Barca, Niko, un ragazzo sulla trentina che vive con la sua famiglia nel campo, scruta la Stura mentre fuma una sigaretta. Il presidente della regione Cota ha invitato i cittadini a tenersi informati sull’evolversi della situazione e lui sembra averlo preso alla lettera.
Per ora è «tutto tranquillo», dice con un accento slavo che trascura le doppie. Gli domando se si ricorda della piccola Manuela, la bimba rom che durante l’alluvione dell’ottobre del 2000 annegò proprio nella Stura. «No, ma…», e con la mano fa un cenno come volesse dire che è una storia che può immaginare.
Manuela aveva sette anni e abitava in un campo in strada dell’Aeroporto. Le cronache raccontano che l’onda che la travolse arrivò improvvisa e non le diede scampo.
Niko butta la sigaretta e dà un’ultima occhiata al fiume. Se il livello dell’acqua dovesse accennare a salire troppo se ne andrà**. «Non voglio finire al Pascolo», dice indicando la parte del torrente che scorre verso Superga.
Il «Pascolo» è la diga del Pascolo, costruita nel 1953 a monte della confluenza della Stura con il Po con la duplice funzione di regolare il regime delle acque e alimentare la centrale elettrica. Un indirizzo familiare per i cronisti di nera torinesi: quando qualcuno annega nei fiumi il cadavere lo ritrovano quasi sempre lì.
Continua a piovere, la perturbazione che arriva da sud si muove lentamente. La Protezione Civile sul suo sito comunica che in Piemonte il peggio deve ancora arrivare***. Nelle baracche di Lungo Stura Lazio il collegamento ad internet non c’è. Ogni tanto qualcuno va a guardare il fiume dal ponte e si fa il suo personale bollettino d’allerta.

null - Pagina.to.it, 06/11/2011  ; Ecoinchiesta, 05/11/2011 

AGGIORNAMENTI

***6 novembre ore 07.00 – Dopo le valli, l’Arpa innalza il livello di criticità in città. Sgomberati nella notte i nomadi del campo Stura Lazio.


**5 novembre ore 18.00 -
La piena della Dora e dello Stura sono attese intorno alla mezzanotte di questa sera. I tecnici non prevedono esondazioni, ma è stato già messo a punto un piano di evacuazione per il campo nomadi sullo Stura.

*5 novembre ore 12.10 – Cota:“Stare lontano dai corsi d’acqua”.
Il presidente Roberto Cota rinnova l’invito ai cittadini “a non sostare sui ponti ed a tenersi lontani dai corsi d’acqua, riducendo all’essenziale gli spostamenti ed evitando i sottopassi. Comunque, in caso di spostamenti di particolare urgenza è opportuno informarsi presso i gestori delle reti stradali Aiscat e Anas e le Province”.

PIENA emergenza

Prima del 1994 non sapevo bene cos’era un’alluvione. Mi ricordo che ero stato a casa da scuola, ma non perché ci fosse un pericolo vero, così… Torino era stata colpita in maniera “lieve” rispetto al resto del Piemonte, in cui c’erano stati anche dei morti.
Poi mi ricordo l’alluvione del 2000. Ero sul ponte di Strada Settimo e la Stura sembrava il Mississippi.
Oggi invece ho ritrovato nel mio archivio fotografico uno scatto di sei anni fa. Storico, direi. Ecco la piena del Tevere del 2005. In capo a questo articolo potete invece vedere il livello della Dora Riparia a Torino questa mattina. La foto è imperfetta ma la conservo lo stesso.

Alluvione, situazione critica in Liguria. Genova in ginocchio

Alluvione Genova, gli sviluppi in tempo reale
Il sindaco di Genova: “E’ una guerra mettetevi in salvo”.

