Arena Rock, la tendopoli è pronta (Pagina)

Corso Ferrara angolo via Traves, zona Continassa, estrema periferia nord-ovest di Torino. Non-luogo periferico dove tra cemento e asfalto il tempo è scandito dal via vai di auto, camion e clienti delle prostitute di picchetto sui marciapiedi. I destini di migliaia di immigrati sbarcati nelle scorse settimane a Lampedusa potrebbero arrivare fin qui, oltre il muro perimetrale grigio e arancione che delimita l’area dell’Arena Rock. Una struttura costata cinque milioni di euro che avrebbe dovuto ospitare i tour dei grandi nomi della musica: biglietterie, camerini, catering e un grande prato verde per accogliere migliaia di spettatori. Vasco Rossi avrebbe dovuto inaugurare l’impianto già nel 2007, ma il progetto non è mai decollato e oggi il prato dell’Arena Rock è al centro del dibattito politico piemontese. Un vivace botta e risposta tra il sindaco Chiamparino e il presidente della Regione Cota sull’ipotesi di trasformare l’impianto della Continassa in una delle più grandi tendopoli d’Italia.
Nei giorni scorsi, dopo l’annuncio del presidente del Consiglio Berlusconi dell’arrivo in Piemonte di circa 1500 immigrati, il dietrofront del primo cittadino torinese ha di fatto spiazzato tutti, compresi gli uomini dei vigili del fuoco che si erano precipitati a montare le tende: «Diffido il ministro Maroni dal prendere qualsiasi iniziativa dopo avere appreso che si stanno montando tendopoli laddove c’è disponibilità» ha detto Chiamparino, temendo che la buona volontà di Torino autorizzi altre città a lavarsi le mani di fronte all’emergenza immigrati.
Un atteggiamento che ha provocato la reazione piccata del presidente Cota che ha accusato il sindaco torinese di aver voluto fare «il primo della classe in diretta stampa» senza dirgli nulla.
Così da giorni la maxi tendopoli è in fase di empasse. Ufficialmente è tutto fermo, in attesa che domani a Roma una riunione della cosiddetta cabina di regia sblocchi la situazione, siglando un accordo sull’accoglienza tra tutte le regioni. Tuttavia tutto porta a pensare che i giochi siano fatti e che il destino dell’Arena Rock sia stato deciso. Al di là del muro perimetrale sono già state piazzate lunghe file di tende blu con lo stemma della protezione civile per ospitare 2400 persone, con buona pace dei residenti della zona che nei giorni scorsi si sono mobilitati con una raccolta di firme per opporsi alla tendopoli. Perché dalla parte opposta di corso Ferrara, a due passi dall’area della Continassa, c’è infatti la difficile realtà del quartiere Vallette, che dopo il carcere, la centrale di trasformazione dell’energia, il campo nomadi e il parcheggio per giostrai, pensa di aver già collaborato abbastanza a risolvere le problematiche della città.
Paradossalmente è stata proprio un’altra ondata migratoria, quella arrivata dal meridione d’Italia negli anni ’50 e ’60, ad aver fatto nascere questo borgo operaio, che dopo decenni di degrado è riuscito ultimamente a conquistare un’apparente facciata di normalità.
I gradevoli giardini dei bassi caseggiati di mattoni rossi di via delle Magnolie fanno pendant con i palazzoni di corso Molise, quelli che quest’estate, per i mondiali di calcio in Sudafrica, stupirono la città con un’armoniosa esposizione di bandiere tricolore. Altre palazzine con le tende da sole tutte uguali sembrano poter far scuola alle zone bene di Torino in quanto a stile e concordia condominiale, mentre verso corso Grosseto residui di costruzioni rurali si mischiano con le sagome delle nuove costruzioni che affacciano sul futuro stadio della Juventus. Piccoli e grandi sforzi di integrazione urbana che rischiano di essere offuscati dal nuovo fardello imposto dall’amministrazione comunale.
«Non vorrei che l’Arena Rock venisse trasformata in un CIE per migliaia di persone, sarebbe una soluzione fuori dal mondo» ha dichiarato ancora Roberto Cota, gettando ulteriore benzina sul fuoco.
Per placare gli animi ci vorrebbe proprio un intervento di Silvio Berlusconi in stile Lampedusa. Ma anche se il Cavaliere promettesse di comprare casa alle Vallette, qui non ci crederebbe nessuno.
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