«Cosa mi aspetto stasera?». Il direttore Fiat che mi accompagna al Lingotto per l’incontro di fine anno di Sergio Marchionne e John Elkann con i dirigenti del Gruppo non ha dubbi: «Mi aspetto che Marchionne ci dica che abbiamo ottenuto dal sindacato tutto quello che potevamo ottenere e adesso ci mettiamo finalmente a fare nuove auto e non più solo restyling». Mentre attraversiamo Torino mi parla degli stabilimenti Fiat in Brasile, in Argentina e in India, dove «la situazione con i lavoratori è sempre tranquilla, mica come qui in Italia». Dalla borsa ventiquattrore esce un volantino della Fiom, «toh, leggi», e punta il dito sulla riga in cui il sindacato di Landini lamenta l’abolizione dei permessi per donare il sangue in seguito all’accordo di Pomigliano. «Ma non è vero, semplicemente vai a donare il sangue quando in azienda ci sono le disponibilità e non sempre il venerdì e il lunedì».
Al Centro Congressi del Lingotto una folla di dirigenti chiacchiera a gruppi. Ogni tanto passa qualcuno che tutti conoscono e tutti guardano. Uno dei top manager del gruppo che mi vengono presentati di volta in volta come «quello che dirige» questa o quella azienda. Il mondo dei dirigenti Fiat è costellato di “star” per lo più semi-sconosciute, anche se di fatto sono tutti riuniti per sentire Marchionne e solo Marchionne. Elkann, l’erede dell’Avvocato, è relegato al ruolo di comparsa. Ci vorrà tempo per far dissolvere nella mente di questi signori con i capelli grigi il ricordo della vecchia Fiat, quella del terzetto Agnelli-Romiti-Cantarella. Altri momenti, altre star. «L’emozione che ti dava sentir parlare loro, questi qui non te la danno», ammette il direttore con una punta di rammarico.
È la prima volta che l’incontro di fine anno è allargato anche i dirigenti della Chrysler che sono collegati via streaming da Detroit. La famiglia industriale di cui fanno parte i dipendenti del Lingotto si è allargata ma non è chiaro se più verso il ramo italiano o verso quello americano, chi si ispira a chi, chi ha comprato chi. Il discorso di Sergio Marchionne è sembrato appunto voler rispondere a questi dubbi, fornendo un’immagine meno confusa della nuova Fiat-Chrysler come entità unica. Un Marchionne orgoglioso che parlando alla platea dell’Auditorium Giovanni Agnelli, ha voluto ricordare di aver rifondato un gruppo che nel 2004 era sull’orlo del fallimento. «Abbiamo portato la Fiat nel mondo», dice tra gli applausi. Lo scenario d’insieme è curioso ma ormai non molto inusuale: tremila persone in giacca e cravatta ascoltano un signore con un maglione blu che parla un po’ in italiano e un po’ in inglese con la stessa disinvoltura con cui sciorina citazioni di Eraclito, Martin Luter King e Hemingway.
Si trova in casa della Fiat ma nel discorso dell’amministratore delegato gli elogi vanno soprattutto alla Chrysler, «che non ha accettato il verdetto di condanna degli analisti finanziari ed è andata e tornata dall’inferno raggiungendo il traguardo dei 2 miliardi di dollari di utile operativo». Le difficoltà superate sono viste quindi come l’elemento di unione di due aziende lontane 7000 chilometri, «ma che non potrebbero essere più vicine per quello che hanno passato». Un’unione tuttavia ancora acerba che darà i suoi frutti migliori sul piano industriale nei prossimi anni, obiettivo che Marchionne spiega scomodando addirittura la figura di Winston Churchill. «Dopo la battaglia di El-Alamein, disse: “questa non è la fine, non è nemmeno l’inizio della fine, ma è forse la fine dell’inizio”».

Ma oltre le frasi d’effetto c’è l’allarmante presente della crisi economica mondiale da cui non si può sfuggire. Lo spettro di una nuova recessione negli Stati Uniti e la minaccia dei debiti sovrani in Europa sono le due grandi paure che si alimentano a vicenda tra le sponde dell’Atlantico. Ma mentre Chrysler macina utili e i mercati sudamericani tirano il fatturato del Gruppo al rialzo, la situazione europea presenta maggiori preoccupazioni. È quindi sulla crisi che Marchionne, il motivatore, sfodera il suo repertorio migliore: «La vera crisi è l’incompetenza», «senza crisi non ci sono sfide», «l’unica crisi è la tragedia di non voler lottare per superarla», e «come disse Einstein…».
Dalla sofferenza economica interna a Fiat si arriva a esaminare quella globale dove, dice l’A.D., «il divario tra ricchi e poveri è diventato un abisso». Per un attimo sembra di assistere ad uno sketch del Marchionne di Maurizio Crozza, mentre ricorda quando Valletta guadagnava solo venti volte più di un operaio mentre ora il divario è arrivato a quattrocento volte. «Non voglio che mi si ringrazi per questo», direbbe Crozza.
Sul maxi-schermo dell’Agnelli vengono trasmessi due filmati significativi. Il primo è la pubblicità usata negli Usa per il lancio della nuova Jeep Gran Cherokee nella quale si vanta l’orgoglio americano, il secondo è l’anteprima dello spot della nuova Panda in cui si vanta l’orgoglio italiano. L’uno sembra la parodia dell’altro, ma quando si riaccendono le luci in platea scrosciano gli applausi.