Situazione critica in Liguria
Sono al momento sei i morti accertati nel nubifragio e nell’esondazione che hanno colpito Genova: tra le vittime anche una bambina di pochi mesi. I vigili del fuoco hanno recuperato cinque corpi, tutti in via Fereggiano: la prima, una donna, è stata schiacciata tra due auto travolte dalla corrente del torrente Fereggiano. Quattro vittime, tre adulti e una bambina di pochi mesi, riferiscono i vigili del fuoco, sono stati recuperati dai sommozzatori in uno scantinato.

Tagikistan, un paese in blackout (Ecoinchiesta; EaST Journal)

In Tagikistan l’arrivo dell’inverno è sinonimo di blackout. Le mancanze pilotate di corrente a causa della scarsità di acqua a disposizione delle centrali idroelettriche sono una consuetudine, ma quest’anno il periodo del risparmio energetico è stato annunciato dalle autorità con eccezionale anticipo. Già a settembre, secondo quanto riferito da un giornalista del sito Eurasianet, c’è stata in tutto il paese una prolungata assenza dell’elettricità. Non soltanto nelle aree remote del paese, ma anche nella capitale, Dushanbe, si sono registrati giorni con solo quattro ore di corrente. La situazione sembrerebbe paradossale, perché nello stesso mese il Tagikistan ha venduto all’Afghanistan 115 milioni di Kwh di energia prodotti nelle sue centrali. Come mai Dushanbe vende energia all’estero se non ne possiede abbastanza nemmeno per sé?
È una domanda che riesce a provocare un palese malumore addirittura nella popolazione di questo assopito stato autoritario centroasiatico, immune al contagio di qualsiasi morbo rivoluzionario. Gira voce che questa cattiva gestione delle risorse energetiche sia dovuta a degli illeciti nelle esportazioni, e che una certa quantità di corrente elettrica destinata al paese venga considerata al pari di un surplus da poter commerciare a discapito dei cittadini. Difficile dire se sia tutto vero oppure no, ma di sicuro per i tagiki oltre al danno si aggiunge la beffa: la comunità internazionale ha contribuito a costruire linee elettriche che dal Tagikistan arrivano in molte zone dell’Asia del sud, e Dushanbe è intenzionata ad impiantare prossimamente oltre 750km di tralicci per esportare l’energia in eccedenza. Ma quale eccedenza se il paese continua ad avere in inverno un deficit energetico di almeno 2 miliardi di Kwh?
Eppure due anni fa un prezioso finanziamento ricevuto dalla Russia per il potenziamento delle risorse idroelettriche era sembrato poter rappresentare il punto di svolta per risolvere i problemi energetici. Nuovi impianti, al posto delle fatiscenti strutture di epoca sovietica, capaci di seguire con la produzione le variazioni giornaliere dei diagrammi di carico e soprattutto di fornire energia anche nei mesi invernali, quando alle centrali ad acqua fluente manca la materia prima. Già attualmente il 98% dell’energia tagika proviene dalle centrali idroelettriche, essendo l’acqua una delle poche risorse che il paese possiede in abbondanza. Non era quindi del tutto campata in aria l’ambizione del presidente Emomali Rakhmon di trasformare il Tagikistan nel primo esportatore di energia elettrica dell’Asia Centrale. Poi tra sogni e realtà qualcosa sembra essersi inceppato ed ora nei palazzi del potere di Dushambe, all’ombra della gigantesca e inutile asta da bandiera di 165 metri voluta dal regime, gli uomini del presidente tacciono. Addirittura la fantasia della propaganda sembra essere momentaneamente in blackout. 
Questa volta non è così facile spiegare ai tagiki la mancanza di progressi concreti sul fronte energetico, soprattutto dopo aver chiamato ogni singolo cittadino a contribuire “volontariamente” per finanziare la costruzione della nuova diga idroelettrica di Rogun. Un sacrificio che nei primi mesi del 2010 ha privato ogni famiglia di un mese di stipendio, già di per sé bassissimo. Il costo previsto dal governo tagiko per la realizzazione dell’opera è di 2 miliardi di dollari, ma all’estero c’è già chi scommette su uno stop dei lavori per mancanza di fondi. Il risultato è che il paese che avrebbe dovuto proporsi come primo esportatore di energia elettrica dell’Asia Centrale ne possiede in eccesso soltanto d’estate. La gente lo sa e attende con vera preoccupazione l’arrivo della stagione fredda. Tutti ricordano infatti come un incubo gli inverni rigidissimi del 2002 e del 2008, quando la temperatura in alcune zone del Tagikistan è scesa sotto i meno 20 gradi, provocando dei lunghissimi periodi di blackout. Lo scorso anno le cose sono andate meglio, ma solo perché la stagione invernale in Asia Centrale è stata più mite. Così invece che sui grandiosi e strampalati progetti del governo i tagiki saranno costretti anche stavolta a confidare nella clemenza di Madre Natura.

