Steve Jobs, il visionario sotto la Mole (Pagina)

Correva l’anno 1974. Torino contava un milione e duecentomila abitanti, il sindaco era l’architetto democristiano Giovanni Picco e dalle officine di Mirafiori uscivano le prime Fiat 131. Proprio quell’anno un diciannovenne americano di nome Steve arrivò nella nostra città. Un episodio apparentemente banale ma che diventa assolutamente degno di nota se riguarda una persona che è riuscita a cambiare il mondo con il suo ingegno. Chi era quel ragazzo? Allora, semplicemente un diplomato dell’istituto Homestread di Cupertino, in California, che dopo appena un semestre di università decise di abbandonare gli studi trovando lavoro alla Atari, a quel tempo pionieristica azienda di videogiochi. Fu così che dopo essere stato mandato a Monaco di Baviera per riparare una partita di programmi difettosi, il futuro co-fondatore della Apple, Steve Jobs, decise di prendere un treno per Torino.
È ciò che rivela la biografia del compianto genio dell’informatica scritta da Walter Isaacson e pubblicata in Italia da Mondadori. Un libro che appena uscito è già un bestseller. Ottocento pagine frutto di due anni di lavoro, da leggere su carta o sui touch screen, nelle quali viene ripercorsa l’intera vita di Jobs.
La storia è curiosa. Steve Jobs soggiornò a Torino per due settimane, ospite di un distributore della Atari in Piemonte, e a quanto sembra rimase favorevolmente impressionato dalla città: «Passai due settimane meravigliose. Torino è una città industriale piena di vita». Poche parole ma precise e sicure per una descrizione che sembra stridere non poco con lo stereotipo della città-fabbrica grigia e noiosa, tanto in voga in quegli anni.
Scopriamo inoltre dal libro che il guru della Apple fu colpito dalla figura del distributore della Atari, colui che lo accompagnò in giro sotto la Mole. «Un tipo incredibile», lo descrisse Jobs. Nessuna indiscrezione, almeno per ora, sul nome di questo valevole cicerone, mentre qualche dettaglio emerso nella biografia di Isaacson potrebbe far individuare ai più assidui frequentatori dei ristoranti cittadini il locale esatto dove i due erano soliti cenare. «Mi portava tutte le sere a cena in un posto dove c’erano solo otto tavoli e nessun menù. Dicevi semplicemente all’oste ciò che volevi e lui lo preparava. Uno dei tavoli era riservato al presidente della Fiat. Fantastico».
Non sapremo mai se quei giorni torinesi furono o no una tappa importante nella futura vita di Steve Jobs. Di sicuro immediatamente dopo quel periodo egli si recò in India e una volta tornato in California decise di fondare insieme all’amico Steve Wozniak una società informatica chiamata Apple Computer. Era il 1 aprile 1976 e da quel giorno il mondo intero ha dovuto “sincronizzarsi” con le straordinarie idee del “visionario” della Silicon Valley.
Anche per questa ragione, nulla vieta di credere che già nel lontano 1974 Jobs avesse davvero riconosciuto nel capoluogo piemontese delle straordinarie doti nascoste. Tanto più che se rilette oggi, le sue parole fanno tornare in mente quanto molti anni dopo verrà affermato da un giornalista del New York Times: «Torino è l’equivalente turistico della “Lettera rubata” di Edgar Allan Poe», ovvero un segreto ben custodito lasciato in bella vista.
Forse, solo un visionario avrebbe potuto riconoscere sotto il cielo «scordato dalle fiabe» della Torino del 1974 la forza necessaria per una rinascita dalle ceneri industriali, la conquista delle Olimpiadi invernali del 2006 e l’impensabile vocazione turistica. Una città che ha saputo riscoprirsi affamata e folle al punto giusto da sapersi completamente reinventare. «Stay hungry, stay foolish», avrebbe detto Steve Jobs.

 – Pagina.to.it, 27/10/2011

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