Tiberio Mitri, 10 anni dalla scomparsa della Tigre di Trieste (Il Giornale del Friuli)

MItriLaMottaAlle sette del mattino del 12 febbraio del 2001, il treno Roma-Civitavecchia travolse all’altezza di Porta Maggiore un uomo dall’aspetto trasandato, mentre in stato confusionale camminava lungo i binari. Circa settant’anni, pantaloni grigi, camicia bianca e un cappello beige. Il cadavere giunse verso mezzogiorno all’obitorio di Roma dove gli venne applicato un cartellino con la scritta “sconosciuto”.
Soltanto qualche ora dopo si scoprì che quello che a prima vista era sembrato essere un anonimo senzatetto era in realtà l’ex stella del pugilato degli anni ’50, Tiberio Mitri.
A dieci anni esatti dalla sua morte, il ricordo della “Tigre di Trieste” è ancora vivo nel cuore di tutti i veri appassionati della noble art, che lo ricordano per il coraggio mostrato sul ring e per la sua tecnica sopraffina.
Nato a Trieste nel 1926, Mitri esordì nel mondo della boxe all’età di vent’anni senza neppure accorgersene. Mentre era impiegato all’ufficio Economato del comune di Trieste cominciò a  frequentare una palestra di via Rigutti, bruciando le tappe fino a diventare un pugile professionista.
Nel 1948, nel giro di ventiquattro mesi, riuscì nell’impresa di conquistare prima il titolo italiano e poi quello europeo dei pesi medi.
Giovane e bello, Tiberio Mitri divenne tra gli sportivi simbolo dell’Italia di quegli anni. In quanto triestino, le sue vittorie sul quadrato divennero anche un simbolo patriottico, dal momento che la città di Trieste era all’epoca sotto commissariamento delle truppe americane e britanniche, in attesa della definitiva assegnazione all’Italia, uscita sconfitta dal secondo conflitto mondiale. Ma la sua popolarità si accrebbe notevolmente anche grazie al matrimonio con Miss Italia 1948, Fulvia Franco, un evento che finì sulle prime pagine di molti giornali dell’epoca.
Il 12 luglio 1950, nel giorno del suo ventiquattresimo compleanno, il pugile triestino salì sul ring del Madison Square Garden di New York per affrontare il mitico “Toro del Bronx”, Jake La Motta, in un incontro valido per il titolo mondiale dei pesi medi. Dopo quella sera, la vita dello stimato campione italiano non fu più la stessa. Come se avesse varcato una linea di confine, una frontiera ideale, oltrepassata la quale la sua fortuna improvvisamente svanì.
Il combattimento fu tremendo: il Toro contro la Tigre.
Su sette riprese le prime cinque si conclusero a favore dell’italiano, poi la furia di La Motta prese il sopravvento.
«C’era fumo, faceva caldo» ricordò Mitri nel suo libro autobiografico (“La botta in testa” – Ed. Carroccio), «chissà se potevo rovesciare tutto. Ci provavo. Tentavo. Senza armi contro il Toro. Nella mischia senza risparmio, incassavo, colpivo. L’ho cercato e voluto io questo incontro e adesso vado fino in fondo…».
Nel quinto tempo Tiberio perse molto sangue dal sopracciglio sinistro, barcollò, ma resistette eroicamente agli attacchi di Jake La Motta e ai suoi pugni «duri come pietre», evitando il K.O. Alla fine venne sconfitto ai punti dopo quindici riprese, guadagnandosi gli applausi del pubblico del Madison e la stima eterna del miglior picchiatore del Bronx. Eppure quando i riflettori si spensero, il pugile triestino venne sopraffatto dalla tristezza della sconfitta.
Rientrò in Italia solo a metà settembre, quando i cinegiornali avevano già proiettato all’infinito le immagini del match con La Motta, e gli esperti di boxe avevano dettato le loro sentenze. Ci fu chi esaltò l’orgoglio di Mitri, come Ranieri Nicolai («La linearità del suo pugilato è dote autentica e spontaneità genuina»), mentre altri contestarono la condizione mentale con cui il campione triestino affrontò quell’incontro: accecato dalla gelosia per il comportamento disinvolto della moglie Fulvia alla disperata ricerca di un contratto cinematografico a Hollywood, Mitri avrebbe affrontato La Motta distratto e nervoso.
