Il Tagikistan è invaso dalla droga (Limes)

Quando nel 329 a.C. giunse nell’odierno Tagikistan, Alessandro Magno fondò su quella terra rossastra, spazzata dal vento, la città più remota dei suoi possedimenti, Alessandria Eskate, “L’ultima Alessandria”: un estremo brandello d’Occidente oltre il quale iniziava l’Est più sconosciuto, in quella distesa sconfinata ed affascinante di valli e pianure chiamata Asia Centrale.
Oggi come allora il Tagikistan è un paese misterioso, il più povero tra le repubbliche ex Sovietiche. Sette milioni di abitanti, nessuno sbocco al mare e un territorio prevalentemente montuoso protetto da vertiginose alture che superano i settemila metri. Un enorme scoglio di roccia che funge da avamposto per la narco-aggressione che dalle piantagioni di oppio afgane arriva, attraversando l’Asia Centrale, fino ai ricchi mercati di Europa e Russia.
Nato all’indomani del crollo dell’Urss, quello tagiko è uno Stato palesemente artificioso, governato da istituzioni deboli e corrotte, dove oltre l’80% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. Quasi la metà del pil è guadagnata da migranti che lavorano all’estero e a parte Dushanbe, la capitale, il resto del territorio sfugge ancora al controllo della legge. È questo quadro desolante ad aver consegnato il paese nelle mani dei signori del narcotraffico. Almeno un quinto di tutta l’immensa produzione di droga dell’Afghanistan transita dal Tagikistan, la prima tappa di un lungo viaggio attraverso quella che viene definita una moderna Via della Seta.
Una volta giunto ai confini settentrionali delle province afghane, il frutto delle piantagioni di oppio viene preso in consegna dai gruppi tagiki, ormai ben più numerosi e meglio organizzati dei trafficanti internazionali. La droga entra ufficialmente in Tagikistan da sud-est, attraverso la catena montuosa del Pamir: oltre milletrecento chilometri di valichi di frontiera spalmati su un altopiano aspro, ricoperto di neve per la maggior parte dell’anno, che è diventato il paradiso dei trafficanti.
Noti localmente con il nome di Bam-i-Dunya, il “tetto del mondo”, queste montagne sono sempre rimaste pressoché un deserto, nonostante per settant’anni i sovietici abbiano provato a popolarle. I pochi abitanti dei villaggi d’alta quota, di fede musulmana-ismaelita, si prestano ormai sempre più volentieri a diventare dei corrieri a basso costo. Gli anziani coltivano l’oppio, impegnando il denaro guadagnato per arrotondare le piccole donazioni elargite dal loro capo spirituale, l’Aga Khan, un uomo d’affari svizzero che nel Pamir è venerato come una vera divinità.
Sfruttando le carenze del sistema normativo, il network dei trafficanti tagiki recluta spesso giovani al di sotto dei 14 anni, immuni dai procedimenti giudiziari. In questo modo il redditizio business della droga è arrivato a coinvolgere direttamente anche le popolazioni delle regioni più remote. Anche esse sono ormai parte integrante del micidiale meccanismo della narco-aggressione di cui il Tagikistan è al contempo vittima e carnefice.
Le droghe hanno fatto la loro comparsa a queste latitudini solo alla fine dell’occupazione sovietica dell’Afghanistan. Nel corso degli anni Novanta la presenza di sostanze stupefacenti è aumentata drasticamente per la contrapposizione tra il governo e la guerriglia islamica lungo i confini meridionali. Nel 1999 il fenomeno è esploso in tutta la sua drammaticità: buona parte delle 4700 tonnellate di oppio raccolte in Afghanistan (quantità equivalente a tutto l’oppio prodotto nel mondo nei primi anni Novanta) ha letteralmente travolto il Tagikistan. Nel 2001 i primi sequestri di anidride acetica hanno svelato l’esistenza di laboratori e depositi di oppio grezzo adiacenti alle zone di confine e due anni dopo un rapporto dell’agenzia Onu che si occupa del controllo del narcotraffico – la Unodc – ha classificato lo Stato centro-asiatico al terzo posto tra quelli più colpiti dal narcotraffico dopo Iran e Pakistan (56 tonnellate di eroina intercettata).
I trafficanti varcano il confine tagiko con auto e camion, ma molto spesso anche a dorso di muli e cammelli. La maggior parte delle spedizioni è organizzata da Kurdoz, città afgana quartier generale del potentissimo re dell’oppio, Gulboddin Hekmatyar. Da qui le bisacce degli animali da soma e i portabagagli delle vecchie Lada guidate dai corrieri partono per il loro viaggio lungo i sentieri impervi che conducono alla pericolosa e suggestiva Valle Rasht. Rifugio dei basmachi musulmani durante le rivolte antizariste, questa zona è stata anche la roccaforte dei guerriglieri dell’Oto (Opposizione unita del tagikistan) nella guerra civile che ha sconvolto il paese dal 1992 al 1997.
