La minaccia atomica della nave fantasma

nullМурманск è il toponimo di Murmansk, città situata nella penisola di Kola, all’estrema parte nord occidentale della Russia. Quattrocentomila anime congelate nel bel mezzo del Circolo polare Artico, tra la tundra ed il grande porto affacciato sul mare di Barents, già base dei rompighiaccio nucleari della potente flotta navale sovietica.
Ivan Lepse era invece un semplice sindacalista lettone, santificato dalla Rivoluzione d’Ottobre ma  praticamente sconosciuto in occidente, tanto da non meritare nemmeno una citazione sulla ultra-saccente Wikipedia.  Nel 1934, cinque anni dopo la morte del compagno Lepse, nei cantieri navali di Nikolaev, in Ucraina, s’iniziò la costruzione di una nave in suo onore: la Lepse appunto, motonave da manutenzione, metà bianca e metà nera, lunga 87 metri con 5600 tonnellate di stazza.
Affondata in Ucraina durante la seconda guerra mondiale in un bombardamento del fiume Hoper, la Lepse venne recuperata e riparata, rientrando in attività nel 1961 come nave d’appoggio per il rifornimento dei rompighiaccio nucleari al largo della glaciale Murmansk.
Nei successivi ventisette anni, la nave rimase in servizio, raggiungendo così il primato della più lunga vita operativa nella flotta atomica sovietica: dal 1966 al 1981,  dopo un grave incidente al rompighiaccio a propulsione Lenin, la stiva delle Lepse venne riconvertita a deposito galleggiante per le centinaia di contenitori di combustibile nucleare della flotta sovietica ed in particolare delle unità navali Artika e Smir. Altre volte la nave navigò da Murmansk verso nord, seguendo la rotta artica che porta all’arcipelago di Novaya Zemlya, per scaricare le sue pericolosissime scorie nell’oceano. Nel 1988 venne definitivamente dimessa dal servizio, ma paradossalmente questa data segnò l’inizio di un’altra travagliata fase nella storia del vecchio cargo russo: ormeggiato per l’ultima volta ad una banchina del porto di Murmansk è rimasto abbandonato lì per oltre vent’anni. Una nave fantasma che non navigherà mai più, isolata dal mondo da un semplice quanto inquietante cartello giallo:“pericolo nucleare”.
Difficilmente Ivan Lepse avrebbe mai immaginato che il nome di quella nave varata in suo onore avrebbe sovrastato di molto il suo ricordo, concentrando su di sé i timori di chi ancora oggi, settantasei anni dopo la sua costruzione, la considera l’oggetto più pericoloso del pianeta. Tutta colpa del micidiale carico ancora contenuto nella sua stiva: 639 botti di combustibile esausto con 680.000 curie di radioattività totale stimata, cioè una contaminazione ambientale potenziale  pari a quella che si potrebbe avere in seguito ad un grave incidente ad un complesso nucleare.
Nel 1988 gli ingegneri sovietici avevano stimato che la Lepse  potesse continuare a fungere da magazzino atomico per altri trent’anni. Una previsione decisamente troppo ottimistica viste le critiche condizioni dello scafo, sempre più corroso dall’acqua di mare. Già nel settembre 1989 infatti la necessità di bonificare la Lepse venne evidenziata da un decreto del Comitato Centrale del Partito Comunista, ma la fine dell’URSS ha prima congelato e poi sperperato i finanziamenti stanziati. Nel 1995 anche Unione Europea si è interessata del problema, ma la mancanza di accordi bilaterali con la Federazione Russa hanno bloccato i progressi nelle trattative fino al 2003.
Il passare degli anni ha così ulteriormente peggiorato le condizioni del natante al punto di rendere difficoltoso addirittura il recupero del materiale ospitato nel suo ventre di metallo. Un’operazione altamente pericolosa e complessa, visto l’alto rischio di radiazioni: molti cassoni zeppi di sostanze nucleari hanno evidenziato un’elevata corrosione, deformazione o danneggiamento con la conseguente fuoriuscita di materiale. Il costo per il disarmo della Lepse è stato così stimato nel 2004 in circa 30 milioni di dollari. Una cifra mostruosa per le devastate casse statali della Russia, che ha così preferito lasciarla ormeggiata al suo molo, pericolosamente vicina all’ingente traffico navale del porto di Murmansk, con il rischio concreto, in caso di un urto accidentale, di un disastro ambientale senza precedenti.
Così sono passati altri anni fatti di inutili tentativi di portare l’attenzione su una bega ormai diventata di importanza mondiale. Poco più di 40 chilometri separano ad esempio l’attracco della vecchia nave dal territorio norvegese, un altro stato non più disposto a tollerare l’incuria di Mosca.
Un ulteriore ritardo nell’odissea senza fine del vecchio natante ha poi rimandato il suo definitivo smantellamento approvato dall’Ispettorato della Marina russa, causando tra l’altro la scadenza della documentazione necessaria al delicatissimo intervento.
La Lepse è diventata in questo modo il simbolo del grave interrogativo sul disarmo e la bonifica della flotta nucleare ancora  in possesso della Federazione Russa: cinque navi, duecentocinquanta sommergibili a propulsione, una portacontainer e sette rompighiaccio costruiti dal 1955 al 2000, senza contare le novanta navi d’appoggio per il trasporto e lo stoccaggio del combustibile.
Finalmente nel giugno del 2008 la  Banca Europea  per la Ricostruzione e lo Sviluppo ha annunciato il suo impegno per aiutare la Russia nella gestione di questa sua difficile eredità, stanziando ben settanta milioni di euro, la maggior parte dei quali verranno impiegati per la disgraziata  Lepse. I lavori per il suo smantellamento dovrebbero terminare nel 2013, periodo in cui i rifiuti nucleari verranno rimossi dalla stiva e trasferiti in un impianto chimico degli Urali. Solo a questo punto la nave fantasma verrà demolita, sezionandola in blocchi di metallo.
Intanto il vento gelido del nord passa ancora tra gli oblò rotti, fischiando sul ponte di comando ridotto ad un ammasso di ferraglia mentre la ruggine che divora lo scafo nero pare una malattia mortale senza scampo. Qualcuno ha segnalato la sua sagoma sulle mappe satellitari di Google Earth, forse per non farla dimenticare di nuovo.
Sfiorata dalle enormi navi mercantili dirette al largo del mare di Barents, la Lepse rimane ancora caparbiamente a galla. E con lei un po’ tutta la penisola di Kola.

, 17/02/2010

articolo concesso al Giornale del Friuli e pubblicato il 20/02/2010

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