Transnistria: la vicina Tortuga ignorata da Bruxelles

La Transnistria non c’è.null
Si può provare a cercare il nome di questo piccolo paese sui più dettagliati atlanti e sulle mapppe della regione del Mar Nero, ma niente, non c’è.
Eppure A., un tizio losco con un passato da contrabbandiere, sostiene che sul fianco destro della Repubblica di Moldavia, dalle rive del fiume Dnestr fino ai confini con l’Ucraina, esiste fin dagli inizi degli anni’90 una sottile striscia di terra, che si considera a tutti gli effetti una nazione sovrana: settecentomila persone vivono in uno Stato non riconosciuto da nessuna nazione del mondo, ma che ha un proprio governo, una propria moneta, un proprio esercito, un proprio modo di vedere il mondo. Una visione miope, che non ha mai superato il crollo dell’Unione Sovietica, che lì in Transnistria sembra non essersi mai disciolta.
“Coma mai ti interessa sapere di quel postaccio?” mi domanda A., non nascondendo un po’ di stupore prima di mostrarmi, così come si farebbe con un ottimo curriculum, gli articoli di giornale in cui il suo nome compare citato in alcune operazioni di polizia contro dei traffici internazionali illeciti. In pochi parlano con piacere di questo staterello ribelle, ecco perché ho deciso di parlare con lui che a Tiraspol, la capitale fantoccio della Transnistria, dice di essere stato di casa.
Con una breve cronistoria, A. mi racconta di come la Repubblica che non c’è abbia conquistato l’indipendenza dalla Moldavia nel 1992. “Conquistata” tiene a precisare “perché c’è stata una guerra lungo le rive del Dnestr”.
Un conflitto breve ma cruento. Centoquarantuno giorni di combattimenti, cominciati a marzo del ’92, all’indomani della rivendicazione di sovranità della Moldavia dall’Urss. Da una parte i soldati moldavi, dall’altra i separatisti transnistriani appoggiati dai duemila uomini della XIV Armata Rossa, che per motivi strategici non aveva alcuna intenzione di mollare la presa su Tiraspol. L’esercito moldavo era rimasto così facilmente schiacciato, respinto ad ovest del Dnestr, lasciando sul campo oltre settecento morti.
Poco importava che la comunità internazionale ignorasse questa spinosa questione: era nata la Repubblica Moldava di Transnistria. Uno stato comunista con le statue dei padri sovietici e le bandiere con la falce e il martello. “Comunista per modo di dire, si capisce”. La retorica sovietica serve a tenere buone le masse e legittimare il potere di una dittatura repressiva.
A. mi mostra la foto di un tizio con capelli e barba bianchi, che assomiglia vagamente a Sean Connery. È Igor Smirnov, il presidente-dittatore, ex gerarca alla nomenclatura di Mosca: “è lui che comanda in Transnistria”. Dal 1992 ha accolto e riciclato come ministri e alti funzionari del suo regno alcuni criminali internazionali e molti ex membri del KGB. È il caso del generale Vladimir Antyufeyev, attuale ministro della Sicurezza, accusato di un drammatico tentativo di colpo di stato nel 1991 in Lettonia, finito in un bagno di sangue.
Insieme a loro e con l’appoggio della Russia, Smirnov ha creato una sorta di zona franca, un discount del contrabbando internazionale non distante dai confini dell’Unione Europea. Mentre la maggior parte dei suoi abitanti vive di stenti, con pensioni minime che non arrivano a 50 euro, pochissime aziende controllano tutti i settori economici del Paese. Tra queste solo una, la Sheriff, è autorizzata ad utilizzare una moneta diversa dal Rublo della Transnistria. Petrolio, supermercati, telefonia, televisione e perfino la più forte squadra di calcio del paese sono controllati dalla Sheriff. Per non parlare della presunta vendita di armamenti e droga che secondo l’Interpol vengono mischiate alle merci.
