Salgari, 100 anni fa la fine di un «vinto» (Pagina)

Decise di farla finita il 25 aprile di cento anni fa, un giorno che a quei tempi, ancora ben lontani dalla liberazione, era una data qualsiasi. Forse meditò a lungo sul modo in cui lasciare questo mondo, oppure lo decise in un attimo, alzandosi di scatto dalla scrivania della quale era schiavo e «spezzando la penna» dopo aver messo il punto all’ultima riga. Di sicuro anche quella volta Emilio Salgari lasciò tutti a bocca aperta, così come avevano sempre fatto i protagonisti dei suoi romanzi.
Le cronache del tempo raccontano che un fonogramma arrivò alla questura di Torino nella serata del 25 aprile 1911. Un cadavere era stato rinvenuto in un bosco della collina, sopra la chiesetta di Madonna del Pilone. A fare la macabra scoperta fu una lavandaia ventiseienne, tale Luigia Quirico, salita in collina a far legna e subito terrorizzata da un’agghiacciante visione: il corpo di un uomo con ancora in mano un affilato rasoio giaceva a terra con ventre e gola squarciati. “Suicidio!”, disse subito il funzionario della questura accorso sul posto, ordinando ai suoi uomini di setacciare i vestiti del morto per cercare qualcosa di utile per poter risalire al suo nome. Tra le poche case di Madonna del Pilone invece, l’identità del cadavere venne accertata in un lampo. Anche la lavandaia lo aveva riconosciuto subito, si trattava del noto scrittore di romanzi d’avventura Emilio Salgari.
Nato a Verona nel 1862, Salgari si trasferì a Torino nel 1892 spacciandosi per capitano di marina, un titolo che non ottenne mai nonostante in gioventù avesse frequentato il Regio Istituto Nautico di Venezia. Conobbe realmente soltanto le coste dell’Adriatico ma per tutta la vita solcò i mari immaginari della letteratura con le straordinarie imprese del suo Corsaro Nero e descrivendo luoghi esotici e foreste misteriose che non vide mai.
Visse l’ultimo periodo della sua vita in una casa modesta a Borgo Po, zona dove ancora oggi si respira un bel profumo di campagna e che allora rappresentava un vero isolamento dalla Torino salottiera. Schivo, di natura e per destino, Salgari riuscì infatti a conquistare con i suoi romanzi un’ottima fama di scrittore, ma mai la serenità economica. Ad arricchirsi con il suo talento furono soprattutto le case editrici che a causa della sua ingenuità lo costrinsero a firmare contratti assurdi, che lo trasformarono in uno scrittore a cottimo. Doveva pubblicare tre libri l’anno e per riuscirci era costretto a scrivere almeno tre cartelle al giorno, tutti i giorni dell’anno. «La professione dello scrittore dovrebbe essere piena di soddisfazioni morali e materiali» scrisse mestamente, «io invece sono inchiodato al mio tavolo per molte ore al giorno ed alcune della notte, e quando riposo sono in biblioteca per documentarmi. Debbo scrivere a tutto vapore cartelle su cartelle, e subito spedire agli editori, senza aver avuto il tempo di rileggere e correggere».
Effettivamente scrisse tantissimo: ottanta romanzi e più di centocinquanta racconti, alcuni dei quali pubblicati con vari pseudonimi per aggirare le clausole contrattuali che lo legavano in esclusiva ad alcune case editrici. Almeno un centinaio furono i falsi apocrifi, messi in commercio da editori senza scrupoli e addirittura dagli stessi figli dello scrittore. Ci fu poi anche chi prese alla lettera le avventure narrate da Salgari traendone spunto per una vera epopea terzomondista in America Latina. È il caso del leggendario comandante della rivoluzione cubana Ernesto Che Guevara, il quale dichiarò di aver letto più di sessanta romanzi dell’autore veronese.
Nel 1911 l’equilibrio già precario di Emilio Salgari venne ulteriormente sconvolto dalla malattia mentale della moglie Ida, per la quale fu costretto a contrarre molti debiti che aumentarono il potere ricattatorio dei suoi editori. Fece ricoverare la donna in manicomio e provò a tirare avanti ancora un po’, finché quel fatidico giorno uscì di casa per l’ultima volta vestito di tutto punto e con in tasca un rasoio, diretto in collina. Sul solito tavolo lasciò due lettere, la prima per gli odiati editori («A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati pensiate ai miei funerali»), l’altra per i figli in cui si definiva ciò che non era: «un vinto».
Giunse infine nei pressi di un burrone in Val San Martino e si suicidò in un bosco di proprietà della ricca famiglia Rey, così remoto che sarebbe piaciuto anche al suo Sandokan.
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