Ciao 2011

Ultimo dell’anno. Questo 2011 e’ stato pessimo per la maggior parte del mondo ma, devo ammettere, non per me. E’ stato invece un anno che mi e’ sembrato molto lungo, nel quale ho fatto e scritto tante cose.
Giornalisticamente parlando tutto era iniziato il 3 gennaio alla rotonda di via Panoramica di Terzigno, per poi finire il 20 dicembre all’Auditorium Agnelli del Lingotto di Torino. Nel mezzo, grandi e piccoli viaggi, circa 100 articoli e innumerevoli emozioni. Ecco perche’ se dovessi provare a definire il 2011, direi che per me averlo vissuto da giornalista e’ stato un privilegio. Non ricordo dove ho letto che “se sei stato giornalista una volta lo sei per sempre”. Credo sia vero e credo che per me sarà proprio così, anche se un giorno questo privilegio dovesse finire.
Una parola in questo fine anno la meritano gli amici. Quelli persi (purtroppo), quelli persi (per fortuna), quelli di sempre e quelli trovati. E in ultimo, ma non ultimo, la famiglia. Ne abbiamo passate tante ma siamo ancora tutti qui, anzi siamo aumentati di numero con l’arrivo della piccola Sabina. Stasera quindi ci sarà proprio motivo di festeggiare. Domani si vedrà.
Buon anno a tutti voi.

Principio di incendio nell’impianto nucleare di Bosco Marengo (Ecoinchiesta)

Un principio di incendio, forse causato dal cattivo funzionamento di un macchinario,  ha interessato questa mattina l’impianto nucleare di Bosco Marengo, in provincia di Alessandria.
I tecnici dell’Arpa Piemonte stanno monitorando la situazione tramite analisi radiometriche che proseguiranno anche nelle prossime ore. I primi risultati saranno resi noti nel tardo pomeriggio di oggi.
L’impianto di Bosco Marengo è stato inaugurato nel 1973 per produrre gli elementi di combustibile per le centrali nucleari italiane ed estere. Nel 1987, con la chiusura del programma nucleare italiano, l’impianto è stato utilizzato soprattutto nei settori ceramici avanzati.
Da ormai sedici anni tutte le attività nucleari sono state fermate e dal 2005 il sito risulta in attesa di bonifica. Si calcola che nel 1995 fossero stoccate a Bosco Marengo circa 112 tonnellate di combustibile nucleare. Da allora si è provveduto a trasferire all’estero tutto il materiale potenzialmente pericoloso. L’ultimo trasporto è avvenuto nel novembre 2006, mentre nel 2008 è stato approvato dal Ministero dello Sviluppo Economico il decreto per lo smantellamento definitivo dell’impianto che in futuro ospiterà dei laboratori di analisi ambientale e radiologica.
Oltre a Bosco Marengo sono ancora nove i depositi di scorie radioattive sul territorio italiano (Saluggia, Roma, Trino, Ispra, Pavia, Caorso, Pisa, Latina, Garigliano, Trisaia e Palermo), nonostante la legge 386/2003 del governo Berlusconi prevedesse la realizzazione entro il 2008 di un deposito nazionale per lo stoccaggio dei rifiuti nucleari.  Un progetto finora mai realizzato.
Il Piemonte è la regione italiana che ospita la maggior quantità di rifiuti radioattivi,  4.606.126  GBq (unità di misura della radioattività), seguita da Campania (425.040), Basilicata (362.326), Lombardia ( 53.243), Toscana (14.503), Emilia romagna (1.773), Lazio (50.540), Puglia (238), Molise (46) e Sicilia (0,4).

null - Ecoinchiesta, 22/12/2011

“Lost the ship” e il mistero della Rigel

Ringrazio per questo articolo gli amici del quotidiano online Pagina.

