Oceano Atlantico, marzo 1987: prova generale di una guerra negli abissi (Ecoinchiesta; EaST Journal)


L’operazione“Atrina” fu pensata per dimostrare la leadership dell’Unione Sovietica negli oceani. Ma fu soprattutto una azione sconsiderata che rischiò di provocare l’inizio di un conflitto nucleare

Salparono all’improvviso, senza sapere per dove e perché. Nel marzo del 1987 cinque sommergibili nucleari sovietici lasciarono la penisola di Kola per una misteriosa operazione di ricognizione. Una missione preparata in condizioni di segretezza senza precedenti. I comandanti delle unità sottomarine ricevettero gli ordini solo dopo la partenza, in modo da evitare il rischio di qualsiasi possibile contatto con l’Occidente: il nemico. Nemmeno i livelli più alti della nomenklatura sovietica, compreso il segretario generale Mikhail Gorbachev, vennero informati di quanto stava accadendo. A Mosca, solo una manciata di generali erano al corrente dell’azione: nome in codice, “Atrina”.
Appena i sommergibili sovietici raggiunsero l’Atlantico vennero intercettati dai radar delle navi militari statunitensi. La loro rotta non aveva nulla di anormale e per questo gli Usa si limitarono a seguirli senza particolare preoccupazione, utilizzando dei sistemi di rilevamento a distanza. Poi, successe l’impensabile. Tra l’Islanda e la Groenlandia le unità sovietiche cambiarono improvvisamente direzione, puntando verso sud. Ci fu giusto il tempo di registrare quel repentino cambio di coordinate e i sottomarini sparirono dai radar. Inspiegabilmente. In America scoppiò il panico.
Erano passati solo tre anni dall’uscita della prima edizione del libro di Tom Clancy, “La grande fuga di Ottobre Rosso”, la storia di un sommergibile nucleare sovietico in grado di muoversi nelle profondità marine sfuggendo al rilevamento dei sonar. In quel momento, ignorando quali fossero le reali intenzioni del Cremlino, l’incubo di un attacco a sorpresa agli Stati Uniti sembrò avverarsi nella maniera più folgorante e inaspettata.
Il presidente Ronald Regan, informato a riguardo, ordinò di fare tutto il possibile per rintracciare i battelli sovietici. Tutta la Flotta Atlantica della Marina degli Stati Uniti venne messa in allarme: sottomarini nucleari, portaerei, incrociatori e cacciatorpedinieri iniziarono a pattugliare l’Atlantico.
Passarono ore e giorni senza che gli americani trovassero nulla. Superando la fantasia di Clancy, un’intera divisione di sottomarini nucleari sovietici passò una settimana in prossimità delle principali basi navali degli Stati Uniti d’America, tempo in cui le forze antisommergibile Usa si dimostrarono completamente impotenti.
«Per loro fu un vero shock», ha ricordato alla tv russa Valdimir Chernavin, comandante in capo della Marina Sovietica tra il 1985 e il 1991, «il pedinamento fu così intenso che i nostri comandanti furono costretti a usare estrema cautela per evitare di far scoppiare per davvero una guerra».
Tra Usa e Urss si giocò insomma una specie di nascondino nelle profondità oceaniche, mettendo in serio pericolo la pace nel mondo.
Il primo battello sovietico venne finalmente trovato solo l’ottavo giorno, o forse venne fatto trovare apposta al solo scopo di passare alla seconda fase di “Atrina”: riuscire a sfuggire agli inseguitori americani senza essere affondato.
Per la prima volta in tempo di pace ai comandanti sovietici venne data la possibilità di compiere manovre contro i sommergibili Usa come in un conflitto. Secondo Chernavin, a volte gli americani inseguirono l’unità uscita allo scoperto ignorando di essere un facile bersaglio delle altre quattro. Nel momento più difficile i sottomarini sovietici vennero aiutati da alcuni aerei decollati dalle basi cubane. Dopo due mesi tutti i sottomarini rientrarono alla base senza aver subito alcun danno: missione compiuta.

Come nei film
Ne “La grande fuga di Ottobre Rosso”, un gigantesco sottomarino nucleare della classe Akula/Typhoon riusciva a muoversi silenziosamente grazie ad una rivoluzionaria tecnologia (la propulsione magnetoidrodinamica).
Nella realtà gli Stati Uniti si interrogarono a lungo su “Atrina”, scoprendo il presunto coinvolgimento di una azienda sussidiaria della giapponese Toshiba, la Toshiba-Kongsberg, nella fornitura di tecnologie innovative all’Unione Sovietica. Materiale che potrebbe essere stato utilizzato nella produzione di silenziosissime eliche per sottomarini, spiazzando così gli Stati Uniti che avevano sempre fatto affidamento sulla notoria rumorosità dei battelli sovietici.
Gli Stati Uniti accusarono l’azienda nipponica di aver violato l’embargo internazionale in vigore per alcuni paesi del Comecon, considerando quella vendita come una grave minaccia alla sicurezza dell’America. L’episodio rese inoltre molto tesi i rapporti diplomatici tra Usa e Giappone e portò all’arresto di due dirigenti della Toshiba. Alla società vennero inoltre inflitte delle sanzioni da parte di entrambi gli stati.
Il senatore americano John Heinz affermò che quanto avvenne nel marzo del 1987 comportò a Washington una spesa di 517 milioni di dollari per adeguare i sistemi di sicurezza.

La guerra sfiorata
L’operazione“Atrina” fu pensata per dimostrare la leadership dell’Unione Sovietica negli oceani, la prova che la marina militare di Mosca poteva svolgere azioni audaci in qualsiasi parte del mondo.
Gli americani non furono all’altezza di capirne né l’obiettivo, né il numero di unità impiegate né la rotta che seguirono. In definitiva, ci fu per l’Unione Sovietica la quasi certezza che in condizioni di guerra i sottomarini del presunto nemico sarebbero stati rapidamente distrutti. Per la Marina degli Stati Uniti tutto ciò si tradusse nella peggiore umiliazione mai subita dopo Pearl Harbour.
Ma “Atrina” fu soprattutto una azione sconsiderata, compiuta all’insaputa dell’intera umanità, che rischiò di provocare l’inizio drammatico di un conflitto nucleare mettendo in pericolo la vita di milioni di persone. Una palese violazione dell’accordo “sulle misure per ridurre il rischio di conflagrazione di un conflitto nucleare”, firmato nel 1971 a Washington da Usa e Urss. Un documento che aveva il preciso scopo di limitare il rischio di uno scoppio accidentale di un conflitto atomico. I suoi nove articoli stabilivano una serie di misure per favorire la comunicazione, presupposto essenziale per evitare che una circostanza inaspettata potesse sfociare, per mancanza di dialogo o per reciproca paura, in una guerra. L’esatto contrario di quanto accadde nel marzo del 1987, nel silenzioso scenario degli abissi oceanici.

 – Ecoinchiesta, 23/11/2011 ;  EaST Journal, 30/11/2011

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