Margherita

Quando l’assistente sociale ha suonato alla porta, zia Rita le ha aperto con addosso il solito grembiule da cucina, tutta trafelata.
– Allora Signorina, come si sente? – le ha chiesto la donna mandata dal comune, sottolineando la parola “signorina”. Sì, perché zia Rita ha quasi ottant’anni ma non si è mai sposata, quindi a certi modi formali ci tiene.
A dire il vero, zia Rita non ha mai fatto un sacco di altre cose. Ad esempio non ha mai lasciato quel paese dimenticato da Dio in cui è nata. Un angolo ingrato di Piemonte, bagnato dal Po e infestato dalle mosche.
Alla domanda dell’assistente sociale ha risposto di sentirsi bene, nonostante i soliti “bu bu” dovuti dall’età che avanza si facciano sentire spesso. Ha così voluto offrire un caffè alla gentile signora. Perché il piemontese è falso, ma almeno cortese.
La donna intanto non faceva che guardarsi attorno, scrutando il mobilio antico della casa: la stufa di ghisa, le pentole di rame, le foto in bianco e nero alle pareti.
Zia Rita vive da sola. Sempre sola. Nessun marito, niente figli, un unico  fratello ormai sotto terra da dieci anni ed il resto dei parenti tutti lontani.
La chiacchierata è durata ancora per una mezz’ora, parlando del più e del meno. Zia Rita si è quasi commossa quando la sua ospite l’ha chiamata “Margherita”. Perché erano anni che qualcuno non pronunciava il suo nome per intero. Dal canto suo, l’assistente sociale ha annotato sul suo quadernetto che, nonostante la solitudine cronica, quella vecchietta riusciva a vivere ancora in condizioni decorose e che non si richiedeva pertanto nessun intervento da parte dei servizi sociali del comune. Ed era realmente sul punto di togliere il disturbo, prima che le venisse in mente di chiedere a Margherita come mai le fosse venuta ad aprire la porta tutta affannata.
– Sa com’è, ho sempre molto da fare…- si è giustificata zia Rita.
L’assistente sociale, incuriosita, ha così domandato quali stress quotidiani potesse imporre la vita di paese ad una vecchiatta come lei.
– Oh, sa com’è, la mamma mi dà sempre un sacco di lavoro.-
– La… mamma? – 
– Sì sì, la mamma – ha confermato zia Rita, lamentandosi di dover lavare ogni giorni un sacco di panni.  – E poi non le dico quando si tratta di cucinare! La mamma vuole soltanto quello che desidera. E’ capricciosa!-
– La mamma? –
– Certo!-
L’assistente sociale a questo punto ha chiesto di poter parlare direttamente con la “la mamma”. Così zia Rita l’ha condotta in una camera matrimoniale che odorava di chiuso. Il letto era in ordine ma c’era polvere dappertutto, come se non venisse utilizzata da moltissimo tempo.
– Ecco – ha detto zia Rita – ci parli lei e provi a farla ragionare, se ci riesce.-
L’assistente sociale è rimasta sull’uscio a contemplare per qualche secondo quella stanza vuota. Non c’era proprio nessuno con cui parlare lì dentro.
La mamma di zia Rita, che per me era semplicemente la nonna Etta (Benedetta), è morta nel maggio del 1988.

[ nella foto: il ramo piemontese della mia famiglia (1949) ]

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