40.000

Torino, corso Marconi
13 ottobre 1980 – 34° giorno di sciopero

Quando l’Avvocato entrò nella sala delle riunioni più importanti i due dirigenti che lo attendevano scattarono immediatamente in piedi, reattivi come molle.
Passo sicuro, completo impeccabile e orologio sul polsino: Gianni Agnelli era Gianni Agnelli, poche storie.
– Buongiorno Avvocato- lo salutarono i due, quasi all’unisono.
BuongiVrno.-
I dirigenti aprirono dei fascicoli e assunsero un’aria seria. Il momento delicato lo richiedeva.
AlloVra, a che gioVrno di sciopero siamo aVrrivati? Ho peVrso il conto…-
– Oggi è il trentaquattresimo, vero dottor C.? – rispose Cesare Romiti.
– Sì, sì, è il trentaquattresimo.-
Erano 34 giorni che gli operai scioperavano davanti ai cancelli di Mirafiori, bloccando le produzioni in seguito ai licenziamenti annunciati dalla Fiat. Era la più grande mobilitazione sindacale del dopoguerra. Era successo che qualcuno aveva sbagliato le stime di crescita assumendo un sacco di gente. Poi, come un fulmine a ciel sereno era arrivata la crisi del mercato dell’auto e l’azienda era corsa ai ripari annunciando il licenziamento di migliaia di operai. Ventiquattromila. Un dramma. Così era iniziata la grande protesta del Popolo dei Cancelli.
A Mirafiori non entrava più nessuno. Sciopero. Il sindacato contro la Fiat,  a muso duro ad oltranza, finché l’azienda non si fosse rimangiata i suoi piani di ristrutturazione.
AlloVra? Che novità ci sono?-
– Non buone Avvocato, vero dottor C.?
– Vero, non buone Avvocato, non buone…-
Romiti era nervoso come mai nessuno l’aveva visto prima. Era arrivato a Torino con la fama del duro, ma il clima incandescente lo stava lentamente piegando. – Se continua così potremmo essere costretti a firmare, vero dottor C.?-
– Sì, sì, saremo costretti a firmare. L’accordo… domani…. purtroppo.-
L’ Avvocato Agnelli fece una specie di sospiro insofferente che ai due dirigenti parve quasi un ringhio. Non l’aveva detto chiaramente ma il messaggio era sembrato chiaro: bisognava inventarsi urgentemente qualcosa per ribaltare la situazione.
– Veramente… ci sarebbe una possibilità, vero dottor C.?-
– Sì, sì, una possibilità… ci sarebbe.-
Agnelli aggrottò la fronte guardandoli entrambi: – FoVrza ditemi tutto.-
– Beh, abbiamo pensato che…. se un movimento spontaneo si organizzasse e sfilasse in corteo per le vie di Torino per chiedere la riapertura degli stabilimenti… –
– Un coVrteo?- sentendo quella parola pronunciata da Romiti, ci mancò poco che all’Avvocato gli si drizzassero i capelli in testa.
– Sì, magari organizzato dagli stessi impiegati, capi reparto, funzionari… Così potremmo mettere il sindacato sotto pressione e obbligarlo a firmare l’accordo alle nostre condizioni. Se vedeno della gente in piazza che chiede di tornare a lavorare senza il rischio delle randellate, anche i vertici del PCI non potranno fare orecchie da mercante. Vero dottor C.?-
– Sì, sì, anche il Piccì!-
Gianni Agnelli, per nulla impressionato, li fissò con distacco. – E sentiamo, da questo… coVrteo, noi cosa ci andiamo a guadagnaVre?-
– Vede Avvocato, se dimostriamo che la gente vuole la fine degli scioperi possiamo anche giustificare l’intervento dell’esercito per permettere ai dipendenti di entrare in fabbrica…-
Quello che veniva prospettato era uno scenario mai visto nella storia italiana: per la prima volta a sfilare sarebbero stati i Colletti Bianchi.  Roba da non credere.
– Mi paVre una follia…-
– Potremmo provare…. Ho parlato con uno dei quadri. Stanno organizzando una riunione spontanea in un teatro e io gli ho suggerito che proprio da lì potrebbe partire il corteo. Vero dottor C.?-
– Sì… un corteo… da lì.-
Si discusse del corteo ancora per un quarto d’ora ma l’ Avvocato continuò a mostrarsi molto scettico: – L’incontVro con i sindacati è per domani – tagliò corto ad un certo punto – chi di voi se la sente di andaVre a VRoma?-
Romiti sapeva che toccava a lui.  – Andrò io e il dottor C. mi accompagnerà – squittì, e così dicendo ingoiò un rospo grosso quanto una casa.
A quel punto Agnelli si alzò dalla sua sedia girevole. Per quanto lo riguardava quella riunione era conclusa. Nell’incontro con le sigle sindacali fissato per l’indomani la Fiat avrebbe perso. C’era poco da illudersi. Eppure quell’idea un po’ stramba di una marcia dei Colletti Bianchi continuava a frullargli in testa. Forse fu per quel motivo che prima di aprire la porta e di andarsene si voltò all’indietro verso Romiti.  – PeVr cuVriosità… quanti saVranno a sfilaVre domani?-
Romiti non lo sapeva. Non lo sapeva nessuno. Quindi mentì: -Tanti Avvocato, tantissimi. Vero dottor. C.?-
– Sì, sì, tanti, tantissimi… speriamo.-

