Il geloso Mitri in incognito a Torino (Pagina)

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Molti torinesi si sono appassionati alla sua storia grazie alla fortunata fiction “Il Campione e la Miss”, trasmessa su Raiuno, ma il legame tra la stella della boxe anni ‘50 Tiberio Mitri e Torino è nato molto prima che il volto del moncalierese Luca Argentero interpretasse il suo ruolo in tv.
Se sia stato amore a prima vista, se la proverbiale freddezza sabauda si sia o no sciolta con il calore che i tifosi riservavano ovunque al campione triestino, non è del tutto chiaro. Di certo si sa che i torinesi aspettavano Mitri dall’aprile del 1950, cioè da quando le voci su un suo possibile primo incontro sotto la Mole vennero accolte con speranzoso entusiasmo dagli appassionati di pugilato. Tiberio Mitri, numero uno europeo dei pesi medi, all’apice della sua carriera, avrebbe dovuto esibirsi alla fine dell’anno in un match da organizzare a Torino Esposizioni, ma non prima di aver affrontato Jake La Motta a New York per tentare l’assalto alla prestigiosa corona assoluta dei medi. In un pugilato in cui i titoli conquistati erano ancora veri, la possibilità di accogliere a Torino un campione del mondo italiano sembrò concreta. Tutto svanì, forse, dopo la sconfitta contro il Toro del Bronx. La Stampa ne diede notizia il 17 novembre del 1950: 1«È definitivamente sfumata l’ipotesi degli appassionati di vedere sul ring Tiberio Mitri».
I torinesi dovettero così attendere fino al 1953 per poterlo applaudire dal vivo. I campionati piemontesi di pugilato svolti in una palestra di Collegno il 5 febbraio lo videro infatti sulle gradinate come interessato spettatore degli incontri. «Mitri vorrebbe combattere a Torino», fu il titolo di un articolo pubblicato su La Stampa Sera nel quale l’amato boxeur esprimeva rammarico per la mancanza nella nostra città di «un’organizzazione in grado di sfruttare la passione per il pugilato». Nella stessa intervista affermò tra l’altro di essere venuto a Torino per la prima volta. Non era la verità. Lo confessò lui stesso nel suo libro autobiografico, “La botta in testa” (ed. Carroccio), raccontando del suo arrivo a Porta Nuova in una sera del 1952, praticamente in incognito. Colto da uno dei suoi incontrollabili attacchi di gelosia, gli stessi che secondo alcuni gli costarono la sfida contro La Motta e che sono stati citati anche nel copione de “Il Campione e la Miss”, venne in città unicamente per cercare sua moglie. La bella miss Italia 1948, Fulvia Franco, in quel periodo era infatti impegnata nelle riprese di un film sulle rive del Po. «Arrivai di sera, curioso e sospettoso. Diciamo geloso», scrisse il pugile, «all’albergo non c’era. Girai per la città invernale, col freddo umido, tracannai quattro o cinque cognac. Qualcuno mi conobbe e mi salutò».
Mitri trovò Fulvia in un night, in compagnia di Mario Amendola, Mario Bernandi e Alberto Sorrentino. A quanto pare, vendendolo comparire sulla soglia del bar notturno, l’accoglienza della Miss fu tiepida, per non dire distaccata. Secondo Tiberio quella sera Fulvia fece di tutto per farlo ingelosire mettendosi a ballare un ritmo brasiliano con un «gagà locale». Furente di gelosia, il Campione buttò all’aria quello che c’era su un tavolino, mise dei soldi sul bancone, girò i tacchi e uscì dal locale. L’indomani se ne tornò a Roma, ferito e sconsolato: «In treno pensavo che avevo fatto tutto quel casino per niente, considerato che mi ero ripromesso di lasciarla». Cosa che fece per davvero nel 1954, quando i due si separarono per sempre, ma a quanto pare senza mai divorziare formalmente. Quello fu per Mitri anche l’anno del ritorno alla gloria. Con un tremendo sinistro che stese dopo soli pochi secondi il mulatto Randolph Turpin, riconquistò a Roma la corona europea dei medi. La felicità per l’insperata resurrezione di un campione che sembrava ormai sul viale del tramonto durò però pochissimo, infrangendosi sotto i pugni del rude ex minatore francese Charles Humez, che lo privò nuovamente del titolo.
La carriera pugilistica di Tiberio Mitri si avviò per davvero verso la fine. Gli vennero organizzati una serie di incontri poco rilevanti e girò l’Italia in lungo e in largo come una trottola solo per far cassa degli ultimi scampoli di notorietà. In questo forsennato girovagare pensò di essere venuto anche a Torino nel 1953. «Combattei a Torino contro Aubignat», credette di ricordare, «e mi pare sia stata l’unica volta che mi si vide in televisione». Un errore, perché in realtà l’incontro si svolse a Milano.
