“Mi chiamo Giovanni Tizian, e faccio il giornalista”

Non conosco personalmente Giovanni Tizian, anche se ci siamo “incrociati”, giornalisticamente parlando, nel numero di ottobre di Narcomafie.
Giovanni è costretto da quasi un mese a vivere sotto scorta per i suoi articoli sulla mafia in Emilia Romagna. In sostanza per aver fatto il suo lavoro. Quel lavoro precario e sottopagato che ci porta spesso a dover rispondere a una domanda scomoda: “ma chi te lo fa fare?”.
Vi riporto un pezzo di Manuela Mareso, direttrice di Narcomafie, che racconta la storia di Giovanni:

E’ sempre triste apprendere che un giornalista è costretto, per il suo lavoro, a vivere con la scorta. Lo è ancora di più se il nome è quello di un caro collega e collaboratore della tua testata.
Alla lista dei cronisti costretti a vivere sotto tutela nel nostro paese aggiungiamo oggi il nome di Giovanni Tizian, giornalista freelance, dal 2010 firma di punta di Narcomafie.
Conoscemmo Giovanni nell’autunno del 2009, quando contattò la redazione a seguito della lettura di un approfondito dossier su Modena da noi pubblicato nel giugno di quell’anno. “Finalmente qualcuno che porta la questione mafia in Emilia-Romagna su pagine nazionali. Io avrei molto da scrivere”, mi disse. Giovanni in effetti si occupava delle infiltrazioni della criminalità organizzata nella regione già dal 2006, quando iniziò a collaborare con la Gazzetta di Modena e a seguire meticolosamente tutte le operazioni che portavano alla scoperta di interessi della ‘ndrangheta, della camorra e di Cosa nostra nel territorio.
Un interesse per la materia dovuto non solo a un innato senso di giustizia e di senso civico, ma a una dolorosissima vicenda personale
E’ una storia letteraria, quella di Giovanni, che non nasce giornalista per amore del mestiere in sé e per sé, ma per ricucire una ferita che lo ha segnato per la vita.
Aveva appena sette anni (pochi, ma abbastanza per capire tutto) quando la ‘ndrangheta gli strappò via il padre Giuseppe, “funzionario integerrimo” di banca, come lo hanno definito gli inquirenti che hanno investigato sul suo assassinio. Giuseppe Tizian venne ucciso a Locri, a colpi di lupara, la sera del 23 ottobre del 1989, proprio mentre stava tornando dal suo bambino. Le indagini non hanno prodotto un verdetto finale, ma l’ipotesi è che si fosse opposto a manovre bancarie non ortodosse che un clan ‘ndranghetista pretendeva. Aveva 36 anni Giuseppe Tizian, e semplicemente faceva bene il suo lavoro. La sua storia si può leggere in “Dimenticati” (Castelvecchi 2010), un bellissimo libro di Danilo Chirico e Alessio Magro, giornalisti con la schiena dritta e animatori dell’associazione DaSud, di cui lo stesso Tizian fa parte e che in suo sostegno ha lanciato oggi la campagna “Io mi chiamo Giovanni Tizian”.
Anche Giovanni, come suo padre, fa bene il suo mestiere. In questi anni per Narcomafie ha firmato inchieste dettagliatissime, ed è stato capace di  quel passo in più che solo i veri giornalisti investigativi sanno fare. Non appiattirsi sulle ordinanze delle forze dell’Ordine, ma studiarle in ogni riga e memorizzarle, riuscendo poi a incrociare nomi e fatti anche lontani nel tempo. Come il padre, anche lui oggi è costretto a pagare il conto per quello che in un paese normale dovrebbe invece essere l’ordinarietà.
Non ci siamo fatti intimidire dalle querele che ci hanno coinvolti per quei suoi lavori, e siamo andati avanti a documentare fenomeni criminali sempre più pervasivi (nell’edilizia, nel mercato dei trasporti, nella filiera agroalimentare).
Nel suo libro appena uscito, “Gotica.’ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea” (Round Robin 2011), Giovanni ringrazia Narcomafie per tutta la libertà concessagli. Uno spazio che con piena fiducia gli abbiamo affidato e che continueremo a dargli.

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