C’è una nave, la Rigel, scomparsa nel nulla ventiquattro anni fa, e c’è un giornalista torinese che continua a seguirne le tracce sulla carta stampata e nel web. La Rigel non era una nave qualunque, ma una delle oltre ottanta imbarcazione affondate nel Mediterraneo in circostanze sospette tra il 1979 e il 2001. Le chiamano “navi dei veleni” e sono carrette del mare fatte inabissare dalla criminalità organizzata con la complicità di faccendieri senza scrupoli, governi e servizi segreti allo scopo di liberarsi di rifiuti tossici, chimici e radioattivi. Al caso della Rigel, un mercantile maltese affondato nel mar Ionio, è dedicato “Lost the ship” (http://losttheship.wordpress.com), sito fresco di browser, a metà tra un archivio storico e un’indagine giornalistica. Realizzato da Massimiliano Ferraro, collaboratore del mensile Narcomafie, “Lost the ship” nasce dall’idea di continuare sul web un’inchiesta pubblicata dalla nota rivista del Gruppo Abele, mettendo online ritagli di giornale, documenti, dossier, resoconti stenografici e video. La motonave Rigel partì dal porto di Marina di Carrara per non arrivare mai da nessuna parte. Scomparve il 21 settembre 1987 senza nemmeno lanciare un mayday, in una mattina di sole con il mare calmissimo. Nessuno si accorse del naufragio fino a quando una nave merci jugoslava non comunicò di aver recuperato diciotto naufraghi a circa venti miglia a est di Capo Spartivento, nel comune reggino di Brancaleone: l’equipaggio della Rigel. “Poche, sintetiche frasi per un nuovo giallo nelle acque del Mediterraneo”, scrisse tre giorni dopo La Stampa. Solo un articolo relegato in decima pagina per l’inizio di un mistero tuttora irrisolto. Nel 1995 una denuncia di Legambiente segnò l’inizio di un’indagine della magistratura di Reggio Calabria che portò ad un processo terminato con la condanna di alcune persone per affondamento doloso e truffa ai danni dell’assicurazione. Tuttavia, la verità giudiziaria non dissipò mai del tutto i dubbi sulla merce realmente trasportata dalla nave. Nel corso del dibattimento emerse infatti la presenza a bordo di un carico diverso da quello registrato: blocchi di cemento e polvere di marmo. Una zavorra per mandare a picco un’imbarcazione, ma anche un ottimo materiale per schermare le radiazioni. Per una strana coincidenza, un ingegnere impegnato nello studio di discutibili metodi di smaltimento dei rifiuti pericolosi nei fondali marini, segnalò l’affondamento della Rigel nella sua agenda personale, con un appunto richiamato dal nome del sito: “Lost the ship”, la nave è persa. Come se non bastasse, a rendere ancora più inquietante la vicenda della Rigel c’è la strana morte del capitano De Grazia, coraggioso e valido investigatore che stava occupandosi del caso. Il progetto “Lost the ship” è in continua evoluzione e cerca il contributo degli utenti del web per provare a far luce sulle molteplici sfaccettature di questo dimenticato enigma italiano, senza tralasciare l’intero fenomeno delle navi dei veleni.

Fonte: Pagina.to.it, 20/12/2011

Marchionne, senza crisi niente sfide (Pagina)

