Olezzo mortale (Narcomafie)

Mario Tamburrino, 38 anni, camionista, è adagiato su una barella dell’ospedale Cardarelli di Napoli con le mani ustionate e gli occhi doloranti. È la notte del 4 febbraio 1991 e, prima di finire in ospedale con chiari sintomi di avvelenamento, Tamburrino ha attraversato l’Italia con il suo tir carico di rifiuti tossici. Dal cuneese fino alle campagne della provincia a nord-ovest di Napoli, tra i comuni di Giugliano e Villaricca, dove ha deciso di scaricare illecitamente in un campo i 571 fusti di sostanze chimiche trasportati dall’automezzo. È buio, Tamburrino è stanco, e qualcosa durante l’operazione di scarico va storto. Uno dei fusti si apre all’improvviso schizzandogli sul viso una schiuma gialla e fumante che gli porterà via la vista.
Ho in mente questa immagine mentre mi dirigo in moto verso Giugliano, il teatro di quello sporco affare, ma soprattutto il luogo dove agli albori delle prime inchieste sul traffico illecito di rifiuti è nato il celebre neologismo “ecomafia”. Tante, troppe storie che hanno come protagonista la monnezza partono o portano a questo paesone di 120.000 abitanti, esteso su una pianura immensa di campi e frutteti. Una rarità in una regione, la Campania, in cui tra Napoli e Caserta il paesaggio rurale è praticamente scomparso per lasciar posto a edifici, industrie e centri commerciali. È proprio questa abbondanza di terra, la stessa fertilissima terra che ha reso celebre questa zona fin dall’antichità con il nome di Campania Felix, ad aver condotto Giugliano nei tentacoli della camorra. Nella semplice e diabolica equazione criminale, tanta terra significa tanto posto in cui poter sversare rifiuti correndo il minimo rischio: ecco perché da trent’anni questi luoghi sono martoriati dai traffici illegali. Costantemente. Anche oggi. È mattina e all’orizzonte si vede del fumo nero salire da tre punti diversi della campagna giuglianese. «Senti l’odore nell’aria» mi dice Roberto, il consulente nel settore ambiente che mi accompagna nel mio giro attraverso il triangolo che unisce Giugliano ai comuni di Qualiano e Villaricca. È un odore forte, acre, sgradevole: «Bruciano rifiuti, qui è sempre così».
Siamo arrivati nella Terra dei Fuochi.

Roghi e veleni – Il cielo è grigio e promette pioggia. La campagna giuglianese si presenta con un monotono ripetersi di costruzioni abusive e frutteti che una volta, a settembre, si tingevano del rosso della “regina delle mele”, la mela annurca, specialità di queste zone. Oggi i meleti non ci sono più e Giugliano è diventata suo malgrado un museo a cielo aperto dello smaltimento illegale di rifiuti. Lo decise la camorra ancor prima che la disavventura di Tamburrino contribuisse involontariamente a dare il via alle prime inchieste sull’ecomafia nella provincia nord di Napoli.
Le grandi fabbriche del settentrione producevano e poi smaltivano i loro rifiuti nel giuglianese senza troppi patemi d’animo, approfittando dei prezzi super scontati offerti dagli uomini dei clan mascherati da imprenditori in giacca e cravatta.
La tecnica per aggirare la legge era quella di falsificare la bolla di accompagnamento nel corso dei viaggi dei rifiuti da nord a sud, in modo da “trasformare” i veleni in rifiuti normali. Pezzi di carta tarocchi che nel corso degli anni hanno fruttato ai Casalesi, il cui dominio comprende anche Giugliano, decine e decine di miliardi.
«Duecentomila tonnellate di sostanze tossiche ci furono pagate a 10 lire al chilo», ha confessato ai magistrati Gaetano Vassallo, ex imprenditore della camorra e ora collaboratore di giustizia.
Per vent’anni Vassallo ha interrato sostanze nocive in questo territorio, e con l’attività della sua discarica in località Schiavi, benedetta dall’accordo tra il clan Francesco Bidognetti e i Casalesi, ha comprato ville e macchine di lusso, motoscafi e persino un hotel a Castelvolturno.
Rifiuti industriali, speciali, ospedalieri e urbani hanno avvelenato Giugliano, colmando in breve tempo le cave di pozzolana e vari terreni agricoli per poi trasbordare ovunque nei 94 chilometri quadrati su cui si estende il comune.
La cronologia del disastro ambientale che ha deturpato l’antica Campania Felix è ancora incompleta, ma sufficiente per tracciare una mappa dello scempio. Secondo Vassallo, dal 1988 al 1992 due aziende laziali hanno conferito nei comuni di Giugliano e Lusciano «rifiuti liquidi provenienti da industrie, aziende ospedaliere e insediamenti civili e anche da aziende di oli esausti della zona di Velletri». Mentre altri micidiali veleni come «i rifiuti della MB, arrivavano in speciali cisterne di acciaio anticorrosivo» e sapevano impressionare persino gli stessi camorristi: «perché quella roba friggeva, era così potente che squagliava anche le bottiglie di plastica che c’erano nel terreno». Anche le vernici di un’industria savonese, i residui di lavorazione dell’Acna di Cengio, i materiali di scarto dell’industria concia toscana e chissà cos’altro ancora sono stati l’origine della peste che dal Lago Patria a Licola, da Varcaturo a Sette Cainati, fa ammalare e uccide la popolazione di Giugliano. Un nesso, quello tra rifiuti e tumori, ormai noto da tempo agli stessi trasportatori assoldati dalla camorra, che dopo l’incidente di Tumburrino si sono ben guardati dall’avvicinarsi troppo ai carichi di veleni. Al loro posto oggi c’è una manovalanza composta da giovani rom e extracomunitari irregolari. Gente che non parla o che non può parlare per timore di un’espulsione. Così sono cambiate anche le tecniche di smaltimento clandestino, ora effettuato per lo più con furgoni e Ape, per dar meno nell’occhio. Piccole quantità di rifiuti nocivi coperti da pneumatici d’auto vengono incendiate in ogni angolo del giuglianese, di giorno e di notte, sprigionando fumi di sostanze cancerogene che contaminano terra, acqua e aria.
Nella Terra dei Fuochi, la presenza della camorra si percepisce con tutti e cinque i sensi.

