Sospette ingerenze esterne sul golpe in Kirghizistan

Tra i link più visitati da Google spicca, da mercoledì 7 aprile, la pagina di Wikipedia dedicata al Kirghizistan, paese semi-sconosciuto dell’Asia Centrale.
C’è stato un golpe, i giornali devono parlarne e molti giornalisti devono far finta di padroneggiare l’argomento. Banali introduzioni aiutano il lettore a rintracciare il pezzettino di mappamondo in cui si trova questa ex repubblica sovietica dal nome così complicato. Un luogo che sembra un angolo sperduto, ma in cui c’è una base americana e una russa. Un territorio chiave per la guerra al terrorismo in Afghanistan, che per di più possiede anche una lunga striscia di confine con la Cina. Si scopre così che il misterioso Kirghizistan occupa una posizione strategica che interessa a molti. Ecco perché se ne parla, e soprattutto perché se ne interessano Putin e Obama.
La cronaca del golpe è presto fatta: dopo i primi scontri nelle vicinanze del palazzo presidenziale di Bishkek, la capitale del paese, i manifestanti dell’opposizione hanno picchiato selvaggiamente il ministro dell’Interno Kongatiev nella città di Talas. Successivamente, gruppi organizzati di insorti hanno incendiato la sede della procura generale e preso d’assalto il parlamento, la tv di stato e altri punti nevralgici del potere. Anche le forze armate e le guardie di frontiera sono cadute ben presto sotto il controllo dei rivoltosi. In un disperato tentativo di reagire al colpo di stato, la polizia fedele al presidente Kurmanbek Bakiev ha sparato all’impazzata sui manifestanti. Bilancio provvisorio degli scontri: settantacinque morti e mille feriti. Così una rivoluzione ha cancellato il sogno di un’altra rivoluzione, quella dei Tulipani, che nel 2005 aveva visto insediarsi a furor di popolo al governo il filo-occidentale Bakiev.
Ma cinque anni sono un’eternità in Asia Centrale, dove i buoni diventano cattivi in molto meno tempo. Così, l’opposizione, formata per altro da molti ex rivoluzionari “tulipanisti”, ha accusato Kurmanbek Bakiev di aver ridotto il Kirghizistan in tirannia, limitando la libertà di espressione e favorendo la corruzione grazie anche al gran numero di parenti che il presidente avrebbe collocato nelle più alte sfere dello stato.
Addirittura gli Stati Uniti, gli stessi che nel 2005 avevano foraggiato la Rivoluzione dei Tulipani, hanno mostrato ultimamente una crescente irritazione per l’equivoca politica presidenziale, all’apparenza vicina all’occidente ma comunque sempre pronta a fare accordi sottobanco anche con Russia e Cina. Il 4 febbraio del 2009 infatti, Bakiev su pressione di Mosca aveva addirittura minacciato la chiusura della base Usa di Manas. Sono così serviti una vagonata di dollari americani per far cambiare idea al capo del governo kirghiso, ed evidentemente un annetto o poco più per organizzare la fulminea deposizione di un soggetto non più fedele ai voleri di Washington.
Dopo l’annuncio del colpo di stato, il Kirghizistan è sprofondato nel caos. Incedi e saccheggi di case e palazzi pubblici si sono verificati la scorsa notte nella capitale, non risparmiando nemmeno gli uffici del presidente Bakiev che, vista la situazione, ha deciso di lasciare precipitosamente il paese. L’opposizione ha potuto così annunciare la formazione di un governo provvisorio presieduto da Roza Otunbajeva, prima rivoluzionaria del 2005 e poi nemica giurata del regime di Bakiev. Il suo governo dovrebbe durare sei mesi, aprendo la strada a delle libere elezioni perché “il popolo kirgiko vuole la democrazia”. Ma di certo, sul futuro di uno stato sconosciuto su cui in troppi vorrebbero mettere le mani, c’è ben poco.
Nonostante gli appelli alla calma rivolti dalla comunità internazione, il clima nel paese rimane incandescente. Per ora, la neopremier Otunbajeva ha incassato la preziosissima benedizione telefonica di Vladimir Putin, nonostante Bakiev non si sia ancora dimesso. Dal sito di notizie 24.kb il presidente deposto ha scaricato sull’opposizione tutta la responsabilità per aver innescato la scia di violenza, e all’emittente radiofonica russa Radio Eco ha detto: “Questo è un colpo di Stato con ingerenze esterne. Non voglio indicare un Paese concreto, ma senza forze esterne è praticamente impossibile compiere un’operazione del genere”. E’ sveglio, il presidente.
Il timore è che a questo punto, Bakiev possa riuscire a mobilitare i suoi sostenitori, innescando una sanguinosa guerra civile. Nell’eventualità che la situazione possa sfuggire di mano a tutti, Mosca è stata la prima a muoversi sul piano militare: in una nota il Cremlino ha fatto sapere di voler inviare al più presto un battaglione di paracadutisti alla base russa di Kant, vicino Bishkek, ufficialmente per garantire la sicurezza dei cittadini russi. Poi si vedrà.
Anche gli americani sono preoccupati. Da mercoledì sono sospesi i voli militari che dalla base americana in territorio kirghiso riforniscono le truppe in Afghanistan. Un bel problema, dal momento che sul futuro delle basi straniere Roza Otunbajeva non si è ancora sbilanciata.“Ci serve tempo per capire cosa fare”, ha detto.
Ma oggi in Kirghizistan è soprattutto il giorno del dolore per le vittime degli scontri. Il giorno delle lacrime delle madri di Bishkek. Il giorno delle accuse e dell’odio, mentre i veri carnefici, i giocatori di questo Risiko invisibile svolto ai danni dei popoli dell’Asia Centrale, tacciono. Osservano. Attendono.

nullIl Giornale del Friuli, 10/04/2010

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