La morte dell’anarchico bandito (Pagina)

Il 29 novembre 1922 veniva ucciso Renzo Novatore

Moriva novant’anni fa, dopo essere stato a lungo braccato sull’Appennino ligure e nel Basso Piemonte, uno dei personaggi più controversi dell’Italia pre-fascista.
Quella di Renzo Novatore, poeta, filosofo e combattente libertario, può apparire come la storia dimenticata di uno spirito libero e temerario, di un precursore della Resistenza che combatté il fascismo a viso aperto fin dai primissimi colpi di manganello, oppure semplicemente come l’epopea delinquenziale di un balordo senza scrupoli e senza morale. Un criminale troppo visionario e troppo ideologizzato che si aggirava furente nell’Italia dei primi anni ’20 del Novecento, dove la miseria e il malcontento diffuso delle masse, insoddisfatte dalla debolezza della sinistra parlamentare, portò con rassegnazione alla Marcia su Roma.
Solitario, irascibile e poco avvezzo alla sottomissione, Novatore era quello che oggi definiremmo un “soggetto socialmente pericoloso” e, per questo, inesorabilmente anarchico individualista. Uno cioè di quegli uomini disprezzati, ignorati, puniti dalla storia, mentre le nostre città abbondano di targhe e monumenti a monarchi e militari: spesso i veri responsabili delle sventure accorse ai popoli… Di quegli anarchici sono rare le testimonianze di vita, rarissime le immagini. Tanto sono brutti, diceva Giorgio Gaber: «per rappresaglia!».
Di Novatore, spezzino di Arcola, classe 1891, si disse che «scriveva come un angelo e combatteva come un leone». Da autodidatta si dedicò fin da bambino alla lettura di Pisacane, Salgari e Tolstoj. Da adolescente «lunatico», tra le sue mani si alternarono le opere di Ibsen, Wilde, Schopenhauer e Baudelaire, prese in prestito dalla fornita biblioteca del circolo mazziniano di Arcola. Mai sazio di sapere, passò poi alla lettura dei testi di Bakunin, Malatesta, Stirner e Nietzche senza però sentirsi «né Stirneriano né Nietzcheiano, né seguace di nessuno».
Sono stati proprio i suoi «adorati libri» i primi sintomi evidenti della radicale anormalità di Novatore, subdola “malattia” umana che a seconda di come la si vive può risultare piacevole o atroce, ma di certo funzionale ad un’Italia molto diversa da quella dei giorni nostri, popolata di filosofi e banditi, inondata di inchiostro e dinamite. Il ribelle di Arcola fu allora tra i protagonisti della lotta operaia del cosiddetto “biennio rosso” nella provincia della Spezia ed autore di articoli straordinari, nel senso più ampio del termine, su molti giornali e riviste libertarie: «Io appartengo alla razza più estrema dei vagabondi dello spirito: alla razza “maledetta” dell’inammissibile e degli insofferenti». Anarchico duro e puro, polemista, alfiere di una concezione estrema del pensiero libertario considerata spesso eccessiva persino dalla sinistra più radicale. «Superba, risonante, abbagliante come una cascata che s’incendiava sotto il folle abbraccio del Sole», scrisse della sua ideologia Enzo Martucci, «la sua poesia esprimeva il bisogno della sua natura vulcanica, la sua sete di violente sensazioni orgiastiche, di “follie” violente, di sublimazioni spirituali, del suo appetito di vita libera e intensa».
Novatore scriveva e sparava, in un turbinio frenetico di avvenimenti, inseguendo il sogno impossibile di un società di eguali: «Se è vero che l’anarchia è un irraggiungibile sogno di poeti, l’anarchico sarà un nobile e sublime “delinquente” per l’eternità».
Purtroppo, la maggior parte delle opere di Novatore sono state distrutte nel corso del ventennio fascista. Il regime tentò di condannare le sue idee all’oblio e con esse anche il suo stesso ricordo. Oggi, oltre le nebbie dei decenni andati, possiamo scorgerlo appena in una delle pochissime fotografie che ci hanno tramandato il suo volto: è un uomo di poco più di trent’anni in posa a mezzobusto, con la mano sotto il mento e lo sguardo fisso al rudimentale obiettivo. Quello stesso viso austero e serioso cadde da “malfattore” il 29 novembre 1922 in un’imboscata dei Regi Carabinieri ai tavoli di un’osteria nei pressi di Genova. Nel taschino aveva una penna e sotto la giacca una pistola Browing: il suo vero nome era Abele Ricieri Ferrari, ma si faceva chiamare Renzo Novatore.

