Usa-Russia: superpotenze in lotta sui ring centro-asiatici

nullIl Kirghizistan è stato un ring. Uno dei luoghi lontani dai riflettori della politica internazionale in cui Usa e Russia possono darsele di santa ragione. Senza arbitri, senza pubblico, il combattimento è silenzioso e spesso senza regole.
Mentre i paesi occidentali si rallegrano per l’accordo di Praga, con cui le due superpotenze hanno deciso la riduzione degli arsenali nucleari, nella lontana Asia Centrale si continua a manifestare, chiara e inequivocabile, la condotta che la Russia ha costantemente perseguito in politica estera negli ultimi tre secoli: la logica del dominio, dell’espansione oltre i propri confini.
Il principio per Putin e Medvedev è semplice, così come lo era per lo zar e per Stalin: una parte del mondo è sotto la sfera di influenza russa e guai a chi ci mette le mani. Seguendo questo principio, solo negli ultimi anni, Mosca ha puntato i piedi sull’ipotesi di installazione dello scudo missilistico americano in Polonia e Repubblica Ceca, scatenato una guerra lampo in Georgia ed interferito nelle elezioni in Ucraina. Tutte nazioni che avevano manifestato apertamente il loro desiderio di uscire dal controllo di Mosca per avvicinarsi al blocco occidentale. Nel caso di Georgia e Ucraina lo scontro di interessi è stato addirittura plateale: i milioni di dollari americani, nascosti sotto i fragili sogni di democrazia orchestrati dall’ideologo del Dio denaro George Soros, sono stati buttati al vento nelle Rivoluzioni Colorate, con il fallito scopo di far cambiare padrone agli stati dell’ex “recinto” sovietico. Speranze durate pochi anni e cancellate senza troppo affanno dalla implacabile Madre Russia.
Ad inizio aprile il terreno della battaglia segreta tra Usa e Russia si è spostato in Kirghizistan. I soldi degli americani nel 2005 erano arrivati anche lì. C’era stata la Rivoluzione dei Tulipani che aveva portato al potere Kurmanbek Bakiev, un presidente che Putin e compagni hanno sopportato fino a che non ha tradito l’enorme promessa di chiudere la base americana di Manas, in territorio kirghizo. Una base molto importante per il rifornimento dei militari statunitensi in Afghanistan, ma anche e soprattutto rilevante per motivi strategici. Nel febbraio del 2009, il provvidenziale intervento economico di Washingston per far cambiare idea a Bakiev ha segnato l’inizio della sua fine politica. Così il sospetto che ci sia stato un intervento russo per rovesciare il governo, si fa più concreto mano a mano che passano i giorni. Putin si è prontamente congratulato per l’avvento della nuova classe dirigente in Kirghizistan, precedendo di molto la diplomazia americana, apparsa spiazzata dal repentino stravolgimento della situazione nel paese.
Nella rituale telefonata di “benedizione”, il premier russo ha rivelato al presidente ad interim kirghizo Roza Otunbayeva la sua personale idea sulla presenza militare straniera nel paese: un avamposto straniero è necessario e indiscutibile, ma in Kirghizistan basta una sola base. Quella della Federazione Russa, ovviamente.
A quanto pare la Otunbayeva ha risposto prendendo tempo, rinnovando di un anno l’affitto della base Usa e rimandando di fatto la decisione dello sfratto, molto gradita a Mosca. Ma se ciò non avvenisse nemmeno nel 2011, molti osservatori di “cose russe” malignano che anche il destino della neo premier sarebbe segnato. In parole povere ci sarebbe un’altra rivoluzione.
Dagli Usa, da sempre non propriamente a loro agio in quelle latitudini, sono arrivate fino ad ora soltanto reazioni caute e misurate. La versione ufficiale è che se la base di Manas venisse chiusa, non sarebbe un dramma visto che si tratta di un campo militare di secondaria importanza nello scacchiere strategico americano. Ma dalle dotte aule della Princeton University, si è già alzata una voce fuori dal coro per affermare che la questione non è propriamente così semplice e che il golpe kirghizo deve necessariamente venire letto come una arrogante mossa di Mosca. È Robert Finn, ex ambasciatore americano in Afghanistan e Tagikistan, uno dei pochi che conosce a fondo l’importanza della presenza americana in Asia Centrale. “Questa è una loro vittoria”, ha tagliato corto Finn, lasciando intendere che quello che è accaduto in Kirghizistan è stato soltanto l’ennesimo round di un lungo match politico-militare, prima che lo scontro tra Usa e Russia si sposti su un altro ring appartato del mondo. Si può anche tirare ad indovinare quale sarà. Basta prendere in mano la carta geografica dell’Asia Centrale perché l’occhio cada sull’Uzbekistan.

 –  Il Giornale del Friuli, 24 aprile 2010

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