Sergio Marchionne
«Cosa mi aspetto stasera?». Il direttore Fiat che mi accompagna al Lingotto per l’incontro di fine anno di Sergio Marchionne e John Elkann con i dirigenti del Gruppo non ha dubbi: «Mi aspetto che Marchionne ci dica che abbiamo ottenuto dal sindacato tutto quello che potevamo ottenere e adesso ci mettiamo finalmente a fare nuove auto e non più solo restyling». Mentre attraversiamo Torino mi parla degli stabilimenti Fiat in Brasile, in Argentina e in India, dove «la situazione con i lavoratori è sempre tranquilla, mica come qui in Italia». Dalla borsa ventiquattrore esce un volantino della Fiom, «toh, leggi», e punta il dito sulla riga in cui il sindacato di Landini lamenta l’abolizione dei permessi per donare il sangue in seguito all’accordo di Pomigliano. «Ma non è vero, semplicemente vai a donare il sangue quando in azienda ci sono le disponibilità e non sempre il venerdì e il lunedì».
Al Centro Congressi del Lingotto una folla di dirigenti chiacchiera a gruppi. Ogni tanto passa qualcuno che tutti conoscono e tutti guardano. Uno dei top manager del gruppo che mi vengono presentati di volta in volta come «quello che dirige» questa o quella azienda. Il mondo dei dirigenti Fiat è costellato di “star” per lo più semi-sconosciute, anche se di fatto sono tutti riuniti per sentire Marchionne e solo Marchionne. Elkann, l’erede dell’Avvocato, è relegato al ruolo di comparsa. Ci vorrà tempo per far dissolvere nella mente di questi signori con i capelli grigi il ricordo della vecchia Fiat, quella del terzetto Agnelli-Romiti-Cantarella. Altri momenti, altre star. «L’emozione che ti dava sentir parlare loro, questi qui non te la danno», ammette il direttore con una punta di rammarico.
 È la prima volta che l’incontro di fine anno è allargato anche i dirigenti della Chrysler che sono collegati via streaming da Detroit. La famiglia industriale di cui fanno parte i dipendenti del Lingotto si è allargata ma non è chiaro se più verso il ramo italiano o verso quello americano, chi si ispira a chi, chi ha comprato chi. Il discorso di Sergio Marchionne è sembrato appunto voler rispondere a questi dubbi, fornendo un’immagine meno confusa della nuova Fiat-Chrysler come entità unica. Un Marchionne orgoglioso che parlando alla platea dell’Auditorium Giovanni Agnelli, ha voluto ricordare di aver rifondato un gruppo che nel 2004 era sull’orlo del fallimento. «Abbiamo portato la Fiat nel mondo», dice tra gli applausi. Lo scenario d’insieme è curioso ma ormai non molto inusuale: tremila persone in giacca e cravatta ascoltano un signore con un maglione blu che parla un po’ in italiano e un po’ in inglese con la stessa disinvoltura con cui sciorina citazioni di Eraclito, Martin Luter King e Hemingway.
Si trova in casa della Fiat ma nel discorso dell’amministratore delegato gli elogi vanno soprattutto alla Chrysler, «che non ha accettato il verdetto di condanna degli analisti finanziari ed è andata e tornata dall’inferno raggiungendo il traguardo dei 2 miliardi di dollari di utile operativo». Le difficoltà superate sono viste quindi come l’elemento di unione di due aziende lontane 7000 chilometri, «ma che non potrebbero essere più vicine per quello che hanno passato». Un’unione tuttavia ancora acerba che darà i suoi frutti migliori sul piano industriale nei prossimi anni, obiettivo che Marchionne spiega scomodando addirittura la figura di Winston Churchill. «Dopo la battaglia di El-Alamein, disse: “questa non è la fine, non è nemmeno l’inizio della fine, ma è forse la fine dell’inizio”».
John Elkann
Ma oltre le frasi d’effetto c’è l’allarmante presente della crisi economica mondiale da cui non si può sfuggire. Lo spettro di una nuova recessione negli Stati Uniti e la minaccia dei debiti sovrani in Europa sono le due grandi paure che si alimentano a vicenda tra le sponde dell’Atlantico. Ma mentre Chrysler macina utili e i mercati sudamericani tirano il fatturato del Gruppo al rialzo, la situazione europea presenta maggiori preoccupazioni. È quindi sulla crisi che Marchionne, il motivatore, sfodera il suo repertorio migliore: «La vera crisi è l’incompetenza», «senza crisi non ci sono sfide», «l’unica crisi è la tragedia di non voler lottare per superarla», e «come disse Einstein…».
Dalla sofferenza economica interna a Fiat si arriva a esaminare quella globale dove, dice l’A.D., «il divario tra ricchi e poveri è diventato un abisso». Per un attimo sembra di assistere ad uno sketch del Marchionne di Maurizio Crozza, mentre ricorda quando Valletta guadagnava solo venti volte più di un operaio mentre ora il divario è arrivato a quattrocento volte. «Non voglio che mi si ringrazi per questo», direbbe Crozza.
Sul maxi-schermo dell’Agnelli vengono trasmessi due filmati significativi. Il primo è la pubblicità usata negli Usa per il lancio della nuova Jeep Gran Cherokee nella quale si vanta l’orgoglio americano, il secondo è l’anteprima dello spot della nuova Panda in cui si vanta l’orgoglio italiano. L’uno sembra la parodia dell’altro, ma quando si riaccendono le luci in platea scrosciano gli applausi.
 

