“Lost the ship” e il mistero della Rigel

Ringrazio per questo articolo gli amici del quotidiano online Pagina.

C’è una nave, la Rigel, scomparsa nel nulla ventiquattro anni fa, e c’è un giornalista torinese che continua a seguirne le tracce sulla carta stampata e nel web. La Rigel non era una nave qualunque, ma una delle oltre ottanta imbarcazione affondate nel Mediterraneo in circostanze sospette tra il 1979 e il 2001. Le chiamano “navi dei veleni” e sono carrette del mare fatte inabissare dalla criminalità organizzata con la complicità di faccendieri senza scrupoli, governi e servizi segreti allo scopo di liberarsi di rifiuti tossici, chimici e radioattivi. Al caso della Rigel, un mercantile maltese affondato nel mar Ionio, è dedicato “Lost the ship” (http://losttheship.wordpress.com), sito fresco di browser, a metà tra un archivio storico e un’indagine giornalistica. Realizzato da Massimiliano Ferraro, collaboratore del mensile Narcomafie, “Lost the ship” nasce dall’idea di continuare sul web un’inchiesta pubblicata dalla nota rivista del Gruppo Abele, mettendo online ritagli di giornale, documenti, dossier, resoconti stenografici e video. La motonave Rigel partì dal porto di Marina di Carrara per non arrivare mai da nessuna parte. Scomparve il 21 settembre 1987 senza nemmeno lanciare un mayday, in una mattina di sole con il mare calmissimo. Nessuno si accorse del naufragio fino a quando una nave merci jugoslava non comunicò di aver recuperato diciotto naufraghi a circa venti miglia a est di Capo Spartivento, nel comune reggino di Brancaleone: l’equipaggio della Rigel. “Poche, sintetiche frasi per un nuovo giallo nelle acque del Mediterraneo”, scrisse tre giorni dopo La Stampa. Solo un articolo relegato in decima pagina per l’inizio di un mistero tuttora irrisolto. Nel 1995 una denuncia di Legambiente segnò l’inizio di un’indagine della magistratura di Reggio Calabria che portò ad un processo terminato con la condanna di alcune persone per affondamento doloso e truffa ai danni dell’assicurazione. Tuttavia, la verità giudiziaria non dissipò mai del tutto i dubbi sulla merce realmente trasportata dalla nave. Nel corso del dibattimento emerse infatti la presenza a bordo di un carico diverso da quello registrato: blocchi di cemento e polvere di marmo. Una zavorra per mandare a picco un’imbarcazione, ma anche un ottimo materiale per schermare le radiazioni. Per una strana coincidenza, un ingegnere impegnato nello studio di discutibili metodi di smaltimento dei rifiuti pericolosi nei fondali marini, segnalò l’affondamento della Rigel nella sua agenda personale, con un appunto richiamato dal nome del sito: “Lost the ship”, la nave è persa. Come se non bastasse, a rendere ancora più inquietante la vicenda della Rigel c’è la strana morte del capitano De Grazia, coraggioso e valido investigatore che stava occupandosi del caso. Il progetto “Lost the ship” è in continua evoluzione e cerca il contributo degli utenti del web per provare a far luce sulle molteplici sfaccettature di questo dimenticato enigma italiano, senza tralasciare l’intero fenomeno delle navi dei veleni.

Fonte: Pagina.to.it, 20/12/2011

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