null - Ecoinchiesta, 02/11/2011 ; EaST Journal, 09/11/2011

Ecoinchiesta: il meglio di settembre-ottobre 2011

Europa
Francia: esplosione nell’impianto nucleare di Marcoule  - M. Ferraro
Grecia: al verde ma ben difesa - A. Ryden

- Italia
Neutrini show – R.Brumat
Risorge il Sistri: nuova partenza febbraio 2012 – A. Simone 
Sistri: quello che il ministro non dovrebbe dire – A. Simone
L’Italia e l’affare indiano delle scorie nucleari – M. Ferraro
L’esistenza sospesa dei radar anti-migranti - A. Mazzeo
Luce verde alle maxi antenne del MUOstro di Niscemi – A. Mazzeo
Marina Militare ed Eni a difesa del petrolio libico – A. Mazzeo
I veleni della Malesia a Napoli est – M. Ferraro

Americhe
Se la green America fa cilecca ci pensa il Pentagono – A. Simone
Bolivia: arrivano le condanne per la “guerra del gas” – M. Campisi
Biocombustibili o tortilla: la scelta del Messico – M. Campisi
Il petrolio riaccende le tensioni nelle Falkland – L. Troiano
Banane sane, tumori per i lavoratori: continua la storia del Nemagon – M. Campisi
Alaska: produzione zero entro il 2020? – Medo/Petrolchimico.blogspot
Emergenza dengue: 2 milioni di casi, epidemia senza fine - M. Campisi
Cento morti in Centroamerica per il cambiamento climatico – M. Campisi

Africa
Corno d’Afria: la peggiore carestia degli ultimi decenni potrebbe far esplodere la regione –  L. Troiano
La strategia della Banca Mondiale in Africa – P.Bond /trad: M.V. Gazzoòa
Petrolio e problemi alla nasciata del Sud Sudan - L. Troiano
Crociata umanitaria Usa nel Corno d’Africa – A. Mazzeo
Pirati di un paese inesistente – G. Della Valle
Libia e prezzo del petrolio – A. Ryden

Asia
Mosca bocciata in riciclo e qualità dell’aria – M. Ferraro
Russia: blogger smentiscono le autorità sull’incidente di Chelyabinsk - M.Ferraro
Cina e Kazakistan rafforzano i legami energetici - L. Troiano
Il destino segnato degli ultimi Squali nucleari - M. Ferraro
Il futuro dell’India è affidato al nucleare – L. Troiano
Cina padrona di tutte le acque - L .Troiano
Allarne: siamo già 7 miliardi – L. Troiano

Oceania
Disastro ambientale in Nuova Zelanda – M.Ferraro
Dossier Rena/lista dei maggiori disastri petroliferi in mare - red. M.F.
1500 volontari per dronteggiare la marea nera – M. Ferraro
Scricchiolii e cedimenti, la Rena è una “nave morente” – M. Ferraro

IL LIBRO DEL MESE
Land Grabbing di Stefano Liberti – G. Della Valle


Un ringraziamento a tutti gli amici di Ecoinchiesta che hanno partecipato con i loro articoli alla realizzazione di questo terzo bimestrale.