Marchionneland

Mancano poche ore all’incontro con Marchionne e Elkann al Lingotto.  Confesso di aver studiato poco ma spero di rimediare conversando con E., il dirigente che mi accompagnerà all’incontro. Abbiamo appuntamente alle 16 ma l’inizio della conferenza è alle 18.30, quindi avremo tutto il tempo di scambiare due chiacchiere su Pomigliano, sui conti della Fiat e sulla sua permanenza in Italia. E perché no, anche sulla nota simpatia di Marchionne… nel programma di Crozza! :-)

Incidente nave maltese in Bretagna, fuoriuscita di carburante in mare

Una nave da carico di 109 metri  battente bandiera maltese, la Tk Brema,  si è arenata nei pressi della costa bretone, non lontano dall’estuario del fiume Etel. Portati in salvo con l’eleicottero i 19 memebri dell’equipaggio.
Il cargo trasportava del combustibile quando, a causa della tempesta Joachim, si è verificata una fuga di combustibile. La nave si è fermata a circa 100 metri dalla spiaggia di Kerminihy e ha già rilasciato in acqua una chiazza di nafta lunga un chilomentro e larga  5 metri. I soccorritori sono all’opera per contenere la fuoriuscita che minaccia le spiagge vicine.


A quanto si apprende, la prefettura bretone ha dato ordine di vietare la  raccolta e il consumo di frutti di mare nelle aree direttamente esposte alle perdite della nave. I serbatori della Tk Brema contengono in tutto circa 220 tonnellate di carburante.
Marc Gander, portavoce della prefettura marittima della Atlantico, ha affermato che viste le condizioni dell’imbarcazione (lo scafo sembra essere danneggiato) si sta pensando a una demolizione sul posto.  ”Una volta svuotati i serbatoi, devono essere ripetute le osservazioni per vedere se la nave deve essere decostruita o trainata” ha aggiunto. In caso di una demolizione l’operazione potrebbe richiedere diverse settimane o mesi.

Ecoinchiesta, 17/12/2011 - redazione/mf

Ecuador: oro nero e povertà

Esmeraldas. Un nome che sembra evocare un paradiso bagnato dai Mari del Sud. Eppure questa città dell’Ecuador, situata sulle sponde dell’Oceano Pacifico, è tutt’altro che un luogo di vitia ideale.
A Esmeraldas il 77% della popolazione vive in stato di povertà. Un bambino su 3 è denutrito e il 38% dei minori al di sopra dei 5 anni è costretto a lavorare. Il sistema educativo risulta essere insufficiente, tanto che solo il 18% della popolazione accede all’istruzione superiore e l’assistenza sanitaria pubblica non è affidabile. Povertà dilagante e la criminalità sono fattori costanti insieme ai problemi ambientali. 


La città è situata infatti nei pressi di impianti off-shore, motivo per cui le spiagge sono spesso inquinate da scarichi di greggio; vi si trova inoltre una grande raffineria di petrolio, che certo non contribuisce a dare al posto un’immagine accogliente.
Settantamila barili di greggio vengono estratti, raffinati e poi venduti dalla compagnia petrolifera Petroecuador. L’oro nero sfiora la vita degli esmeraldeñi, ma senza modificarla: solo il 30% di chi lavora nella raffineria abita in città, molto spesso ricoprendo le mansioni più basse.
Ciò che invece rimane è l’inquinamento delle acque e dell’aria provocato dalla raffineria.


Come se tutto questo non bastasse, appena fuori dal centro abitato di Esmeraldas, che veniva considerata la “provincia verde” dell’Ecuador, si è consentito alla società nipponica EucoPacifico la piantagione di duemila ettari di eucalipto, albero totalmente estraneo all’ecosistema locale e destinato a prosciugare il terreno in pochissimi anni.

null- Ecoinchiesta, 16/12/2011

Ma Le Vallette non sono il Bronx (Pagina)

