Thyssen: fu omicidio volontario

La prima cosa che ho pensato appena ho saputo della sentenza sul rogo della Thyssen è stata che l’Italia, a  volte, sa ancora essere un bel Paese in cui vivere. Succede di rado ultimamente, d’accordo, ma ieri sera è stato così: il pubblico ministero aveva chiesto la condanna dei manager del più importante colosso siderurgico d’Europa per omicidio volontario e l’ha ottenuta.

Una sentenza che farà storia, una “svolta epocale” si è detto, ma forse sarebbe meglio sperare semplicemente che questo verdetto serva a riaffermare una volta per tutte la linea di condotta della buona giustizia italiana, quella che all’occorrenza sa difendere i deboli e punire i potenti. Quella che non si misura dal conto in banca degli imputati.

Nel processo Thyssen la legge è stata davvero UGUALE PER TUTTI, nonostante i supporto dei grandi avvocati che hanno difeso l’ad Esphenhahn e le manovre della multinazionale tedesca per uscire indenne da questo procedimento.
Forse c’eravamo dimenticati che quella scritta bellissima, solenne, ripetuta in tutti i tribunali italiani avesse ancora un reale significato. Così c’è voluta la storia triste del sacrificio sconfinato, impagabile, di sette operai torinesi per ricordarcelo. “Giustizia”, non dev’essere solo una bella parola.

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