Roma, Hotel Boston
14 ottobre 1980 – 35° giorno di sciopero

Il Segretario nazionale della CGIL, Luciano Lama, entrò al Boston con stampato in faccia un sorriso che parlava da solo. Dopo trentacinque giorni di sciopero il Popolo dei Cancelli stava vincendo. Gli operai stavano battendo i padroni e la Fiat veniva a Roma per firmare la resa. Perché non c’era altro da fare.
Lama strinse qualche mano e prese posto vicino agli altri segretari di federazione, cominciando a tamburellare nervosamente con le dita attendendo l’arrivo Romiti. Avrebbe trovato tutto pronto, il “Signor Fiat”. Il testo dell’accordo, le condizioni… anche l’inchiostro della penna lo offriva il sindacato: una vittoria per tutti i lavoratori!
Eccolo. Cesare Romiti scese da una Fiat 132 blu scura ed entrò nell’abergo con un’espressione da cane bastonato.
– Dottor Romiti, come va?- gli tese la mano Lama, già gongolante.
Il “Signor Fiat” avrebbe venduto sua madre ai giapponesi, gli stessi che con le loro brutte automobiline avevano portato la crisi  in Fiat, piuttosto che firmare quell’accordo. Ma gli toccava…
Lama tornò a farsi sotto: – Bene, penso che non abbiamo molto da dirci. Se vuole firmare, guadagneremo tempo.-
Romiti si voltò tristemente verso il  dattiloscritto dell’accordo. La fine di quella che considerava una vertenza maledetta lo attendeva implacabile come una affilata ghigliottina a pochi passi dalla sua sedia. Svitò lentamente  il cappuccio della penna stilografica e si preparò a firmare. Ma poco prima che la punta dorata della penna arrivasse al foglio di carta, qualcuno bussò con forza alla porta.  Era il dottor C. e pareva a dir poco elettrizzato. Zizzagando tra i sindacalisti si avvicinò al suo capo mettendogli sotto il naso un foglietto di carta con le ultime notizie da Torino, i famosi teck dell’Ansa su cui venivano battute le news d’agenzia. Romiti lesse con attenzione. C’era scritto: “Una grande folla di Colletti Bianchi  si è radunata in un teatro torinese. Sono tantissimi”.
In quell’istante l’ardente fiamma infernale del padrone tornò ad ardere dietro agli occhialoni spessi dell’alto dirigente Fiat. Così con calma riavvitò il cappuccio della penna e la poggiò di nuovo sul tavolo. – Che ne dice di un caffè, signor Lama?-
In attesa di altri teck bisognava prendere tempo perché Torino stava succedendo qualcosa, ne era sicuro. Qualcosa di incredibile.
Dopo dieci minuti il dottor C. portò il secondo stralcio d’agenzia: “stanno uscendo dal teatro, sono migliaia”.
La terza agenzia diceva che “un corteo silenzioso di uomini in giacca e cravatta stava sfilando per il centro di Torino. Si trattava di quadri, impiegati della Fiat, ma anche di operai e comuni cittadini che, inaspettatamente ed in contrapposizione ai sindacati, manifestavano per il ritorno della normalità in fabbrica ed in città”.
Quarta agenzia: ” Le prime stime parlano di 10.000 persone” ; poi “sono oltre 20.000”; poi “sono più 30.000”. L’ultimo teck riportò il dato definitivo, stupefacente, di quella che tutti già  chiamavano la Marcia dei 40.000.
Fu allora che il “Signor Fiat” tornò al tavolo delle trattative lasciando di sasso Luciano Lama.  – Mi dispiace – disse Romiti – ma a questo punto l’accordo non si può fare più.- Salutò tutti e rimontò sulla 132 blu in direzione di Torino.
Al Boston Luciano Lama, quasi tramortito, ciondolò verso la finestra. Al di là dei vetri c’era il traffico romano di sempre, il viavai di sempre, la vita di sempre. Eppure non gli ci volle molto per capire che dopo quel giorno tutto sarebbe stato diverso.
La telefonata da Botteghe Oscure gli arrivò poco dopo, “consigliandogli” di firmare l’accordo che voleva la Fiat. E se lo diceva Berlinguer non si poteva fare altro. L’eco della Marcia dei 40.000 era già arrivato in alto.
– Quattordici ottobre millenovecentottanta…-
Era semplicemente finita un’epoca.

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