Nei due anni successivi, nonostante quelle sconfitte che pesavano come un macigno sulla carriera sportiva di Mitri, l’affetto dei tifosi non accennò a diminuire, al punto che l’entusiasmo soffocato sul nascere cinque anni prima poté sbocciare finalmente proprio a Torino, alla fine del mese di marzo del 1955. «Mitri combatterà a Torino» annunciò orgogliosa La Stampa, comunicando l’organizzazione di una riunione pugilistica in aprile, in un ring allestito per l’occasione al Teatro Nuovo. Avversario di Tiberio avrebbe dovuto essere il francese Barbadoro, che diede forfait a causa del mancato ottenimento del nullaosta dalla sua federazione. Questa volta l’imprevisto non pregiudicò comunque il regolare svolgimento del match torinese. Il francese venne semplicemente sostituito con una vecchia conoscenza di Mitri, il pugile tunisino Tino Albanese. Avversario tutto sommato modesto, ma che poteva vantare qualche simpatia sotto la Mole per via di un cugino residente in via XX Settembre.
Il 14 aprile 1955, una piccola folla accolse tra gli applausi il campione triestino a Porta Nuova: «Per la prima volta Tiberio Mitri in un incontro pugilistico a Torino». In un’intervista fatta dalla Stampa per l’occasione si disquisì però più dei suoi problemi familiari che di boxe. «L’atleta parla dei suoi progetti e delle sue speranze, dei rapporti con la moglie e del tenero affetto per il figlio». Con «naturalezza e cortesia» rispose alle domande del cronista sulla ex moglie Fulvia Franco, riferendo dei loro rapporti divenuti corretti, ma limitati alle questioni riguardanti il loro figlio Alex.
Il quotidiano torinese definì ancora Mitri il pugile più popolare in Italia, sottolineando la «spontanea e immediata simpatia che suscita negli appassionati la sua boxe brillante e spettacolare». Il suo nome sul cartellone sembrò quindi una sicura garanzia di successo per la manifestazione, i cui retroscena raccontanti nella già citata autobiografia, rasentano a tratti la comicità. Si scopre che solo quattro giorni prima dell’incontro Tiberio aveva ancora grossi problemi con il peso: settantasei chili e mezzo. Aveva mangiato troppo nelle settimane precedenti ed il raggiungimento del limite per l’incontro con Albanese, fissato dalla bilancia a settantatré chili, sembrò impossibile.
«Prima di cena a Torino ci controllammo e Proietti (il suo manager) chiuse gli occhi dandosi una manata sulla testa pelata. Settantasette, annunciò. Avrei potuto pagare la penale che era, credo, di trentamila franchi, ma battere la bilancia faceva parte del gioco». Nei suoi centouno incontri da professionista Mitri non aveva mai passato i limiti di peso, ma quella volta dovette ricorrere a dei farmaci e ad un dottore per un’endovenosa per riuscire nell’impresa.
Arrivò poi finalmente la sera dell’evento. Quasi divertita appare la versione dei fatti fornita da La Stampa riguardo al clima nel teatro durante i match che precedettero l’ingresso sul quadrato del triestino: «C’è un gran viavai di gente: organizzatori, giornalisti, fotografi, agenti di P.S., pompieri di servizio, il pugile Baldini che cerca disperatamente la sua valigia; ma spettatori veri e propri (quelli che pagano) pochi, o almeno non quanti se ne attendevano i promotori della manifestazione». Gli stessi che cominciarono a mugugnare sulla notoria freddezza del pubblico torinese, «che non si muove se non gli presentano la boxe su un vassoio d’argento (con contorno di teleschermi)».
Alla fine il teatro si riempì e l’atmosfera si scaldò soltanto a pochi minuti dall’incontro principale con Mitri. In fondo a Torino, tutti aspettavano soltanto lui. Da anni. Come si presentò il Campione? Con una vistosa debolezza fisica le cui cause spiegate sopra erano ignote ai paganti.
Gong della prima riprese e via. Questa la breve cronaca dell’incontro: «Albanese attacca; Mitri è pronto a schivare il destro del tunisino, per partire alla offensiva verso il successo». Al termine delle dieci riprese di tre minuti ciascuna il triestino riuscì a vincere ai punti.
«Il ring di Torino porta fortuna a Mitri» scrisse la Stampa Sera. Anni dopo lo stesso Tiberio sembrò rispondere per iscritto a quella involontaria allusione che oggi appare tragicamente ironica: «Pensavo a quanti dicevano che ero un pugile fortunato. Costoro non sapevano nulla della fortuna. Se fossi stato scalognato sarei finito, morto al primo pugno».
Tiberio Mitri non sapeva ancora dell’amaro destino che il futuro gli avrebbe riservato. Problemi economici, lutti familiari e malattie che avrebbero offuscato negli anni a venire l’immagine di quel campione vincente, osannato dall’Italia del dopoguerra. A Torino, quella sera di cinquantasei anni fa, nemmeno lui sapeva molto sulla fortuna.

 – Pagina.to.it, 29/09/2011

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