Sulle tracce di Salgari

(La Stampa, 26 aprile 1911)

Devo scrivere un pezzo sui cento anni dalla morte di Emilio Salgari, il celebre scrittore di romanzi d’avventura che si suicidò proprio qui a Torino il 25 aprile del 1911. Decido così di provare a ricostruire quel giorno partendo dalla sua ultima dimora torinese, situata nella zona di Madonna del Pilone, vicino al lungopo.
Parcheggio la macchina davanti alla biglietteria del motovelodromo dedicato a Fausto Coppi e mi incammino a piedi lungo corso Casale, in direzione di Superga.
Il cielo è velato e promette pioggia.
Sono affascinato dalla struttura del motovelodromo. Sa molto di retrò e infatti non per niente ci fanno i mercatini dell’antiquariato. Salgari però non lo vide mai perché venne inaugurato solo nel 1920, 9 anni dopo la morte dello scrittore.
Sto cercando un indirizzo preciso: corso Casale 205. Emilio Salgari abitava lì, in quella che un cronista dell’epoca descriveva come una villetta a forma di piccolo castello. Mi suona strano. Non era morto povero questo Salgari?
Proseguo il mio giro camminando sul marciapiede che si trova sulla parte opposta al gradevole parco che costeggia il corso del Po. Madonna del Pilone è una bella zona. Sembra un paese con le sue belle botteghine e si respira aria di campagna. Si vedono bei condomini, ville e addirittura case rurali dove razzolano disinvolte le galline. Incredibile!
Nel 1911 poi, corso Casale non doveva essere certo trafficato come oggi. Solo ogni tanto doveva passarci qualche carrozza e molto più raramente un corteo funebre diretto alle cripte reali di Superga.
Attraverso la strada per comprarmi un gelato e per un attimo credo di aver raggiunto la mia meta. Vedo infatti una villetta a forma di castello, ma il numero non corrisponde affatto quello che sto cercando. Quando arrivo finalmente al civico 205 ho la conferma ai miei dubbi: non c’è nessuna villetta. C’è invece un caseggiato d’epoca modesto, bianco, a due piani  e con sotto ad una finestra una lapide che dice:
Fra queste mura  EMILIO SALGARI
visse in onorata povertà
popolando il mondo di personaggi
nati dalla sua inesauribile fantasia
fedeli ad un cavalleresco ideale
di lealtà e di coraggio
perchè gli italiani non dimentichino
la sua genialità avventurosa
il suo doloroso calvario
la rivista “Italia sul mare”
questo ricordo pose.
Ripenso all’anonimo cronista che il 26 aprile 1911 ricostruì il suicidio di Salgari e per l’occasione gli regalò la residenza in una lussuosa dimora che non aveva. Chissà poi perché… “Emilio Salgari si è ucciso a colpi di rasoio”, era il titolo dell’articolo, mentre la prima pagina di quel giorno era dedicata alla visita dei reali di Svezia a Roma.
L’uomo che cento anni fa uscì dal portone che ho di fronte ora non assomigliava per nulla al Sandokan interpretato da Kabir Bedi. Era basso, cicciottello, con un paio di imponenti baffoni da uomo di inizio secolo.
La vita fu strana per Salgari. A diffierenza di molti scrittori riuscì ad assaporare la sua gloria ma mai a goderne. Scrisse come uno schiavo per arricchire i suoi editori che in cambio non gli lasciarono che le bricciole.
Scriveva, scriveva, scriveva. Quando si riposava era per recarsi in biblioteca. Ma quale biblioteca? Mi guardo attorno e non ne vedo nemmeno una.
 Cerco di immaginarmi quando in questa parte di città non era ancora arrivato il minimo cenno di modernità. Salgari aveva deciso di viverci per allontarasi da tutti, specie dalla Torino salottiera. Il posto se l’era scelto bene, devo ammetterlo. Stando semplicemente qui, seduto al suo tavolo, ogni giorno creava le avventure della Tigre della Malesia e del Corsaro Nero. Poi arrivò quel giorno…
Emilio Salgari uscì di casa vestito da signore, come al solito, perché una volta anche i poveri tenevano al proprio decoro. Chissà, forse incontrò qualcuno che lo salutò: “Salve Cavaliere!”. Nessuno avrebbe sospettato che lo scrittore avesse appena messo il suo ultimo punto e fosse uscito con un rasoio in tasca con l’intenzione di farla finita.
Perché si suicidò? Per via dei soldi, certo. Sempre troppo pochi. E poi c’era il dispiacere per la sorte di Ida, sua moglie, che era stato costretto a rinchiudere in manicomio. Forse si sentiva troppo solo, raggirato dagli editori. Uno stupido? No, solo un “vinto”, come lui stesso si definì nella sua ultima lettera.
Si incamminò per un sentiero di collina isolato, la strada del Lauro. Da lì entrò in un bosco di proprietà dei Rey, una famiglia di commercianti di origine francese che aveva fatto fortuna a Torino con il commercio di tessuti. Esiste ancora villa Rey… Nessuno sa quanto ci pensò, se esitò, se pianse. Quando lo trovarono grazie all’allarme dato da una lavandaia del borgo, il sole stava quasi tramontando: era a terra con il ventre e la gola squarciati. Il rasoio lo teneva ancora in mano.

Anche adesso si sta avvicinando l’ora del tramonto e vista da qui, per la prima volta, la collina mi sembra assomigliare un po’ all’esotica Mompracem.

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