Proprio nella Valle Rasht l’affermazione secondo cui il Tagikistan sarebbe il paese più pericoloso del mondo appare corroborata; coi suoi paesaggi irreali che rimandano a una terra di mezzo malvagia e inospitale, tra carcasse di vecchi blindati e tribù isolate, la valle è diventata un corridoio attraversato dai trafficanti che portano la loro preziosa merce verso nord, in quel lembo di terra pianeggiante dove il clima tagiko incontra la siccità delle steppe. Dushanbe è l’ultima tappa prima che la droga lasci definitivamente il paese dirigendosi a ovest, vesto l’Uzbekistan, oppure ad nord-est verso la città kirghiza di Osh. La meta successiva è il Kazakistan, dove grazie a un discutibile accordo doganale qualunque merce può circolare liberamente verso la Russia, la Bielorussia e l’Ucraina. Da lì, la porta dell’Europa, ricca e affamata di droga, è aperta.
L’avvicendarsi dei paesi di transito fa lievitare in modo esponenziale il valore della droga: l’eroina vale quattrocento dollari al chilogrammo quando si trova ancora nei confini afghani, mille una volta superato il confine tagiko, duemila a Dushanbe e diecimila al mercato nero di Mosca.
La Unodc calcola che circa 100 tonnellate di eroina attraversino ogni anno i confini del Tagikistan, una quantità paragonabile al consumo annuo in Europa e Nord America. Pertanto, si può stimare che il reddito annuale del traffico dell’eroina afghana oscilli attorno al miliardo di dollari, a fronte di un pil che in Tagikistan raggiunge a stento i 2 miliardi. Ma in un paese dove la metà della popolazione è al di sotto dei diciotto anni, la narco-aggressione all’Occidente provoca anche dei gravi effetti collaterali legati alla tossicodipendenza.
Circa cinquantacinquemila tagiki fanno uso abitualmente di droghe, due terzi di essi hanno meno di trent’anni e oltre diecimila sono affetti dal virus dell’Aids. In mancanza di comunità destinate al recupero dei tossicodipendenti, le uniche strutture disposte ad accogliere i malati sono i disumani penitenziari governativi. In futuro, a meno che il governo non si impegni concretamente per impedire l’uso del proprio territorio come canale fondamentale per il traffico di stupefacenti, la situazione è destinata a peggiorare. Nonostante ciò, il presidente Enomalii Rahmon si è recentemente complimentato per il lavoro svolto dalla polizia, affermando che il Tagikistan ha compiuto l’85% di tutti i sequestri di droga effettuati in Asia Centrale. Le agenzie internazionali considerano questa percentuale assolutamente insoddisfacente, dal momento che la droga sequestrata non supera il 10% di quella effettivamente transitata per le montagne del Pamir.
Impotente di fronte alle continue offensive dei signori dell’oppio, Rahmon guida ininterrottamente il paese dal 1994 e attraverso alcuni membri della sua famiglia esercita un controllo pressoché totale delle maggiori aziende nazionali. Rieletto per la terza volta con un referendum farsa che gli consentirà di governare indisturbato fino al 2020, il presidente appare sempre più concentrato nell’occuparsi con accanimento di problemi marginali. Nei suoi discorsi rimprovera ai tagiki di avere le mani bucate, e ordina di abolire le feste di compleanno, di matrimonio e ogni altra ricorrenza dannosa all’economia delle famiglie. Bandita anche l’usanza di incapsulare i denti con l’oro: «Come si può convincere le organizzazioni internazionali ad aiutarci se ci presentiamo con i denti rivestiti d’oro?».
Rahmon, il “cultore della civilizzazione indo-europea”, come egli stesso ama definirsi, parla di tutto ma non di ciò che ha ridotto il Tagikistan ad un narco-Stato satellite dell’Afghanistan: la droga. Dal canto suo, anche la comunità internazionale sembra spiazzata di fronte all’impressionante aumento dei traffici illeciti in Asia Centrale. Fino al 2003, un accordo bilaterale consentiva alla Russia di pattugliare i 1344 chilometri della frontiera tagiko-afghana. Alla scadenza del decennio di validità le autorità di Dushanbe si sono incomprensibilmente rifiutate di rinnovare il concordato. Per sette anni la lunghissima zona di confine è stata protetta per soli 70 chilometri dal mal equipaggiato esercito locale, per la felicità dei signori dell’oppio.
Per porre un freno al degenerare del problema, nel settembre del 2005 l’Unione Europea ha accettato di pagare trenta milioni di dollari per migliorare la sicurezza dei valichi tagiki. Nello stesso anno gli Stati Uniti hanno stanziato sedici milioni di dollari per attività di contrasto al traffico illecito di stupefacenti nel paese. Nessuna di queste iniziative ha però raggiunto i risultati sperati: nel 2009 la quantità di droga sequestrata in Tagikistan è stata notevolmente inferiore rispetto al 2008.
Soltanto a dicembre 2010 la Russia, il paese più danneggiato dalla rotta seguita dalle droghe afghane, è riuscita finalmente a siglare un serio accordo antinarcotici con Tagikistan, Afghanistan e Pakistan, allo scopo di consentire uno “scambio di informazioni sui canali del traffico di droga e sulle persone coinvolte nei traffici illeciti”. Difficile per ora dire se ciò sarà sufficiente a porre un freno alla narco-aggressione, spina nel fianco di Mosca e dell’Occidente, nonché grave minaccia per l’avvenire dei popoli dell’Asia Centrale.

  – Limes, 29/04/2011

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