Tutte chiacchiere, forse. Di certo c’è solo la versione dei fatti, estremamente realistica, che lo stesso Tiberio Mitri annotò anni dopo: «Molti avevano trovato scuse per le mie sconfitte incolpando situazioni e persone vicine a me, ma io no. Mai. Bisogna essere onesti con se stessi. Me stesso. Non ce l’avevo fatta a superare ostacoli più grossi».
La “Tigre di Trieste” non disputò mai più un incontro per il titolo mondiale, ma combatté ancora per sette anni con alterne fortune.
Nel 1954 divorziò da Fulvia Franco e nel maggio dello stesso anno riconquistò il titolo europeo in maniera rocambolesca, stendendo dopo pochi secondi con un poderoso sinistro l’inglese Randolph Turpin (uno dei pochi pugili ed essere riuscito a battere “Sua Maestà”, Ray Sugar Robinson).
Ma furono soltanto gli ultimi fuochi di una gloriosa carriera. Mitri non riuscì mai più a tornare il campione invincibile dei tempi d’oro, e infatti a pochi mesi dalla vittoria su Turpin dovette cedere nuovamente la corona europea. Questa volta il suo liquidatore fu il francese Charles Humes, un ex minatore tutto muscoli e zero tecnica. Mitri la prese con filosofia: «Lui era un ex minatore? Io ero un ex impiegato all’ufficio Economato del comune di Trieste. In altre situazioni nessuno si sarebbe stupito se le avessi prese da uno così».
Appese definitivamente i guantoni al chiodo nel 1957 con un score di tutto rispetto: 101 incontri disputati con 88 vittorie, 7 pareggi e solo 6 sconfitte.
Ancora giovane e famoso, sfruttò la sua notorietà tentando di riciclarsi nel cinema e nei varietà televisivi. Recitò ne “I soliti ignoti” con Totò e ne “La grande guerra” al fianco di Vittorio Gassman e Alberto Sordi. Ma dal 1975 in poi anche la sua avventura come attore terminò quasi del tutto. Le foto in posa da boxeur sbiadirono, i soldi terminarono, la gloria svanì.  «Non pensavo che la vita fosse così lunga», scrisse pensando ai soldi sprecati con donne e auto americane. Come un George Best nostrano, Mitri visse tutto d’un fiato, non programmando e non preparandosi mai per il domani. Forse fu meglio così, perché negli anni a venire ciò che la vita riservò alla “Tigre di Trieste” non fu che una festa mesta, fatta di drammi personali e familiari, che smontarono sempre di più la figura di quel campione invidiato da tutti. Quello che un tempo, a soli 24 anni, sembrò avere il mondo ai suoi piedi.
Assistette impotente alla morte dei suoi due figli, Alessandro e Tiberia, lasciandosi divorare dall’alcool e dalla droga. Devastato più nell’animo che dal sopraggiungere dal Parkinson e dall’Alzheimer, visse gli ultimi anni a Roma, nel quartiere di Trastevere.
Sopravvisse grazie ad una piccola pensione, aspettando  che il Parlamento approvasse una legge a favore delle vecchie glorie dello sport come lui. Un decreto a cui il Senato diede però il via libera soltanto il venerdì successivo alla sua scomparsa. Fu l’ennesimo scherzo del destino, l’ultimo, per il dimenticato campione triestino.
Poco prima di morire, un cronista gli chiese di parlargli dell’incontro di New York. Il vecchio Tiberio, con la mente ormai offuscata dagli anni e dalle botte,  rispose sorpreso: «Jake La Motta? Questo nome non mi dice niente».
.
.
 Il Giornale del Friuli, 12/02/2010

Approfondimenti:
Tiberio Mitri inedito (1)
Tiberio Mitri inedito (2)

Advertisements
Questa voce è stata pubblicata in Sport, Tiberio Mitri e contrassegnata con , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.