Bogdanov, l’hoolingan serbo che spopola su Facebook (Il Giornale del Friuli)

Ivan Bogdanov, l’uomo nero con il passamontagna immortalato dalle telecamere mentre taglia indisturbato con le forbici la rete del settore ospiti dello stadio Marassi, sta diventando famoso. Ora dopo l’imitazione delle Iene non ci resta che aspettare che appaia di persona in tv come ospite di una trasmissione di prima serata, che si fidanzi con una Velina padana o che partecipi all’Isola dei Famosi. Così vanno le cose in questa Italia dove conta soltanto conquistarsi un palcoscenico, qualsiasi palcoscenico possibile.
Arrivato da Belgrado con furore, capo di quegli hooligans che hanno messo a ferro e fuoco Genova prima e durante la partita Italia-Serbia di martedì scorso, Bogdanov è diventato una vera celebrità su Facebook. Sul popolare social network continuano a nascere delle pagine dedicate a lui, a “Coi la Bestia”, come lo chiamano i suoi amici del gruppo Ultra Boys della Stella Rossa. Una simpatia guadagnata in un sottobosco virtuale oscuro e spesso incomprensibile. «Libertà per Ivan», «Coi libero!», «Honor to you», sono alcune delle frasi che si leggono su “Jedan je Ivan Bogdanov” (“Uno era Ivan Bogdanov”), il maggiore gruppo serbo di fans virtuali del teppista. Sulla bacheca sono subito spuntate delle foto di Bogdanov scattate nel 2007 dai compagni di curva della Stella Rossa. Perché La Bestia, con i suoi tatuaggi che rimandano a remote battaglie combattute dai serbi contro gli ottomani e nonostante le tante etichette che in queste ore in molti cercano di cucirgli addosso, è in realtà soltanto un semplice capo tifoso. Un hoolingan ubriaco che mescola in maniera a dir poco grottesca calcio e politica, l’odio per i cugini di derby del Partizan Belgrado e per gli albanesi, rivendicando la sovranità serba sul Kosovo, rimpiangendo Milosevich…
Tuttavia è fin troppo semplice che un tipo come Ivan Bogdanov, un cavaliere del nulla qualsiasi che si alza a cavalcioni sulla vetrata di uno stadio inneggiando alla Grande Serbia, riesca a spingere delle zucche vuote verso il delirio ideologico: «Tre dita ancora verso il cielo, orgogliosi fino alla tomba, fratello serbo!».
Ma se tutto ciò poteva essere in qualche misura prevedibile in un paese dall’identità contraddittoria come la Serbia, non può che lasciare allibiti il sostegno all’icona di “Coi la Bestia”da parte di molti italiani. È italiano l’utente che ha aperto un profilo per Ivan Bogdanov (oltre 16600 simpatizzanti) descrivendolo come un “missionario di pace” che gira l’Europa in cerca di prati verdi “dove poter cantare canzoni d’amore con i miei amici”. La risposta compiaciuta di chi, nascosto da un monitor, ignora o vuole ignorare le l’atrocità dei genocidi compiuti nel corso della guerra che ha devastato l’ex Jugoslavia, non ha tardato ad arrivare: «sei er mejo! » scrive un certo Raoul.
Eppure, per quanto assurdo possa sembrare, che nella democratica Italia si inneggi pubblicamente alle “Tigri” serbe non è una novità. Non sono passati molti anni da quando un gruppo di ultras di estrema destra della Lazio ha esposto all’Olimpico uno striscione in ricordo del criminale di guerra Arkan. Visti con gli occhi di oggi, quei personaggi non sembrano molto diversi dalla neo web-star Ivan Bogdanov, che secondo quanto ha riferito tardivamente la polizia serba aveva partecipato nel 2008 ad alcuni raid vandalici per protestare contro l’arresto di un altro “bravo” ragazzo: Radovan Karadzic.
In seguito all’arresto di martedì notte, “Coi La Bestia” è detenuto nel carcere di Genova, nella sezione femminile, per proteggerlo dalle minacce degli albanesi. Anche loro hanno aperto una pagina su Facebook (oltre 5000 iscritti), ma con il chiaro intento di fargli la pelle per aver bruciato la bandiera dell’Albania.
Dietro le sbarre Ivan non sembra più lui e parla di suo padre morto sei mesi fa, del lavoro in nero nei cantieri in Serbia. Altro che bestia, quello che sua madre descrive come il figlio più tenero del mondo, riesce a fare quasi tenerezza quando nega candidamente di nutrire dell’odio verso gli italiani. Un’affermazione che alla luce di quanto scritto sopra potrebbe addirittura sembrare vera: un certo tipo di serbi e un certo tipo di italiani sono parte della stessa feccia e perciò possono piacersi.
È solo per loro che l’uomo col passamontagna è divenuto all’improvviso un simbolo. Un nuovo idolo mediocre per quella destra ultranazionalista, xenofoba e vagamente nazista che nemmeno i venti più potenti dei decenni democratici sembrano ancora essere riusciti a spazzar via del tutto dai cieli d’Europa.

–  Il Giornale del Friuli, 16/10/2010

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