Forse sarebbe potuto succedere ovunque, perché l’idiozia e il pregiudizio non abitano stabilmente in nessun posto. Ma purtroppo, il vergognoso incendio appiccato sabato sera in un campo rom, è accaduto proprio alle Vallette, estrema periferia di Torino. Un posto che sembra un po’ Varsavia e un po’ Londra nord. Un quartiere che dopo decenni di degrado fatica ancora a scrollarsi di dosso la fama di piccolo “Bronx” torinese. Una fama immeritata, superata, ma che è pronta ad appiccicarsi nuovamente addosso ai residenti delle Vallette non appena capitano episodi come quello di sabato.
A scatenare l’odio contro il “diverso” è bastato il racconto sconclusionato di una quindicenne, che la scorsa settimana aveva accusato due stranieri di averla violentata: «Sono stati due zingari». Così una fiaccolata pacifica per chiedere più sicurezza nel quartiere si è trasformata in una terribile rappresaglia, quando circa trenta persone si sono staccate dal corteo raggiungendo l’accampamento dei rom, nei pressi della cascina Continassa, e hanno dato fuoco a tutto.
Forse sarebbe potuto succedere ovunque, ma solo alle Vallette coesistono un carcere, un campo nomadi e un parcheggio per giostrai. Una convivenza forzata resa ancora più difficile dal malessere diffuso di questi tempi, e che in casi come questo l’ignoranza e la brutalità di pochi possono facilmente manipolare. Basta uno sgarro a un abitante italiano per trasformare le occhiatacce scambiate di sfuggita nei bar in vili atti di barbarie. Un rischio tanto ignorato dall’amministrazione cittadina, quanto palese per chi alle Vallette ci vive.
Ad alcuni abitanti è bastato leggere il volantino con un invito sinistro a «ripulire la Continassa» messo nelle buche delle lettere poche ore prima della fiaccolata, per andare ad avvertire i rom di ciò che sarebbe accaduto. Un’accortezza che ha evitato a Torino, la città che in questi anni si è distinta per tolleranza e capacità di integrazione, di portare per sempre il peso di una orribile tragedia e che conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che Le Vallette non è il Bronx. Non è il posto pericoloso descritto da quei giornalisti che chiamando il quartiere «La Valletta» dimostrano che dalle parti di corso Molise e Magnolie non ci sono mai stati. È un peccato, perché al posto dei bassifondi newyorkesi, vedrebbero un rione con palazzi decorosi e bassi caseggiati di mattoni rossi circondati da gradevoli giardini. Non il paradiso, si intende, ma nemmeno l’inferno periferico che si cerca ostinatamente di rievocare.
Ciò che invece oggi alle Vallette non si vede è la vergogna di tanti cittadini per bene nell’essere identificati con un piccolo branco di vili criminali. Quelli che hanno dato fuoco al campo rom proprio mentre si diffondeva la notizia che non c’era mai stata nessuna violenza, che la ragazzina si era inventata tutto per vergogna che i genitori venissero a scoprire la sua relazione con un ragazzo più grande.
Per l’incendio della Continassa sono già finite in carcere due persone, mentre sull’identità di tutti gli altri è in corso un’indagine. Le modalità del raid punitivo fanno pensare agli inquirenti che si tratti di soggetti abituati alle risse e agli scontri, come alcuni ultras della Juventus che vivono nel quartiere. Per ora sono solo ipotesi, ma non sarebbe la prima volta che le bandiere con le croci celtiche che si vedono ogni domenica nelle curve degli stadi italiani vengano sventolate da individui dediti a episodi di razzismo.
Comunque sia, il “colpo di scena” della violenza inventata ha rivelato drammaticamente quanto poco ci voglia per incrinare quella parvenza di normalità, quell’equilibrio faticosamente raggiunto in questa parte un po’ sfortunata di città.
Quest’anno il quartiere Vallette festeggia i suoi primi cinquant’anni. È una zona ancora “giovane”, che proprio come il più turbolento degli scolari è condannata a dover dimostrare di essere non solo uguale al resto della città, ma addirittura migliore. Altrimenti c’è il rischio che la poco desiderabile fama di borgata problematica ritorni. Perché forse è vero che un gesto vile e deprecabile come quello di sabato sarebbe potuto succedere ovunque, ma nell’immaginario di tanti, “ovunque” non è Le Vallette.
 

La Velata, principessa inquieta (Pagina)