Morte di un anarchico – 1922: l’anno fatale. Lenin era morto e nel partito comunista sovietico emergeva netta la leadership “dell’uomo d’acciaio” georgiano Stalin. I cieli d’Italia invece non erano mai stati così neri. Il fascismo era alle porte e i tempi volgevano al peggio per gli anarchici indomiti come Novatore. Già a giugno di quello stesso anno le Camicie Nere di Mussolini erano arrivate fino ad Arcola come tanti orridi angeli vendicatori. Tre camion di squadristi si erano schierati di fronte all’abitazione del sovversivo con la chiara intenzione di replicare l’agguato assassino che pochi mesi prima era costato la vita all’anarchico Dante Carnesecchi, uno dei più cari amici di Novatore. E lui non aveva nessuna intenzione di far la stessa fine. Ai primi colpi di fucile dei fascisti rispose con altrettanta violenza, rispondendo ad ogni raffica di proiettili e lanciando grappoli di bombe SIPE. In quel momento «l’artista del fatto» posò per sempre la penna per impugnare la Browing e far «parlare la dinamite». Riuscì a fuggire come un animale selvatico nella notte senza luna di Arcola. Corse per i campi, si gettò nei fossati e nel suo vagare randagio tra l’Appennino ed il Basso Piemonte, Renzo Novatore non ci mise molto a trovare compagnia. I delinquenti da lui tanto osannati erano anch’essi rifugiati nei boschi, pronti ad accogliere a braccia aperte il coraggioso e disperato nuovo membro della banda. C’era un tizio tra loro, il capo, un delinquente più in gamba degli altri e che in Piemonte chiamavano “Il Terrore di Novi Ligure”. Era Sante Pollastri, il leggendario bandito della nota canzone di Francesco De Gregori. Con lui Novatore si accompagnò stabilmente nell’ultimo periodo della sua esistenza, scorrazzando tra Piemonte e Liguria, seminando il terrore con rapine e saccheggi per poi fuggire dagli “sbirri” in bicicletta.
Nel luglio del 1922, a Tortona, una rapina finita male costò la vita al ragionier Achille Casalegno, di professione cassiere di banca. Un omicidio stupido, forse non voluto, la cui responsabilità venne attribuita in seguito da Pollastri proprio a Novatore. Ma è complicato attribuire un qualsivoglia valore a queste affermazioni fatte solo nel 1931, con il ribelle di Arcola già sottoterra da nove anni. L’omicidio di Casalegno segnò comunque un salto di qualità nella storia criminale della banda Pollastri. Lo sdegno per la tragica fine del ragioniere li costrinse ad allontanarsi dal Basso Piemonte. Vissero da fuorilegge, protagonisti di un Far West nostrano che sembrò non dover finire mai.
Poco prima della Marcia su Roma, Novatore abbandonò la banda per un certo periodo per rifugiarsi in una località segreta. Furono i giorni in cui il governo di Facta venne sostituito per lasciar posto ai gerarchi in camicia nera. Seppure braccato ed emarginato, Novatore fu uno dei pochi, e ciò è indiscutibile, a rendersi conto del reale pericolo nero, in un Paese in buona parte imbambolato e impotente, dove la mancanza di prospettive seguita all’ubriacatura del biennio tumultuoso aveva creato il terreno fertile per l’avanzata fascista. «Se ci fossero stati alcuni Renzo Novatore disseminati in tutta Italia, il fascismo avrebbe avuto ben altro filo da torcere per affermarsi», scrisse nel 1951 Umanità Nova.
All’inizio di ottobre del 1922, Renzo Novatore ricaricò la Browing con nuove pallottole e ritornò insieme a Pollastri. Pessima scelta. Il “Terrore di Novi Ligure” era ormai diventato per lo Stato il nemico pubblico numero uno. Tutte le forze di polizia lo cercavano senza tregua. Il più testardo in assoluto fu un maresciallo dei carabinieri di nome Giovanni Lupano, uno di quegli investigatori-segugi di una volta, che fiutavano i malviventi come sanno fare certi cani di razza con i tartufi: il Far West ligure-piemontese stava finendo. Successe così che dopo essere stati lungamente alle calcagna della banda, Lupano e due suoi uomini (Marino Corbella e Giuseppe Marchetti) rintracciarono Pollastri al tavolo dell’Osteria della Salute di Teglia, nei pressi di Genova. Non cercavano Novatore perché, a dire il vero, non sapevano nemmeno chi fosse. Loro volevano «il Pollastro» e lui era lì, seduto con un altro tizio con la faccia da sovversivo, ignaro che i gendarmi in borghese gli fossero a pochi passi.
Era il 29 novembre 1922 più o meno a mezzogiorno: i due carabinieri travestiti da operai si sedettero al tavolo libero di fronte a Novatore e Pollastri, mentre il maresciallo si appostò di lato. Si dice che furono le scarpe di Lupano, troppo lucide per appartenere ad un lavoratore, ad insospettire Pollastri. Non appena il maresciallo diede l’ordine di intervenire, la “Jena di Novi” scattò in piedi con la pistola spianata sparandogli un colpo in pieno petto. Da terra, con un ultimo sovrumano sforzo prima di morire, il maresciallo fece fuoco alla cieca, ma il colpo si perse tra le grida degli avventori del ristoro. Gli altri due carabinieri intanto rivoltarono un tavolo facendone uno scudo per mirare con più precisione ai banditi. La sparatoria fu violenta ma Pollastri, sparando con due rivoltelle, riuscì a lanciarsi fulmineo contro una finestra, portando a termine una romanzesca fuga.
Quando all’Osteria della Salute finirono gli spari, sul pavimento si mischiavano pozze di sangue e vino. Uno dei carabinieri era ferito ed in più, oltre a Lupano, c’era un altro uomo morto a terra: il bandito amico di Pollastri. Era Renzo Novatore, ma nessuno ancora lo sapeva. Gli inquirenti si chiesero per giorni chi fosse quel tizio armato fino ai denti: due rivoltelle cariche, due caricatori di riserva, una bomba SIPE ed una capsula di cianuro incastonata in un anello. Anche perché il foglio di congedo, intestato al sottotenente mitragliere (nonché noto pittore)Giovanni Governato che aveva addosso, non convinse nessuno.
Un regio telegramma della Prefettura di Genova spedito al ministero dell’Interno lo avrebbe identificato solo il 23 gennaio del 1923 come Abele Ricieri Ferrari, nativo di Arcola, di anni 32, pericolosissimo anarchico assassino.

 – Pagina.to.it, 28/11/2012

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