31, il numero della protesta anti-Cremlino (Il Giornale del Friuli)

Boris Nemtsov è un uomo coraggioso. Con il suo giaccone nero sgualcito, in mezzo alle duemila persone radunate martedì scorso a Mosca, sembrava un manifestante qualunque. Uno qualunque di quella minoranza tenace e coraggiosa che ha scelto il giorno 31 di ogni mese per protestare contro la costante violazione dell’articolo 31 della costituzione russa, quello che dovrebbe tutelare la libertà dei cittadini alla pubblica assemblea, ormai abolita di fatto dall’ultimo decennio putiniano.
Ex vice primo ministro della Federazione Russa dal 1997 al 1998 e da sempre nemico giurato dell’onnipotente Vladimir Putin, Boris Nemtsov è oggi soprattutto uno degli ispiratori di “Strategia 31”, un movimento attivista non rappresentato in parlamento che ha trasformato il numero 31 in un simbolo di protesta al “regime antidemocratico” imposto dal governo.
Difficile circoscrivere con delle cifre certe il consenso dei cittadini russi al neonato movimento di protesta, ma a marzo un manifesto pubblicato online per chiedere le dimissioni del Premier è stato sottoscritto da cinquantamila persone in tre mesi. Numeri ancora piccoli nella grande Russia, ma Boris Nemstov oltre che coraggioso è anche un tipo testardo e non ha nessuna intenzione di desistere dal sensibilizzare i russi sulla grave situazione del Paese. Non si è fatto intimorire nemmeno nel 2007 quando Putin lo ha fatto arrestare per la prima volta, e martedì scorso, 31 agosto, era come sempre a distribuire volantini tra i sostenitori raccolti in piazza Triumfalnaya.
Questa volta però il governo non ha sopportato per molto gli slogan gridati dalla gente:“abbasso lo stato di polizia!” e “Russia senza Putin!”. Dopo appena due ore dall’inizio della manifestazione sono scattati puntuali i primi arresti.
Stando a quanto riferito dalla radio indipendente moscovita Echo, un centinaio di persone tra Mosca e San Pietroburgo sono state “brutalmente picchiate” dalla polizia e dai reparti speciali del ministero dell’Interno con l’accusa di aver organizzato una manifestazione non autorizzata. Una bugia. L’evento era stato preceduto da una semplice notifica, così come previsto dalla legge russa che non richiede alcuna autorizzazione per questo genere di raduni.
Oltre a Boris Nemtsov, sono finiti in manette molti nomi di spicco dell’opposizione come Eduard Limonov, Sergey Udaltsov, Roman Dobrokhotov e Ilya Yashin. “Dei provocatori” secondo Putin, il cui unico obiettivo sarebbe quello “di convincere il governo a fare concessioni per poi magari pretendere dell’altro e così all’infinito”.
Una giustificazione all’uso della forza che non ha convinto per nulla né gli osservatori europei presenti al corteo, né tanto meno chi nel Vecchio Continente denuncia da anni l’inquietante meccanismo giudiziario russo, sempre più asservito ai poteri forti e specializzato nella costruzione ad hoc di accuse discutibili al fine di schiacciare i dissidenti politici. Procedure ormai ben collaudate se si pensa che il primo arresto-farsa dell’era Putin ai danni di un “nemico” risale al 2003. In quel caso a farne le spese era stato il magnate petrolifero Mikhail Khodorkovsky. Un anno dopo altri due casi eclatanti: Valentin Danilov e Igor Sutyagin, professori universitari, sono stati condannati a quattordici e quindici anni di carcere per spionaggio grazie a delle prove palesemente false.
Nel caso di Nemtsov, tutti i sospetti di reato a suo carico si sono sgretolati in poche ore. Alle dieci di sera era di nuovo un uomo libero, ma secondo il Rapporto Annuale stilato da Amnesty International non tutti i dissidenti possono dirsi così fortunati. Solo nell’ultimo anno in Russia sono stati uccisi cinque giornalisti scomodi e sono stati registrati numerosi episodi di arresti arbitrari e aggressioni contro attivisti e simpatizzanti di opposizione.
Nella Russia del 2010 ci vuole molto coraggio anche soltanto per pretendere il rispetto dei fondamentali diritti costituzionali. Boris Nemtsov e il popolo di “Strategia-31” questo coraggio ce l’hanno. Perché in Russia il numero 31 rappresenta una scintilla di democrazia, una presa di coscienza, una pretesa di libertà. Tutto ciò che Putin si è impegnato a distruggere. Il sogno del popolo che non è ancora riuscito a spezzare.

Il Giornale del Friuli, 04/09/2010

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