C’è una principessa russa a Torino. “Vive” in città da molto tempo, così tanto che quando è arrivata non esisteva né la Fiat né la Juventus, e a svettare sui tetti delle case non c’era ancora neppure lo spillone della Mole Antonelliana.
Era un’altra Torino quella di Barbara Tatichef, moglie di Aleksandr Beloselkij, ambasciatore della zarina Caterina di Russia nel Regno di Sardegna. Era la Torino di fine Settecento, capitale di una piccola e ambiziosa monarchia, ancora lontana dall’avere velleità unificatrici.
Barbara, che alcuni studiosi descrivono bellissima, nacque a Mosca nel 1764 da una potente famiglia dello stato zarista. A Torino si stabilì nel 1792 in compagnia del marito, diplomatico alla corte dei Savoia, e dei suoi tre figli. Probabilmente abitò in un bel palazzo di quella che allora si chiamava via delle Ambasciate, cioè l’attuale via Bogino.
Giocando con la fantasia potremmo immaginarla a passeggio nelle strade della sua nuova città, quella Torino che sforzandosi di assumere l’aspetto di una vera capitale, aveva attinto alla maestria di Juvarra per mostrare all’Europa i suoi nuovi edifici d’avanguardia nel panorama architettonico.
Nulla può quindi impedirci di pensare alla bella principessa russa sulle rive del Po, ad ammirare la basilica di Superga che dall’alto della collina torinese già dominava la città. E perché no, continuando in questo immaginario collage di immagini, vederla transitare in carrozza in piazza Castello, accanto alla piccola folla di signore con l’ombrellino bianco ritratte in alcune incisioni di quell’epoca.
Sono piccole suggestioni che rischiano però di allontanarci un tantino dalla realtà. Si sa per certo infatti che Barbara Tatichef giunse in Piemonte già in precarie condizioni di salute a causa di un aborto, e che per le complicanze sopraggiunte morì all’età di ventotto anni, alla fine del mese di marzo di quello stesso fatale 1792.
Fu forse per il dispiacere di non aver potuto godere nemmeno di qualche istante di gioia in quella sua nuova residenza, o forse per semplice sfizio che, secondo una credenza popolare, la principessa decise di non andarsene più e di rimanere a “vivere” a Torino anche da morta. Anche da spettro, perché alla fin fine, non è nella sua veste terrena che i torinesi impararono a conoscerla, quanto sotto forma di inquieto fantasma notturno, a zonzo per la città.
Inconsolabile per averla perduta per sempre fu invece suo marito Aleksandr Beloselkij, che commissionò allo scultore Vincenzo Spinazzi una statua funeraria degna di lei, con sopra incisa una commovente epigrafe: “Oh, sentimento! Sentimento! Dolce vita dell’anima. Quale cuore non hai mai colpito? Qual è lo sfortunato mortale cui non hai mai offerto il dolce piacere di versar lacrime, e qual è l’anima crudele che, dinnanzi a questo monumento così semplice e pietoso, non si raccolga con malinconia e non condoni generosamente i difetti allo sposo che l’ha innalzato?”.
Il “monumento semplice e pietoso” venne realizzato a Firenze e già a prima vista risultò essere tanto bello quanto inquietante: una figura di donna ricoperta completamente da un velo che lascia soltanto intravedere i lineamenti del viso e del corpo, rendendola evanescente e facendole assumere un’aria sinistra.
Collocata nell’ormai scomparso cimitero di San Lazzaro (situato pressappoco nel luogo in cui oggi sorge il grattacielo della Toro Assicurazioni) e ribattezzata dai torinesi la “Velata”, la statua della principessa russa fu subito oggetto di dicerie di stampo paranormale. Alcuni dissero di aver udito dei lamenti provenire dall’interno delle mura del camposanto, altri riferirono addirittura di aver incontrato il fantasma di Barbara nelle strade attorno al Lungo Po.
Una volta chiuso San Lazzaro le spoglie e la statua della nobildonna vennero portate nel piccolo cimitero di San Pietro in Vincoli, presso il fiume Dora. Un luogo strategico per ospitare dei morti visto che a poche centinaia di metri la mano del boia stringeva giornalmente il cappio attorno al collo di malfattori e disgraziati. Alla spettrale Barbara Tatichef i nuovi compagni di tomba non dovettero andare troppo a genio. I torinesi continuarono infatti a vederla a spasso per via Cottolengo, mentre irretiva con la sua trapassata bellezza gli ignari passanti notturni che, per chissà quale oscuro motivo, venivano puntualmente condotti al cospetto della sua lapide.”
Passarono gli anni e grazie alla presenza della “Velata” il cimitero di San Pietro in Vincoli divenne una tappa clandestina obbligata per spiritisti e medium di ogni sorta. In questi frequentatissimi pellegrinaggi notturni non mancarono i soliti ignoti, così accadde che l’accorata epigrafe voluta da Aleksandr Beloselkij scomparve misteriosamente. Anche le ossa della povera Barbara scomparvero, o meglio, si persero dopo che anche San Pietro in Vincoli venne chiuso per sempre. Rimase invece la statua della “Velata”, prima restaurata e poi esposta alla Galleria di Arte Moderna di Torino. E forse rimase in città anche il fantasma della principessa. Una leggenda che i torinesi conoscono da sempre e che il resto degli italiani ha scoperto grazie a “La donna velata”, film mistery girato a Torino e trasmesso dalla Rai lo scorso anno.
Sembra che durante le riprese si siano verificati alcuni strani contrattempi: luci costantemente fulminate, macchinari spesso fuori uso… Qualcuno ha subito pensato ai dispetti di una certa Barbara, principessa russa, evanescente figura di donna, raminga lungo le sponde della Dora nelle nebbiose notti torinesi.

