Festivalcrack

nullImmancabile, l’annuale messa laica festivaliera si è celebrata ieri sera per la sessantesima volta.
Non una crisi economica, non una calamità naturale che riesca a portarsi via questo stucchevole colosal, a pieno titolo nell’albo delle più pietose tradizioni italiane.
Quest’anno, tanto per dare una ventata di freschezza e modernità, la conduzione di Antonella Clerici ha concesso agli artisti la possibilità di esibirsi in canzoni dialettali. Ne ha approfittato subito Nino D’Angelo con la sua Jammo Jà, struggente canto alle sofferenze del Meridione. Rime commuoventi (“e guagliune d”e viche ‘e Napule nun sarranno mai Re/ Dint’ ‘o Zen ‘e Palermo se bevene ‘o tiempo P’ ‘a sete ‘e sapè”) e pregevoli acuti di Maria Nazionale a parte, sono certo che i giurati nati sopra Caserta avrebbero gradito i sottotitoli.
A seguire, nel regale e stonato canto di Re Soldino, Emanuele Filiberto, non poteva mancare una bella dose del terzetto di rachitici valori tanto cari alla bella Italia monarchica d’un tempo: Dio-Patria-Famiglia.
“Io credo nel futuro…”,  “io credo nella giustizia…”,  “io credo nelle tradizioni…”.
Questa Italia amore mio è riuscita a farmi rimpiangere la buon anima di Mino Reitano. Evidentemente irrinunciabile, la strofa della stoccata anti-repubblicana viene lasciata cantare a Pupo-Ghinazzi: “tu non potevi ritornare / pur non avendo fatto niente”.
A questo punto addirittura i duecentomila euro pagati dalla Rai ad Antonio Cassano, per non riuscire a mettere insieme nemmeno una frase di senso compiuto, mi sono sembrati per certi versi ben spesi. Soprattutto quando la Clerici, di rosso vestita e larga quanto il divano di Parla con me,  si è messa a recitare a mò di poesia i versi della canzone dell’escluso Morgan. A mio avviso, polverizzando in mezzo minuto gli immani sforzi del poverino per uscire dalla depressione e disintossicarsi dal crack.

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