La Disneyland dei rifiuti – «Immaginati una Disneyland dei rifiuti», mi aveva detto Roberto prima di partire, «invece delle attrazioni ci sono le discariche abusive, un sito di stoccaggio con sei milioni di presunte ecoballe e prossimamente anche un inceneritore». Una descrizione suggestiva che mi torna in mente di continuo, mentre cominciamo ad esplorare stradine di campagna disseminate di ogni genere di immondizia. Una volta tornati verso il centro abitato fermiamo la moto sul bordo della strada a pochi metri dal cartello con la scritta “Giugliano”: «via il casco». Per una legge non scritta di queste parti è più prudente girare a volto scoperto, perché i padroni della Terra dei Fuochi, terra insanguinata dalle faide di camorra, vogliono vederti in faccia per sapere chi sei, e soprattutto chi non sei.
Dopo una serie di telefonate riusciamo a fissare un incontro con qualcuno che di spazzatura se ne intende. Lo chiameremo Francesco ed è un dirigente di un’azienda del settore rifiuti. Quando mi accoglie a casa sua, davanti a un eccellente caffè, si fa facilmente coinvolgere in un discorso sul problema della spazzatura nella capitale della Terra dei Fuochi. Sullo schermo del suo Ipad compare così la mappa satellitare di Giugliano, con le sue discariche legali e illegali, palesi o nascoste. Le “attrazioni” di questo enorme monnezza-park. Si riconoscono benissimo i teli azzurri dell’impianto Stir della frazione di Taverna del Re, stesi per coprire vertiginosi ammassi di “ecoballe”. Sono i rifiuti per i quali è finita sotto processo la Fibe-Impregilo con l’accusa di aver imballato a Giugliano spazzatura non in regola. Una truffa organizzata per chiedere prestiti bancari spacciando questa immondizia come regolare combustibile per i termovalorizzatori. Sono sei milioni le ecoballe ferme a Taverna del Re. Alcune sono sotto sequestro, altre no. Tutte rimangono lì e contribuiscono a inquinare la terra di Giugliano.
«Questa», dice Francesco passando il dito su una vasta area marrone, «è la discarica dell’avvocato Chianese»: una vera pietra miliare. Cipriano Chianese fu tra i primi a capire che in queste zone la monnezza si trasforma in oro. Con la sua società, la Resit, venne coinvolto in una delle pionieristiche inchieste sul traffico illecito di rifiuti. Dal 1988 in poi, secondo l’ipotesi formulata dagli investigatori, l’avvocato sarebbe stato un intermediario dei Casalesi nel lucroso business del trasporto di rifiuti tossici a Giugliano e Villaricca. Seguì un processo che alla fine lo prosciolse, portando anche al dissequestro della sua discarica. Ma per Dario De Simone, pentito di camorra, «Chianese con le discariche ha guadagnato miliardi». L’avvocato era così avanti che persino i clan si accorsero in ritardo del vorticoso giro di denaro che ruotava attorno alle cave giuglianesi e cercarono di «recuperare il terreno perduto».
Sono quarantadue le discariche (legali e illegali) censite a Giugliano, ma nessuno sa con precisione quanti siano davvero i siti di sversamento clandestino. C’è chi parla di migliaia. «Ma che migliaia!», Francesco ci scherza sopra, «uno butta in un campo delle macerie e voi del Nord dite che quella è una discarica abusiva». Lo è, ma è chiaro che il suo metro di giudizio tenda ad elevare al ruolo di discarica ben altro. A suo dire le «vere discariche pericolose» sparse nelle campagne della zona sarebbero tra le duecento e le trecento unità: «e molte di queste chissà dove sono, di certo non le hanno ancora trovate, e chi ti dice che le vogliano proprio trovare». Il manager su questo punto è piuttosto cinico, pensa che trovare una «montagna di schifo» sia solo un problema. «Mettiamo che trovano davvero migliaia di fusti: dove li mettono? I soldi per le bonifiche o sono pochissimi o non ci sono…». Sembra paradossale, eppure i fatti dimostrano che nelle sue parole c’è un fondo di verità. Si pensi ai fusti scaricati da Tamburrino che a distanza di ventun anni sono ancora a Giugliano, oppure alla dichiarazione in Commissione Rifiuti di un maresciallo dei Carabinieri il quale ha affermato candidamente di aver scartato la proposta di un collaboratore di giustizia di fargli ritrovare una nave carica di rifiuti tossici perché non si sarebbe saputo cosa farne…
Inoltre, chi ha ucciso la lussureggiante Campania Felix ha provveduto molto spesso anche a cancellare per sempre le tracce del misfatto: sopra le tonnellate di materiale tossico-nocivo sono stati costruiti molti edifici e, si dice, persino un centro commerciale tra i più grandi d’Europa. Colate di cemento stese sul cadavere di una terra millenaria, proventi milionari venuti dal traffico di rifiuti e poi rinvestiti dai Padroni di Giugliano nel settore degli immobili attraverso società costituite insieme a membri dei Casalesi. Quando parla di loro, Francesco abbassa involontariamente la voce: «Mallardo» sussurra, con un mezzo sorriso che diventa una smorfia come per dire “ti ho detto tutto”.
Nella relazione semestrale riferita a gennaio-giugno 2011 della Direzione Investigativa Antimafia, il clan Mallardo viene indicato come uno dei più abili a insinuarsi “con le proprie proiezioni imprenditoriali nei meccanismi istituzionali preposti alla risoluzione del problema rifiuti”. La camorra giuglianese opera nello smaltimento di rifiuti tossici “grazie alla collusione esistente tra camorra, settori deviati della politica locale e mala imprenditoria” ed è riuscita ad infiltrarsi persino nelle operazioni di bonifica della discarica di Chiaiano attraverso due imprese di fiducia. Nel cupo avvenire della Terra dei Fuochi, Giugliano è la loro Disneyland degli orrori.

