L’India non vuole la Exxon Valdez: “E’ ancora pericolosa”

L'India non vuole la Exxon Valdez

La Corte Suprema indiana ha vietato l’attracco in tutti i porti del paese alla famigerata ex petroliera Exxon Valdez, oggi conosciuta con il nome di Oriental Nicety. Alla nave, responsabile nel 1989 di una delle più gravi perdite di petrolio avvenute in mare, non è stato permesso l’ancoraggio che avrebbe consentito l’inizio alle operazioni di demolizione della stessa. Il tribunale indiano ha motivato la sua decisione citando la Convenzione di Basilea, il trattato internazionale sul controllo dei movimenti oltre frontiera di rifiuti pericolosi, e ha chiesto al governo federale di assicurare che l’ex petroliera rimanga in acque internazionali fino a quando non sarà adeguatamente decontaminata. Secondo gli ambientalisti infatti, nello scafo e nella stiva dell’imbarcazione sarebbero ancora presenti una grande quantità di residui tossici come olio, mercurio, amianto, arsenico e altri metalli pesanti. La prossima udienza sul caso è prevista per il 13 agosto.

Il disastro del 1989
La nave, lunga oltre 300 metri, naviga ormai da 26 anni ed è diventata un oggetto potenzialmente molto pericoloso. Nel corso della sua lunga vita in mare è stata notevolmente danneggiata in almeno due occasioni. L’incidente più grave è quello avvenuto in Alaska nel 1989 con lo sversamento in mare di circa 11 milioni di galloni di petrolio e la successiva devastazione della fauna selvatica locale. La Exxon Mobil, all’epoca proprietaria della petroliera, è stata condannata a risarcire i danni arrecati all’Alaska con una cifra record di 5 miliardi di dollari, indennizzo poi ridotto dopo una serie di ricorsi alla Corte Suprema degli Stati Uniti ad appena 507, 5 milioni di dollari.

Il valore di un “mostro”
La Exxon Valdez è stata acquistata di recente per 16 milioni di dollari dalla Best Oasis Ltd, una società con sede ad Hong Kong, al solo scopo di essere smantellata per recuperare le tonnellate di scarti di metallo. Il piano della società è quello di riuscire a spiaggiare il colosso nella città costiera di Alang, fulcro dell’attività di ship breaking indiano. Nel corso degli ultimi anni la competizione sfrenata dei cantieri di demolizione indiani con quelli cinesi e pakistani ha permesso una preoccupante deregulation in materia di sicurezza sul lavoro e di tutela ambientale. Ad Alang gli operai sono esposti a notevoli rischi derivanti dal costante contatto con le sostanze nocive presenti sulle vecchie navi e gli incidenti mortali sono all’ordine del giorno.

 – Ecoinchiesta, 11/05/2012

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