Bielorussia nel cuore, nonostante tutto (Pagina)

Dopo aver provato invano a contattare via mail il Console Onorario della Bielorussia a Torino, incontro Sasha in un bar di zona San Donato. Ha la barba e i capelli biondi corti, proprio come noi italiani ci immagineremmo un cittadino bielorusso, ma appena inizia a parlare mette in mostra una padronanza della nostra lingua davvero stupefacente.
Sasha vive a Torino da cinque anni ma è originario di Brest, una città bielorussa vicina al confine con la Polonia. L’eco degli scontri di piazza avvenuti domenica scorsa a Minsk tra i manifestanti democratici e i poliziotti fedeli al regime dell’ultimo dittatore d’Europa, Alexander Lukaschenko, è arrivato fin qui a Torino.
Di fronte a un eccellente caffè chiedo a Sasha quello che avrei voluto chiedere al Console: cosa sta succedendo in Bielorussia? E soprattutto, come mai questo troppo spesso dimenticato stato dell’Est non fa notizia nemmeno quando è sull’orlo di una rivoluzione?
«Qualche servizio al telegiornale l’hanno trasmesso, ma se chiedi in giro c’è ancora chi confonde il mio paese con la Russia».
Sasha mi racconta di Lukaschenko, il dittatore salito al potere diciassette anni fa e divenuto da allora una specie di piccolo Stalin del ventunesimo secolo. A suo parere molte libertà fondamentali sono ancora negate ai cittadini bielorussi, che non hanno nemmeno il diritto di decidere liberamente il loro presidente.
«Le elezioni di domenica scorsa – quelle che hanno visto la quarta riconferma di Lukaschenko con l’80% dei voti – sono state come sempre truccate, l’ha detto anche l’OCSE, ecco perché la gente ha deciso di scendere in piazza a protestare».
Migliaia di persone si sono riversate nelle piazze principali della capitale bielorussa sventolando bandiere europee e urlando slogan contro il regime.
«Sembrava l’inizio della rivoluzione, poi…».
Poi è arrivata la risposta di Lukaschenko. Dura e implacabile come solo quella di un tiranno sa essere. Le forze di polizia hanno cominciato a caricare i manifestanti e ad arrestarli. Più di seicento persone (tra cui sette dei candidati democratici alla presidenza) sono state trasferite nelle carceri del servizio segreto, quello che solo in Bielorussia si chiama ancora KGB.
«Sono preoccupato – confessa – mi madre mi ha detto che hanno arrestato mio cugino e attualmente non sappiamo ancora dove si trovi. Speriamo non l’abbiano portato in Akrestsin street».
Un indirizzo tristemente noto a Minsk per essere la sede di uno dei centri di detenzione peggiori del paese. All’improvviso mi appare chiarissimo come mai Sasha abbia deciso di lasciare il suo paese ancora giovane.
«Non ho neanche trent’anni, come faccio a vivere in un posto come quello?».
Gli domando allora della sua nuova vita sotto la Mole e lui sorride per la prima volta. Lavora per un’impresa edile e vive con altri ragazzi in una mansarda di borgo San Secondo. I soldi non sono molti ma se li fa bastare, e ogni tanto il sabato sera esce anche a mangiare una pizza con dei coetanei italiani.
«Insomma, qui va tutto bene – dice, poi gira lo sguardo verso un punto indefinito oltre la vetrata del bar – ma un pezzo del mio cuore è rimasto in Bielorussia».
.
.
Advertisements
Questa voce è stata pubblicata in Torino e Piemonte e contrassegnata con , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.