Tanti dati per provare l’ovvio – Nella Terra dei Fuochi si muore di tumore più che nel resto della Penisola. Ci si ammala di rifiuti e si viene colpiti dalle drammatiche conseguenze delle attività industriali pur non essendoci in zona alcuna industria. Lo scempio ambientale perpetrato per anni dall’ecomafia si riassume con alcuni dati. Uno studio del 2005 del Dipartimento della Protezione Civile, denominato “Trattamento dei rifiuti in Campania: impatto sulla salute umana”, parla di significativi aumenti della mortalità per tumori al polmone, alla laringe, alla vescica e al fegato. Viene inoltre segnalato il preoccupante aumento delle malattie dell’apparato respiratorio. Anche un gruppo di ricercatori appartenenti all’Istituto Superiore di Sanità, al Cnr di Pisa, all’Arpac, all’Università di Napoli e a Legambiente, ha sostenuto che “la mortalità per tumore è risultata significativamente accresciuta con riferimento ai tumori maligni di polmone, pleura, laringe, vescica, fegato e encefalo”.
Tutto questo, insieme alle testimonianze dei roghi quotidiani messi online dal sito laterradeifuochi.it, sembra ancora non bastare per provare l’ovvio, cioè che di reati ambientali si muore, che l’ecomafia e la cattiva gestione dei rifiuti fanno ammalare. Anche la burocrazia sembra remare contro la verità. Emblematiche sono le vicissitudini del Registro dei Tumori della Regione Campania, per il quale nel 2007 vennero stanziati 2 milioni e mezzo di euro di fondi regionali e che tutt’oggi censisce appena 35 comuni. Giugliano non è tra questi.
Recentemente persino la Corte dei Diritti dell’Uomo che ha condannato lo Stato italiano per la gestione dell’emergenza rifiuti in Campania, non ha voluto considerare il danno alla salute umana nonostante, inutile sottolinearlo, i dati su cui riflettere ci siano eccome. Si possono trovare in una interessante ricerca dell’Istituto Superiore di Sanità del 2008 sulle neoplasie in Campania esibita davanti alla Corte Europea dall’avvocato Errico Di Lorenzo, legale di alcuni residenti del comune di Somma Vesuviana. Apprendiamo in questo modo che Giugliano guida la poco invidiabile classifica dei casi di tumore al polmone riscontrati in Campania, 255, che arrivano fino a 1008 se si estende la statistica in tutta l’area a nord di Napoli. Rilevante risulta essere anche l’incidenza del tumore alla vescica e al rene (82 casi). Addirittura 655 sono stati invece i tumore allo stomaco.
Tuttavia qualsiasi statistica, imprigionata in faldoni spediti a Roma o a Bruxelles, al contrario di ciò che ci si aspetterebbe crea più confusione che certezza. Rischia di confondere vite umane e numeri sminuendo la reale portata del disastro. Per capire davvero ciò che accade nella Terra dei Fuochi bisogna attraversare i suoi paesi, sentire l’odore dei roghi e osservare gli sguardi minacciosi delle sentinelle sparse nelle contrade sterrate. Segni distintivi di una catastrofe ambientale che non ha paragoni in Europa.

 – Narcomafie n°4/2012

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