Domando ad A. se Smirnov c’entra qualcosa con la Sheriff. Lui si limita ad un mezzo sorriso, “la Transnistria è come la Tortuga, una terra di pirati, un paradiso dei trafficanti di armi”.
Le armi in fondo, a Tiraspol e dintorni non sono mai mancate. Qui era custodito il più importante arsenale dell’Unione Sovietica che comprendeva, tra l’altro, ventiquattro micidiali razzi Alazan con testate ad isotopi radioattivi. Razzi di imprecisione, molto pericolosi. Dopo che nel 2005 un reporter del Times ne aveva scoperto l’esistenza durante un’inchiesta, i missili sono stati costantemente monitorati dai satelliti. Ad ottobre del 2009 si è scoperto che ce n’erano dieci in meno. Sono stati sparati o più probabilmente venduti a qualche gruppo terrorista, trattato in Transnistria come un ottimo cliente.
Qualche foto scattata in segreto da A. per le strade di Tiraspol mi mostra un paese congelato. Non tanto dal freddo, sempre implacabile a quelle latitudini, ma congelato nel tempo. C’è ancora Lenin, in posa davanti al palazzo del Soviet Supremo ed il carro armato che ricorda la grande vittoria sulla Moldavia. Ci sono tanti palazzoni popolari tutti uguali, tirati su in tutto il blocco dell’Est all’epoca di Kruscev, sui quali svettano le insegne dell’immancabile e misteriosa Sheriff. Così come sono rimasti di guardia i soldati della XIV Armata che la Russia ha ereditato dall’Urss e che ha promesso più volte di ritirare da quel territorio.
Oggi, a diciotto anni dalla sua nascita, questo ultimo scampolo delle quindici Repubbliche Sovietiche, è ancora lì. Elezioni farsa hanno sempre riconfermato Smirnov alla guida del governo con percentuali grottesche, il culto della personalità di stampo stalinista diventa determinante nella propaganda del regime. Lo stesso che nei comunicati ufficiali si prende beffa dei rapporti di Freedom House che da anni denuncia la mancanza dei più elementari diritti di libertà. “Smirnov ripete spesso che non è colpa del governo se l’opposizione non è mai stata capace di radunarsi nelle piazze come in occidente”, ma secondo A., la difficoltà di una reale protesta sta nel fatto che l’opposizione al regime non esiste. Basta il minimo cenno di dissenso per essere accusati di spionaggio e fare una brutta fine. Così la gente affoga la disperazione per gli anni di immobilismo internazionale nelle immancabili bottiglie di vodka nazionale Kvint.
Inutili sono stati finora i tentativi della Moldavia di rivendicarne la sovranità su questi, inutili le decennali trattative dei mediatori dell’OCSE. “Così fa ancora comodo a Putin e Medvedev”. La Transnistria, che c’è ma non c’è, in fin dei conti è un’invenzione loro. Un’anomalia che a prima vista sembra senza senso, ma che in realtà rappresenta per la Russia un asso nella manica da giocare sullo scacchiere internazionale, una carta da calare sul tavolo, qualora l’Ucraina decidesse di avvicinarsi troppo al blocco occidentale. Per Bruxelles, che finora continua ad ignorare l’esistenza del problema, appagata dai contratti di fornitura di gas russo, questa piccola Tortuga rischia di diventare ben presto una bella gatta da pelare. Come si potrebbe giustificare la presenza di soldati stranieri in territorio europeo nel caso di ingresso nell’Unione della Moldavia?
Ultimamente Mosca ha anche stanziato 120 milioni di dollari destinati alla Transnistria. Ufficialmente si tratta di aiuti umanitari offerti da un Paese amico, che però si guarda bene dal riconoscere ufficialmente l’esistenza della piccola repubblica fantasma. Gli basta mantenere il suo esercito nella regione e poter mostrare i muscoli agli occidentali.
Il Mar Nero non è distante e da lì forse la Transnistria sembra proprio la Tortuga.

     –   23/10/2010

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