null - Pagina.to.it, 08/12/2011

Musli, il museo del libro per l’infanzia (Pagina)

Torino si arricchisce di un nuovo museo. Si chiama MUSLI, come la miscela di cereali, un nome che è in realtà un acronimo di Museo Scuola Libro Infanzia. Quattro sale situate nella suggestiva cornice di Palazzo Barolo, in via delle Orfane, che rappresentano un percorso suggestivo nel mondo della scuola nei decenni a cavallo tra Ottocento e Novecento. Il vero protagonista del museo è il libro per l’infanzia, di cui sono esposte preziose edizioni che tornano a vivere accanto a postazioni multimediali che fanno da filo conduttore tra la nostra scuola e quella delle epoche passate. In tutto sono esposti dodicimila pezzi tra libri, disegni e giochi, raccolti in quarant’anni dal collezionista Pompeo Vagliani, vero ispiratore del MUSLI. Finora, sempre a Palazzo Barolo, era aperta solo una sezione dedicata alla scuola che si ricollegava alle iniziative di carattere pedagogico promosse già all’inizio del diciannovesimo secolo dai Marchesi di Barolo, i quali aprirono la prima scuola del Regno Sabaudo. Una bella esposizione che ha rischiato di chiudere per sempre nel 2008 e che invece oggi si amplia grazie a un contributo ricevuto dalla Compagnia di San Paolo e all’impegno della Fondazione Tancredi di Barolo e dell’Opera Barolo. Tra pennini, calamai e materiale didattico, un posto d’onore all’interno del nuovo museo è occupato senza dubbio dall’editoria dedicata ai più piccoli che ha avuto origine a Torino e in Piemonte. La prima sala è dedicata all’attività dell’editrice torinese SEI (Società editrice italiana) con cinquantamila disegni originali realizzati da illustratori come Carpanetto, Mussino, Rubino, Cambellotti, Chiostri e Tofano. L’aula di “Cuore” è interamente dedicata alla figura di Edmondo De Amicis e poco più in là non potevano mancare le teche che custodiscono i libri più apprezzati di Emilio Salgari, autore che ha saputo far sognare terre esotiche e incredibili avventure ad ogni età. Avventure fantastiche che continuano anche nei libri stranieri, come nel caso della prima edizione italiana di “Alice nel Paese delle Meraviglie” pubblicata dalla Loescher nel 1872. Fu la terza traduzione al mondo del romanzo di Carroll stampato in sole 250 copie. Proseguendo nella visita, una scala dipinta in color oro accompagna i visitatori al piano interrato, e in questo caso il riferimento alla “Scala d’oro”, storica collana per l’infanzia dell’Einaudi, non è casuale. Proprio in quei locali aveva sede la Tipografia Eredi Botta, famosa già ai tempi del Regno d’Italia, una presenza che l’organizzazione ha voluto ricordare con l’esposizione di antichi macchinari tipografici recuperati con fatica nella zona del Canavese. Tuttavia, ciò che colpisce e rende davvero straordinaria la scommessa di chi ha concepito il MUSLI è il momento particolarissimo in cui è nato questo nuovo museo: un periodo drammatico per la cultura italiana, dove a causa della crisi economica i tagli e le ristrettezze dei fondi sono all’ordine del giorno. Sono queste piccole, grandi scommesse che fanno sì che nonostante tutto Torino continui a migliorarsi.

null - Pagina.to.it, 30/11/2011