Veltroni, Ciotti e i misteri italiani (Pagina)

C’era una presenza oscura l’altra sera, sul palco della sala Norberto Bobbio, nel settimo giorno della festa del Partito Democratico a Torino. Insieme a Walter Veltroni, a don Luigi Ciotti e al giornalista Giuliano Giubilei, questo ospite scomodo è stato chiamato in causa più volte, fino a dargli persino un nome: l’Entità.
L’Entità è il termine coniato dal procuratore Pietro Grasso per definire quell’intreccio misterioso di mafia, affari e politica, che sarebbe intervenuto violentemente per sconvolgere il corso degli eventi in alcuni momenti cruciali della storia del nostro Paese. Così, nel ventottesimo anniversario dell’omicidio del generale Dalla Chiesa da parte della mafia siciliana, sono stati proprio i misteri italiani, i vergognosi buchi neri della nostra storia recente, il tema dell’incontro di piazza Castello.
Davanti a un pubblico numeroso e attento, Veltroni ha voluto ripercorrere i fatti più inquietanti degli ultimi decenni servendosi di alcune date simbolo: la bomba di piazza Fontana nel 1969, il rapimento di Aldo Moro e le stragi di mafia del ’92-’93. Atti criminali avvenuti tutti in momenti in cui l’Italia sembrava pronta a cambiamenti importanti, a mutazioni epocali che l’Entità sarebbe sempre intervenuta per interrompere bruscamente.
È in particolare sul biennio stragista che l’ex segretario del PD ha voluto soffermarsi, ponendo una sequenza di domande ancora senza risposta: perché è stato ucciso Giovanni Falcone? Chi ha ucciso Borsellino? E chi ha avuto in quegli istanti la freddezza di far sparire la famosa agenda rossa?
«Non possiamo più nascondere la verità» ha detto Veltroni «in quegli anni è scesa in campo l’Entità, allo scopo di impedire l’inizio di un’altra stagione politica dopo Tangentopoli. Un nuovo corso che avrebbe probabilmente visto la nascita in Italia di un governo democratico e progressista».
Il primo passo per provare a far luce su questi e altri misteri italiani potrebbe farlo l’opposizione, chiedendo con forza di rendere pubblici gli atti ancora coperti dal segreto di stato. Veltroni cita a questo riguardo il caso Moro, Ustica e tutti quei fatti su cui «ci hanno raccontato un sacco di balle».
Tornando a parlare di lotta alla mafia, è arrivata anche la prima stoccata al governo Berlusconi: «I latitanti li arrestano la polizia e i magistrati, anche perché provvedimenti come lo scudo fiscale non aiutano di certo il contrasto alla criminalità».
Lunghissimi applausi hanno seguito l’intervento di don Ciotti che ha sottolineato l’importanza della scuola nella lotta alle mafie e come esse non moriranno «se non cambia l’agenda politica e se non cambiamo anche noi». Il sacerdote è entrato quindi nei dettagli della legge sulla confisca dei beni ai boss: «Una legge importante, ma il 42% delle proprietà sono inutilizzabili perché sotto ipoteca bancaria. Mi spiegate chi ha dato il mutuo a Totò Riina?».
Spaventosa la cifra, 130 miliardi di euro, che la criminalità organizzata sottrae ogni anno al Paese. «Ecco cosa blocca la crescita» secondo Veltroni «proprio questi poteri occulti». In piazza Castello è tornato così a materializzarsi nuovamente lo spettro dell’Entità, perché «Riina e Provenzano erano i capi politici e militari della mafia, ma i capi finanziari erano altrove».
I due ospiti hanno poi citato personaggi simbolo, da Saviano agli uomini della squadra Catturandi di Palermo. «E visto che siamo a Torino», don Ciotti ha menzionato tra gli applausi anche Bruno Caccia, ucciso in città dall’ndrangheta.
Veltroni ha voluto invece tornare sulle indagini seguite al sequestro di Aldo Moro, lasciandosi andare a una confessione: «Nel 1978 avevo 23 anni. Ancora oggi non mi do pace per aver creduto che le lettere di Aldo Moro fossero dettate da una specie di sindrome di Stoccolma». Tempi bui nei quali «tutti i vertici dei servizi segreti erano membri della P2».
Le parole del fondatore del PD hanno colpito la gente presente alla Festa Democratica, mai così silenziosa e concentrata nell’ascoltare il racconto degli ultimi giorni di vita dello statista democristiano in ostaggio delle Brigate Rosse nel covo di via Gradoli. «Un luogo strano» quel palazzo romano. Alcuni appartamenti erano nelle disponibilità dei servizi segreti, mentre in altri alloggiavano tranquillamente estremisti di destra e brigatisti, «una specie di centro commerciale del terrorismo».
Veltroni ha infine insistito sulla necessità di non rinunciare alla ricerca della verità. La posta in gioco è ancora alta, «ne va del futuro del nostro Paese ».
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