La Bela Caplera vaga senza testa (Pagina)

(Terza parte) – Siamo in via San Francesco da Paola, nel tratto che da via Po va a incrociare l’aristocratica e austera via Maria Vittoria. Tra gli stendardi sabaudi e le botteghe antiquarie è stata segnalata nel tempo la presenza di un altro fantasma, e in questa fredda notte torinese noi quattro ghost hunters non possiamo resistere alla tentazione di andare a dare un’occhiata.
«Sentiamo un po’» stuzzica Giovanni «che razza di fantasma cerchiamo questa volta?».
«Un fantasma senza testa», rispondo io spulciando tra i miei preziosi appunti.
Come al solito la nostra storica Beatrice e l’esperto di spettri Luca non concordano su qualche aspetto della storia che andiamo a considerare e battibeccano per un po’. A farli discutere è l’epoca esatta nella quale si sarebbero svolti i fatti: durante l’occupazione napoleonica, secondo la storica, almeno un secolo prima per Luca.
Comunque sia, così come è stato per l’osteria di via Bava, anche questa vicenda inizia in un locale a livello della strada. Un negozio di cappelli, aperto una volta nella graziosa piazza Carlo Emanuele e gestito da una donna. Una bella donna pare, della quale però nessuno di noi è riuscito a scoprire il nome. «La chiameremo con il soprannome che le ha dato la tradizione popolare: la Bela Caplera», dice Beatrice.
La bella cappellaia, adultera e uxoricida, venne condannata alla ghigliottina. Portata al cospetto del boia, la donna ebbe il tempo di fare con lui uno strano patto. Il boia, dopo tante esecuzioni, voleva sapere se un condannato sentisse ancora dolore dopo che gli veniva troncato il capo e la Bela Caplera accettò di accontentarlo. Promise quindi di dargli una risposta… postuma. In cambio di che cosa non si sa.
Così, dopo che la scure si abbatté sul capo della donna, il boia si precipitò a raccoglierne la testa dalla quale scesero copiose delle lacrime di disperazione.
Anche questa volta Giovanni riesce a non smentire il suo spirito dissacrante: «Beh, a quanto pare la risposta alla domanda del boia è stata affermativa».
Ma a vagare senza pace in via Maria Vittoria non c’è soltanto lo spirito senza testa della Bela Caplera. Da queste parti sembra davvero difficile trovare un fantasma “tutto intero”. Per esempio il bel palazzo storico del numero 19 si pensa infestato dallo spirito di Don Gnavi, un sacerdote ucciso nel 1918 per aver incautamente prestato 30 lire a un poco di buono. Il suo assassino, tale Pietro Balocco, era infatti uno scagnozzo della mala torinese che prima uccise il povero prete e dopo lo fece a pezzi chiudendone il torso in una valigia e buttandone la testa e gli arti nel Po.
Luca a questo punto vuole parlarci anche dello spettro senza nome avvistato nella vicina chiesa di San Filippo, ma l’aprirsi improvviso di una persiana sopra le nostre teste ci convince ad allontanarci. Forse i nostri discorsi hanno disturbato qualcuno e tutti e quattro temiamo che non si tratti di un fantasma. «Che comunque non abbiamo ancora visto…» dice Giovanni, col suo solito tono sarcastico.
«E smettila di fare sempre il disfattista» è la risposta piccata del nostro esperto di misteri torinesi.
Guardo l’orologio: mezzanotte e un quarto. Ci incamminiamo a passo svelto, risalendo la via in direzione di piazza San Carlo. L’impressione, anche se non palesata apertamente, è che siamo in ritardo per un appuntamento con qualcuno… o qualcosa.
«Muoviamoci, è già molto tardi».
I fantasmi, com’è noto, sono delle entità piuttosto refrattarie al contatto con gli esseri umani e pretendono una certa puntualità.
[ CONTINUA… ]
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